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Sentenza 7 marzo 2025
Sentenza 7 marzo 2025
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Sul provvedimento
| Citazione : | Trib. Genova, sentenza 07/03/2025, n. 632 |
|---|---|
| Giurisdizione : | Trib. Genova |
| Numero : | 632 |
| Data del deposito : | 7 marzo 2025 |
Testo completo
Tribunale di GE Sezione XI Civile - Stranieri
TRIBUNALE ORDINARIO DI GENOVA
SEZIONE XI CIVILE
VERBALE DI UDIENZA CON SENTENZA CONTESTUALE
EX ART. 281 SEXIES C.P.C.
Il Giudice della sezione XI Dott. Enzo Bucarelli
Visto il ricorso iscritto al N. 3939/2024 R. G.
proposto da:
, (C.F. ) con domicilio eletto Parte_1 C.F._1 presso lo studio dell'avv. ZARRELLI ANNAMARIA, che lo rappresenta e difende in forza di procura/mandato in atti
Ed Altri
parte ricorrente
nei confronti di
difeso dall'Avvocatura dello Stato Controparte_1 parte resistente
visto il provvedimento che ha disposto che l'udienza del 6.3.2025 fosse sostituita dal deposito di note e documenti ai sensi dell'art. 127-ter c.p.c. come modificato dal D. L.vo 149/22;
atteso che le parti nulla hanno osservato in merito alla trattazione scritta della suddetta udienza condividendo che il Giudice potesse anche pronunciare sentenza, al termine della discussione, dando lettura del dispositivo e della concisa esposizione delle ragioni di fatto e di diritto della decisione
considerato che le parti hanno discusso depositando le note di cui all'art. 127 ter c.p.c. con cui hanno insistito nelle proprie deduzioni, contrastato quelle avverse e richiamato le rispettive conclusioni;
Ritenuto che, la causa, all'esito della trattazione scritta della stessa, possa essere definita, all'esito della camera di consiglio, pronunciando ex art. 281 sexies c.p.c., la seguente sentenza che, in luogo della lettura, viene depositata telematicamente.
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TRIBUNALE ORDINARIO DI GENOVA
SEZIONE XI CIVILE
REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
Il Tribunale di GE in composizione monocratica nella persona del dott. Enzo Bucarelli, nel procedimento semplificato di cognizione iscritto al N. 3939/2024 R. G.
promosso da:
1. , nato a [...], Ica, Perù, il 28/12/1985, residente e Controparte_2 domiciliato in Central 95, Los Olivos, Tijuana, Bassa California, Messico;
2. , nato a [...], Ica, Perù, il 12/03/1994, residente e Controparte_3 domiciliata in Calle Callao 980, Nasca, Ica, Perù;
3. , minore rappresentata dai suoi genitori Controparte_4 [...]
e nata a [...], Ica, Perù, il Controparte_3 Controparte_5
09/01/2020, residente e domiciliata in Calle Callao 980, Nasca, Ica, Perù;
4. , minore rappresentata dai suoi genitori Controparte_6 [...]
e nata a [...], Ica, Perù, il Controparte_3 Controparte_5
17/08/2021, residente e domiciliata in Calle Callao 980, Nasca, Ica, Perù;
5. , minore rappresentato dai suoi genitori Controparte_7
e nato a [...], Ica, Controparte_3 Controparte_5
Perù, il 17/09/2023, residente e domiciliata in Calle Callao 980, Nasca, Ica, Perù;
6. , nata a [...], Perù, il 18/11/1989, residente e domiciliata Parte_2 in Jr. Santiago TU de Mayolo Mz. BLT.26, URB Pablo Boner, La Molina, Lima, Perù;
7. , minore rappresentata dai suoi genitori Parte_3 [...]
e , nata in [...], Parte_2 Persona_1
Lima, Perù, il 30/05/2010, residente e domiciliata in Jr. Santiago TU de Mayolo Mz. BLT.26,
URB Pablo Boner, La Molina, Lima, Perù;
8. , minore rappresentata dai suoi genitori Parte_4 [...]
e nata in [...], Lima, Perù, il Parte_2 Persona_1
05/09/2016, residente e domiciliata in Jr. Santiago TU de Mayolo Mz. BLT.26, URB Pablo
Boner, La Molina, Lima, Perù;
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9. nata in [...]ía, Lima, Perù, il Controparte_8
13/10/1961, residente e domiciliata in 7350 Cayman Way Apt 8, Mainville Ohio, 45039, Stati Uniti;
10. nata in [...]ía, Lima, Perù, il Controparte_9
19/12/1959, residente e domiciliata in 7242 La Mancha Cir Apt A, Huntington Beach CA 92647,
Stati Uniti;
11. nato in [...]ía, Lima, Perù, il 23/09/1967, Controparte_10 residente e domiciliato in 5665 Roden Park Dr Middletown OH 45044, Stati Uniti;
12. , nato a [...], Perù, il 06/02/1992, residente e domiciliato in Controparte_11
7350 Cayman Way Apt 8, Mainville Ohio, 45039, Stati Uniti;
13. nato in [...]ía, Lima, Perù, il 27/01/1972, Controparte_12 residente e domiciliato in Loma Umbrosa 584 PS.2, Urb. Prolongación Benavides, Santiago de
Surco, Lima, Perù;
14. nata in [...]ía, Lima, Perù, il Controparte_13 CP_1 12/09/1963, residente e domiciliata a Jr. El Paraiso Mz. K Lt, 8°, Urb. Sol. 2da. , Parte_5
La Molina, Lima, Perù;
15. , nata in [...], Lima, Perù, il 14/05/1996, residente Controparte_15
e domiciliata a Jr. El Paraiso Mz. K Lt, 8°, Urb. Sol. 2da. Etapa, La Molina, Lima, Parte_5
Perù;
16. , nata in [...], Lima, Perù, il 29/06/2000, residente e Parte_6 domiciliata a Jr. El Paraiso Mz. K Lt., 8°, Urb. Sol. 2da. , La Molina, ; Parte_5 Pt_7 Parte_8
17. , nata in [...]ía, Lima, Perù, il 08/10/1969, Parte_9 residente e domiciliata in Av. Petit Thouars 994, Depto 404, Lima Perù;
18. minore rappresentato dai suoi genitori Controparte_16 [...]
e , nato in [...], Parte_9 Controparte_17
Lima, Perù, il 30/11/2009, residente e domiciliato in Av. Petit Thouars 994, Depto 404, Lima Perù;
19. nato in [...], Lima, Perù, il Controparte_18
12/01/2004, residente e domiciliato in Av. Petit Thouars 994, Depto 404, Lima Perù;
20. , nata a [...], Perù, il 10/10/1970, residente Controparte_19
e domiciliata in Plaza Pallaca Sector B1, Edificio A, Dpto 504, Julio C. Tello, San Miguel, Lima,
Perù;
21. nato in [...], Lima, Perù, il 05/11/1999, residente Controparte_20
e domiciliato in Calle 10, Nro 582, Dpto 202, Urb. Monterrico Norte, San Borja, Lima, Perù;
22. nata a [...], Lima, Perù, il 12/11/2001, Controparte_21 residente e domiciliata in Av. Astete 1087, depto. 101, Urb. Chacarilla del Estanque, Per_2
Santiago de Surco, Lima, Perù;
23. , nata a [...], Ica, Perù, il 12/01/1989, Parte_10 residente e domiciliata in 13 Rue des Prés Verts, 25250 L'Isle Sur Le Doubs, Francia;
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24. , minore rappresentato dalla di lui madre Parte_1
, nato a [...], Svizzera, il 25/09/2021, residente Parte_10
e domiciliato in 13 Rue des Prés Verts, 25250 L'Isle Sur Le Doubs, Francia.
Tutti i ricorrenti sopra indicati sono rappresentati e difesi in virtù di procura in calce al presente atto dall'Avv. Annamaria Zarrelli (C.F.: ) e dall'Avv. Simona Sanvitale (C.F. C.F._2
), del Foro di Roma ed elett.te domiciliati presso lo studio dell'Avv. C.F._3
Annamaria Zarrelli sito in Roma, via Crescenzo Del Monte n. 31 (cap. 00153). Ai sensi del comma
3 dell'articolo 136 c.p.c., come modificato dal comma 1 dell'art. 2 della L. 263/2005 comunicazioni e notificazioni di cancelleria del presente procedimento al seguente n. fax: 06 95060674 ed ai seguenti indirizzi pec: Email_1 Email_2
parte ricorrente
nei confronti di
, in persona del Ministro pro tempore, domiciliato ex lege presso Controparte_1
l'Avvocatura Distrettuale dello Stato in GE, Via Brigate Partigiane n. 2, parte resistente costituita
e con l'intervento del
PUBBLICO MINISTERO – intervenuto
avente ad oggetto: riconoscimento della cittadinanza italiana iure sanguinis
SVOLGIMENTO DEL PROCESSO
PREMESSA DI FATTO
Con ricorso introduttivo promosso ex artt 281 decies, e 281 undecies c.p.c., gli odierni ricorrenti chiedevano il riconoscimento del loro status di cittadini italiani iure sanguinis e, per l'effetto, che venisse ordinato al e, per esso, all'ufficiale di Stato civile, di procedere Controparte_1 alle relative iscrizioni, trascrizioni e annotazioni di legge.
Deducevano di essere, ognuno per il proprio rapporto familiare, tutti discendenti di Per_3 ato in data 01/06/1829 nel Comune di Langasco, GE cittadino italiano poi emigrato
[...] in Perù, ove morì nel 1882.
Nel dettaglio ricostruivano la linea genealogica, allegando specifica documentazione e in particolare certificati (o loro estratti) - muniti di apostille e traduzioni asseverate in lingua italiana - rilasciati da Autorità civili o religiose. In particolare, in relazione ad ogni avo e ascendente, nonché ai ricorrenti stessi, la difesa allegava i certificati (o estratti di essi) documentanti la nascita e/o il battesimo, il matrimonio e, per gli ascendenti defunti, la morte.
In forza di suddetta documentazione delineavano la linea genealogica della famiglia.
Nello specifico deducevano che:
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In data 01/06/1829, da genitori italiani, nasceva in Italia, nel Comune di Langasco, GE, il IG. doc. 1), cittadino italiano poi emigrato in Perù, ove morì nel 1882 (doc. Persona_3
3).
Il IG. (indicato nei successivi ed ulteriori certificati anche come Persona_3
), dunque, non ha mai rinunciato alla cittadinanza italiana. Il Persona_4
Provveditorato Nazionale della Migrazione (Perù) rilasciava infatti certificato negativo di naturalizzazione (doc. 2).
In data 06/11/1865, in Perù, il citato ontraeva matrimonio con la IG.ra Persona_3
indicata nei successivi certificati anche come Parte_11 Pt_11
(doc. 4), e dalla loro unione nasceva in Perù, in data 11/08/1863, il IG.
[...] [...]
(doc. 5 e 6). Persona_5
il IG. , indicato nei successivi certificati anche Persona_5 come o o contraeva matrimonio Persona_5 Persona_5 Persona_5 in Perù con la IG.ra , indicata nei successivi certificati anche come Parte_12
, in data 16/11/1893 (doc. 7), e dalla loro unione nasceva in Perù, nel Persona_6
1898, il IG. (doc. 8, 9) Parte_13
Il IG. , indicato nei successivi certificati Parte_13 anche come o o Parte_13 Parte_13 Parte_13 contraeva matrimonio in Perù con la IG.ra , indicata nei Parte_14 successivi certificati anche come , in data 08/03/1952 (doc. 10), e dalla loro Parte_14 unione nascevano in Perù:
, nata il [...] (doc. 11, 12); Persona_7
, nato il [...] (doc. 13); Parte_15
, nato il [...] (doc. 14, 15); Parte_16
[NUCLEO N.I: ]- Persona_7
La IG.ra contraeva matrimonio in Perù Persona_7 con il IG. , indicato nei successivi certificati anche come Parte_17 [...]
, in data 01/06/1959 (doc. 16), e dalla loro unione nascevano in Perù: Persona_8
nata in [...]ía, Lima, Perù, il Controparte_9
19/12/1959 (doc. 17), odierna ricorrente;
nata in [...]ía, Lima, Perù, il Controparte_8
13/10/1961 (doc. 18), odierna ricorrente;
nata in [...]ía, Lima, Perù, il Controparte_13
12/09/1963 (doc. 19), odierna ricorrente;
nato in [...]ía, Lima, Perù, il 23/09/1967 (doc. Controparte_10
20), odierno ricorrente;
nato in [...]ía, Lima, Perù, il 27/01/1972 Controparte_12
(doc. 21), odierno ricorrente;
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-[NUCLEO N.I.1: Controparte_9 CP_8
La IG.ra odierna ricorrente, contraeva Controparte_9 matrimonio in Perù con il IG. in data 15/09/1991 Parte_18
(doc. 22).
-[NUCLEO N.I.2: - Controparte_8
La seconda degli odierni ricorrenti, IG.ra Controparte_8 contraeva matrimonio in Perù con il IG. , in data Persona_9
23/03/1985 (doc. 23), e dalla loro unione nascevano:
, nato a [...], Ica, Perù, il 28/12/1985 (doc. 24), Controparte_2 odierno ricorrente;
, nata a [...], Perù, il 18/11/1989 (doc. 25), odierna Parte_2 ricorrente;
, nato a [...], Perù, il 06/02/1992 (doc. 26), odierna Controparte_11 ricorrente.
La IG.ra , odierna ricorrente, contraeva matrimonio in Parte_2
Perù con il IG. , in data 20/02/2010 (doc. 27), e dalla loro Persona_1 unione nascevano:
, nata in [...], Lima, Perù, il Parte_3
30/05/2010 (doc. 28), minore odierna ricorrente;
, nata in [...], Lima, Perù, il 05/09/2016 (doc. Parte_4
29), odierna ricorrente.
-[NUCLEO N.I.3: CP_8 Controparte_13 CP_8
La IG.ra odierna ricorrente, Controparte_13 contraeva matrimonio in Perù con il IG. in data Persona_10
27/01/1996 (doc. 30), e dalla loro unione nascevano:
, nata in [...], Lima, Perù, il 14/05/1996 (doc. 31), Controparte_15 odierna ricorrente;
Parte
, nata in [...], Lima, Perù, il 29/06/2000 (doc. 32), Parte_6 odierna ricorrente.
-[NUCLEO N.I.4: CP_10 Controparte_10
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Il IG. contraeva matrimonio in Perù con la IG.ra Controparte_10
, indicata nei successivi certificati anche come Parte_19
, in data 11/08/1989 (doc. 33), e dalla loro unione nascevano Parte_19 in Perù:
, nata il [...], a [...], Perù (doc. 34); Parte_10
, nato a [...], Ica, Perù, il 12/03/1994 (doc. 35); CP_3 Controparte_3
La IG.ra , odierna ricorrente, contraeva Parte_10 matrimonio in Francia, con il IG. , deceduto (doc. 37), in Persona_11 data 09/04/2022 (doc. 36), e dalla loro unione nascevano:
, nato a [...], Svizzera, il 25/09/2021(doc. 38), minore Parte_1 odierno ricorrente.
Dall'unione del IG. , odierno ricorrente, con la IG.ra Controparte_3 ascevano: Controparte_5
• , nata a [...], Ica, Perù, il 09/01/2020 (doc. 39), Controparte_4 CP_4 minore odierna ricorrente;
• , nata a [...], Ica, Perù, il 17/08/2021 (doc. 40), Controparte_6 minore odierna ricorrente;
• , nato a [...], Ica, Perù, il 17/09/2023 (doc. Controparte_7
41), minore odierna ricorrente;
-[NUCLEO N.I.5: - Controparte_12
• Il IG. ontraeva matrimonio in Perù con la IG.ra Controparte_12 CP_8
, in data 25/01/2003 (doc. 42), dalla quale ha Parte_20 successivamente divorziato con sentenza del 10/04/2007 (doc. 43);
-[NUCLEO N.II: ]- Parte_15
• Il IG. contraeva matrimonio in Perù con la Parte_15 Persona_7
IG.ra , in data 19/04/1979 (doc. 44), e dalla loro unione Parte_21 nasceva in Perù:
• , nata in [...]ía, Lima, Perù, il 08/10/1969, Parte_9 odierna ricorrente (doc. 45).
• La IG.ra contraeva matrimonio in Perù con il IG. Parte_9
, in data 22/06/2002 (doc. 46), e dalla loro unione nasceva in Controparte_17
Perù:
• nato in [...], Lima, Perù, il Controparte_18
12/01/2004 (doc. 47) odierno ricorrente;
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• nato in [...], Lima, Perù, il 30/11/2009 Controparte_16
(doc. 48) minore odierno ricorrente;
-[NUCLEO N.III: ]- Parte_16
• Il IG. contraeva matrimonio in Perù con la IG.ra Parte_16 [...]
in data 11/01/1979 (doc. 49), e dalla loro unione nasceva in Persona_12
Perù:
• , nata a [...], Perù, il 10/10/1970 (doc. 50), Controparte_19 odierna ricorrente;
• La IG.ra contraeva matrimonio in Perù Controparte_19 con il IG. , in data 21/03/1998 (doc. 51), e dalla loro unione Persona_13 nascevano in Perù:
• nato in [...], Lima, Perù, il 05/11/1999 (doc. 52), Controparte_20 odierno ricorrente;;
• nata a [...], Lima, Perù, il 12/11/2001 (doc. Controparte_21
53), odierna ricorrente;
***
Il si è costituito in giudizio, in via preliminare di valutare l'ammissibilità Controparte_1 della domanda, ritenendo insussistente l'interesse ad agire e nel merito contestando la sussistenza dei presupposti di fatto e di diritto posti a fondamento della domanda, in particolare evidenziando che l'avo era verosimilmente (attesa la sua data di nascita data di matrimonio e di nascita del primogenito in terra straniera) emigrato prima della proclamazione del Regno di Italia e certamente della entrata in vigore del codice civile del 1865 e che dunque l'avo capostipite non era mai divenuto, ai sensi della normativa ratione temporis applicabile, cittadino italiano (nel caso di specie l'art. 34 del codice del 1837 - vedi meglio infra) e chiedendo, comunque, in subordine, Per_14 un'integrazione/acquisizione documentale ex artt. 210 (con ordine di esibizione) e/o 213 c.p.c. (con richiesta di informazioni alla P.A.) al fine di accertare l'assenza di cause di estinzione della cittadinanza italiana invocata e insistendo, in caso di accoglimento del ricorso, per la compensazione integrale delle spese di giudizio
Con nota di trattazione il ricorrente contestava le controdeduzioni di parte resistente. In particolare evidenziava che il capostipite, essendo morto dopo la nascita dello Stato italiano, aveva acquisito la cittadinanza italiana e l'aveva dunque trasmessa alla discendenza.
Il Pubblico Ministero, ritualmente avvisato, è intervenuto chiedendo l'accoglimento del ricorso.
All'esito dell'udienza di discussione ex art. 127 ter c.p.c., tenuto conto anche delle note di trattazione depositate dalle parti costituite, la causa veniva trattenuta in decisione ex art. 281 sexies c.p.c..
CONSIDERAZIONI DI DIRITTO
La competenza territoriale
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Corretta è l'individuazione del Giudice territorialmente competente.
La competenza territoriale “diffusa” (rispetto alla precedente “concentrata” presso il Tribunale di Roma (in applicazione della regola del foro del convenuto ) è stata disposta Controparte_1 dall'art. 1, comma 36 della Legge 26 novembre 2021, n. 206 (Delega al Governo per l'efficienza del processo civile e per la revisione della disciplina degli strumenti di risoluzione alternativa delle controversie e misure urgenti di razionalizzazione dei procedimenti in materia di diritti delle persone e delle famiglie nonché in materia di esecuzione forzata) che ha modificato i criteri di ripartizione della competenza per territorio.
Il comma 36 prevede, infatti, che “All'articolo 4, comma 5, del decreto-legge 17 febbraio 2017, n.
13, convertito, con modificazioni, dalla legge 13 aprile 2017, n. 46, è aggiunto, in fine, il seguente periodo: «Quando l'attore risiede all'estero le controversie di accertamento dello stato di cittadinanza italiana sono assegnate avendo riguardo al comune di nascita del padre, della madre
o dell'avo cittadini italiani»”.
In relazione alla vigenza temporale il comma 37 prevede che “Le disposizioni dei commi da 27 a
36 del presente articolo si applicano ai procedimenti instaurati a decorrere dal centottantesimo giorno successivo alla data di entrata in vigore della presente legge”.
Pertanto, a far data dal 22.06.22, in caso di ricorrenti residenti all'estero, la competenza del Tribunale si è spostata, dal Tribunale di Roma, al Tribunale del Distretto di Corte d'Appello ove ha sede il comune di nascita dell'avo capostipite.
Nell'ambito del Tribunale distrettuale, risultano competenti le Sezioni Specializzate in materia di immigrazione, protezione internazionale e libera circolazione dei cittadini dell'Unione europea con la legge 13 aprile 2017, n. 46 presso i tribunali ordinari del luogo nel quale hanno sede le Corti d'Appello.
Dette Sezioni specializzate sono ora, infatti, competenti per territorio, in base all'art 4 comma 5 del Decreto-legge 17 febbraio 2017, n. 13 secondo cui “Le controversie di cui all'articolo 3, comma 2, sono assegnate secondo il criterio previsto dal comma 1, avendo riguardo al luogo in cui
l'attore ha la dimora. Quando l'attore risiede all'estero le controversie di accertamento dello stato di cittadinanza italiana sono assegnate avendo riguardo al comune di nascita del padre, della madre
o dell'avo cittadini italiani.”
Nel caso di specie l'avo era nato, come visto in premessa, in Liguria, nel Comune di
LANGASCO (GE) e da ciò discende la competenza di questo Tribunale, in composizione monocratica, sezione specializzata in materia di immigrazione e protezione internazionale.
***
L'interesse ad agire
Ciò precisato deve procedersi a verificare la sussistenza dell'interesse ad agire, in base al principio processuale sancito, anche, dall'articolo 100 c.p.c. che statuisce che “per proporre una domanda o per contraddire alla stessa è necessario avervi interesse”
Deve, innanzitutto, rammentarsi che la Suprema Corte (trattando della competenza del Tribunale ordinario sulle domande aventi ad oggetto l'accertamento dello status di cittadino in base alla riserva di legge contenuta nell'articolo 9 c.p.c.:) ha affermato che il diritto alla cittadinanza (che è
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un diritto soggettivo su cui si può pronunciare solo il Tribunale ordinario) è tutelabile immediatamente e incondizionatamente, indipendentemente da qualsiasi procedura amministrativa, tant'è che né la legge n. 91/1992, né i decreti applicativi della stessa, prevedono un obbligo da parte del soggetto interessato di presentare previamente una domanda amministrativa per il riconoscimento dell'acquisto della cittadinanza ex lege, né potrebbero farlo, in quanto ciò inciderebbe sulla possibilità da parte del soggetto interessato di chiedere immediatamente e in qualsivoglia momento – trattandosi di diritto imprescrittibile - il riconoscimento della suddetta situazione in sede giurisdizionale.
Alla luce di ciò è stato escluso che la presentazione della domanda in via amministrativa costituisca una condizione di procedibilità per la presentazione della domanda giudiziale, vertendosi, per l'accertamento del diritto soggettivo alla cittadinanza, in un sistema a doppio binario (cfr. Cass SSUU, Sentenza n. 28873 del 2008 che ha affermato che “non può ritenersi che la presentazione della domanda in via amministrativa costituisca una condizione di procedibilità per la presentazione della domanda giudiziale, trattandosi di accertare il diritto ad uno stato personale, non potendo l'assenza di certificazione amministrativa precludere il procedimento giurisdizionale di riconoscimento del diritto soggettivo perfetto, come tale oggetto della giurisdizione del giudice ordinario”).
In ossequio a tale principio la giurisprudenza di merito ha, più volte, statuito che sarebbe contrario al nostro ordinamento imporre al soggetto una scelta aprioristica sul mezzo da utilizzare per l'esercizio di un diritto soggettivo attinente a uno status della persona ed ha, quindi, affermato che: "La previsione di un apposito procedimento amministrativo disciplinato dal DPR n. 572/1993 non preclude la tutela davanti al giudice ordinario, essendo facoltà dell'interessato richiedere una certificazione dell'autorità amministrativa, ovvero una pronuncia del giudice ordinario che accerti il proprio status di cittadino, e che la legge n. 91/92 sulla cittadinanza, del quale il citato d.p.r. è attuativo, non impone affatto all'interessato una preventiva richiesta alla competente autorità consolare al fine del riconoscimento della condizione di cittadino (cfr.
Tribunale Ordinario di Roma, Sez. XVIII Civile, ordinanza del 02.11.2018, nonchè del 23.10.2019).
Sul punto bisogna, inoltre, rammentare che, ai sensi dell'art. 2 della Legge n. 241 del 7.08.1990, qualsiasi procedimento amministrativo deve essere concluso entro termini determinati e certi, e anche la mera incertezza in ordine alla sua definizione e/o il decorso di un lasso temporale irragionevole rispetto all'interesse vantato (nel caso di specie quello riguardante l'interesse a ottenere il riconoscimento dello status civitatis italiano iure sanguinis), comporta una implicita e concreta lesione dello stesso integrando l'interesse a ricorrere alla tutela giurisdizionale.
In materia di riconoscimento di cittadinanza il termine per la conclusione del procedimento amministrativo è stabilito, dall'art. 3 del D.P.R. 18 aprile 1994, n. 362 (Regolamento recante disciplina dei procedimenti di acquisto della cittadinanza italiana) in 730 giorni.
Nel dettaglio, in base all'art. 14 D.Lgs. 300/1999, richiamato dal D.P.R. 398/2001, il riconoscimento e la tutela dello status civitatis incombe sul , che, con Controparte_1 circolare n. K.28/1 dell'8 aprile 1991, ha previsto che i discendenti di cittadini italiani emigrati all'estero possano richiedere il riconoscimento della cittadinanza italiana presso le Autorità
Consolari del paese straniero di residenza, sulla scorta della documentazione attestante la loro discendenza da un cittadino italiano.
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Il termine di cui sopra è stato confermato con il D.P.C.M. del 17 gennaio 2014 n. 33 che ribadisce che la durata massima del procedimento amministrativo per l'accertamento del possesso della cittadinanza italiana iure sanguinis, da parte degli Uffici è pari a 730 giorni. Pt_22
In estrema sintesi le procedure di riconoscimento della cittadinanza italiana iure sanguinis o di revoca dello status civitatis italiano sono le seguenti:
- per i soggetti residenti all'estero (come nel caso in esame), sono di competenza dell'Autorità consolare, in relazione al luogo di residenza dell'interessato, ai sensi dell'art. 9 del D.P.R n. 200 del 05.01.1967;
- per i richiedenti che risiedano in Italia, l'eventuale possesso dello status civitatis italiano deve essere certificato, mediante attestazione, dal Sindaco del Comune italiano di residenza.
In entrambi i casi, la procedura si conclude con la certificazione di cittadinanza, rilasciata secondo le disposizioni dell'art. 16, comma 9, del D.P.R. 12 ottobre 1993, n. 572, senza adozione di alcun provvedimento da parte del , al quale è attribuita Controparte_1 esclusivamente l'attività di indirizzo, coordinamento e vigilanza sull'esatta applicazione delle norme concernenti l'acquisto, la perdita o il riacquisto della cittadinanza.
In relazione alla competenza amministrativa del deve osservarsi che lo Controparte_1 stesso è specificatamente competente nell'ambito della procedura finalizzata all'emanazione di un decreto, da adottarsi ai sensi degli artt. 7 e 8 della legge 5 febbraio 1992, n. 91 per l'attribuzione della cittadinanza nei confronti dello straniero che sia divenuto coniuge di un cittadino italiano e non ha un ruolo diretto nella procedura amministrativa per il riconoscimento del diritto soggettivo della cittadinanza per discendenza (pur restando, in questa sede giudiziaria, il contraddittore principale).
Deve rammentarsi che la giurisprudenza (tribunale di Roma Ordinanza 23/4/2020) ha affermato che “il decorso del termine di 730 giorni, in difetto di espressa previsione legislativa, non possa considerarsi una condizione di procedibilità, proponibilità o ammissibilità della domanda. Si deve ritenere infatti che le ipotesi di improcedibilità non possano essere oggetto di applicazione analogica o estensiva, giacché costituiscono sanzioni processuali limitative del diritto di azione”.
Il principio invero è stato reiteratamente ribadito dalla Giurisprudenza secondo cui “deve ritenersi che, con riferimento alla disposizione dell'art.3 del D.P.R. del 18 aprile 1994, n. 362, il decorso del termine di 730 giorni, in difetto di espressa previsione legislativa, non possa considerarsi una condizione di procedibilità, proponibilità o ammissibilità della domanda. Invero, muovendo dalla nozione di improcedibilità, quale conseguenza sanzionatoria di un comportamento procedurale omissivo, derivante dal mancato compimento di un atto espressamente configurato come necessario nella sequenza procedimentale, deve concludersi che detta sanzione debba essere espressamente prevista, giacché non si verte – in tema di sanzioni processuali – in materia suscettibile di applicazione analogica. Inoltre, poiché le disposizioni che prevedono condizioni di procedibilità o di ammissibilità, costituiscono una deroga all'esercizio del diritto di agire in giudizio garantito dall'art. 24 Cost., esse non possono neppure essere interpretate in senso estensivo” [cfr. sentenza Tribunale di Roma 14/02/2022; in senso conforme il costante orientamento del Tribunale di Roma, ex multis sentenze del 12/04/2022, del 31/01/2022, del 14/12/2021, del 23/04/2020, quest'ultima pubblicata sulla banca dati De Jure).
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Ciò è la conseguenza del fatto che, secondo la Cassazione, il diritto soggettivo alla cittadinanza costituisce uno status permanente ed imprescrittibile (cfr. Cass. n. 6205/2014, Cass. N.
20870/2011; Cass. n. 18089/2009) e l'incertezza in ordine alla definizione della richiesta di riconoscimento dello status civitatis ed il decorso di un lasso temporale irragionevole rispetto all'interesse vantato, comportante peraltro una lesione dell'interesse stesso, equivalgono ad un diniego di riconoscimento del diritto soggettivo, giustificando l'interesse a ricorrere alla tutela giurisdizionale [cfr. il costante orientamento del Tribunale di Roma, ex multis sentenze del
11.01.2012, 28.06.2016, 08.03.2017, 24/02/2017, 11/07/2018, 17/04/2018, 15/11/2018, 3/07/2019,
12839/2018, 29/01/2019, 12/06/2019 - Il Tribunale di Roma ha inoltre equiparato le azioni di stato di cui agli artt. 237 c.c. a quelle di accertamento della cittadinanza, concludendo nel senso di riconoscere anche per queste ultime la sussistenza dell'interesse ad agire quando si tratti di accertare una situazione giuridica oggettivamente destinata all'incertezza (cfr. Trib. Roma
28/10/2016).
La giurisprudenza di legittimità ha, peraltro, affermato che, nelle azioni di mero accertamento,
“l'interesse ad agire (...) consiste nella rimozione della situazione di incertezza che senza l'intervento del giudice non potrebbe essere eliminata: il pregiudizio deve essere concreto ed attuale, anche sopravvenuto all'atto impugnato, ma non deve necessariamente implicare la lesione di un diritto (…); è sufficiente uno stato di incertezza oggettiva sull'esistenza di un rapporto giuridico o sull'esatta portata dei diritti e degli obblighi da esso scaturenti;
in tal caso la rimozione di tale incertezza rappresenta un risultato utile, giuridicamente rilevante e non conseguibile se non con l'intervento del giudice (…)” (Cass., 20.1.2010, n. 919).
***
Se, pertanto, deve escludersi qualsiasi pregiudizialità amministrativa rispetto al ricorso alla tutela giudiziaria, resta comunque da valutare, in base ai generali principi processuali regolanti il procedimento contenzioso (non si verte, infatti, in una ipotesi di volontaria giurisdizione) la sussistenza, o meno, di un concreto ed attuale interesse ad agire in capo a parte ricorrente, definendo, quindi, quali siano i parametri per valutare la sussistenza o meno di detto interesse.
Deve, peraltro, evidenziarsi che l'assenza di interesse ad agire è rilevabile anche d'ufficio in ogni stato e grado del giudizio, in quanto tale interesse costituisce un requisito per la trattazione del merito della domanda al fine di evitare un'inutile attività processuale.
Deve anche aggiungersi che, in linea generale, la sua esistenza può anche sopravvenire in corso di causa, purché sia presente al momento della decisione.
Per farlo è opportuno procedere alla disamina delle situazioni di fatto maggiormente ricorrenti.
1) L'interesse di agire è senza dubbio sussistente qualora la domanda amministrativa, volta al riconoscimento dello status di cittadino, sia stata rigettata dall'amministrazione competente a seguito dell'esperimento del relativo procedimento amministrativo. In questi casi, infatti, sussiste certamente l'interesse a provocare un sindacato giurisdizionale avente ad oggetto alla correttezza dell'operato dell'amministrazione interpellata e quindi, in sostanza, l'accertamento giudiziario dello status di cittadino che si assume essere stato ingiustamente non riconosciuto.
2) Allo stesso modo l'interesse ad agire sussiste qualora l'amministrazione non si sia espressa, ricevuta l'istanza di riconoscimento, nei termini normativamente previsti. In tal
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caso il cittadino è certamente legittimato a ricorrere all'autorità giudiziaria per far valere il proprio diritto leso dall'inerzia dell'organo amministrativo.
3) Parimenti sussistente l'interesse ad agire nel caso in cui la domanda non sia stata nemmeno presentata in quanto, per prassi costante e legislativamente supportata, sarebbe comunque stata rigettata dal Consolato competente.
Questa è, innanzitutto, l'ipotesi per la quale i continuano a negare il Pt_23 riconoscimento della cittadinanza ai figli (e loro conseguenti discendenti) generati da donna cittadina italiana la quale abbia perso, prima del 1° gennaio 1948, la cittadinanza italiana per aver acquisito iure matrimonii (e senza concorso di volontà propria) la cittadinanza del marito, ovvero che non ha potuto trasmettere, sempre prima di tale data, la cittadinanza italiana alla propria prole. In tali ipotesi, infatti, le amministrazioni competenti dichiarano, anche nelle comunicazioni ufficiali, che tali donne, e soprattutto, per l'effetto, i loro discendenti, non hanno diritto alla cittadinanza italiana.
Il legislatore, infatti, non ha ancora recepito i principi giurisprudenziali dettati dalle
Sezioni Unite (più analiticamente riportate nei paragrafi successivi a cui si rinvia) e ha così precluso, in caso di trasmissione della cittadinanza (anche) per via materna prima del 1948, il riconoscimento della cittadinanza da parte degli organi amministrativi deputati. La Corte ha, come visto, evidenziato l'esistenza di un cosiddetto “doppio binario” in sede amministrativa e giurisdizionale per la tutela del diritto al riconoscimento della cittadinanza.
Ha, infatti, precisato che la richiesta in via amministrativa incontra i vincoli procedimentali posti dalla normativa tutt'ora vigente e rappresentati in primo luogo dalla necessità di acquisire la richiamata dichiarazione della donna volta al riacquisto della cittadinanza italiana. Inoltre, pur sussistendo la suddetta dichiarazione, l'art. 15 della legge 91/1992 impedisce che, in assenza di una riforma legislativa, possa farsi luogo, in sede amministrativa, alla diretta applicazione dei principi introdotti dalla sentenza n. 4466/2009, disponendo tale norma che: “L'acquisto o il riacquisto della cittadinanza ha effetto…dal giorno successivo a quello in cui sono adempiute le condizioni e le formalità richieste”. In forza di tale dettato normativo, in sede amministrativa la dichiarazione volta al riacquisto della cittadinanza può dunque produrre effetti solo per il futuro, a decorrere dal giorno successivo a quello in cui venga effettuata, restando esclusa la possibilità, pacifica ed ammessa invece in sede giurisdizionale, che la sua efficacia possa retroagire fino alla data di entrata in vigore della Costituzione, in conformità a quanto sancito dalle
Sezioni Unite della Cassazione. Si evidenzia, inoltre, che il richiamato limite di cui all'art. 15 della legge 91/1992, mentre permette, sulla base della ricordata dichiarazione, il riacquisto della cittadinanza ex nunc alla donna che l'aveva perduta in base all'art. 10, comma 3, della legge 555/1912, consente l'acquisto della cittadinanza italiana a decorrere dalla stessa data, per comunicazione di diritto ai sensi dell'art. 14 della legge 91/1992, solo ai figli ancora minori. Anche in questo caso la sussistenza dell'interesse ad agire appare evidente.
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Situazioni diverse sono, invece, quelle in cui non sussiste una contestazione, né preventiva, né successiva, né espressa né tacita, da parte dell'amministrazione in relazione al riconoscimento dello status di cittadino italiano.
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Si tratta dei casi in cui i ricorrenti, ove avessero presentato idonea e completa documentazione all'Autorità amministrativa (il Consolato territorialmente competente) avrebbero, ragionevolmente, potuto ottenere il riconoscimento della cittadinanza iure sanguinis.
4) Il caso di trasmissione per via esclusivamente maschile/paterna, ovvero per via femminile/materna ma successiva al primo gennaio 1948, dal momento che, astrattamente e normativamente, nulla osta al riconoscimento, per via amministrativa, della cittadinanza, l'interesse ad agire non può ritenersi implicitamente e automaticamente sussistente, soprattutto se la parte resistente, costituendosi, non abbia contestato l'astratto fondamento della domanda (e non abbia, dunque, giudizialmente avversato la stessa) limitandosi solo a chiedere e invitare il Tribunale a esaminare la documentazione prodotta per accertarne la completezza, esaustività e regolarità.
5) Ulteriore ipotesi è quella (invero tutt'altro che infrequente) riguardante i casi in cui gli interessati, anche e soprattutto nei casi di cui al precedente punto 4), asseriscono di non aver potuto depositare alcuna domanda di riconoscimento, per via di gravi e talvolta cronici ritardi nella gestione e definizione di detti procedimenti da parte di alcuni italiani. Pt_23
In relazione a tale ultima ipotesi la giurisprudenza di merito (Tribunale di Firenze
Ordinanza dell'11 maggio 2023 n. 2982/2023) ha affermato, quantomeno limitatamente ai Consolati italiani siti in Brasile, Argentina e Venezuela, la sussistenza dell'interesse ad agire anche in assenza di prova del tentativo di prenotazione del turno per la presentazione dell'istanza: “essendovi prova, derivante dal notorio, che presso i consolati - quantomeno in
Brasile Argentina e Venezuela-, le liste di attesa per il primo esame della domanda di cittadinanza superano anche i 10 anni. Sussiste quindi l'interesse ad agire, costituito dalla oggettiva situazione di incertezza derivante dal mancato esame della domanda nei termini previsti per legge, per il fatto strutturale e generalizzato che gli organi amministrativi deputati non risultano in grado di garantire, in maniera effettiva e tempestiva, il riconoscimento del diritto.
Una simile conclusione non è, tuttavia, nella sua assolutezza, condivisibile, perlomeno se pretenda di superare qualsivoglia adempimento dell'onere probatorio gravante sul ricorrente, ritenendo, di fatti, l'interesse ad agire in re ipsa sussistente, nel caso in cui il ricorrente provenga da specifici Stati e in primis da Brasile, Argentina e
Venezuela.
Non possono infatti, contrariamente a quanto affermato dal Tribunale fiorentino, ritenersi integrati i presupposti per ritenere processualmente sussistente il “fatto notorio”, con conseguente esonero dell'applicazione del principio generale dell'onere della prova
(gravante sul ricorrente in relazione alla dimostrazione della sussistenza del proprio interesse ad agire).
In linea generale, infatti “dovrebbe affermarsi la carenza di interesse ad agire giudizialmente per l'accertamento della cittadinanza italiana, poiché il riconoscimento dello status civitatis incombe sul e i ricorrenti avrebbero dovuto chiedere il Controparte_1 rilascio del relativo certificato o comunque il riconoscimento dello status all'autorità consolare presso il Paese di residenza, nella specie l'Argentina, sulla scorta della documentazione attestante la loro discendenza da un cittadino italiano, senza la necessità di adire l'Autorità Giudiziaria.
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Così delineate le ipotesi maggiormente ricorrenti, deve procedersi – tenendo conto delle deduzioni, sul punto, di parte ricorrente ed anche a prescindere dalle eccezioni di parte resistente - alla valutazione dell'interesse ad agire nel caso oggetto del presente giudizio.
Nel caso in esame si verte, congiuntamente, nell'ipotesi sub 4) e nell'ipotesi sub 5) – nessuna domanda di fatto è stata depositata al del paese di residenza - ma parte ricorrente Pt_24 non si è limitata a invocare “il fatto notorio” adducendo solo i risaputi e cronici ritardi dei Consolati italiani all'estero, ma ha anche dedotto e (a suo giudizio) documentato di aver tentato, di prenotare - tramite il sistema di prenotazione online Prenot@Mi - un appuntamento per presentare la documentazione idonea ad ottenere il riconoscimento del suo status civitatis italiano iure sanguinis senza, tuttavia, aver concluso l'operazione ed aver ottenuto una effettiva prenotazione non avendo il sistema informatico accettato l'inserimento/presa in carico della domanda in modalità informatica (cfr. documentazione prodotta).
A fronte dell'impossibilità di esperire la procedura amministrativa, ovvero di poterla esperire in tempi ragionevoli e non di per se stessi pregiudicanti il diritto azionato, la giurisprudenza di merito ha ritenuto sussistente il pieno interesse ad agire del ricorrente (ex multis, sentenza del
Tribunale di Roma n. 13209/2016 del 28.06.2016, n. 14013/2017 del 10.07.2017, n. 21563/2017 del 16.11.2017)
In senso sostanzialmente conforme si registra un'ulteriore recente pronuncia (Tribunale Firenze, Sez. Spec. Immigr., Prot. Inter. e Libera circ. UE, Sent., 10/01/2024, n. 66) secondo cui “Deve riconoscersi l'interesse ad agire dei ricorrenti, sussistendo una oggettiva situazione di incertezza, in tutte quelle situazioni in cui la P.A. non abbia esaminato la domanda nei termini previsti per legge o comunque quando non sia esigibile la richiesta di percorrere la via amministrativa atteso che la domanda sarebbe senz'altro rigettata sulla base di un orientamento interpretativo consolidato dell'(...) oppure ancora quando, da un punto di vista strutturale e generalizzato, gli organi amministrativi deputati non risultano in grado di garantire, in maniera effettiva e tempestiva, il riconoscimento del diritto).
L'impossibilità documentata e non solo addotta sulla base di un invocato “fatto notorio” - di prenotare, per un tempo indefinito, l'appuntamento per presentare la documentazione necessaria a ottenere il riconoscimento della cittadinanza iure sanguinis, è certamente parificabile a un diniego sostanziale, tacito e immotivato del riconoscimento della stessa e rende, dunque, concreto ed attuale l'interesse ad agire del ricorrente.
Deve, tuttavia, valutarsi se effettivamente, come sostiene parte ricorrente, la documentazione prodotta sia sufficiente a comprovare di aver presentato effettivamente una domanda
(corredata della necessaria documentazione) senza aver ottenuto, nei termini di legge (o comunque in termini congrui) una risposta da parte del ovvero quantomeno sia tale Pt_24 da comprovare l'assoluta impossibilità materiale di depositare la domanda stessa.
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Prima di valutare la documentazione prodotta dal ricorrente deve evidenziarsi che, su questo specifico aspetto, si è di recente pronunciata la Corte di Appello di GE, con la sentenza n.
1246/2024 del 16.10.2024 che ha accolto l'appello del nella parte in cui si Controparte_1 doleva della mancata declaratoria di inammissibilità del ricorso per difetto di interesse ad agire ex art. 100 c.p.c. in capo agli odierni appellati.
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La Corte che ha, innanzitutto, ribadito “che la previa proposizione dell'istanza alle competenti Autorità diplomatico – consolari, nel caso (quale è quello in esame) di acquisto della cittadinanza italiana iure sanguinis per via maschile, non si configura, nell'azione giudiziaria tesa ad ottenere il medesimo status, quale condizione dell'azione (in assenza di una apposita previsione di legge), bensì essa costituisce il necessario presupposto affinché possa ritenersi esistente l'interesse ad agire del discendente, nel caso in cui l'Amministrazione non valuti l'istanza entro il termine previsto dall'art. 3 del D.P.R. n. 362/94.
La Corte ha quindi dato atto della giurisprudenza di merito prodotta dagli appellati che stigmatizza “la situazione di grave ritardo in cui versano diversi Uffici consolari italiani all'Estero nella gestione delle domande di cittadinanza per discendenza (che) rappresenta un vulnus che fa sorgere l'interesse a rivolgersi all'Autorità giudiziaria in capo a chi abbia tentato, senza riscontro, di adire l'Amministrazione competente.
La Corte evidenzia che dalle sentenze di merito prodotte da parte appellata “si evince che, nelle fattispecie ivi prese in considerazione, i ricorrenti avevano preventivamente proposto un'istanza in sede amministrativa”
Preso atto di ciò la Corte, tuttavia, dichiara che, gli appellati “avrebbero dovuto essere considerati dal Tribunale di GE sprovvisti di interesse ad agire ex art. 100 c.p.c., per non aver fornito prova di aver presentato, prima di essersi rivolti al Giudice ordinario, una valida istanza alla
Autorità diplomatico – consolare”.
Ha infatti evidenziato la Corte (con dovizia di motivazione) che le e–mail inviate da un ricorrente
(ammissibili nonostante sia stata omessa la loro traduzione (v. Cass. n. 6093/13, Cass. n.
12525/15 e Cass. n. 12365/18), non possono considerarsi alla stregua di istanze rivolte all'Amministrazione idonee ad avviare il procedimento de quo, sia perché si tratta di mera posta elettronica ordinaria, sia perché non sono corredate della documentazione richiesta dal
D.P.R. n. 362/94.
In relazione alle “schermate versate in atti dagli originari ricorrenti, si osserva che esse, a prescindere dagli eventuali intenti strumentali adombrati dal , non consentono di CP_1 verificare se il tentativo di appuntamento sia stato effettuato rispetto alla richiesta di cittadinanza o rispetto ad uno degli altri servizi offerti dalla pagina web dell'Ambasciata italiana, ragion per cui esse appaiono scarsamente rilevanti ai fini della prova dell'interesse ad agire degli odierni appellati” aggiungendo - in relazione ad una specifica schermata ove si legge “Al momento non ci sono date disponibili per il servizio richiesto” e a un'altra ove si legge che
“Stante l'elevata richiesta i posti disponibili per il servizio scelto sono esauriti. Si invita a controllare con frequenza la disponibilità in quanto l'agenda viene aggiornata regolarmente” – che nel periodo tra i due accessi parrebbe che siano “stati resi disponibili appuntamenti per proporre l'istanza tesa ad ottenere la cittadinanza italiana iure sanguinis (sempre che, come detto sopra, l'avviso si riferisca proprio a tale servizio web offerto dall'Ambasciata italiana).
In relazione agli screeshot prodotti, pertanto, la Corte ha affermato che “le schermate della pagina web del servizio “Prenotami” del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale prodotte dagli appellati non sono sufficienti a dimostrare l'asserita impossibilità di prendere appuntamento con l'Ambasciata italiana (a Bogotà) per presentare l'istanza tesa ad ottenere la cittadinanza italiana iure sanguinis.
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Passando ora a prendere in considerazione il riscontro fornito dall'Ambasciata italiana a Bogotà all'istanza di accesso agli atti ex artt. 22 ss. l. 241/90 presentata dai difensori degli odierni appellati (cfr. docc. 19 e 20 di parte ricorrente in primo grado), si osserva che il fatto che l'Amministrazione abbia negato di aver mai ricevuto istanze tese ad ottenere la cittadinanza italiana iure sanguinis da parte dei conferma, e non smentisce, la tesi secondo cui essi non hanno fornito valida Pt_25 prova di aver correttamente esperito l'iter amministrativo prima di rivolgersi al Tribunale ordinario.
In ragione di quanto sopra la Corte ha affermato che “non avendo gli appellati dimostrato di aver mai proposto un'istanza all'Ambasciata italiana utilizzando debitamente i canali indicati nel sito web di quest'ultima, e non avendo nemmeno fornito prova di aver quantomeno tentato di contattare via PEC l'Autorità diplomatico – consolare trasmettendo la documentazione necessaria (ciò che, per ammissione dello stesso avrebbe eventualmente potuto CP_1 qualificarsi alla stregua di istanza idonea ad avviare il procedimento de quo), deve escludersi che, nel caso di specie, essi abbiano subito un pregiudizio tale da giustificare un loro interesse ad agire in sede giudiziaria a prescindere dalla svolgimento di un previo procedimento amministrativo”.
***
In applicazione dei suddetti condivisibili principi e tenuto conto della documentazione prodotta dalle parti deve affermarsi come nel caso di specie sia sussistente l'interesse ad agire in capo ai ricorrenti.
Nello specifico i ricorrenti, per comprovare la sussistenza del loro interesse ad agire, hanno prodotto, in allegato al ricorso, una serie di screenshot/schermate (una dozzina circa di schermate per ricorrente maggiorenne) tratte dal portale del Consolato italiano di riferimento da cui dovrebbe desumersi l'impossibilità di prenotare un appuntamento nonché una schermata dal sito del del 30.1.2023 con cui “Si informa l'utenza che la ricezione delle istanze di Parte_26 riconoscimento di cittadinanza italiana per discendenza, c.d. jure sanguinis (sia di cittadini maggiorenni i cui genitori siano già registrati presso questa Ambasciata sia di totale ricostruzione a partire dal capostipite emigrato dall'Italia) è momentaneamente sospesa per consentire la cura dei numerosi adempimenti connessi allo stato di emergenza nazionale in Peru' dovuto alle gravissime circostanze politico-sociali e di sicurezza nel Paese. Si informerà l'utenza non appena le circostanze consentiranno una riapertura del servizio”
Successivamente, con le note di trattazione il ricorrente depositava ulteriori schermate (circa 600 non divise ne indicizzate) oltre ad alcune mail inviate al da alcuni ricorrenti che Parte_26 chiedevano un appuntamento in quanto non erano riusciti ad ottenerlo dal sistema on-line con le risposte dell'Ambasciata che affermava che l'unico modo per ottenere gli appuntamenti era accedere al sistema Email_3
Prescindendo dalle decisioni richiamate (di cui nei paragrafi precedenti si è dato atto) non può non rilevarsi che le schermate in questa sede prodotte attestano, soltanto, che nel giorno di specifico accesso il servizio non era disponibile e che pertanto l'utenza veniva invitata, con frequenza, a riprovare
Parte ricorrente ha, tuttavia documentato di aver con frequenza e per un periodo di tempo abbastanza significativo tentato di effettuare la prenotazione on line (sebbene con una produzione documentale non indicizzata per ricorrete né riepilogata) nonchè di aver contatto diversamente il
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sebbene non avendo inviato una richiesta corredata da tutta la documentazione Pt_24 necessaria per ottenere la cittadinanza italiana iure sanguinis.
La documentazione prodotta da parte ricorrente, in conformità con i principi dettati dalla Corte di
Appello di GE, è pertanto sufficiente a consentire di ritenere sussistente, nel caso di specie,
l'interesse ad agire.
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La domanda di riconoscimento della cittadinanza italiana
Passando al merito della controversia parte ricorrente chiede il riconoscimento della cittadinanza iure sanguinis, per essere discendenti di un cittadino italiano per nascita ex art. 1, lett
a) della Legge 5 febbraio 1992, n. 91.
Deve, innanzitutto, rammentarsi che, in base al c.d. principio di effettività (indiscusso nel diritto internazionale) spetta a ciascuno Stato determinare le condizioni che una persona deve soddisfare per essere considerata investita della sua cittadinanza (v. Cass. Sez. 1 n. 9377-11 citata dalla stessa corte territoriale, ma v. pure, in ambito unionale, C. giust. 19-10-2004, Zhu).
Ciò è stato specificatamente chiarito dalle Sezioni Unite della Cassazione nelle due sentenze del 24.8.2022, la n. 25317 e la n. 25318 (le c.d. sentenze gemelle sulla grande naturalizzazione brasiliana del 1889) che hanno affermato che il principio di effettività delinea, in modo negativo, il confine della libertà degli Stati di accordare l'acquisto della cittadinanza a chi non presenti alcun vero punto di collegamento con l'insieme di rapporti nei quali si esprime la cittadinanza effettiva (o sostanziale) con la specificazione che il nesso di cittadinanza non può mai esser fondato su una fictio, implicando l'esistenza di un vincolo reale tra lo Stato e l'individuo. In questo senso certamente non può considerarsi una mera fictio il vincolo di sangue.
In questo senso la Corte ha chiarito che il principio di effettività viene - di norma - richiamato per inibire le c.d. decadenze arbitrarie della cittadinanza ove permangano comunque vincoli reali tra l'individuo e la realtà del proprio paese (cfr. C. giust. 2-3-2010, , causa C-135/08, in Per_15 relazione alle conseguenze della determinazione delle modalità di acquisto e perdita della cittadinanza su situazioni coinvolgenti cittadini comunitari, come tali ricadenti nell'ambito del diritto della UE); ovvero per contenere gli effetti di possibili previsioni di diritto interno che, in modo discrezionale (come nel diritto del Paesi Bassi) contemplino casi di perdita della cittadinanza per i discendenti al venir meno di criteri di collegamento tra la persona e lo Stato.
Deve peraltro rammentarsi che le ipotesi (previste dalle singole legislazioni) di decadenze e perdite della cittadinanza sono e restano comunque teoricamente ammissibili, anche perché rispondenti a un significato più completo del concetto di cittadinanza, incentrato su una trama di rapporti concreti tra una persona e una comunità e per questo ritenute non incompatibili col diritto dell'Unione, purché nel rispetto dei limiti di proporzionalità e purché sia escluso il rischio di apolidia (v. C. giust. 12-3-2019, Tjebbes, causa C-221/17).
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I principi generali regolatori la materia
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Ciò precisato deve affermarsi che la cittadinanza è una qualità (uno status), attribuita dalla legge, che indica l'appartenenza di un soggetto a uno Stato ed a essa corrisponde un patrimonio variabile di diritti e doveri di matrice pubblica e costituzionale.
Sul punto la Corte di cassazione (nelle due già richiamate sentenze gemelle del 24.8.2022, la n.
25317 e la n. 25318) ha sottolineato che l'ordinamento giuridico italiano “mantiene per tradizione un approccio conservatore, senza alterazioni sostanziali rispetto al prevalente criterio di acquisizione della cittadinanza iure sanguinis, praticamente immutato fin dal cod. civ. del 1865 secondo un impianto ereditato prima dalla l. n. 555 del 1912 e poi dalla attuale l. n. 91 del 1992.
L'acquisto fondamentale è a titolo originario per nascita.
Fino al 1992 ciò equivaleva a dire che è cittadino italiano chi sia figlio di padre cittadino, oppure, quando il padre è ignoto (o apolide), chi sia figlio di madre cittadina.
Una tale formula ha nella sostanza caratterizzato le leggi nazionali nell'arco del divenire storico che qui rileva: artt. 4 e 7 del cod. civ. del 1865, art. 1 della l. n. 555 del 1912.
Il quadro è mutato solo con la legge n. 91 del 1992, frutto di una sopravvenuta maturazione costituzionale, ma semplicemente nel senso che è cittadino per nascita – oggi – chi sia figlio di padre o di madre cittadini, ovvero chi sia nato nel territorio della Repubblica se entrambi i genitori sono ignoti o apolidi (o se non segua la loro cittadinanza in base alla legge dello Stato di appartenenza).
Guardando alle prime manifestazioni della volontà legislativa esternata dalla legislazione precostituzionale, non è dubitabile che il legislatore italiano si sia espresso in termini di sostanziale continuità di scopo e di intenti;
ed è infatti comunemente accettata l'opinione che vede nella l. n. 555 del 1912 un semplice punto di perfezionamento della disciplina già insita nelcodice civile del 1865.
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La normativa di riferimento
Antecedentemente all'entrata in vigore della Legge 5 febbraio 1992, n. 91 (“Nuove norme sulla cittadinanza”), la disciplina normativa che definiva il riconoscimento della cittadinanza italiana era stata regolata, nel Regno di Sardegna, dal codice civile del 1837 (Codice Albertino), quindi dal
Codice Civile del Regno D'Italia del 25.06.1865 entrato in vigore il 1° gennaio 1866 (codice abrogato del 1865);
Successivamente, in considerazione del fenomeno della migrazione della fine del secolo XIX, la disciplina veniva trasfusa – come era prassi fare – in apposite leggi e segnatamente prima nella legge sulle migrazioni del 31 gennaio 1901 n. 23, poi nella legge 17 maggio 1906 n.217. e infine nella legge n. 555 del 13 giugno 1912 tutte in linea di assoluta continuità normativa.
L'impianto della disciplina della cittadinanza si è sempre fondato, come detto, sulla trasmissione jure sanguinis.
In particolare, all'art. 19 del Codice Albertino si dichiarava testualmente: “il figlio nato in [...] padre godente tuttora ne' Regni Stati de' diritti civili inerenti alla qualità di suddito è pure suddito, e ne gode tutti i diritti”.
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Da ciò deriva che i figli dei cittadini del Regno di Sardegna (cosiddetti regnicoli) nati all'estero mantenevano la cittadinanza regnicola.
La circostanza della trasmissione jus sanguinis della cittadinanza veniva altresì riaffermata dall'art. 4 del Codice Civile del 1865 “E' cittadino il figlio di padre cittadino”.
Considerato inoltre che il è subentrato, in qualità di Stato successore, al Regno CP_22 di Sardegna, quale Stato predecessore, tutti i cittadini appartenenti al Regno di Sardegna hanno alla data del 17 marzo 1861 (Unità d'Italia) acquisito automaticamente la cittadinanza italiana anche in base ai principi di diritto internazionale consuetudinario (oggetto di successiva codificazione contenuta nell'art. 21 della risoluzione 63/118 adottata dall' Assemblea Generale delle Nazioni Unite l' 11 dicembre 2008 “lo Stato successore deve attribuire la propria nazionalità a tutte le persone che, alla data della successione degli Stati, possedevano la nazionalità dello Stato predecessore”)
Coloro che erano nati nell'allora Regno di Sardegna, dunque prima dell'unificazione d'Italia, furono, dopo l'unificazione considerati automaticamente cittadini italiani, anche se emigrati,
a condizione che, al momento in cui lo Stato preunitario di provenienza era entrato a far parte del
, non avessero perso la cittadinanza sabauda anche acquisendo una CP_22 cittadinanza straniera.
Un tale principio risulta confermato anche del Ministero dell'Interno nella pubblicazione “La Cittadinanza Italiana – La Normativa, Le Procedure, Le Circolari” dove alla pagina 9 viene espressamente riportato …“Può capitare, poi, che l'ascendente dante causa, sia emigrato dall'Italia antecedentemente alla costituzione dell'unità d'Italia, con passaporto di uno Stato preunitario. Tale circostanza può ritenersi non ostativa al riconoscimento della cittadinanza italiana. Infatti, il Codice Civile del 1865, che regolava la materia della cittadinanza antecedentemente alla legge 13.6.1912, n. 555, non escludeva dal possesso della cittadinanza italiana i soggetti emigrati prima della costituzione del . Tuttavia, è da sottolineare CP_22 che i nati prima del 1861 ed emigrati in uno Stato estero possono essere considerati cittadini italiani soltanto dal momento in cui lo Stato preunitario di provenienza risulti entrato a far parte del . Se, invece, al momento dell'eventuale naturalizzazione straniera, o alla CP_22 data del loro decesso, lo Stato preunitario di appartenenza non fosse stato ancora inglobato nel
Regno , costoro devono considerarsi non aver mai conseguito la cittadinanza italiana...”. CP_22
Tali concetti devono quindi ritenersi consolidati trovando il loro presupposto, come visto, nei principi del Codice Albertino del 1837 e del Codice Civile del Regno d'Italia del 1865 e traendo, inoltre, la loro conferma dalla circostanza che l'art. 11 del Codice Civile del 1865, che regolava i casi di perdita di cittadinanza, non escludeva dal possesso della cittadinanza italiana i soggetti emigrati prima della costituzione del . CP_22
All'opposto, se l'avo emigrato si fosse naturalizzato straniero o fosse deceduto prima del 17 marzo del 1861, lo stesso non avrebbe mai potuto trasmettere la cittadinanza italiana ai propri discendenti non avendola mai posseduta nemmeno lui;
***
Come detto, tutte le normative succedutesi nel tempo si fondavano sul principio della trasmissione iure sanguinis della cittadinanza italiana, ma solo per via paterna.
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L'art. 1 della Legge n. 555 del 13 giugno 1912 ha confermato, infatti, come titolo principale e originario, di acquisizione della cittadinanza italiana, la trasmissione iure sanguinis solo per via paterna.
Detta norma è stata dichiarata incostituzionale dalla Corte costituzionale con la sentenza del 9 febbraio 1983, n. 30 nella parte in cui “non prevede che fosse cittadino per nascita anche il figlio da madre cittadina”, riconducendo ai valori costituzionali la previgente disciplina legislativa sullo status civitatis, così consentendo la possibilità di acquisto della cittadinanza italiana per linea materna.
Invero, in precedenza, la medesima Corte Costituzionale- con la Sentenza n. 87 del 9 aprile 1975
– aveva dichiarato costituzionalmente illegittimo, per violazione degli art. 3 e 29 Cost., l'art. 10 L. 555/1912 nella parte in cui “prevedeva la perdita della cittadinanza italiana indipendentemente dalla volontà della donna che si sposava con cittadino straniero”.
In particolare:
Con la sentenza n.87 del 1975, la Corte, dichiarando la illegittimità costituzionale della L. n. 555 del 1912, art. 10, comma 3, ha ritenuto tale disciplina discriminatoria dell'uguaglianza tra uomo e donna e violativa non solo dell'art. 3 Cost., ma anche del principio di uguaglianza dei coniugi e dell'unità familiare di cui all'art. 29 Cost., potendo indurre la donna, per non perdere il proprio stato di cittadina, "a non compiere l'atto giuridico del matrimonio o a sciogliere questo una volta compiuto", prevedendo la stessa norma, sul punto non dichiarata illegittima, il riacquisto della cittadinanza per il successivo scioglimento del vincolo coniugale, la cui permanenza era il presupposto giuridico del perdurare della perdita dello stato di cittadina, anche nel precedente regime.
Con la sentenza n.30 del 1983, dichiarando l'illegittimità dell'art.1 n.1 della L.555/1912, la Corte ha affermato che la norma, infatti, con il prevedere l'acquisto originario, da parte del figlio, soltanto della cittadinanza del padre, ledeva da più punti di vista la posizione giuridica della madre nei suoi rapporti con lo Stato e con la famiglia. In particolare, ha spiegato che non può contestarsi l'interesse, giuridicamente rilevante, di entrambi i genitori a che i loro figli siano cittadini, e cioè membri di quella stessa comunità statale di cui essi fanno parte e che possano godere della tutela collegata a tale appartenenza. Ha anche aggiunto che la disciplina di cui all'art. 1 della suddetta legge lede la posizione della madre nella famiglia, se si considera la parità nei doveri e nella responsabilità verso i figli ormai affermata negli ordinamenti giuridici del nostro tempo.
Sulla base di dette pronunce, recepite dalla nuova legge sulla cittadinanza, è stato, pertanto, stabilito il diritto della moglie a mantenere la cittadinanza italiana anche in caso di matrimonio con cittadino straniero, e il diritto del figlio di acquisire la cittadinanza della madre
In relazione agli ambiti applicativi di dette pronunce si formarono due orientamenti giurisprudenziali.
Secondo un primo orientamento gli effetti (“favorevoli”) delle due sentenze si potevano produrre solo a decorrere dalla data di entrata in vigore della Costituzione;
secondo altro opposto orientamento nessun limite temporale poteva essere fissato dalla approvazione della Carta costituzionale.
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La Corte di Cassazione, con pronunce a Sezioni Unite n.4466 e 4467 del 2009, ha riconosciuto, come già accennato, che anche per le situazioni preesistenti all'entrata in vigore della Costituzione deve ritenersi che il diritto di cittadinanza sia uno status permanente e imprescrittibile, giustiziabile in ogni tempo se la sua illegittima privazione perdurasse anche dopo l'entrata in vigore della Costituzione a causa di una norma discriminatoria dichiarata incostituzionale.
Le sentenze, pur condividendo il principio del primo orientamento dell'incostituzionalità sopravvenuta - secondo il quale le norme precostituzionali producono effetto soltanto sulle situazioni non ancora esaurite alla data del 1.1.1948, non potendo retroagire oltre l'entrata in vigore della Costituzione - ha affermato, appunto, che il diritto di cittadinanza in quanto status permanente ed imprescrittibile (fatta salva l'estinzione per effetto della rinuncia dell'avente diritto) è giustiziabile in ogni tempo (anche in caso di pregressa morte dell'ascendente o del genitore dai quali deriva il riconoscimento) per l'effetto perdurante, anche dopo l'entrata in vigore della Costituzione, dell'illegittima privazione dovuta alla norma discriminatoria dichiarata incostituzionale.
Nello specifico le Sezioni Unite hanno affermato che “lo stato di cittadino è permanente ed ha effetti perduranti nel tempo che si manifestano nell'esercizio dei diritti conseguenti;
esso, come si è rilevato può perdersi solo per rinuncia, così anche nella legislazione previgente (art. 8 n. 2
L. 555/1912) (….) Perciò correttamente si afferma che lo stato di cittadino, effetto della condizione di figlio, come questa, costituisce una qualità essenziale della persona, con carattere di assolutezza, originarietà, indisponibilità ed imprescrittibilità, che lo rendono giustiziabile in ogni tempo e di regola non definibile come definito o chiuso, se non quando risulti denegato o riconosciuto con sentenza passata in giudicato”.
Ed ancora che “la titolarità della cittadinanza italiana va riconosciuta in sede giudiziaria, indipendentemente dalla dichiarazione resa dall'interessata ai sensi della L. n. 151 del 1975, art. 219, alla donna che l'ha perduta per essere coniugata con cittadino straniero anteriormente al
1 gennaio 1948, in quanto la perdita senza la volontà della titolare della cittadinanza è effetto perdurante, dopo la data indicata, della norma incostituzionale, effetto che contrasta con il principio della parità dei sessi e della eguaglianza giuridica e morale dei coniugi (artt. 3 e 29 Cost.). Per lo stesso principio, riacquista la cittadinanza italiana dal 1° gennaio 1948, anche il figlio di donna nella situazione descritta, nato prima di tale data e nel vigore della L. n. 555 del 1912, determinando il rapporto di filiazione, dopo l'entrata in vigore della Costituzione, la trasmissione a lui dello stato di cittadino, che gli sarebbe spettato di diritto senza la legge discriminatoria”.
Le norme precostituzionali, riconosciute illegittime dalle sentenze di cui sopra sono, pertanto, inapplicabili e non hanno più effetto dal 1° gennaio 1948 sui rapporti su cui ancora incidono, se permanga la discriminazione delle persone per il loro sesso o la preminenza del marito nei rapporti familiari, sempre che vi sia una persona sulla quale determinano ancora conseguenze ingiuste, ma giustiziabili, cioè tutelabili in sede giurisdizionale.
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Nel 1992 il legislatore ha abrogato la legge del 1912, riscrivendo l'intera normativa con la Legge 5 febbraio 1992, n. 91 (“Nuove norme sulla cittadinanza”).
L'art. 1 prevede che sia «cittadino per nascita: a) il figlio di padre o di madre cittadini […]».
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Tale disposizione (confermando un principio già sancito dall'art. 1 della previgente Legge 15 giugno 1912, n. 555 e corretto dall'intervento della sentenza costituzionale del 9 febbraio 1983, n. 30), riconosce la cittadinanza iure sanguinis (ossia per nascita) in favore dei discendenti in linea retta di cittadini italiani, di sesso maschile o femminile, anche emigrati all'estero ( ovvero chi sia nato nel territorio della Repubblica se entrambi i genitori sono ignoti o apolidi o se non segua la loro cittadinanza in base alla legge dello Stato di appartenenza)-
Come affermato dalla Cassazione nelle “sentenze gemelle” del 2022, “il peso della scelta ispirata ai legami di sangue (per l'appunto iure sanguinis), rispetto ad altri indici di legame tra la persona e il territorio (iure loci o, come anche si dice, iure soli, più o meno temperati da requisiti e condizioni aggiunte), ha giustificato (e tuttora in parte giustifica, nella legge n. 91 del 1992) una decisa restrizione delle possibilità di acquisto della cittadinanza di chi non vanti ascendenti italiani, ma anche una altrettanto decisa restrizione delle possibilità di ravvisare fattispecie estintive della cittadinanza degli italiani all'estero.
È un fatto assolutamente ovvio, da quest'ultimo punto di vista, che l'istituto della perdita della cittadinanza italiana può dipendere solo dalla legislazione nazionale, secondo le previsioni in questa pro tempore rinvenibili, non mai invece da decisioni attuate in un ambito ordinamentale straniero.
Proprio da ciò è originato il riconoscimento dei fenomeni di doppia cittadinanza, d'altronde armonici con lo sviluppo e l'evoluzione del diritto internazionale. Fenomeni dei quali l'ordinamento attuale (con la citata l. n. 91 del 1992) tende semmai a risolvere le ipotetiche conseguenti situazioni di conflitto.
Peraltro la Cassazione ha rammentato che “della rilevanza di tali fenomeni di doppia cittadinanza abbia dato atto pure (e finanche all'epoca) la tanto evocata sentenza della Corte di cassazione di
Napoli del 1907.
La possibilità di aversi nel tempo “una duplice nazionalità” venne già allora considerata una
“conseguenza inevitabile (..) del concetto della sovranità, che include necessariamente le note di autonomia ed indipendenza di ciascuna di esse nel proprio territorio”.
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I principi processuali sull'onere della prova
L'onere della prova di chi richiede il riconoscimento della cittadinanza italiana è, pertanto, incentrato sulla dimostrazione della linea – continua - di trasmissione, restando fatta salva solo l'estinzione per effetto di rinuncia (conformemente a Cass. Sez. U n. 4466-09).
Ove la cittadinanza sia rivendicata da un discendente, in base ai principi di ripartizione dell'onere della prova, spetta a lui dimostrare, soltanto, di essere (appunto) discendente di un cittadino italiano;
incombe, viceversa, sulla controparte statale, che ne abbia fatto specifica eccezione, la prova dell'evento interruttivo della linea di trasmissione.
Come sinteticamente spiegato dalla Corte di Cassazione a Sezioni Unite nel 2022:
La cittadinanza per fatto di nascita si acquista a titolo originario.
Lo status di cittadino, una volta acquisito, ha natura permanente ed è imprescrittibile.
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Esso è giustiziabile in ogni tempo in base alla semplice prova della fattispecie acquisitiva integrata dalla nascita da cittadino italiano.
Donde la prova è nella linea di trasmissione.
Resta salva solo l'estinzione per effetto di rinuncia (v. già Cass. Sez. U n. 4466-09).
Ne segue che, ove la cittadinanza sia rivendicata da un discendente, null'altro – a legislazione invariata - spetta a lui di dimostrare salvo che questo: di essere appunto discendente di un cittadino italiano; mentre incombe alla controparte, che ne abbia fatto eccezione, la prova dell'evento interruttivo della linea di trasmissione.
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Il caso in esame
Con la produzione dei certificati di nascita, matrimonio e morte di tutti gli avi e ascendenti, parte ricorrente ha adempiuto all'onere probatorio su di lei gravante comprovando la diretta discendenza dei ricorrenti dall'avo cittadino italiano emigrato in terra straniera.
Ha, infatti, documentato, con le allegazioni dei certificati e/o estratti di nascita, battesimo, matrimonio, morte, che i ricorrenti discendono tutti, tramite plurime linee di trasmissione, da capostipite emigrato in Perù. Persona_3
Alla luce della documentazione prodotta, pertanto, parte ricorrente ha comprovato la continuità della linea di discendenza e, quindi, di trasmissione iure sanguinis della cittadinanza italiana come sopra richiamata nella premessa della presente decisione.
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Parte resistente, dal canto suo, non ha contestato la ricostruzione genealogica di cui sopra e dunque la linea continua di trasmissione, essendosi limitata ad invitare il Tribunale a controllarla, anche con riferimento alla documentazione probatoria prodotta, limitandosi a chiedere, in caso di accoglimento della domanda, di compensare le spese di giudizio.
Invero parte resistente ha anche chiesto di procedere ad effettuare una integrazione istruttoria ex artt. 210 e/o 213 c.p.c., ordinando a parte ricorrente di esibire documentazione ulteriore (o chiedendone comunque al giudice l'acquisizione agli atti).
L'Avvocatura dello Stato ha chiesto, infatti, l'acquisizione dell'estratto di leva (ovvero il documento equipollente nell'ordinamento estero) di tutti gli ascendenti (maschi) degli odierni ricorrenti (come pure degli odierni ricorrenti, in tanto in quanto nati entro l'abrogazione, per effetto della legge n. 92/1991, della l. n. 555/1912) e dell'estratto contributivo (ovvero il documento equipollente nell'ordinamento estero) degli ascendenti degli odierni ricorrenti (come pure degli odierni ricorrenti, in tanto in quanto nati entro l'abrogazione, per effetto della l.. n. 92/1991, della l.
n. 555/1912);
A supporto della richiesta ha evidenziato la documentazione sollecitata assumeva rilievo alla luce del dato normativo per il quale la prestazione del servizio militare per paese estero si qualificava come ragione di perdita della cittadinanza italiana (ex art. 11 CC 1865 ed ex art. 8 l. n.
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555/1912) al pari che per la assunzione di impieghi pubblici (da intendersi come incarichi alle dipendenze del Governo estero, come chiarito dalla pronuncia della Cassazione a Sezioni Unite del 2022 sulla grande naturalizzazione brasiliana).
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Prima di valutare l'ammissibilità della richiesta deve richiamarsi l'evoluzione normativa sul punto perdita e/o decadenza della cittadinanza italiana per un pubblico impiego o per aver svolto servizio militare all'estero.
L'Art. 11 del Codice civile 1865 disponeva che: “La cittadinanza si perde … da colui che, senza permissione del governo, abbia accettato impiego da un governo estero, o sia entrato al servizio militare di potenza estera”. Detta norma è stata successivamente abrogata dall'art. 35 della Legge 31 gennaio 1901, n. 23.
L'Art. 8 della legge 555/1912 disponeva che “Perde la cittadinanza … chi, avendo accettato impiego da un Governo estero od essendo entrato al servizio militare di potenza estera, vi persista nonostante l'intimazione del Governo italiano di abbandonare entro un termine fissato l'impiego o il servizio”;
L'Art. 12 Legge 91/1992 sancisce che “Il cittadino italiano perde la cittadinanza se, avendo accettato un impiego pubblico od una carica pubblica da uno Stato ovvero prestando servizio militare per uno Stato estero, non ottempera, nel termine fissato, all'intimazione che il
Governo italiano può rivolgergli di abbandonare l'impiego, la carica o il servizio militare.”
Deve aggiungersi che sul punto la Corte di Cassazione a Sezioni Unite (n.25318/2022) ha rilevato che la ratio della norma del 1865, era da ricercarsi nella “tradizione nazionale francese
(essendo l'origine della norma rinvenibile, come quasi tutte quelle del codice civile del 1865, nel codice napoleonico del 1804): una tradizione refrattaria a che il cittadino potesse svolgere pubbliche funzioni all'estero tali da imporre l'assunzione di obblighi di gerarchia e fedeltà verso lo
Stato straniero, di natura stabile e tendenzialmente definitiva.
La ratio è esplicitata anche nei lavori preparatori del testo del progetto del codice dell'Italia unita, e in particolare nella parte della relazione con cui, a proposito della fattispecie estintiva, si scrisse che nessuno può “conciliare i doveri verso il proprio Governo col servire a Governo straniero, sia nella milizia, sia in uffici pubblici”.
Evidente, quindi, che la norma imponesse un forte limite restrittivo verso lo svolgimento, da parte del cittadino, di attività (quali il servizio militare o le cariche o gli uffici pubblici) necessariamente implicanti giuramenti di fedeltà a governi esteri in quanto tali;
sì che la cittadinanza si sarebbe perduta, in questi casi, ipso iure, salva “permissione” del governo nazionale.
Le normative successive a quella del 1865 (in vigore dal 1.1.1866) hanno attenuato detto “antico e tradizionale rigore” disponendo che la perdita/decadenza della cittadinanza italiana derivi non solamente dall'accettazione di un impiego pubblico presso uno Stato straniero o dall'effettuaizone del servizio militare, ma anche la mancata ottemperanza all'intimazione che il Governo italiano potrebbe rivolgere al proprio cittadino.
E' dunque evidente che, dopo l'abrogazione dell'art. 11 del codice del 1865, non sia sufficiente documentare l'impiego pubblico/carica pubblica o l'effettuazione del servizio militare (peraltro
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volontario) da parte di un avo, ma debba anche essere comprovata l'inottemperanza all'intimazione eventualmente ricevuta dal Governo Italiano.
Altrettanto evidente che se possa ritenersi, per la parte resistente pubblica (il ) Controparte_1 immediato e agevole documentare l'eventuale professione degli avi, non così documentare le eventuali intimazioni governative notifcate
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Ciò precisato, deve osservarsi che in base alle regole di ripartizione dell'onere della prova come delineato anche dalle Sezioni Unite, sarebbe stato comunque onere di parte resistente – prima di sollecitare l'acquisizione ex officio o tramite invito al ricorrente, documentare, quantomeno, un principio di prova sul punto (relativo quantomeno alla professione degli avi riservandosi, in caso di prova del pubblico impiego o del servizio miliare, di produrre l'eventuale intimazione emessa dopo il 1901).
Richiedere l'esibizione della indicata documentazione pertinente e comprovante, se positiva, la sussistenza di possibili cause estintive del diritto di cittadinanza invocato, non può ritenersi istanza processualmente accoglibile, anche perché comporterebbe una inversione degli oneri probatori come delineati anche dalla giurisprudenza di legittimità, peraltro a Sezioni Unite.
Per far diversamente concludere non può nemmeno invocarsi il principio di vicinanza o prossimità della prova, in forza del quale, nel caso di specie, la esibizione e/o produzione spetterebbe a parte ricorrente in quanto, per essa, di più agevole disponibilità.
Invero non può con certezza affermarsi che una parte privata (parte ricorrente) rispetto ad una parte pubblica (l'Autorità Consolare opportunamente richiesta di collaborazione dal Ministero resistente, magari attraverso il Ministero degli Affari Esteri), possa avere una reale maggiore facilità, ad acquisire, da una Autorità straniera, la documentazione sollecitata dalla Avvocatura di Stato.
Parte resistente, per poter invocare l'applicazione del principio di vicinanza (peraltro non invocabile in relazione alla eventuale intimazione emessa dal Governo italiano) della prova avrebbe dovuto almeno documentare di aver tentato di adempiere al proprio onere della prova
(rectius di allegazione), dimostrando di aver effettuato un tentativo di acquisizione diretta della documentazione presso l'Autorità estera competente anche tramite i canali consolari.
Sul punto l'Avvocatura ha affermato di aver richiesto all'Autorità consolare la trasmissione (per una successiva produzione in giudizio) della documentazione di cui sopra, affermando che il Pt_24 gli aveva risposta che la documentazione richiesta non era in suo possesso.
In relazione a detta affermazione deve rilevarsi non solo che l'Avvocatura non ha depositato la risposta che avrebbe ricevuto dall'Autorità consolare, ma anche che è pacifico che detta documentazione doveva essere richiesta, tramite il , alla Pubblica Amministrazione Pt_24 straniera e non direttamente al che, come è ovvio, non poteva detenerla. Pt_24
La richiesta di integrazione probatoria ex artt. 210 e/o 213 c.p.c. non può, pertanto, essere accolta.
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Documentata, pertanto la continuità della linea di trasmissione della cittadinanza, la questione da affrontare riguarda la posizione giuridica dell'avo, nato prima della nascita del CP_22
(17 marzo 1861) e della vigenza del Codice Civile promulgato nel 1865 (dal 1° gennaio 1866) e emigrato, con certezza, anteriormente a tali date.
Dalla documentazione prodotta da parte ricorrente, infatti, emerge, in modo pacifico, che l'avo sig. è nato a [...] l'[...] ed è emigrato (per andare a stabilirsi in Perù) Persona_16 in data certamente anteriore al 1863 avendo procreato un figlio, Persona_5
, nato in data [...] in [...] con una donna del luogo.
[...]
Il Capostipite, dunque, è nato, nella penisola italica, da essa emigrato verosimilmente prima dell'Unità d'Italia e certamente della promulgazione ed entrata in vigore del codice civile del
1865.
Prima della Codificazione del 1837, vigeva in Liguria – in materia di cittadinanza – una disciplina locale per la quale, secondo la (successiva) giurisprudenza del neo Stato italiano, per “il diritto ligure vigente nella repubblica ligure era lecito rinunziare di propria autorità la cittadinanza
d'origine trasportando altrove il domicilio”. (Cass. Torino, 9 dicembre 1879, massima in Foro Italiano n. 5, 1880, voce cittadinanza, p. 209).
Dal punto di vista storico la Liguria venne annessa al Regno di Sardegna con il protocollo del
12 dicembre 1814 (in precedenza vi fu una brevissima restaurazione della repubblica aristocratica per personale iniziativa dell'ammiraglio inglese , che liberò la città dai francesi e da Per_17 maggio a dicembre 1814 -nel periodo delle trattative diplomatiche tra l'Inghilterra e il regno sabaudo - costituì la Repubblica Genovese).
Invero anche dopo la capitolazione del tra il 1814 al 1838 (quando è entrato in Per_18 vigore il codice albertino) il Codice Civile napoleonico e le altre leggi vigenti nel territorio genovese e nella Repubblica Ligure istituita dal , sebbene formalmente abrogate (dopo CP_23
l'annessione al regno ), restarono in vigore con una serie di modificazioni e abrogazioni (in Per_19 relazione agli atti dello stato civile circa le formalità de' matrimoni », il divorzio e la comunione dei beni fra coniugi come regime patrimoniale legale della famiglia,) o sostituzioni (quelle riguardanti le successioni intestate e il diritto di legittima) unitamente a quelle contenute nei corrispondenti capitoli degli Statuti civili genovesi del 1588 (la cui parziale riviviscenza venne quindi confermata di fatto anche dal governo ) Per_19
Per quanto qui di rilevanza il Code civil napoleonico del 1804 in materia di perdita di cittadinanza all'art. 17, prevedeva, tra l'altro, che “la qualité de Français se perdra […] 4.° enfin, par tout établissement fait en pays etranger, sans esprit de retour” – normando quindi in modo sostanzialmente identico a quanto sarà poi stabilito dal Codice albertino del 1837 che all'art. 34 statuiva che il suddito che acquista la naturalità in paese straniero, o vi si stabilisce con animo di non più ritornare, perde il godimento dei diritti civili inerenti alla qualità di suddito” (come confermato anche dalla giurisprudenza per la quale “secondo il diritto ligure vigente nella repubblica ligure era lecito rinunziare di propria autorità la cittadinanza d'origine trasportando altrove il domicilio” (Cass. Torino, 9 dicembre 1879, massima in Foro Italiano n. 5,
1880, voce cittadinanza, p. 209).
Tanto la legislazione napoleonica quanto la codificazione albertina prevedevano, quindi, come causa di perdita dei diritti di cittadinanza, l'emigrazione con animo di non più ritornare (il cui apprezzamento è rimesso pacificamente alla valutazione del giudice - in tal senso da Corte di
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Appello Lucca, 8 giugno 1880, massima in Foro Italiano n. 5, 1880, voce cittadinanza, p. 208 a
Corte di Appello di GE N. 940 del 28.6.2024) e ciò a differenza di quanto previsto dal Codice civile del 1865, che non prevedeva più analoga ipotesi di perdita della cittadinanza (l'art. 11 del codice civile del 1865 prevede infatti tre distinte ipotesi di perdita di cittadinanza: 1) la rinuncia con dichiarazione rese all'Ufficiale di Stato civile del proprio domicilio e il successivo trasferimento all'estero della residenza;
2) l'ottenimento della cittadinanza in un paese estero;
3) l'accettazione, senza permissione del governo, di un impiego da un governo estero o l'ingresso al servizio militare per una potenza estera).
Il passaggio tra la codificazione antecedente (napoleonica e sabauda) a quella del neonato stato italiano è stato peraltro regolato dal Regio decreto 30 novembre 1865, n. 2606 che all'art. 1 affermava che ≪Coloro che secondo le leggi anteriori hanno perduto la cittadinanza, possono riacquistarla uniformandosi al disposto dall'articolo 13 del nuovo codice civile≫ e all'art. 2 aggiungeva che ≪Coloro che secondo le leggi anteriori sono incorsi, indipendentemente da condanna penale, nella perdita del godimento dei diritti civili, ritenendo la qualità di suddito o cittadino, possono riacquistare il godimento di tali diritti adempiendo entro
l'anno dall' attuazione del nuovo codice alle condizioni stabilite nell'articolo 13 del medesimo. Non adempiendo a tali condizioni nel detto termine, sono riputati stranieri dal giorno dell'attuazione dello stesso codice≫.
L'art. 13 del Codice civile del 1865 stabiliva che ≪Il cittadino che ha perduto la cittadinanza per alcuno dei motivi espressi nell'articolo 11, la ricupera, purchè
1. Rientri nel regno con permissione speciale del governo;
2. Rinunzi alla cittadinanza straniera, all'impiego od al servizio militare accettati in paese estero;
3 Dichiari davanti l'uffiziale dello stato civile di fissare e fissi realmente entro l'anno il suo domicilio nel regno≫.
Il combinato disposto degli artt. 1 e 2 del RD n. 2606/1865 e dell'art. 13 del Codice civile unitario del 1865 comportava, quindi, che, per ogni ipotesi di perdita della cittadinanza o del godimento dei diritti civili maturata nel regime preunitario, e quindi pure per il caso descritto dell'art. 34 del CC del 1837, come a maggior ragione nelle discipline ad esso anteriori, fosse Per_14 condizione necessaria per il recupero o l'attribuzione della cittadinanza italiana tenere le condotte prescritte dall'art. 13 del nuovo Codice civile (tra cui, il rientro in Italia); chi non vi avesse dato seguito è stato “riputato straniero dal giorno dell'attuazione” del nuovo Codice.
In forza di suddetta normativa, secondo parte resistente, avendo l'avo perduto il godimento dei diritti civili inerenti la qualità di suddito ex art. 34 (per il fatto di essersi stabilito in paese straniero con animo di non più ritornare - o, per usare l'espressione dell'art. 17 Code civile del 1804, sans esprit de retour), nessun discendete potrà mai essere (o diventare) cittadino del regno sabaudo prima e italiano dopo (invero secondo parte resistente il capostipite emigrato non è mai divenuto cittadino italiano e non ha quindi mai potuto trasmettere i propri diritti di cittadinanza).
***
Ciò precisato deve evidenziarsi come la questione sia stata, recentemente, affrontata dalla Corte di Appello di GE (con la sentenza N. 940 del 28.6.2024 che ha effettuato un preciso excursus normativo e giurisprudenziale sul riconoscimento di cittadinanza iure sanguinis da parte di discendenti di cittadini italiani emigrati a fine Ottocento.
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La Corte ha rammentato, innanzitutto, che la Cassazione ha riconosciuto, nel caso in esame,
l'applicabilità dell'art. 11 n. 2 del codice civile del 1865 (in linea con la successiva l. n. 555 del 1912), che stabilisce che la cittadinanza italiana è persa da colui che abbia "ottenuto la cittadinanza in paese estero", e ha affermato che, a tal fine, occorre che si accerti il compimento, da parte della persona all'epoca emigrata, di un atto spontaneo e volontario finalizzato all'acquisto della cittadinanza straniera.
Per tali motivi, la Corte ha escluso la perdita della cittadinanza italiana da parte dell'avo che all'atto di contrarre matrimonio, aveva dichiarato di essere cittadino brasiliano (Cass. Sez. 1, Ordinanza n.
12894 del 11/05/2023) o che non aveva reagito ad un provvedimento generalizzato di naturalizzazione (come nel caso della grande naturalizzazione brasiliana) o che semplicemente aveva stabilito all'estero la residenza e/o la propria condizione di vita (Cass. Sez. U, Sentenza n.
25317 del 24/08/2022).
È principio consolidato, dunque, che a partire dal 1° gennaio 1866 (data di entrata in vigore del codice promulgato nel 1865), la cittadinanza italiana poteva essere persa soltanto attraverso un atto spontaneo e volontario finalizzato all'acquisto della cittadinanza straniera, essendo irrilevante che l'ascendente abbia stabilito all'estero la residenza o vi abbia stabilizzato la propria condizione di vita.
Nel caso oggetto del giudizio di Appello, il prospettava tuttavia (come nel caso di specie) CP_1
l'applicazione della normativa precedente al codice civile del 1865 (quella sopra riportata), essendosi l'avo trasferito in terra straniera prima del 1° gennaio 1866).
La Corte ha premesso che, dal punto di vista legislativo, l'Italia preunitaria e la neo-unita Italia assistettero ad un processo di unificazione giuridica definito “unificazione a vapore” per la velocità ed i metodi autoritari con cui l'Esecutivo aveva approntato ed esteso alcuni codici sardi alle nuove province.
Per quanto riguarda il diritto civile, il codice civile del 1837 fu esteso alla province dell , CP_4 delle Marche e dell'Umbria tra il 1859 e il 1860; nel regno delle due Sicilie fu invece mantenuta in vigore la codificazione borbonica del 1819; nelle province lombarde il Governo decise di mantenere provvisoriamente in esecuzione il codice civile austriaco del 1811; per quanto riguarda la Toscana fu deciso che le province toscane potessero conservare temporaneamente la propria legislazione in tutte le materie.
Il primo Codice civile dell'Italia unita fu promulgato con regio decreto 25 giugno 1865, n. 2358 (La nascita dello Stato unitario.pdf (camera.it), p. 29 – 3).
Ai fini del riconoscimento della cittadinanza italiana ai discendenti di cittadini emigrati prima dell'entrata in vigore del codice civile del 1865, occorrerà quindi verificare se, dalla data di emigrazione alla data di entrata in vigore del suddetto codice, sia intervenuta la perdita della cittadinanza ai sensi della normativa ratione temporis applicabile.
Per quanto riguarda GE, essendo la Liguria stata annessa al regno di Sardegna con il
Congresso di Vienna nel 1814, prima del 1866 trovava applicazione (come già detto) il Codice civile albertino del 1837 e, dunque, l'art. 34, il quale prevedeva (come anticipato) che “il suddito che acquista la naturalità in paese straniero, o vi si stabilisce con animo di non più ritornare, perde il godimento dei diritti civili inerenti alla qualità di suddito”. L'art 34 prevedeva dunque (come già detto) due casi di perdita della cittadinanza: l'ipotesi di naturalizzazione in un paese straniero (ipotesi nel caso di specie non sostenuta dal e CP_1
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comunque smentita dal certificato negativo di naturalizzazione, allegato dai richiedenti e non contestato) e l'ipotesi del suddito che si stabilisce in un paese straniero con l'animo di non più tornare.
Quest'ultima fattispecie è quella - nel caso esaminato dalla Corte di Appello e anche nel presente - sostenuta dal , che prospetta la perdita di cittadinanza dell'ascendente per il CP_1 solo fatto di essere emigrato prima dell'entrata in vigore del codice del 1865, alla luce di un'interpretazione del concetto di “animo di non più tornare” fondata su precedenti giurisprudenziali risalenti al Regno d'Italia (C. Appello GE, 23 dicembre 1879, massima Foro Italiano n. 5,
1880, voce cittadinanza, p. 209).
Sul punto la Corte ha affermato, innanzitutto, che la circostanza che l'ascendente sia emigrato antecedentemente all'unità d'Italia, con passaporto di uno stato preunitario, non è automaticamente ostativa al riconoscimento della cittadinanza italiana.
Infatti, come anche affermato dalla già richiamata circolare ministeriale, “i nati prima del 1861 ed emigrati in uno Stato estero possono essere considerati cittadini italiani soltanto dal momento in cui lo Stato preunitario di provenienza risulti entrato a far parte del Regno . Se, invece, al CP_22 momento dell'eventuale naturalizzazione straniera, o alla data del loro decesso, lo Stato preunitario di appartenenza non fosse stato ancora inglobato nel Regno , costoro devono CP_22 considerarsi non aver mai conseguito la cittadinanza italiana.” (cfr. “La cittadinanza italiana – normative, procedure e circolari” a cura del Prefetto D'Ascenzio, , p. 15 - Controparte_1 reperibile online sul sito dell'Asgi). Sulla base di quanto sopra citato, non solo si può affermare che il cittadino dello Stato preunitario emigrato ha acquistato la cittadinanza italiana a partire dal momento in cui lo Stato preunitario di provenienza risulti entrato a far parte del (purché non naturalizzato nello Stato CP_22 estero e non deceduto alla data dell'unità di Italia), ma anche che l'emigrazione prima dell'unità d'Italia o prima dell'entrata in vigore del codice del 1865 non determina in automatico la perdita della cittadinanza.
D'altronde, è lo stesso art. 34 del codice civile albertino che al terzo e quarto comma afferma che “il domicilio trasportato in paese straniero, qualunque ne sia la durata, non basterà da sé solo a far prova dell'intenzione di non più ritornare” e che “gli stabilimenti di commercio non potranno essere considerati come fatti con animo di non più ritornare”. In tal senso, inoltre, si segnala una remota sentenza della Corte d'Appello di GE del 1857 (Giurisprudenza Degli Stati Sardi, Raccolta compilata dall'avvocato Filippo Bettini), che afferma che “dall'acquisto all'estero di stabili e dalla dimora in estero Stato non se ne può certamente indurre la intenzione di rinunziare al proprio paese coll'animo di non più ritornarvi, ove siffatta intenzione non sia provata da circostanze di fatto per sé stesse evidenti e non equivoche”.
L'onere di provare l'intenzione di abbandonare la propria patria con l'animo di non più ritornarvi sulla base di circostanze di fatto per sé stesse evidenti e non equivoche grava, del resto, sul (Cass. Sez. U, Sentenza n. 25317 del 24/08/2022) atteso che la CP_1 giurisprudenza di legittimità ha affermato che “la cittadinanza per fatto di nascita si acquista a titolo originario "iure sanguinis", e lo "status" di cittadino, una volta acquisito, ha natura permanente, è imprescrittibile ed è giustiziabile in ogni tempo in base alla semplice prova della fattispecie acquisitiva integrata dalla nascita da cittadino italiano;
ne consegue che a chi richieda il riconoscimento della cittadinanza spetta di provare solo il fatto acquisitivo e la linea di
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trasmissione, mentre incombe alla controparte, che ne abbia fatto eccezione, la prova dell'eventuale fattispecie interruttiva” (Cass. Sez. U, Sentenza n. 25317 del 24/08/2022)
La Corte di Appello, alla stregua di quanto sopra ha dunque affermato che, sebbene il CP_1 abbia correttamente sostenuto l'applicazione al caso di specie dell'art. 34 del codice civile albertino, non è tuttavia riuscito a fornire la prova dell'animo di non più tornare dell'avo emigrato e per l'effetto ha confermato a decisione di primo grado, secondo cui “le parti ricorrenti hanno provato la continuità della linea trasmissiva, come sopra indicata, mentre nessuno degli elementi connotanti una fattispecie estintiva della cittadinanza italiana risultano provati dal convenuto” (pag. 3 dell'ordinanza impugnata) (vds sentenza n. 940/2024 Corte Appella GE).
***
Deve considerarsi, pertanto, pacifico, che l'onere della prova del fatto estintivo (la perdita della cittadinanza dell'avo) gravi sulla parte resistente ( ) e che non sia sufficiente CP_1 documentare (peraltro attraverso le produzioni di parte ricorrente) il mero trasferimento del domicilio per provare l'animo di non più ritornare.
Una precisazione è a questo punto necessaria.
Trattandosi di “animo” e dunque di un aspetto e ambito squisitamente soggettivo (ed anzi psicologico) è evidente che lo stesso non potrà comunque che essere provato attraverso la produzione ed evidenziazione di elementi oggettivi. Non è infatti processualmente possibile sondare e documentare “l'animo umano”).
Detta prova può, ovviamente, essere proposta e introdotta sia attraverso prove dirette (storico rappresentative – in primis prove documentali dirette, essendo la prova testimoniale concretamente di difficile percorribilità ancor di più per il resistente) sia attraverso prove CP_1 indirette (critico indiziarie – le presunzioni civilistiche da cui poter inferire il fatto da provare).
L'ammissibilità di una prova presuntiva (indiretta/critica indiziaria), nel caso in esame, deve essere ancor di più consentita pena il tramutare l'onere probatorio gravante sulla parte pubblica in una sostanziale probatio diabolica (come sarebbe limitare la prova della causa estintiva solo a quella diretta storico rappresentativa non potendosi realisticamente pretendere che il CP_1 produca – ad esempio – un documento (quale uno scritto autografo) in cui il capostipite abbia, apertis verbis, manifestato l'intenzione o il desiderio di tornare in Italia (simili documenti, invero, potrebbero, al più, essere in possesso di parte ricorrente - che potrebbe, in astratto, essere anche in possesso di documenti di senso opposto che non avrebbe, ovviamente, interesse a produrre).
Sul punto deve, pertanto, valutarsi quanto statuito dalla Corte di Cassazione, a Sezioni Unite
(nelle già richiamate sentenze gemelle del 2022 sulla grande naturalizzazione brasiliana che sembrerebbe, a una prima lettura, aver sostenuto il contrario.
La Cassazione sembrerebbe aver affermato (peraltro, in un caso non del tutto sovrapponibile dal momento che si verteva in un caso di naturalizzazione ope legis brasiliana del 1889) che non si potrebbero applicare le presunzioni.
Nello specifico la Corte ha affermato che “il diritto di cittadinanza appartiene al novero dei diritti fondamentali, e non si addice ai diritti fondamentali l'estensione automatica di presunzioni che, come quelle dettate da un comportamento asseritamente concludente di ordine puramente negativo, possono assumere – a certe condizioni di legge - normale rilievo nel distinto settore dei diritti patrimoniali”.
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L'affermazione deve, però, essere, a giudizio dello scrivente, correttamente inquadrata.
Nello specifico la Corte ha affermato che “il diritto di cittadinanza appartiene al novero dei diritti fondamentali, e non si addice ai diritti fondamentali l'estensione automatica di presunzioni che, come quelle dettate da un comportamento asseritamente concludente di ordine puramente negativo, possono assumere – a certe condizioni di legge - normale rilievo nel distinto settore dei diritti patrimoniali”.
Nel caso in esaminato dalla Suprema Corte ”la corte d'appello di Roma, discorrendo di tacita accettazione degli effetti del decreto di grande naturalizzazione in virtù della stabilizzazione di vita, di relazioni sociali e di affetti dell'emigrato nel territorio brasiliano unita alla mancata manifestazione di una condotta reattiva del tipo di quella prevista nel decreto medesimo, ha ritenuto integrato il requisito stabilito dall'art. 11, n. 2, cod. civ. abr. La Corte ha affermato che “la circostanza dell'accettazione – in qualche modo – degli effetti di un provvedimento di naturalizzazione di massa non avrebbe potuto (e non può) desumersi da un contegno solo passivo.
Nessun rilievo poteva essere attribuito al mero atteggiamento inerziale, eventualmente manutenuto nel tempo, rispetto alle facoltà concesse dall'ordinamento agli stranieri naturalizzati, per l'elementare ragione che solo una condotta efficiente e attiva, e dunque positiva, sarebbe valsa come manifestazione implicita di volontà tale da corrispondere alla nozione insita nell'espressione
“ottenere la cittadinanza” di cui alla fattispecie contemplata dal codice abrogato.
La Cassazione ha, quindi, dato atto che “un certo indirizzo interpretativo, di matrice dottrinale, consentiva, all'epoca del codice abrogato, e consente per certi versi anche attualmente, a che una rinuncia spontanea e volontaria alla cittadinanza potesse esser desunta – come praticamente assume la corte d'appello di Roma - da facta concludentia.”.
Per diversamente concludere (cassando la decisione) la Cassazione ha evidenziato che “dagli artt. 3, 4, 16 e seg. e 22 cost., dall'art. 15 della Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo del 10 dicembre 1948 e dal Trattato di Lisbona del 13 dicembre 2007 si evince che ogni persona ha un diritto soggettivo permanente e imprescrittibile allo stato di cittadino, che congloba distinti ed egualmente fondamentali diritti e che può perdersi solo per rinuncia”.
Ha aggiunto che l'orientamento dominante della giurisprudenza “si è fin qui sempre collocato in posizione opposta a quella ritenuta dalla corte romana, e cioè nel senso che la perdita della cittadinanza può derivare solo da un atto consapevole e volontario, espresso in modo lineare al fine di incidere direttamente su un rapporto che, come quello sottostante, corrisponde a un diritto di primaria rilevanza costituzionale ed è contraddistinto da effetti perduranti nel tempo”.
A sostegno viene “citata Cass. Sez. U n. 5250-79, a proposito della legge n. 555 del 1912 per i riflessi sulla giurisdizione italiana: “l'acquisto della cittadinanza straniera, pure se accompagnato dal trasferimento all'estero della residenza, non implica necessariamente la perdita della cittadinanza italiana, la quale richieda, ai sensi dell'art. 8 della legge 13 giugno 1912, n. 555, che detto acquisto sia avvenuto 'spontaneamente', ovvero se verificatosi 'senza concorso di volontà' dell'interessato che sia stato seguito da una dichiarazione di rinuncia alla cittadinanza italiana. Pertanto, il sopravvenuto acquisto della cittadinanza straniera non può essere di per sé invocato, anche al fine della giurisdizione, come causa della perdita della cittadinanza italiana, occorrendo l'allegazione e dimostrazione delle indicate circostanze”.
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In egual senso può essere citata Cass. Sez. 3 n. 6220-81, sempre riferita alla l. sulla cittadinanza del 1912.
Identica è stata la posizione della Corte a proposito della disciplina di cui alla l. n. 91 del 1992.
Si veda Cass. Sez. 1 n. 22271-16, per la quale l'acquisto della cittadinanza straniera, pur se accompagnato dal trasferimento all'estero della residenza, non implica necessariamente la perdita della cittadinanza italiana, a meno che l'interessato non vi rinunci con un atto consapevole e volontario”.
La natura permanente e imprescrittibile del diritto al riconoscimento della cittadinanza italiana è parsa in eguale rappresentazione valutata rispetto alle fattispecie di perdita della cittadinanza dei figli di donna italiana coniugata con cittadino straniero residente all'estero; perdita correlabile solo alla rinuncia spontanea e volontaria – e come tale esplicita - alla cittadinanza da parte della madre, anziché alla mera circostanza dell'acquisizione della cittadinanza del marito a causa del proprio matrimonio (Cass. Sez. 1 n. 6205-14).
E ciò sempre a motivo del fatto che la perdita della cittadinanza italiana presuppone una rinuncia del genere, per l'appunto spontanea e volontaria da parte del cittadino, mentre non può dirsi propriamente tale quella dettata dalla necessità, legislativamente imposta, di acquisire (per esempio) la cittadinanza del coniuge straniero, dovendo piuttosto la volontà abdicativa essere oggetto di approfondito accertamento istruttorio, anche officioso, da parte del giudice (v. Cass.
Sez. 1 n. 22608-15, Cass. Sez. 1 n. 19428-17, Cass. Sez. 1 n. 41686-21).
Insomma, il formante giurisprudenziale si è nel tempo consolidato recependo le antiche e sempre valide opinioni della dottrina specialistica del secolo scorso, secondo le quali la rinunzia alla cittadinanza - anche se associata all'accettazione di quella straniera - suppone la volontarietà del fatto posto a suo fondamento, sicché la cittadinanza mai può dirsi perduta dal cittadino ove a questi sia stata semplicemente impartita una cittadinanza straniera non a seguito di una sua domanda ma per concessione spontanea dello Stato straniero in base a una legge in esso vigente.
Ed è appena il caso di sottolineare come una simile unitarietà di intenti sia maturata proprio sulla scia della condivisa posizione dottrinale occasionata dai provvedimenti di naturalizzazione degli emigranti della fine dell'Ottocento, come ben si sarebbe potuto comprende sol che si fossero allineate le diverse rationes decidendi in base al fattore tempo.”
Ha anche sottolineato che il problema “era stato da ogni punto di vista già valutato, approfondito e studiato nel dibattito culturale nel Paese.
Agli esiti di quel dibattito andavano associati i più consapevoli approdi in ordine agli effetti di provvedimenti, altrove attivati, di naturalizzazione di massa, ai fini della relativa accettazione e della contestuale rinuncia alla cittadinanza italiana degli emigrati che a diverso titolo ne fossero stati interessati”.
Alla stregua di quanto sopra le Sezioni Unite hanno affermato che “l'impugnata sentenza, attribuendo sbrigativa rilevanza a elementi generici onde presumere, contestualmente, e
l'accettazione tacita degli effetti della naturalizzazione da parte di e la tacita Persona_20 rinuncia alla cittadinanza italiana sia da parte di questi che, poi, da parte del figlio , non CP_24 può considerarsi rispettosa dell'ambito di rilevanza del fenomeno infine integrato dalla perdita di un diritto come quello in esame, fondamentale e primario e acquisito a titolo originario per nascita.
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Precisava che “La caratura del diritto supponeva di arrestarsi dinanzi al dato che la perdita della cittadinanza italiana non può dirsi perfezionata da una qualche forma di accettazione di quella straniera, impartita per provvedimento generalizzato di naturalizzazione, desunta dal semplice silenzio, in quanto, in ossequio alla libertà individuale, la perdita della cittadinanza italiana non si può verificare se non per effetto di un atto volontario ed esplicito”.
Sottolineava che “Non potevano dunque rilevare i comportamenti meri, se non integrati da fatti positivi, equivalenti alla manifestazione di una volontà tesa scientemente ad acquisire la cittadinanza straniera, giacché il contraltare sarebbe stato quello di attribuire il significato di manifestazione di volontà a condotte indeterminate, e tramite questo di accettare il rischio di perdite della cittadinanza in qualche modo forzate o presunte o comunque automatiche, in chiara contraddizione non solo con le caratteristiche del diritto fondamentale ma anche con gli spunti di costituzionalità offerti – per quanto ad altro fine di rispetto dei principi di eguaglianza - dalle (pur richiamate) decisioni della Corte costituzionale n. 87 del 1975 e n. 30 del 1983”.
A riprova di ciò sottolineava che “Una considerazione pratica – e come tale anche logica - conforta quanto detto: un emigrato in terra straniera, spesso all'epoca analfabeta e privo di mezzi, niente normalmente sapeva degli effetti di normative ignote e dell'incidenza di codeste su ciò che invece garantiva l'ordinamento dello Stato di nascita;
sicché finanche in termini assoluti difficilmente si sarebbe potuto ascrivere alla sua inerzia il valore di un comportamento volontario concludente.
Concludeva affermando che “Vuoi che lo si intenda correlato al codice civile del 1865, vuoi che lo si connetta alla legge n. 555 del 1912, vuoi ancor più che lo si rapporti all'unitarietà dell'ordinamento dell'epoca come ricostruibile secondo integrazione delle normative citate, resta il fatto che il requisito della accettazione della cittadinanza brasiliana, da connettere a una conseguente rinuncia alla cittadinanza italiana, non poteva che risultare associato a una manifestazione esplicita e consapevole della volontà individuale;
manifestazione in ordine all'accertamento della quale non v'è traccia nella motivazione della sentenza impugnata.
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Appare evidente che la Corte di cassazione si muova, nel caso esaminato, in un contesto fattuale e normativo completamente diverso da quello oggetto della presente decisione, essendo, nel caso all'attenzione delle Sezioni Unite, applicabile il codice del 1865 e la legge del 1912 e non del codice albertino, e disquisendosi di un provvedimento di naturalizzazione da parte di uno Stato straniero, con contestuale inerzia dell'emigrato italiano interessato.
In tale contesto la Cassazione ha correttamente affermato che la rinuncia alla cittadinanza italiana
- per acquisire quella straniera (nel caso di specie brasiliana) in forza, peraltro, di un provvedimento generalizzato e applicato senza alcuna manifestazione di volontà – debba essere manifesta ed espressa e come tale non possa essere desunta da comportamenti e dati presuntivi non espliciti, vertendosi in ambito di diritti fondamentali.
Nel caso in esame, viceversa, deve trovare applicazione la normativa previgente al codice del 1885 e segnatamente il codice albertino del 1837 e deve accertarsi, quindi, se ricorra la condizione (estintiva del diritto di cittadinanza) dell'espatrio con animo di non ritorno e non se vi sia stata una accettazione della cittadinanza di altro Stato.
Per rendere, pertanto, come anticipato, effettivo e reale il contraddittorio e consentire al di controdedurre non costringendolo a dover soddisfare una sostanziale “probatio CP_1 diabolica”, deve riconoscersi la possibilità di addurre ed evidenziare elementi – oggettivi e
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concreti – di natura indiziaria (rectius presuntiva) che unitamente valutati possano consentire, ex artt. 2727 e2729 c.c., se gravi precisi e concordanti, di far ritenere al giudice, nell'ambito del suo prudente apprezzamento, provato l'animo di non ritorno.
Non si tratta, infatti, di trarre, da fatti concludenti, la volontà di rinunciare ad un diritto fondamentale (quello di cittadinanza), ma di comprovare, in base alle regole generali, un dato oggettivo, sebbene di natura soggettiva e “psicologica”, consistente nell'emigrazione con l'intenzione di non più far ritorno nel paese di origine. E' evidente che da detto dato, discendono conseguenzialmente, per la normativa ratione temporis applicabile, effetti giuridici (la perdita della cittadinanza sabauda/italiana) incidenti anche su diritti fondamentali, ma ciò non è equiparabile a inferire, da comportamenti non univoci, la volontà di rinunciare alla cittadinanza italiana sulla base della legislazione successiva al 1865 nel caso in esame nemmeno ancora promulgata.
***
Nel caso in esame, come evidenziato anche da parte resistente, vi sono una pluralità di indici e elementi (ulteriori e aggiuntivi, per quanto disposto dall'art. 34 del codice albertino, a quello del
“domicilio trasportato in paese straniero” che “qualunque ne sia la durata, non basterà da sé solo a far prova dell'intenzione di non più ritornare” e di quello riguardante “gli stabilimenti di commercio” che “non potranno essere considerati come fatti con animo di non più ritornare”) che debbono essere valutati al fine di ritenere raggiunta(o meno) la prova dell'animo di non ritornare in capo al capostipite emigrato. in particolare
- Che abbia deciso, quando i mezzi di trasporto non erano minimamente paragonabili a quelli odierni, di intraprendere un viaggio oggettivamente lungo, faticoso e pericoloso per una meta lontanissima e per tanti aspetti sconosciuta (peraltro anche con il trasporto aereo moderno si tratterebbe comunque di un viaggio lungo e faticoso);
- Che egli si sposo in Perù nel 1865 , con una ragazza del luogo con cui nel 1863 aveva già procreato un figlio;
- Che ivi stabilì la propria dimora (elemento, come visto, isolatamente considerato non sufficiente) ;
- Che ivi generò tutta la propria progenie (che a sua volta ivi si sposò e procreò);
- Che ivi stabilì il proprio centro di vita, interessi e affari;
- Che ivi morì e fu sepolto, al pari della sua discendenza;
- Che, durante la sua vita, non fece mai rientro, nemmeno temporaneo, in Italia (sul punto parte ricorrente nulla ha addotto o provato;
- Che con l'Italia non mantenne alcun legame o contatto, né affettivo - con i parenti e amici non emigrati - né materiale - conservando la proprietà di beni immobili (sul punto nulla è stato addotto o provato da parte ricorrente);
Quello che deve, pertanto, valutarsi è se suddetti elementi, concreti e fattuali, siano sufficienti per poter comprovare l'animus di non ritorno del capostipite emigrato.
La risposta è affermativa.
Aver affrontato un tanto lungo e periglioso viaggio, essersi sposato con una donna indigena aver avuto figli e nipoti non essere rientrato in Italia (forse anche per ragioni anagrafiche) nemmeno
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dopo la nascita del nuovo Stato, non aver mantenuto (per quanto noto) alcun legame e contatto con la terra natia, sono tutti elementi che, unitamente valutati, debbono far ritenere sussistente l'animo di non tornare di cui all'art. 34 del codice Albertino.
In particolare non può non evidenziarsi che l'essersi sposato con una donna del luogo e di aver con essa generato dei figli creando una famiglia (eventi certamente non necessariamente correlati e connessi con l'aver preso dimora all'estero) sono circostanza assolutamente significative e sintomatiche dell'essere emigrato con animo di non più tornare in Italia.
Il rientro in Italia avrebbe, infatti, reso necessario non solo affrontare nuovamente un lungo e pericoloso viaggio, ma soprattutto portare con se la “nuova famiglia” straniera, sradicandola da dove era nata e cresciuta. E' evidente come ciò appaia scarsamente verosimile e dunque che sia logico e lecito affermare che l'emigrazione sia stata fatta con l'intenzione di abbandonare per sempre (come in effetti poi avvenuto –non vi è prova sul punto contraria) il proprio paese natio.
Deve aggiungersi che parte ricorrente a fronte delle considerazioni ed eccezioni di parte resistente, non ha documentato nulla per contraddire (a sua volta) l'assunto relativo all'animo di non ritorno (documentazioni comprovanti una diversa intenzione se non addirittura un effettivo ritorno in Italia) e nemmeno ha documentato un riacquisto della cittadinanza successivo, in conformità al disposto dell'art. 13 del codice del 1865, limitandosi a richiamare decisioni favorevoli.
D'altronde la ricostruzione di parte ricorrente (per cui la cittadinanza italiana sarebbe stata comunque trasmessa, dall'avo capostipite, attraverso la discendenza, agli odierni ricorrenti) potrebbe ledere il principio di effettività in precedenza richiamato, atteso che, a parte il risalente “legame” di sangue, nessun vincolo reale sussiste ed è stato comprovato tra lo Stato italiano e i ricorrenti, tutti nati e vissuti sempre e solo all'estero.
Come già detto, infatti, le decadenze e perdite della cittadinanza sono e restano comunque ammissibili, perché rispondenti a un significato più completo del concetto di cittadinanza, incentrato su una trama di rapporti concreti tra una persona e una comunità purché nel rispetto dei limiti di proporzionalità e purché sia escluso il rischio di apolidia (v. C. giust. 12-3-2019,
Tjebbes, causa C-221/17).
E allora, in quest'ottica la cittadinanza invocata rischierebbe di basarsi solo e soltanto su una fictio giuridica (normativa e giurisprudenziale), derivante da un vincolo di consanguineità non solo molto risalente, ma anche derivante da una “successione” tra Stati, senza che vi sia mai stato alcun concreto legame tra i richiedenti e la comunità italiana (non avendo nulla nemmeno dedotto sul punto parte ricorrente).
In relazione al paventato rischio di apolidia - di cui agli artt. 6 e 7, paragrafi da 3 a 6, della convenzione sulla riduzione dei casi di apolidia – invocabile dal fatto che l'avo capostipite, persa la cittadinanza preunitaria, abbia rischiato di divenire apolide (ove non abbia acquisito la cittadinanza dello Stato ove lo stesso era emigrato), deve affermarsi che lo stesso, nel caso di specie, non sussista.
Deve, infatti, osservarsi, non solo che l'eventuale apolidia dell'avo (ove in concreto verificatosi), è connesso ad una sua scelta volontaria (l'espatrio con la volontà di non ritorno unitamente alla scelta di non naturalizzarsi nello Stato di emigrazione – peraltro in un periodo in cui le
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naturalizzazioni non erano certamente osteggiate dai singoli Stati), ma certamente e soprattutto non ha assolutamente inciso sulla discendenza.
I discendenti, e soprattutto gli odierni ricorrenti, infatti, ben lungi dall'essere apolidi, sono tutti, pacificamente, cittadini dello Stato di emigrazione dell'avo (ove sono tutti nati) e con il presente ricorso, chiedono il riconoscimento aggiuntivo della cittadinanza italiana.
Chiedono, in sostanza il riconoscimento di una doppia cittadinanza (e, quindi, di un doppio passaporto) e ciò rende evidente come non ricorra alcun concreto rischio di apolidia (quello richiamato anche dalla sentenza della Corte di Giustizia 12-3-2019, causa C-221/17 in cui Per_21 caso, peraltro, assolutamente diverso da quello in trattazione) Una simile situazione, pertanto, è completamente diversa da quella affrontata dalla Corte di Giustizia che, peraltro, si sofferma sui limiti che hanno gli stati membri nel disciplinare i casi di decadenza e perdita della cittadinanza che, pur nella autonomia legislativa dei singoli Stati, devono essere proporzionati e logici rispetto al concetto da intendersi come trama di rapporti concreti tra una persona e una comunità.
Nel caso di specie, come detto, tali limiti non sono stati (peraltro da una normativa del 1837) superati, in quanto deve ritenersi legittimo per uno Stato stabilire che la cittadinanza possa essere persa da chi emigra con l'animo di non tornare mai più.
Attesa la natura e peculiarità della controversia, la cui decisione discende anche dall'applicazione di principi giurisprudenziali non sempre uniformi, sussistono giusti motivi per compensare integralmente le spese di giudizio.
P.Q.M.
Il Tribunale di GE, in composizione monocratica, definitivamente pronunciando:
▪ Rigetta il ricorso;
▪ dichiara le spese di lite integralmente compensate.
Si comunichi alle parti e ai soggetti interessati.
GE, 3 marzo 2025
IL GIUDICE
Dott. Enzo BUCARELLI
Tribunale Ordinario di GE - Sezione XI Civile Pagina 37
TRIBUNALE ORDINARIO DI GENOVA
SEZIONE XI CIVILE
VERBALE DI UDIENZA CON SENTENZA CONTESTUALE
EX ART. 281 SEXIES C.P.C.
Il Giudice della sezione XI Dott. Enzo Bucarelli
Visto il ricorso iscritto al N. 3939/2024 R. G.
proposto da:
, (C.F. ) con domicilio eletto Parte_1 C.F._1 presso lo studio dell'avv. ZARRELLI ANNAMARIA, che lo rappresenta e difende in forza di procura/mandato in atti
Ed Altri
parte ricorrente
nei confronti di
difeso dall'Avvocatura dello Stato Controparte_1 parte resistente
visto il provvedimento che ha disposto che l'udienza del 6.3.2025 fosse sostituita dal deposito di note e documenti ai sensi dell'art. 127-ter c.p.c. come modificato dal D. L.vo 149/22;
atteso che le parti nulla hanno osservato in merito alla trattazione scritta della suddetta udienza condividendo che il Giudice potesse anche pronunciare sentenza, al termine della discussione, dando lettura del dispositivo e della concisa esposizione delle ragioni di fatto e di diritto della decisione
considerato che le parti hanno discusso depositando le note di cui all'art. 127 ter c.p.c. con cui hanno insistito nelle proprie deduzioni, contrastato quelle avverse e richiamato le rispettive conclusioni;
Ritenuto che, la causa, all'esito della trattazione scritta della stessa, possa essere definita, all'esito della camera di consiglio, pronunciando ex art. 281 sexies c.p.c., la seguente sentenza che, in luogo della lettura, viene depositata telematicamente.
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TRIBUNALE ORDINARIO DI GENOVA
SEZIONE XI CIVILE
REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
Il Tribunale di GE in composizione monocratica nella persona del dott. Enzo Bucarelli, nel procedimento semplificato di cognizione iscritto al N. 3939/2024 R. G.
promosso da:
1. , nato a [...], Ica, Perù, il 28/12/1985, residente e Controparte_2 domiciliato in Central 95, Los Olivos, Tijuana, Bassa California, Messico;
2. , nato a [...], Ica, Perù, il 12/03/1994, residente e Controparte_3 domiciliata in Calle Callao 980, Nasca, Ica, Perù;
3. , minore rappresentata dai suoi genitori Controparte_4 [...]
e nata a [...], Ica, Perù, il Controparte_3 Controparte_5
09/01/2020, residente e domiciliata in Calle Callao 980, Nasca, Ica, Perù;
4. , minore rappresentata dai suoi genitori Controparte_6 [...]
e nata a [...], Ica, Perù, il Controparte_3 Controparte_5
17/08/2021, residente e domiciliata in Calle Callao 980, Nasca, Ica, Perù;
5. , minore rappresentato dai suoi genitori Controparte_7
e nato a [...], Ica, Controparte_3 Controparte_5
Perù, il 17/09/2023, residente e domiciliata in Calle Callao 980, Nasca, Ica, Perù;
6. , nata a [...], Perù, il 18/11/1989, residente e domiciliata Parte_2 in Jr. Santiago TU de Mayolo Mz. BLT.26, URB Pablo Boner, La Molina, Lima, Perù;
7. , minore rappresentata dai suoi genitori Parte_3 [...]
e , nata in [...], Parte_2 Persona_1
Lima, Perù, il 30/05/2010, residente e domiciliata in Jr. Santiago TU de Mayolo Mz. BLT.26,
URB Pablo Boner, La Molina, Lima, Perù;
8. , minore rappresentata dai suoi genitori Parte_4 [...]
e nata in [...], Lima, Perù, il Parte_2 Persona_1
05/09/2016, residente e domiciliata in Jr. Santiago TU de Mayolo Mz. BLT.26, URB Pablo
Boner, La Molina, Lima, Perù;
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9. nata in [...]ía, Lima, Perù, il Controparte_8
13/10/1961, residente e domiciliata in 7350 Cayman Way Apt 8, Mainville Ohio, 45039, Stati Uniti;
10. nata in [...]ía, Lima, Perù, il Controparte_9
19/12/1959, residente e domiciliata in 7242 La Mancha Cir Apt A, Huntington Beach CA 92647,
Stati Uniti;
11. nato in [...]ía, Lima, Perù, il 23/09/1967, Controparte_10 residente e domiciliato in 5665 Roden Park Dr Middletown OH 45044, Stati Uniti;
12. , nato a [...], Perù, il 06/02/1992, residente e domiciliato in Controparte_11
7350 Cayman Way Apt 8, Mainville Ohio, 45039, Stati Uniti;
13. nato in [...]ía, Lima, Perù, il 27/01/1972, Controparte_12 residente e domiciliato in Loma Umbrosa 584 PS.2, Urb. Prolongación Benavides, Santiago de
Surco, Lima, Perù;
14. nata in [...]ía, Lima, Perù, il Controparte_13 CP_1 12/09/1963, residente e domiciliata a Jr. El Paraiso Mz. K Lt, 8°, Urb. Sol. 2da. , Parte_5
La Molina, Lima, Perù;
15. , nata in [...], Lima, Perù, il 14/05/1996, residente Controparte_15
e domiciliata a Jr. El Paraiso Mz. K Lt, 8°, Urb. Sol. 2da. Etapa, La Molina, Lima, Parte_5
Perù;
16. , nata in [...], Lima, Perù, il 29/06/2000, residente e Parte_6 domiciliata a Jr. El Paraiso Mz. K Lt., 8°, Urb. Sol. 2da. , La Molina, ; Parte_5 Pt_7 Parte_8
17. , nata in [...]ía, Lima, Perù, il 08/10/1969, Parte_9 residente e domiciliata in Av. Petit Thouars 994, Depto 404, Lima Perù;
18. minore rappresentato dai suoi genitori Controparte_16 [...]
e , nato in [...], Parte_9 Controparte_17
Lima, Perù, il 30/11/2009, residente e domiciliato in Av. Petit Thouars 994, Depto 404, Lima Perù;
19. nato in [...], Lima, Perù, il Controparte_18
12/01/2004, residente e domiciliato in Av. Petit Thouars 994, Depto 404, Lima Perù;
20. , nata a [...], Perù, il 10/10/1970, residente Controparte_19
e domiciliata in Plaza Pallaca Sector B1, Edificio A, Dpto 504, Julio C. Tello, San Miguel, Lima,
Perù;
21. nato in [...], Lima, Perù, il 05/11/1999, residente Controparte_20
e domiciliato in Calle 10, Nro 582, Dpto 202, Urb. Monterrico Norte, San Borja, Lima, Perù;
22. nata a [...], Lima, Perù, il 12/11/2001, Controparte_21 residente e domiciliata in Av. Astete 1087, depto. 101, Urb. Chacarilla del Estanque, Per_2
Santiago de Surco, Lima, Perù;
23. , nata a [...], Ica, Perù, il 12/01/1989, Parte_10 residente e domiciliata in 13 Rue des Prés Verts, 25250 L'Isle Sur Le Doubs, Francia;
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24. , minore rappresentato dalla di lui madre Parte_1
, nato a [...], Svizzera, il 25/09/2021, residente Parte_10
e domiciliato in 13 Rue des Prés Verts, 25250 L'Isle Sur Le Doubs, Francia.
Tutti i ricorrenti sopra indicati sono rappresentati e difesi in virtù di procura in calce al presente atto dall'Avv. Annamaria Zarrelli (C.F.: ) e dall'Avv. Simona Sanvitale (C.F. C.F._2
), del Foro di Roma ed elett.te domiciliati presso lo studio dell'Avv. C.F._3
Annamaria Zarrelli sito in Roma, via Crescenzo Del Monte n. 31 (cap. 00153). Ai sensi del comma
3 dell'articolo 136 c.p.c., come modificato dal comma 1 dell'art. 2 della L. 263/2005 comunicazioni e notificazioni di cancelleria del presente procedimento al seguente n. fax: 06 95060674 ed ai seguenti indirizzi pec: Email_1 Email_2
parte ricorrente
nei confronti di
, in persona del Ministro pro tempore, domiciliato ex lege presso Controparte_1
l'Avvocatura Distrettuale dello Stato in GE, Via Brigate Partigiane n. 2, parte resistente costituita
e con l'intervento del
PUBBLICO MINISTERO – intervenuto
avente ad oggetto: riconoscimento della cittadinanza italiana iure sanguinis
SVOLGIMENTO DEL PROCESSO
PREMESSA DI FATTO
Con ricorso introduttivo promosso ex artt 281 decies, e 281 undecies c.p.c., gli odierni ricorrenti chiedevano il riconoscimento del loro status di cittadini italiani iure sanguinis e, per l'effetto, che venisse ordinato al e, per esso, all'ufficiale di Stato civile, di procedere Controparte_1 alle relative iscrizioni, trascrizioni e annotazioni di legge.
Deducevano di essere, ognuno per il proprio rapporto familiare, tutti discendenti di Per_3 ato in data 01/06/1829 nel Comune di Langasco, GE cittadino italiano poi emigrato
[...] in Perù, ove morì nel 1882.
Nel dettaglio ricostruivano la linea genealogica, allegando specifica documentazione e in particolare certificati (o loro estratti) - muniti di apostille e traduzioni asseverate in lingua italiana - rilasciati da Autorità civili o religiose. In particolare, in relazione ad ogni avo e ascendente, nonché ai ricorrenti stessi, la difesa allegava i certificati (o estratti di essi) documentanti la nascita e/o il battesimo, il matrimonio e, per gli ascendenti defunti, la morte.
In forza di suddetta documentazione delineavano la linea genealogica della famiglia.
Nello specifico deducevano che:
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In data 01/06/1829, da genitori italiani, nasceva in Italia, nel Comune di Langasco, GE, il IG. doc. 1), cittadino italiano poi emigrato in Perù, ove morì nel 1882 (doc. Persona_3
3).
Il IG. (indicato nei successivi ed ulteriori certificati anche come Persona_3
), dunque, non ha mai rinunciato alla cittadinanza italiana. Il Persona_4
Provveditorato Nazionale della Migrazione (Perù) rilasciava infatti certificato negativo di naturalizzazione (doc. 2).
In data 06/11/1865, in Perù, il citato ontraeva matrimonio con la IG.ra Persona_3
indicata nei successivi certificati anche come Parte_11 Pt_11
(doc. 4), e dalla loro unione nasceva in Perù, in data 11/08/1863, il IG.
[...] [...]
(doc. 5 e 6). Persona_5
il IG. , indicato nei successivi certificati anche Persona_5 come o o contraeva matrimonio Persona_5 Persona_5 Persona_5 in Perù con la IG.ra , indicata nei successivi certificati anche come Parte_12
, in data 16/11/1893 (doc. 7), e dalla loro unione nasceva in Perù, nel Persona_6
1898, il IG. (doc. 8, 9) Parte_13
Il IG. , indicato nei successivi certificati Parte_13 anche come o o Parte_13 Parte_13 Parte_13 contraeva matrimonio in Perù con la IG.ra , indicata nei Parte_14 successivi certificati anche come , in data 08/03/1952 (doc. 10), e dalla loro Parte_14 unione nascevano in Perù:
, nata il [...] (doc. 11, 12); Persona_7
, nato il [...] (doc. 13); Parte_15
, nato il [...] (doc. 14, 15); Parte_16
[NUCLEO N.I: ]- Persona_7
La IG.ra contraeva matrimonio in Perù Persona_7 con il IG. , indicato nei successivi certificati anche come Parte_17 [...]
, in data 01/06/1959 (doc. 16), e dalla loro unione nascevano in Perù: Persona_8
nata in [...]ía, Lima, Perù, il Controparte_9
19/12/1959 (doc. 17), odierna ricorrente;
nata in [...]ía, Lima, Perù, il Controparte_8
13/10/1961 (doc. 18), odierna ricorrente;
nata in [...]ía, Lima, Perù, il Controparte_13
12/09/1963 (doc. 19), odierna ricorrente;
nato in [...]ía, Lima, Perù, il 23/09/1967 (doc. Controparte_10
20), odierno ricorrente;
nato in [...]ía, Lima, Perù, il 27/01/1972 Controparte_12
(doc. 21), odierno ricorrente;
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-[NUCLEO N.I.1: Controparte_9 CP_8
La IG.ra odierna ricorrente, contraeva Controparte_9 matrimonio in Perù con il IG. in data 15/09/1991 Parte_18
(doc. 22).
-[NUCLEO N.I.2: - Controparte_8
La seconda degli odierni ricorrenti, IG.ra Controparte_8 contraeva matrimonio in Perù con il IG. , in data Persona_9
23/03/1985 (doc. 23), e dalla loro unione nascevano:
, nato a [...], Ica, Perù, il 28/12/1985 (doc. 24), Controparte_2 odierno ricorrente;
, nata a [...], Perù, il 18/11/1989 (doc. 25), odierna Parte_2 ricorrente;
, nato a [...], Perù, il 06/02/1992 (doc. 26), odierna Controparte_11 ricorrente.
La IG.ra , odierna ricorrente, contraeva matrimonio in Parte_2
Perù con il IG. , in data 20/02/2010 (doc. 27), e dalla loro Persona_1 unione nascevano:
, nata in [...], Lima, Perù, il Parte_3
30/05/2010 (doc. 28), minore odierna ricorrente;
, nata in [...], Lima, Perù, il 05/09/2016 (doc. Parte_4
29), odierna ricorrente.
-[NUCLEO N.I.3: CP_8 Controparte_13 CP_8
La IG.ra odierna ricorrente, Controparte_13 contraeva matrimonio in Perù con il IG. in data Persona_10
27/01/1996 (doc. 30), e dalla loro unione nascevano:
, nata in [...], Lima, Perù, il 14/05/1996 (doc. 31), Controparte_15 odierna ricorrente;
Parte
, nata in [...], Lima, Perù, il 29/06/2000 (doc. 32), Parte_6 odierna ricorrente.
-[NUCLEO N.I.4: CP_10 Controparte_10
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Il IG. contraeva matrimonio in Perù con la IG.ra Controparte_10
, indicata nei successivi certificati anche come Parte_19
, in data 11/08/1989 (doc. 33), e dalla loro unione nascevano Parte_19 in Perù:
, nata il [...], a [...], Perù (doc. 34); Parte_10
, nato a [...], Ica, Perù, il 12/03/1994 (doc. 35); CP_3 Controparte_3
La IG.ra , odierna ricorrente, contraeva Parte_10 matrimonio in Francia, con il IG. , deceduto (doc. 37), in Persona_11 data 09/04/2022 (doc. 36), e dalla loro unione nascevano:
, nato a [...], Svizzera, il 25/09/2021(doc. 38), minore Parte_1 odierno ricorrente.
Dall'unione del IG. , odierno ricorrente, con la IG.ra Controparte_3 ascevano: Controparte_5
• , nata a [...], Ica, Perù, il 09/01/2020 (doc. 39), Controparte_4 CP_4 minore odierna ricorrente;
• , nata a [...], Ica, Perù, il 17/08/2021 (doc. 40), Controparte_6 minore odierna ricorrente;
• , nato a [...], Ica, Perù, il 17/09/2023 (doc. Controparte_7
41), minore odierna ricorrente;
-[NUCLEO N.I.5: - Controparte_12
• Il IG. ontraeva matrimonio in Perù con la IG.ra Controparte_12 CP_8
, in data 25/01/2003 (doc. 42), dalla quale ha Parte_20 successivamente divorziato con sentenza del 10/04/2007 (doc. 43);
-[NUCLEO N.II: ]- Parte_15
• Il IG. contraeva matrimonio in Perù con la Parte_15 Persona_7
IG.ra , in data 19/04/1979 (doc. 44), e dalla loro unione Parte_21 nasceva in Perù:
• , nata in [...]ía, Lima, Perù, il 08/10/1969, Parte_9 odierna ricorrente (doc. 45).
• La IG.ra contraeva matrimonio in Perù con il IG. Parte_9
, in data 22/06/2002 (doc. 46), e dalla loro unione nasceva in Controparte_17
Perù:
• nato in [...], Lima, Perù, il Controparte_18
12/01/2004 (doc. 47) odierno ricorrente;
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• nato in [...], Lima, Perù, il 30/11/2009 Controparte_16
(doc. 48) minore odierno ricorrente;
-[NUCLEO N.III: ]- Parte_16
• Il IG. contraeva matrimonio in Perù con la IG.ra Parte_16 [...]
in data 11/01/1979 (doc. 49), e dalla loro unione nasceva in Persona_12
Perù:
• , nata a [...], Perù, il 10/10/1970 (doc. 50), Controparte_19 odierna ricorrente;
• La IG.ra contraeva matrimonio in Perù Controparte_19 con il IG. , in data 21/03/1998 (doc. 51), e dalla loro unione Persona_13 nascevano in Perù:
• nato in [...], Lima, Perù, il 05/11/1999 (doc. 52), Controparte_20 odierno ricorrente;;
• nata a [...], Lima, Perù, il 12/11/2001 (doc. Controparte_21
53), odierna ricorrente;
***
Il si è costituito in giudizio, in via preliminare di valutare l'ammissibilità Controparte_1 della domanda, ritenendo insussistente l'interesse ad agire e nel merito contestando la sussistenza dei presupposti di fatto e di diritto posti a fondamento della domanda, in particolare evidenziando che l'avo era verosimilmente (attesa la sua data di nascita data di matrimonio e di nascita del primogenito in terra straniera) emigrato prima della proclamazione del Regno di Italia e certamente della entrata in vigore del codice civile del 1865 e che dunque l'avo capostipite non era mai divenuto, ai sensi della normativa ratione temporis applicabile, cittadino italiano (nel caso di specie l'art. 34 del codice del 1837 - vedi meglio infra) e chiedendo, comunque, in subordine, Per_14 un'integrazione/acquisizione documentale ex artt. 210 (con ordine di esibizione) e/o 213 c.p.c. (con richiesta di informazioni alla P.A.) al fine di accertare l'assenza di cause di estinzione della cittadinanza italiana invocata e insistendo, in caso di accoglimento del ricorso, per la compensazione integrale delle spese di giudizio
Con nota di trattazione il ricorrente contestava le controdeduzioni di parte resistente. In particolare evidenziava che il capostipite, essendo morto dopo la nascita dello Stato italiano, aveva acquisito la cittadinanza italiana e l'aveva dunque trasmessa alla discendenza.
Il Pubblico Ministero, ritualmente avvisato, è intervenuto chiedendo l'accoglimento del ricorso.
All'esito dell'udienza di discussione ex art. 127 ter c.p.c., tenuto conto anche delle note di trattazione depositate dalle parti costituite, la causa veniva trattenuta in decisione ex art. 281 sexies c.p.c..
CONSIDERAZIONI DI DIRITTO
La competenza territoriale
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Corretta è l'individuazione del Giudice territorialmente competente.
La competenza territoriale “diffusa” (rispetto alla precedente “concentrata” presso il Tribunale di Roma (in applicazione della regola del foro del convenuto ) è stata disposta Controparte_1 dall'art. 1, comma 36 della Legge 26 novembre 2021, n. 206 (Delega al Governo per l'efficienza del processo civile e per la revisione della disciplina degli strumenti di risoluzione alternativa delle controversie e misure urgenti di razionalizzazione dei procedimenti in materia di diritti delle persone e delle famiglie nonché in materia di esecuzione forzata) che ha modificato i criteri di ripartizione della competenza per territorio.
Il comma 36 prevede, infatti, che “All'articolo 4, comma 5, del decreto-legge 17 febbraio 2017, n.
13, convertito, con modificazioni, dalla legge 13 aprile 2017, n. 46, è aggiunto, in fine, il seguente periodo: «Quando l'attore risiede all'estero le controversie di accertamento dello stato di cittadinanza italiana sono assegnate avendo riguardo al comune di nascita del padre, della madre
o dell'avo cittadini italiani»”.
In relazione alla vigenza temporale il comma 37 prevede che “Le disposizioni dei commi da 27 a
36 del presente articolo si applicano ai procedimenti instaurati a decorrere dal centottantesimo giorno successivo alla data di entrata in vigore della presente legge”.
Pertanto, a far data dal 22.06.22, in caso di ricorrenti residenti all'estero, la competenza del Tribunale si è spostata, dal Tribunale di Roma, al Tribunale del Distretto di Corte d'Appello ove ha sede il comune di nascita dell'avo capostipite.
Nell'ambito del Tribunale distrettuale, risultano competenti le Sezioni Specializzate in materia di immigrazione, protezione internazionale e libera circolazione dei cittadini dell'Unione europea con la legge 13 aprile 2017, n. 46 presso i tribunali ordinari del luogo nel quale hanno sede le Corti d'Appello.
Dette Sezioni specializzate sono ora, infatti, competenti per territorio, in base all'art 4 comma 5 del Decreto-legge 17 febbraio 2017, n. 13 secondo cui “Le controversie di cui all'articolo 3, comma 2, sono assegnate secondo il criterio previsto dal comma 1, avendo riguardo al luogo in cui
l'attore ha la dimora. Quando l'attore risiede all'estero le controversie di accertamento dello stato di cittadinanza italiana sono assegnate avendo riguardo al comune di nascita del padre, della madre
o dell'avo cittadini italiani.”
Nel caso di specie l'avo era nato, come visto in premessa, in Liguria, nel Comune di
LANGASCO (GE) e da ciò discende la competenza di questo Tribunale, in composizione monocratica, sezione specializzata in materia di immigrazione e protezione internazionale.
***
L'interesse ad agire
Ciò precisato deve procedersi a verificare la sussistenza dell'interesse ad agire, in base al principio processuale sancito, anche, dall'articolo 100 c.p.c. che statuisce che “per proporre una domanda o per contraddire alla stessa è necessario avervi interesse”
Deve, innanzitutto, rammentarsi che la Suprema Corte (trattando della competenza del Tribunale ordinario sulle domande aventi ad oggetto l'accertamento dello status di cittadino in base alla riserva di legge contenuta nell'articolo 9 c.p.c.:) ha affermato che il diritto alla cittadinanza (che è
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un diritto soggettivo su cui si può pronunciare solo il Tribunale ordinario) è tutelabile immediatamente e incondizionatamente, indipendentemente da qualsiasi procedura amministrativa, tant'è che né la legge n. 91/1992, né i decreti applicativi della stessa, prevedono un obbligo da parte del soggetto interessato di presentare previamente una domanda amministrativa per il riconoscimento dell'acquisto della cittadinanza ex lege, né potrebbero farlo, in quanto ciò inciderebbe sulla possibilità da parte del soggetto interessato di chiedere immediatamente e in qualsivoglia momento – trattandosi di diritto imprescrittibile - il riconoscimento della suddetta situazione in sede giurisdizionale.
Alla luce di ciò è stato escluso che la presentazione della domanda in via amministrativa costituisca una condizione di procedibilità per la presentazione della domanda giudiziale, vertendosi, per l'accertamento del diritto soggettivo alla cittadinanza, in un sistema a doppio binario (cfr. Cass SSUU, Sentenza n. 28873 del 2008 che ha affermato che “non può ritenersi che la presentazione della domanda in via amministrativa costituisca una condizione di procedibilità per la presentazione della domanda giudiziale, trattandosi di accertare il diritto ad uno stato personale, non potendo l'assenza di certificazione amministrativa precludere il procedimento giurisdizionale di riconoscimento del diritto soggettivo perfetto, come tale oggetto della giurisdizione del giudice ordinario”).
In ossequio a tale principio la giurisprudenza di merito ha, più volte, statuito che sarebbe contrario al nostro ordinamento imporre al soggetto una scelta aprioristica sul mezzo da utilizzare per l'esercizio di un diritto soggettivo attinente a uno status della persona ed ha, quindi, affermato che: "La previsione di un apposito procedimento amministrativo disciplinato dal DPR n. 572/1993 non preclude la tutela davanti al giudice ordinario, essendo facoltà dell'interessato richiedere una certificazione dell'autorità amministrativa, ovvero una pronuncia del giudice ordinario che accerti il proprio status di cittadino, e che la legge n. 91/92 sulla cittadinanza, del quale il citato d.p.r. è attuativo, non impone affatto all'interessato una preventiva richiesta alla competente autorità consolare al fine del riconoscimento della condizione di cittadino (cfr.
Tribunale Ordinario di Roma, Sez. XVIII Civile, ordinanza del 02.11.2018, nonchè del 23.10.2019).
Sul punto bisogna, inoltre, rammentare che, ai sensi dell'art. 2 della Legge n. 241 del 7.08.1990, qualsiasi procedimento amministrativo deve essere concluso entro termini determinati e certi, e anche la mera incertezza in ordine alla sua definizione e/o il decorso di un lasso temporale irragionevole rispetto all'interesse vantato (nel caso di specie quello riguardante l'interesse a ottenere il riconoscimento dello status civitatis italiano iure sanguinis), comporta una implicita e concreta lesione dello stesso integrando l'interesse a ricorrere alla tutela giurisdizionale.
In materia di riconoscimento di cittadinanza il termine per la conclusione del procedimento amministrativo è stabilito, dall'art. 3 del D.P.R. 18 aprile 1994, n. 362 (Regolamento recante disciplina dei procedimenti di acquisto della cittadinanza italiana) in 730 giorni.
Nel dettaglio, in base all'art. 14 D.Lgs. 300/1999, richiamato dal D.P.R. 398/2001, il riconoscimento e la tutela dello status civitatis incombe sul , che, con Controparte_1 circolare n. K.28/1 dell'8 aprile 1991, ha previsto che i discendenti di cittadini italiani emigrati all'estero possano richiedere il riconoscimento della cittadinanza italiana presso le Autorità
Consolari del paese straniero di residenza, sulla scorta della documentazione attestante la loro discendenza da un cittadino italiano.
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Il termine di cui sopra è stato confermato con il D.P.C.M. del 17 gennaio 2014 n. 33 che ribadisce che la durata massima del procedimento amministrativo per l'accertamento del possesso della cittadinanza italiana iure sanguinis, da parte degli Uffici è pari a 730 giorni. Pt_22
In estrema sintesi le procedure di riconoscimento della cittadinanza italiana iure sanguinis o di revoca dello status civitatis italiano sono le seguenti:
- per i soggetti residenti all'estero (come nel caso in esame), sono di competenza dell'Autorità consolare, in relazione al luogo di residenza dell'interessato, ai sensi dell'art. 9 del D.P.R n. 200 del 05.01.1967;
- per i richiedenti che risiedano in Italia, l'eventuale possesso dello status civitatis italiano deve essere certificato, mediante attestazione, dal Sindaco del Comune italiano di residenza.
In entrambi i casi, la procedura si conclude con la certificazione di cittadinanza, rilasciata secondo le disposizioni dell'art. 16, comma 9, del D.P.R. 12 ottobre 1993, n. 572, senza adozione di alcun provvedimento da parte del , al quale è attribuita Controparte_1 esclusivamente l'attività di indirizzo, coordinamento e vigilanza sull'esatta applicazione delle norme concernenti l'acquisto, la perdita o il riacquisto della cittadinanza.
In relazione alla competenza amministrativa del deve osservarsi che lo Controparte_1 stesso è specificatamente competente nell'ambito della procedura finalizzata all'emanazione di un decreto, da adottarsi ai sensi degli artt. 7 e 8 della legge 5 febbraio 1992, n. 91 per l'attribuzione della cittadinanza nei confronti dello straniero che sia divenuto coniuge di un cittadino italiano e non ha un ruolo diretto nella procedura amministrativa per il riconoscimento del diritto soggettivo della cittadinanza per discendenza (pur restando, in questa sede giudiziaria, il contraddittore principale).
Deve rammentarsi che la giurisprudenza (tribunale di Roma Ordinanza 23/4/2020) ha affermato che “il decorso del termine di 730 giorni, in difetto di espressa previsione legislativa, non possa considerarsi una condizione di procedibilità, proponibilità o ammissibilità della domanda. Si deve ritenere infatti che le ipotesi di improcedibilità non possano essere oggetto di applicazione analogica o estensiva, giacché costituiscono sanzioni processuali limitative del diritto di azione”.
Il principio invero è stato reiteratamente ribadito dalla Giurisprudenza secondo cui “deve ritenersi che, con riferimento alla disposizione dell'art.3 del D.P.R. del 18 aprile 1994, n. 362, il decorso del termine di 730 giorni, in difetto di espressa previsione legislativa, non possa considerarsi una condizione di procedibilità, proponibilità o ammissibilità della domanda. Invero, muovendo dalla nozione di improcedibilità, quale conseguenza sanzionatoria di un comportamento procedurale omissivo, derivante dal mancato compimento di un atto espressamente configurato come necessario nella sequenza procedimentale, deve concludersi che detta sanzione debba essere espressamente prevista, giacché non si verte – in tema di sanzioni processuali – in materia suscettibile di applicazione analogica. Inoltre, poiché le disposizioni che prevedono condizioni di procedibilità o di ammissibilità, costituiscono una deroga all'esercizio del diritto di agire in giudizio garantito dall'art. 24 Cost., esse non possono neppure essere interpretate in senso estensivo” [cfr. sentenza Tribunale di Roma 14/02/2022; in senso conforme il costante orientamento del Tribunale di Roma, ex multis sentenze del 12/04/2022, del 31/01/2022, del 14/12/2021, del 23/04/2020, quest'ultima pubblicata sulla banca dati De Jure).
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Ciò è la conseguenza del fatto che, secondo la Cassazione, il diritto soggettivo alla cittadinanza costituisce uno status permanente ed imprescrittibile (cfr. Cass. n. 6205/2014, Cass. N.
20870/2011; Cass. n. 18089/2009) e l'incertezza in ordine alla definizione della richiesta di riconoscimento dello status civitatis ed il decorso di un lasso temporale irragionevole rispetto all'interesse vantato, comportante peraltro una lesione dell'interesse stesso, equivalgono ad un diniego di riconoscimento del diritto soggettivo, giustificando l'interesse a ricorrere alla tutela giurisdizionale [cfr. il costante orientamento del Tribunale di Roma, ex multis sentenze del
11.01.2012, 28.06.2016, 08.03.2017, 24/02/2017, 11/07/2018, 17/04/2018, 15/11/2018, 3/07/2019,
12839/2018, 29/01/2019, 12/06/2019 - Il Tribunale di Roma ha inoltre equiparato le azioni di stato di cui agli artt. 237 c.c. a quelle di accertamento della cittadinanza, concludendo nel senso di riconoscere anche per queste ultime la sussistenza dell'interesse ad agire quando si tratti di accertare una situazione giuridica oggettivamente destinata all'incertezza (cfr. Trib. Roma
28/10/2016).
La giurisprudenza di legittimità ha, peraltro, affermato che, nelle azioni di mero accertamento,
“l'interesse ad agire (...) consiste nella rimozione della situazione di incertezza che senza l'intervento del giudice non potrebbe essere eliminata: il pregiudizio deve essere concreto ed attuale, anche sopravvenuto all'atto impugnato, ma non deve necessariamente implicare la lesione di un diritto (…); è sufficiente uno stato di incertezza oggettiva sull'esistenza di un rapporto giuridico o sull'esatta portata dei diritti e degli obblighi da esso scaturenti;
in tal caso la rimozione di tale incertezza rappresenta un risultato utile, giuridicamente rilevante e non conseguibile se non con l'intervento del giudice (…)” (Cass., 20.1.2010, n. 919).
***
Se, pertanto, deve escludersi qualsiasi pregiudizialità amministrativa rispetto al ricorso alla tutela giudiziaria, resta comunque da valutare, in base ai generali principi processuali regolanti il procedimento contenzioso (non si verte, infatti, in una ipotesi di volontaria giurisdizione) la sussistenza, o meno, di un concreto ed attuale interesse ad agire in capo a parte ricorrente, definendo, quindi, quali siano i parametri per valutare la sussistenza o meno di detto interesse.
Deve, peraltro, evidenziarsi che l'assenza di interesse ad agire è rilevabile anche d'ufficio in ogni stato e grado del giudizio, in quanto tale interesse costituisce un requisito per la trattazione del merito della domanda al fine di evitare un'inutile attività processuale.
Deve anche aggiungersi che, in linea generale, la sua esistenza può anche sopravvenire in corso di causa, purché sia presente al momento della decisione.
Per farlo è opportuno procedere alla disamina delle situazioni di fatto maggiormente ricorrenti.
1) L'interesse di agire è senza dubbio sussistente qualora la domanda amministrativa, volta al riconoscimento dello status di cittadino, sia stata rigettata dall'amministrazione competente a seguito dell'esperimento del relativo procedimento amministrativo. In questi casi, infatti, sussiste certamente l'interesse a provocare un sindacato giurisdizionale avente ad oggetto alla correttezza dell'operato dell'amministrazione interpellata e quindi, in sostanza, l'accertamento giudiziario dello status di cittadino che si assume essere stato ingiustamente non riconosciuto.
2) Allo stesso modo l'interesse ad agire sussiste qualora l'amministrazione non si sia espressa, ricevuta l'istanza di riconoscimento, nei termini normativamente previsti. In tal
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caso il cittadino è certamente legittimato a ricorrere all'autorità giudiziaria per far valere il proprio diritto leso dall'inerzia dell'organo amministrativo.
3) Parimenti sussistente l'interesse ad agire nel caso in cui la domanda non sia stata nemmeno presentata in quanto, per prassi costante e legislativamente supportata, sarebbe comunque stata rigettata dal Consolato competente.
Questa è, innanzitutto, l'ipotesi per la quale i continuano a negare il Pt_23 riconoscimento della cittadinanza ai figli (e loro conseguenti discendenti) generati da donna cittadina italiana la quale abbia perso, prima del 1° gennaio 1948, la cittadinanza italiana per aver acquisito iure matrimonii (e senza concorso di volontà propria) la cittadinanza del marito, ovvero che non ha potuto trasmettere, sempre prima di tale data, la cittadinanza italiana alla propria prole. In tali ipotesi, infatti, le amministrazioni competenti dichiarano, anche nelle comunicazioni ufficiali, che tali donne, e soprattutto, per l'effetto, i loro discendenti, non hanno diritto alla cittadinanza italiana.
Il legislatore, infatti, non ha ancora recepito i principi giurisprudenziali dettati dalle
Sezioni Unite (più analiticamente riportate nei paragrafi successivi a cui si rinvia) e ha così precluso, in caso di trasmissione della cittadinanza (anche) per via materna prima del 1948, il riconoscimento della cittadinanza da parte degli organi amministrativi deputati. La Corte ha, come visto, evidenziato l'esistenza di un cosiddetto “doppio binario” in sede amministrativa e giurisdizionale per la tutela del diritto al riconoscimento della cittadinanza.
Ha, infatti, precisato che la richiesta in via amministrativa incontra i vincoli procedimentali posti dalla normativa tutt'ora vigente e rappresentati in primo luogo dalla necessità di acquisire la richiamata dichiarazione della donna volta al riacquisto della cittadinanza italiana. Inoltre, pur sussistendo la suddetta dichiarazione, l'art. 15 della legge 91/1992 impedisce che, in assenza di una riforma legislativa, possa farsi luogo, in sede amministrativa, alla diretta applicazione dei principi introdotti dalla sentenza n. 4466/2009, disponendo tale norma che: “L'acquisto o il riacquisto della cittadinanza ha effetto…dal giorno successivo a quello in cui sono adempiute le condizioni e le formalità richieste”. In forza di tale dettato normativo, in sede amministrativa la dichiarazione volta al riacquisto della cittadinanza può dunque produrre effetti solo per il futuro, a decorrere dal giorno successivo a quello in cui venga effettuata, restando esclusa la possibilità, pacifica ed ammessa invece in sede giurisdizionale, che la sua efficacia possa retroagire fino alla data di entrata in vigore della Costituzione, in conformità a quanto sancito dalle
Sezioni Unite della Cassazione. Si evidenzia, inoltre, che il richiamato limite di cui all'art. 15 della legge 91/1992, mentre permette, sulla base della ricordata dichiarazione, il riacquisto della cittadinanza ex nunc alla donna che l'aveva perduta in base all'art. 10, comma 3, della legge 555/1912, consente l'acquisto della cittadinanza italiana a decorrere dalla stessa data, per comunicazione di diritto ai sensi dell'art. 14 della legge 91/1992, solo ai figli ancora minori. Anche in questo caso la sussistenza dell'interesse ad agire appare evidente.
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Situazioni diverse sono, invece, quelle in cui non sussiste una contestazione, né preventiva, né successiva, né espressa né tacita, da parte dell'amministrazione in relazione al riconoscimento dello status di cittadino italiano.
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Si tratta dei casi in cui i ricorrenti, ove avessero presentato idonea e completa documentazione all'Autorità amministrativa (il Consolato territorialmente competente) avrebbero, ragionevolmente, potuto ottenere il riconoscimento della cittadinanza iure sanguinis.
4) Il caso di trasmissione per via esclusivamente maschile/paterna, ovvero per via femminile/materna ma successiva al primo gennaio 1948, dal momento che, astrattamente e normativamente, nulla osta al riconoscimento, per via amministrativa, della cittadinanza, l'interesse ad agire non può ritenersi implicitamente e automaticamente sussistente, soprattutto se la parte resistente, costituendosi, non abbia contestato l'astratto fondamento della domanda (e non abbia, dunque, giudizialmente avversato la stessa) limitandosi solo a chiedere e invitare il Tribunale a esaminare la documentazione prodotta per accertarne la completezza, esaustività e regolarità.
5) Ulteriore ipotesi è quella (invero tutt'altro che infrequente) riguardante i casi in cui gli interessati, anche e soprattutto nei casi di cui al precedente punto 4), asseriscono di non aver potuto depositare alcuna domanda di riconoscimento, per via di gravi e talvolta cronici ritardi nella gestione e definizione di detti procedimenti da parte di alcuni italiani. Pt_23
In relazione a tale ultima ipotesi la giurisprudenza di merito (Tribunale di Firenze
Ordinanza dell'11 maggio 2023 n. 2982/2023) ha affermato, quantomeno limitatamente ai Consolati italiani siti in Brasile, Argentina e Venezuela, la sussistenza dell'interesse ad agire anche in assenza di prova del tentativo di prenotazione del turno per la presentazione dell'istanza: “essendovi prova, derivante dal notorio, che presso i consolati - quantomeno in
Brasile Argentina e Venezuela-, le liste di attesa per il primo esame della domanda di cittadinanza superano anche i 10 anni. Sussiste quindi l'interesse ad agire, costituito dalla oggettiva situazione di incertezza derivante dal mancato esame della domanda nei termini previsti per legge, per il fatto strutturale e generalizzato che gli organi amministrativi deputati non risultano in grado di garantire, in maniera effettiva e tempestiva, il riconoscimento del diritto.
Una simile conclusione non è, tuttavia, nella sua assolutezza, condivisibile, perlomeno se pretenda di superare qualsivoglia adempimento dell'onere probatorio gravante sul ricorrente, ritenendo, di fatti, l'interesse ad agire in re ipsa sussistente, nel caso in cui il ricorrente provenga da specifici Stati e in primis da Brasile, Argentina e
Venezuela.
Non possono infatti, contrariamente a quanto affermato dal Tribunale fiorentino, ritenersi integrati i presupposti per ritenere processualmente sussistente il “fatto notorio”, con conseguente esonero dell'applicazione del principio generale dell'onere della prova
(gravante sul ricorrente in relazione alla dimostrazione della sussistenza del proprio interesse ad agire).
In linea generale, infatti “dovrebbe affermarsi la carenza di interesse ad agire giudizialmente per l'accertamento della cittadinanza italiana, poiché il riconoscimento dello status civitatis incombe sul e i ricorrenti avrebbero dovuto chiedere il Controparte_1 rilascio del relativo certificato o comunque il riconoscimento dello status all'autorità consolare presso il Paese di residenza, nella specie l'Argentina, sulla scorta della documentazione attestante la loro discendenza da un cittadino italiano, senza la necessità di adire l'Autorità Giudiziaria.
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Così delineate le ipotesi maggiormente ricorrenti, deve procedersi – tenendo conto delle deduzioni, sul punto, di parte ricorrente ed anche a prescindere dalle eccezioni di parte resistente - alla valutazione dell'interesse ad agire nel caso oggetto del presente giudizio.
Nel caso in esame si verte, congiuntamente, nell'ipotesi sub 4) e nell'ipotesi sub 5) – nessuna domanda di fatto è stata depositata al del paese di residenza - ma parte ricorrente Pt_24 non si è limitata a invocare “il fatto notorio” adducendo solo i risaputi e cronici ritardi dei Consolati italiani all'estero, ma ha anche dedotto e (a suo giudizio) documentato di aver tentato, di prenotare - tramite il sistema di prenotazione online Prenot@Mi - un appuntamento per presentare la documentazione idonea ad ottenere il riconoscimento del suo status civitatis italiano iure sanguinis senza, tuttavia, aver concluso l'operazione ed aver ottenuto una effettiva prenotazione non avendo il sistema informatico accettato l'inserimento/presa in carico della domanda in modalità informatica (cfr. documentazione prodotta).
A fronte dell'impossibilità di esperire la procedura amministrativa, ovvero di poterla esperire in tempi ragionevoli e non di per se stessi pregiudicanti il diritto azionato, la giurisprudenza di merito ha ritenuto sussistente il pieno interesse ad agire del ricorrente (ex multis, sentenza del
Tribunale di Roma n. 13209/2016 del 28.06.2016, n. 14013/2017 del 10.07.2017, n. 21563/2017 del 16.11.2017)
In senso sostanzialmente conforme si registra un'ulteriore recente pronuncia (Tribunale Firenze, Sez. Spec. Immigr., Prot. Inter. e Libera circ. UE, Sent., 10/01/2024, n. 66) secondo cui “Deve riconoscersi l'interesse ad agire dei ricorrenti, sussistendo una oggettiva situazione di incertezza, in tutte quelle situazioni in cui la P.A. non abbia esaminato la domanda nei termini previsti per legge o comunque quando non sia esigibile la richiesta di percorrere la via amministrativa atteso che la domanda sarebbe senz'altro rigettata sulla base di un orientamento interpretativo consolidato dell'(...) oppure ancora quando, da un punto di vista strutturale e generalizzato, gli organi amministrativi deputati non risultano in grado di garantire, in maniera effettiva e tempestiva, il riconoscimento del diritto).
L'impossibilità documentata e non solo addotta sulla base di un invocato “fatto notorio” - di prenotare, per un tempo indefinito, l'appuntamento per presentare la documentazione necessaria a ottenere il riconoscimento della cittadinanza iure sanguinis, è certamente parificabile a un diniego sostanziale, tacito e immotivato del riconoscimento della stessa e rende, dunque, concreto ed attuale l'interesse ad agire del ricorrente.
Deve, tuttavia, valutarsi se effettivamente, come sostiene parte ricorrente, la documentazione prodotta sia sufficiente a comprovare di aver presentato effettivamente una domanda
(corredata della necessaria documentazione) senza aver ottenuto, nei termini di legge (o comunque in termini congrui) una risposta da parte del ovvero quantomeno sia tale Pt_24 da comprovare l'assoluta impossibilità materiale di depositare la domanda stessa.
***
Prima di valutare la documentazione prodotta dal ricorrente deve evidenziarsi che, su questo specifico aspetto, si è di recente pronunciata la Corte di Appello di GE, con la sentenza n.
1246/2024 del 16.10.2024 che ha accolto l'appello del nella parte in cui si Controparte_1 doleva della mancata declaratoria di inammissibilità del ricorso per difetto di interesse ad agire ex art. 100 c.p.c. in capo agli odierni appellati.
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La Corte che ha, innanzitutto, ribadito “che la previa proposizione dell'istanza alle competenti Autorità diplomatico – consolari, nel caso (quale è quello in esame) di acquisto della cittadinanza italiana iure sanguinis per via maschile, non si configura, nell'azione giudiziaria tesa ad ottenere il medesimo status, quale condizione dell'azione (in assenza di una apposita previsione di legge), bensì essa costituisce il necessario presupposto affinché possa ritenersi esistente l'interesse ad agire del discendente, nel caso in cui l'Amministrazione non valuti l'istanza entro il termine previsto dall'art. 3 del D.P.R. n. 362/94.
La Corte ha quindi dato atto della giurisprudenza di merito prodotta dagli appellati che stigmatizza “la situazione di grave ritardo in cui versano diversi Uffici consolari italiani all'Estero nella gestione delle domande di cittadinanza per discendenza (che) rappresenta un vulnus che fa sorgere l'interesse a rivolgersi all'Autorità giudiziaria in capo a chi abbia tentato, senza riscontro, di adire l'Amministrazione competente.
La Corte evidenzia che dalle sentenze di merito prodotte da parte appellata “si evince che, nelle fattispecie ivi prese in considerazione, i ricorrenti avevano preventivamente proposto un'istanza in sede amministrativa”
Preso atto di ciò la Corte, tuttavia, dichiara che, gli appellati “avrebbero dovuto essere considerati dal Tribunale di GE sprovvisti di interesse ad agire ex art. 100 c.p.c., per non aver fornito prova di aver presentato, prima di essersi rivolti al Giudice ordinario, una valida istanza alla
Autorità diplomatico – consolare”.
Ha infatti evidenziato la Corte (con dovizia di motivazione) che le e–mail inviate da un ricorrente
(ammissibili nonostante sia stata omessa la loro traduzione (v. Cass. n. 6093/13, Cass. n.
12525/15 e Cass. n. 12365/18), non possono considerarsi alla stregua di istanze rivolte all'Amministrazione idonee ad avviare il procedimento de quo, sia perché si tratta di mera posta elettronica ordinaria, sia perché non sono corredate della documentazione richiesta dal
D.P.R. n. 362/94.
In relazione alle “schermate versate in atti dagli originari ricorrenti, si osserva che esse, a prescindere dagli eventuali intenti strumentali adombrati dal , non consentono di CP_1 verificare se il tentativo di appuntamento sia stato effettuato rispetto alla richiesta di cittadinanza o rispetto ad uno degli altri servizi offerti dalla pagina web dell'Ambasciata italiana, ragion per cui esse appaiono scarsamente rilevanti ai fini della prova dell'interesse ad agire degli odierni appellati” aggiungendo - in relazione ad una specifica schermata ove si legge “Al momento non ci sono date disponibili per il servizio richiesto” e a un'altra ove si legge che
“Stante l'elevata richiesta i posti disponibili per il servizio scelto sono esauriti. Si invita a controllare con frequenza la disponibilità in quanto l'agenda viene aggiornata regolarmente” – che nel periodo tra i due accessi parrebbe che siano “stati resi disponibili appuntamenti per proporre l'istanza tesa ad ottenere la cittadinanza italiana iure sanguinis (sempre che, come detto sopra, l'avviso si riferisca proprio a tale servizio web offerto dall'Ambasciata italiana).
In relazione agli screeshot prodotti, pertanto, la Corte ha affermato che “le schermate della pagina web del servizio “Prenotami” del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale prodotte dagli appellati non sono sufficienti a dimostrare l'asserita impossibilità di prendere appuntamento con l'Ambasciata italiana (a Bogotà) per presentare l'istanza tesa ad ottenere la cittadinanza italiana iure sanguinis.
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Passando ora a prendere in considerazione il riscontro fornito dall'Ambasciata italiana a Bogotà all'istanza di accesso agli atti ex artt. 22 ss. l. 241/90 presentata dai difensori degli odierni appellati (cfr. docc. 19 e 20 di parte ricorrente in primo grado), si osserva che il fatto che l'Amministrazione abbia negato di aver mai ricevuto istanze tese ad ottenere la cittadinanza italiana iure sanguinis da parte dei conferma, e non smentisce, la tesi secondo cui essi non hanno fornito valida Pt_25 prova di aver correttamente esperito l'iter amministrativo prima di rivolgersi al Tribunale ordinario.
In ragione di quanto sopra la Corte ha affermato che “non avendo gli appellati dimostrato di aver mai proposto un'istanza all'Ambasciata italiana utilizzando debitamente i canali indicati nel sito web di quest'ultima, e non avendo nemmeno fornito prova di aver quantomeno tentato di contattare via PEC l'Autorità diplomatico – consolare trasmettendo la documentazione necessaria (ciò che, per ammissione dello stesso avrebbe eventualmente potuto CP_1 qualificarsi alla stregua di istanza idonea ad avviare il procedimento de quo), deve escludersi che, nel caso di specie, essi abbiano subito un pregiudizio tale da giustificare un loro interesse ad agire in sede giudiziaria a prescindere dalla svolgimento di un previo procedimento amministrativo”.
***
In applicazione dei suddetti condivisibili principi e tenuto conto della documentazione prodotta dalle parti deve affermarsi come nel caso di specie sia sussistente l'interesse ad agire in capo ai ricorrenti.
Nello specifico i ricorrenti, per comprovare la sussistenza del loro interesse ad agire, hanno prodotto, in allegato al ricorso, una serie di screenshot/schermate (una dozzina circa di schermate per ricorrente maggiorenne) tratte dal portale del Consolato italiano di riferimento da cui dovrebbe desumersi l'impossibilità di prenotare un appuntamento nonché una schermata dal sito del del 30.1.2023 con cui “Si informa l'utenza che la ricezione delle istanze di Parte_26 riconoscimento di cittadinanza italiana per discendenza, c.d. jure sanguinis (sia di cittadini maggiorenni i cui genitori siano già registrati presso questa Ambasciata sia di totale ricostruzione a partire dal capostipite emigrato dall'Italia) è momentaneamente sospesa per consentire la cura dei numerosi adempimenti connessi allo stato di emergenza nazionale in Peru' dovuto alle gravissime circostanze politico-sociali e di sicurezza nel Paese. Si informerà l'utenza non appena le circostanze consentiranno una riapertura del servizio”
Successivamente, con le note di trattazione il ricorrente depositava ulteriori schermate (circa 600 non divise ne indicizzate) oltre ad alcune mail inviate al da alcuni ricorrenti che Parte_26 chiedevano un appuntamento in quanto non erano riusciti ad ottenerlo dal sistema on-line con le risposte dell'Ambasciata che affermava che l'unico modo per ottenere gli appuntamenti era accedere al sistema Email_3
Prescindendo dalle decisioni richiamate (di cui nei paragrafi precedenti si è dato atto) non può non rilevarsi che le schermate in questa sede prodotte attestano, soltanto, che nel giorno di specifico accesso il servizio non era disponibile e che pertanto l'utenza veniva invitata, con frequenza, a riprovare
Parte ricorrente ha, tuttavia documentato di aver con frequenza e per un periodo di tempo abbastanza significativo tentato di effettuare la prenotazione on line (sebbene con una produzione documentale non indicizzata per ricorrete né riepilogata) nonchè di aver contatto diversamente il
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sebbene non avendo inviato una richiesta corredata da tutta la documentazione Pt_24 necessaria per ottenere la cittadinanza italiana iure sanguinis.
La documentazione prodotta da parte ricorrente, in conformità con i principi dettati dalla Corte di
Appello di GE, è pertanto sufficiente a consentire di ritenere sussistente, nel caso di specie,
l'interesse ad agire.
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La domanda di riconoscimento della cittadinanza italiana
Passando al merito della controversia parte ricorrente chiede il riconoscimento della cittadinanza iure sanguinis, per essere discendenti di un cittadino italiano per nascita ex art. 1, lett
a) della Legge 5 febbraio 1992, n. 91.
Deve, innanzitutto, rammentarsi che, in base al c.d. principio di effettività (indiscusso nel diritto internazionale) spetta a ciascuno Stato determinare le condizioni che una persona deve soddisfare per essere considerata investita della sua cittadinanza (v. Cass. Sez. 1 n. 9377-11 citata dalla stessa corte territoriale, ma v. pure, in ambito unionale, C. giust. 19-10-2004, Zhu).
Ciò è stato specificatamente chiarito dalle Sezioni Unite della Cassazione nelle due sentenze del 24.8.2022, la n. 25317 e la n. 25318 (le c.d. sentenze gemelle sulla grande naturalizzazione brasiliana del 1889) che hanno affermato che il principio di effettività delinea, in modo negativo, il confine della libertà degli Stati di accordare l'acquisto della cittadinanza a chi non presenti alcun vero punto di collegamento con l'insieme di rapporti nei quali si esprime la cittadinanza effettiva (o sostanziale) con la specificazione che il nesso di cittadinanza non può mai esser fondato su una fictio, implicando l'esistenza di un vincolo reale tra lo Stato e l'individuo. In questo senso certamente non può considerarsi una mera fictio il vincolo di sangue.
In questo senso la Corte ha chiarito che il principio di effettività viene - di norma - richiamato per inibire le c.d. decadenze arbitrarie della cittadinanza ove permangano comunque vincoli reali tra l'individuo e la realtà del proprio paese (cfr. C. giust. 2-3-2010, , causa C-135/08, in Per_15 relazione alle conseguenze della determinazione delle modalità di acquisto e perdita della cittadinanza su situazioni coinvolgenti cittadini comunitari, come tali ricadenti nell'ambito del diritto della UE); ovvero per contenere gli effetti di possibili previsioni di diritto interno che, in modo discrezionale (come nel diritto del Paesi Bassi) contemplino casi di perdita della cittadinanza per i discendenti al venir meno di criteri di collegamento tra la persona e lo Stato.
Deve peraltro rammentarsi che le ipotesi (previste dalle singole legislazioni) di decadenze e perdite della cittadinanza sono e restano comunque teoricamente ammissibili, anche perché rispondenti a un significato più completo del concetto di cittadinanza, incentrato su una trama di rapporti concreti tra una persona e una comunità e per questo ritenute non incompatibili col diritto dell'Unione, purché nel rispetto dei limiti di proporzionalità e purché sia escluso il rischio di apolidia (v. C. giust. 12-3-2019, Tjebbes, causa C-221/17).
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I principi generali regolatori la materia
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Ciò precisato deve affermarsi che la cittadinanza è una qualità (uno status), attribuita dalla legge, che indica l'appartenenza di un soggetto a uno Stato ed a essa corrisponde un patrimonio variabile di diritti e doveri di matrice pubblica e costituzionale.
Sul punto la Corte di cassazione (nelle due già richiamate sentenze gemelle del 24.8.2022, la n.
25317 e la n. 25318) ha sottolineato che l'ordinamento giuridico italiano “mantiene per tradizione un approccio conservatore, senza alterazioni sostanziali rispetto al prevalente criterio di acquisizione della cittadinanza iure sanguinis, praticamente immutato fin dal cod. civ. del 1865 secondo un impianto ereditato prima dalla l. n. 555 del 1912 e poi dalla attuale l. n. 91 del 1992.
L'acquisto fondamentale è a titolo originario per nascita.
Fino al 1992 ciò equivaleva a dire che è cittadino italiano chi sia figlio di padre cittadino, oppure, quando il padre è ignoto (o apolide), chi sia figlio di madre cittadina.
Una tale formula ha nella sostanza caratterizzato le leggi nazionali nell'arco del divenire storico che qui rileva: artt. 4 e 7 del cod. civ. del 1865, art. 1 della l. n. 555 del 1912.
Il quadro è mutato solo con la legge n. 91 del 1992, frutto di una sopravvenuta maturazione costituzionale, ma semplicemente nel senso che è cittadino per nascita – oggi – chi sia figlio di padre o di madre cittadini, ovvero chi sia nato nel territorio della Repubblica se entrambi i genitori sono ignoti o apolidi (o se non segua la loro cittadinanza in base alla legge dello Stato di appartenenza).
Guardando alle prime manifestazioni della volontà legislativa esternata dalla legislazione precostituzionale, non è dubitabile che il legislatore italiano si sia espresso in termini di sostanziale continuità di scopo e di intenti;
ed è infatti comunemente accettata l'opinione che vede nella l. n. 555 del 1912 un semplice punto di perfezionamento della disciplina già insita nelcodice civile del 1865.
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La normativa di riferimento
Antecedentemente all'entrata in vigore della Legge 5 febbraio 1992, n. 91 (“Nuove norme sulla cittadinanza”), la disciplina normativa che definiva il riconoscimento della cittadinanza italiana era stata regolata, nel Regno di Sardegna, dal codice civile del 1837 (Codice Albertino), quindi dal
Codice Civile del Regno D'Italia del 25.06.1865 entrato in vigore il 1° gennaio 1866 (codice abrogato del 1865);
Successivamente, in considerazione del fenomeno della migrazione della fine del secolo XIX, la disciplina veniva trasfusa – come era prassi fare – in apposite leggi e segnatamente prima nella legge sulle migrazioni del 31 gennaio 1901 n. 23, poi nella legge 17 maggio 1906 n.217. e infine nella legge n. 555 del 13 giugno 1912 tutte in linea di assoluta continuità normativa.
L'impianto della disciplina della cittadinanza si è sempre fondato, come detto, sulla trasmissione jure sanguinis.
In particolare, all'art. 19 del Codice Albertino si dichiarava testualmente: “il figlio nato in [...] padre godente tuttora ne' Regni Stati de' diritti civili inerenti alla qualità di suddito è pure suddito, e ne gode tutti i diritti”.
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Da ciò deriva che i figli dei cittadini del Regno di Sardegna (cosiddetti regnicoli) nati all'estero mantenevano la cittadinanza regnicola.
La circostanza della trasmissione jus sanguinis della cittadinanza veniva altresì riaffermata dall'art. 4 del Codice Civile del 1865 “E' cittadino il figlio di padre cittadino”.
Considerato inoltre che il è subentrato, in qualità di Stato successore, al Regno CP_22 di Sardegna, quale Stato predecessore, tutti i cittadini appartenenti al Regno di Sardegna hanno alla data del 17 marzo 1861 (Unità d'Italia) acquisito automaticamente la cittadinanza italiana anche in base ai principi di diritto internazionale consuetudinario (oggetto di successiva codificazione contenuta nell'art. 21 della risoluzione 63/118 adottata dall' Assemblea Generale delle Nazioni Unite l' 11 dicembre 2008 “lo Stato successore deve attribuire la propria nazionalità a tutte le persone che, alla data della successione degli Stati, possedevano la nazionalità dello Stato predecessore”)
Coloro che erano nati nell'allora Regno di Sardegna, dunque prima dell'unificazione d'Italia, furono, dopo l'unificazione considerati automaticamente cittadini italiani, anche se emigrati,
a condizione che, al momento in cui lo Stato preunitario di provenienza era entrato a far parte del
, non avessero perso la cittadinanza sabauda anche acquisendo una CP_22 cittadinanza straniera.
Un tale principio risulta confermato anche del Ministero dell'Interno nella pubblicazione “La Cittadinanza Italiana – La Normativa, Le Procedure, Le Circolari” dove alla pagina 9 viene espressamente riportato …“Può capitare, poi, che l'ascendente dante causa, sia emigrato dall'Italia antecedentemente alla costituzione dell'unità d'Italia, con passaporto di uno Stato preunitario. Tale circostanza può ritenersi non ostativa al riconoscimento della cittadinanza italiana. Infatti, il Codice Civile del 1865, che regolava la materia della cittadinanza antecedentemente alla legge 13.6.1912, n. 555, non escludeva dal possesso della cittadinanza italiana i soggetti emigrati prima della costituzione del . Tuttavia, è da sottolineare CP_22 che i nati prima del 1861 ed emigrati in uno Stato estero possono essere considerati cittadini italiani soltanto dal momento in cui lo Stato preunitario di provenienza risulti entrato a far parte del . Se, invece, al momento dell'eventuale naturalizzazione straniera, o alla CP_22 data del loro decesso, lo Stato preunitario di appartenenza non fosse stato ancora inglobato nel
Regno , costoro devono considerarsi non aver mai conseguito la cittadinanza italiana...”. CP_22
Tali concetti devono quindi ritenersi consolidati trovando il loro presupposto, come visto, nei principi del Codice Albertino del 1837 e del Codice Civile del Regno d'Italia del 1865 e traendo, inoltre, la loro conferma dalla circostanza che l'art. 11 del Codice Civile del 1865, che regolava i casi di perdita di cittadinanza, non escludeva dal possesso della cittadinanza italiana i soggetti emigrati prima della costituzione del . CP_22
All'opposto, se l'avo emigrato si fosse naturalizzato straniero o fosse deceduto prima del 17 marzo del 1861, lo stesso non avrebbe mai potuto trasmettere la cittadinanza italiana ai propri discendenti non avendola mai posseduta nemmeno lui;
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Come detto, tutte le normative succedutesi nel tempo si fondavano sul principio della trasmissione iure sanguinis della cittadinanza italiana, ma solo per via paterna.
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L'art. 1 della Legge n. 555 del 13 giugno 1912 ha confermato, infatti, come titolo principale e originario, di acquisizione della cittadinanza italiana, la trasmissione iure sanguinis solo per via paterna.
Detta norma è stata dichiarata incostituzionale dalla Corte costituzionale con la sentenza del 9 febbraio 1983, n. 30 nella parte in cui “non prevede che fosse cittadino per nascita anche il figlio da madre cittadina”, riconducendo ai valori costituzionali la previgente disciplina legislativa sullo status civitatis, così consentendo la possibilità di acquisto della cittadinanza italiana per linea materna.
Invero, in precedenza, la medesima Corte Costituzionale- con la Sentenza n. 87 del 9 aprile 1975
– aveva dichiarato costituzionalmente illegittimo, per violazione degli art. 3 e 29 Cost., l'art. 10 L. 555/1912 nella parte in cui “prevedeva la perdita della cittadinanza italiana indipendentemente dalla volontà della donna che si sposava con cittadino straniero”.
In particolare:
Con la sentenza n.87 del 1975, la Corte, dichiarando la illegittimità costituzionale della L. n. 555 del 1912, art. 10, comma 3, ha ritenuto tale disciplina discriminatoria dell'uguaglianza tra uomo e donna e violativa non solo dell'art. 3 Cost., ma anche del principio di uguaglianza dei coniugi e dell'unità familiare di cui all'art. 29 Cost., potendo indurre la donna, per non perdere il proprio stato di cittadina, "a non compiere l'atto giuridico del matrimonio o a sciogliere questo una volta compiuto", prevedendo la stessa norma, sul punto non dichiarata illegittima, il riacquisto della cittadinanza per il successivo scioglimento del vincolo coniugale, la cui permanenza era il presupposto giuridico del perdurare della perdita dello stato di cittadina, anche nel precedente regime.
Con la sentenza n.30 del 1983, dichiarando l'illegittimità dell'art.1 n.1 della L.555/1912, la Corte ha affermato che la norma, infatti, con il prevedere l'acquisto originario, da parte del figlio, soltanto della cittadinanza del padre, ledeva da più punti di vista la posizione giuridica della madre nei suoi rapporti con lo Stato e con la famiglia. In particolare, ha spiegato che non può contestarsi l'interesse, giuridicamente rilevante, di entrambi i genitori a che i loro figli siano cittadini, e cioè membri di quella stessa comunità statale di cui essi fanno parte e che possano godere della tutela collegata a tale appartenenza. Ha anche aggiunto che la disciplina di cui all'art. 1 della suddetta legge lede la posizione della madre nella famiglia, se si considera la parità nei doveri e nella responsabilità verso i figli ormai affermata negli ordinamenti giuridici del nostro tempo.
Sulla base di dette pronunce, recepite dalla nuova legge sulla cittadinanza, è stato, pertanto, stabilito il diritto della moglie a mantenere la cittadinanza italiana anche in caso di matrimonio con cittadino straniero, e il diritto del figlio di acquisire la cittadinanza della madre
In relazione agli ambiti applicativi di dette pronunce si formarono due orientamenti giurisprudenziali.
Secondo un primo orientamento gli effetti (“favorevoli”) delle due sentenze si potevano produrre solo a decorrere dalla data di entrata in vigore della Costituzione;
secondo altro opposto orientamento nessun limite temporale poteva essere fissato dalla approvazione della Carta costituzionale.
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La Corte di Cassazione, con pronunce a Sezioni Unite n.4466 e 4467 del 2009, ha riconosciuto, come già accennato, che anche per le situazioni preesistenti all'entrata in vigore della Costituzione deve ritenersi che il diritto di cittadinanza sia uno status permanente e imprescrittibile, giustiziabile in ogni tempo se la sua illegittima privazione perdurasse anche dopo l'entrata in vigore della Costituzione a causa di una norma discriminatoria dichiarata incostituzionale.
Le sentenze, pur condividendo il principio del primo orientamento dell'incostituzionalità sopravvenuta - secondo il quale le norme precostituzionali producono effetto soltanto sulle situazioni non ancora esaurite alla data del 1.1.1948, non potendo retroagire oltre l'entrata in vigore della Costituzione - ha affermato, appunto, che il diritto di cittadinanza in quanto status permanente ed imprescrittibile (fatta salva l'estinzione per effetto della rinuncia dell'avente diritto) è giustiziabile in ogni tempo (anche in caso di pregressa morte dell'ascendente o del genitore dai quali deriva il riconoscimento) per l'effetto perdurante, anche dopo l'entrata in vigore della Costituzione, dell'illegittima privazione dovuta alla norma discriminatoria dichiarata incostituzionale.
Nello specifico le Sezioni Unite hanno affermato che “lo stato di cittadino è permanente ed ha effetti perduranti nel tempo che si manifestano nell'esercizio dei diritti conseguenti;
esso, come si è rilevato può perdersi solo per rinuncia, così anche nella legislazione previgente (art. 8 n. 2
L. 555/1912) (….) Perciò correttamente si afferma che lo stato di cittadino, effetto della condizione di figlio, come questa, costituisce una qualità essenziale della persona, con carattere di assolutezza, originarietà, indisponibilità ed imprescrittibilità, che lo rendono giustiziabile in ogni tempo e di regola non definibile come definito o chiuso, se non quando risulti denegato o riconosciuto con sentenza passata in giudicato”.
Ed ancora che “la titolarità della cittadinanza italiana va riconosciuta in sede giudiziaria, indipendentemente dalla dichiarazione resa dall'interessata ai sensi della L. n. 151 del 1975, art. 219, alla donna che l'ha perduta per essere coniugata con cittadino straniero anteriormente al
1 gennaio 1948, in quanto la perdita senza la volontà della titolare della cittadinanza è effetto perdurante, dopo la data indicata, della norma incostituzionale, effetto che contrasta con il principio della parità dei sessi e della eguaglianza giuridica e morale dei coniugi (artt. 3 e 29 Cost.). Per lo stesso principio, riacquista la cittadinanza italiana dal 1° gennaio 1948, anche il figlio di donna nella situazione descritta, nato prima di tale data e nel vigore della L. n. 555 del 1912, determinando il rapporto di filiazione, dopo l'entrata in vigore della Costituzione, la trasmissione a lui dello stato di cittadino, che gli sarebbe spettato di diritto senza la legge discriminatoria”.
Le norme precostituzionali, riconosciute illegittime dalle sentenze di cui sopra sono, pertanto, inapplicabili e non hanno più effetto dal 1° gennaio 1948 sui rapporti su cui ancora incidono, se permanga la discriminazione delle persone per il loro sesso o la preminenza del marito nei rapporti familiari, sempre che vi sia una persona sulla quale determinano ancora conseguenze ingiuste, ma giustiziabili, cioè tutelabili in sede giurisdizionale.
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Nel 1992 il legislatore ha abrogato la legge del 1912, riscrivendo l'intera normativa con la Legge 5 febbraio 1992, n. 91 (“Nuove norme sulla cittadinanza”).
L'art. 1 prevede che sia «cittadino per nascita: a) il figlio di padre o di madre cittadini […]».
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Tale disposizione (confermando un principio già sancito dall'art. 1 della previgente Legge 15 giugno 1912, n. 555 e corretto dall'intervento della sentenza costituzionale del 9 febbraio 1983, n. 30), riconosce la cittadinanza iure sanguinis (ossia per nascita) in favore dei discendenti in linea retta di cittadini italiani, di sesso maschile o femminile, anche emigrati all'estero ( ovvero chi sia nato nel territorio della Repubblica se entrambi i genitori sono ignoti o apolidi o se non segua la loro cittadinanza in base alla legge dello Stato di appartenenza)-
Come affermato dalla Cassazione nelle “sentenze gemelle” del 2022, “il peso della scelta ispirata ai legami di sangue (per l'appunto iure sanguinis), rispetto ad altri indici di legame tra la persona e il territorio (iure loci o, come anche si dice, iure soli, più o meno temperati da requisiti e condizioni aggiunte), ha giustificato (e tuttora in parte giustifica, nella legge n. 91 del 1992) una decisa restrizione delle possibilità di acquisto della cittadinanza di chi non vanti ascendenti italiani, ma anche una altrettanto decisa restrizione delle possibilità di ravvisare fattispecie estintive della cittadinanza degli italiani all'estero.
È un fatto assolutamente ovvio, da quest'ultimo punto di vista, che l'istituto della perdita della cittadinanza italiana può dipendere solo dalla legislazione nazionale, secondo le previsioni in questa pro tempore rinvenibili, non mai invece da decisioni attuate in un ambito ordinamentale straniero.
Proprio da ciò è originato il riconoscimento dei fenomeni di doppia cittadinanza, d'altronde armonici con lo sviluppo e l'evoluzione del diritto internazionale. Fenomeni dei quali l'ordinamento attuale (con la citata l. n. 91 del 1992) tende semmai a risolvere le ipotetiche conseguenti situazioni di conflitto.
Peraltro la Cassazione ha rammentato che “della rilevanza di tali fenomeni di doppia cittadinanza abbia dato atto pure (e finanche all'epoca) la tanto evocata sentenza della Corte di cassazione di
Napoli del 1907.
La possibilità di aversi nel tempo “una duplice nazionalità” venne già allora considerata una
“conseguenza inevitabile (..) del concetto della sovranità, che include necessariamente le note di autonomia ed indipendenza di ciascuna di esse nel proprio territorio”.
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I principi processuali sull'onere della prova
L'onere della prova di chi richiede il riconoscimento della cittadinanza italiana è, pertanto, incentrato sulla dimostrazione della linea – continua - di trasmissione, restando fatta salva solo l'estinzione per effetto di rinuncia (conformemente a Cass. Sez. U n. 4466-09).
Ove la cittadinanza sia rivendicata da un discendente, in base ai principi di ripartizione dell'onere della prova, spetta a lui dimostrare, soltanto, di essere (appunto) discendente di un cittadino italiano;
incombe, viceversa, sulla controparte statale, che ne abbia fatto specifica eccezione, la prova dell'evento interruttivo della linea di trasmissione.
Come sinteticamente spiegato dalla Corte di Cassazione a Sezioni Unite nel 2022:
La cittadinanza per fatto di nascita si acquista a titolo originario.
Lo status di cittadino, una volta acquisito, ha natura permanente ed è imprescrittibile.
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Esso è giustiziabile in ogni tempo in base alla semplice prova della fattispecie acquisitiva integrata dalla nascita da cittadino italiano.
Donde la prova è nella linea di trasmissione.
Resta salva solo l'estinzione per effetto di rinuncia (v. già Cass. Sez. U n. 4466-09).
Ne segue che, ove la cittadinanza sia rivendicata da un discendente, null'altro – a legislazione invariata - spetta a lui di dimostrare salvo che questo: di essere appunto discendente di un cittadino italiano; mentre incombe alla controparte, che ne abbia fatto eccezione, la prova dell'evento interruttivo della linea di trasmissione.
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Il caso in esame
Con la produzione dei certificati di nascita, matrimonio e morte di tutti gli avi e ascendenti, parte ricorrente ha adempiuto all'onere probatorio su di lei gravante comprovando la diretta discendenza dei ricorrenti dall'avo cittadino italiano emigrato in terra straniera.
Ha, infatti, documentato, con le allegazioni dei certificati e/o estratti di nascita, battesimo, matrimonio, morte, che i ricorrenti discendono tutti, tramite plurime linee di trasmissione, da capostipite emigrato in Perù. Persona_3
Alla luce della documentazione prodotta, pertanto, parte ricorrente ha comprovato la continuità della linea di discendenza e, quindi, di trasmissione iure sanguinis della cittadinanza italiana come sopra richiamata nella premessa della presente decisione.
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Parte resistente, dal canto suo, non ha contestato la ricostruzione genealogica di cui sopra e dunque la linea continua di trasmissione, essendosi limitata ad invitare il Tribunale a controllarla, anche con riferimento alla documentazione probatoria prodotta, limitandosi a chiedere, in caso di accoglimento della domanda, di compensare le spese di giudizio.
Invero parte resistente ha anche chiesto di procedere ad effettuare una integrazione istruttoria ex artt. 210 e/o 213 c.p.c., ordinando a parte ricorrente di esibire documentazione ulteriore (o chiedendone comunque al giudice l'acquisizione agli atti).
L'Avvocatura dello Stato ha chiesto, infatti, l'acquisizione dell'estratto di leva (ovvero il documento equipollente nell'ordinamento estero) di tutti gli ascendenti (maschi) degli odierni ricorrenti (come pure degli odierni ricorrenti, in tanto in quanto nati entro l'abrogazione, per effetto della legge n. 92/1991, della l. n. 555/1912) e dell'estratto contributivo (ovvero il documento equipollente nell'ordinamento estero) degli ascendenti degli odierni ricorrenti (come pure degli odierni ricorrenti, in tanto in quanto nati entro l'abrogazione, per effetto della l.. n. 92/1991, della l.
n. 555/1912);
A supporto della richiesta ha evidenziato la documentazione sollecitata assumeva rilievo alla luce del dato normativo per il quale la prestazione del servizio militare per paese estero si qualificava come ragione di perdita della cittadinanza italiana (ex art. 11 CC 1865 ed ex art. 8 l. n.
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555/1912) al pari che per la assunzione di impieghi pubblici (da intendersi come incarichi alle dipendenze del Governo estero, come chiarito dalla pronuncia della Cassazione a Sezioni Unite del 2022 sulla grande naturalizzazione brasiliana).
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Prima di valutare l'ammissibilità della richiesta deve richiamarsi l'evoluzione normativa sul punto perdita e/o decadenza della cittadinanza italiana per un pubblico impiego o per aver svolto servizio militare all'estero.
L'Art. 11 del Codice civile 1865 disponeva che: “La cittadinanza si perde … da colui che, senza permissione del governo, abbia accettato impiego da un governo estero, o sia entrato al servizio militare di potenza estera”. Detta norma è stata successivamente abrogata dall'art. 35 della Legge 31 gennaio 1901, n. 23.
L'Art. 8 della legge 555/1912 disponeva che “Perde la cittadinanza … chi, avendo accettato impiego da un Governo estero od essendo entrato al servizio militare di potenza estera, vi persista nonostante l'intimazione del Governo italiano di abbandonare entro un termine fissato l'impiego o il servizio”;
L'Art. 12 Legge 91/1992 sancisce che “Il cittadino italiano perde la cittadinanza se, avendo accettato un impiego pubblico od una carica pubblica da uno Stato ovvero prestando servizio militare per uno Stato estero, non ottempera, nel termine fissato, all'intimazione che il
Governo italiano può rivolgergli di abbandonare l'impiego, la carica o il servizio militare.”
Deve aggiungersi che sul punto la Corte di Cassazione a Sezioni Unite (n.25318/2022) ha rilevato che la ratio della norma del 1865, era da ricercarsi nella “tradizione nazionale francese
(essendo l'origine della norma rinvenibile, come quasi tutte quelle del codice civile del 1865, nel codice napoleonico del 1804): una tradizione refrattaria a che il cittadino potesse svolgere pubbliche funzioni all'estero tali da imporre l'assunzione di obblighi di gerarchia e fedeltà verso lo
Stato straniero, di natura stabile e tendenzialmente definitiva.
La ratio è esplicitata anche nei lavori preparatori del testo del progetto del codice dell'Italia unita, e in particolare nella parte della relazione con cui, a proposito della fattispecie estintiva, si scrisse che nessuno può “conciliare i doveri verso il proprio Governo col servire a Governo straniero, sia nella milizia, sia in uffici pubblici”.
Evidente, quindi, che la norma imponesse un forte limite restrittivo verso lo svolgimento, da parte del cittadino, di attività (quali il servizio militare o le cariche o gli uffici pubblici) necessariamente implicanti giuramenti di fedeltà a governi esteri in quanto tali;
sì che la cittadinanza si sarebbe perduta, in questi casi, ipso iure, salva “permissione” del governo nazionale.
Le normative successive a quella del 1865 (in vigore dal 1.1.1866) hanno attenuato detto “antico e tradizionale rigore” disponendo che la perdita/decadenza della cittadinanza italiana derivi non solamente dall'accettazione di un impiego pubblico presso uno Stato straniero o dall'effettuaizone del servizio militare, ma anche la mancata ottemperanza all'intimazione che il Governo italiano potrebbe rivolgere al proprio cittadino.
E' dunque evidente che, dopo l'abrogazione dell'art. 11 del codice del 1865, non sia sufficiente documentare l'impiego pubblico/carica pubblica o l'effettuazione del servizio militare (peraltro
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volontario) da parte di un avo, ma debba anche essere comprovata l'inottemperanza all'intimazione eventualmente ricevuta dal Governo Italiano.
Altrettanto evidente che se possa ritenersi, per la parte resistente pubblica (il ) Controparte_1 immediato e agevole documentare l'eventuale professione degli avi, non così documentare le eventuali intimazioni governative notifcate
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Ciò precisato, deve osservarsi che in base alle regole di ripartizione dell'onere della prova come delineato anche dalle Sezioni Unite, sarebbe stato comunque onere di parte resistente – prima di sollecitare l'acquisizione ex officio o tramite invito al ricorrente, documentare, quantomeno, un principio di prova sul punto (relativo quantomeno alla professione degli avi riservandosi, in caso di prova del pubblico impiego o del servizio miliare, di produrre l'eventuale intimazione emessa dopo il 1901).
Richiedere l'esibizione della indicata documentazione pertinente e comprovante, se positiva, la sussistenza di possibili cause estintive del diritto di cittadinanza invocato, non può ritenersi istanza processualmente accoglibile, anche perché comporterebbe una inversione degli oneri probatori come delineati anche dalla giurisprudenza di legittimità, peraltro a Sezioni Unite.
Per far diversamente concludere non può nemmeno invocarsi il principio di vicinanza o prossimità della prova, in forza del quale, nel caso di specie, la esibizione e/o produzione spetterebbe a parte ricorrente in quanto, per essa, di più agevole disponibilità.
Invero non può con certezza affermarsi che una parte privata (parte ricorrente) rispetto ad una parte pubblica (l'Autorità Consolare opportunamente richiesta di collaborazione dal Ministero resistente, magari attraverso il Ministero degli Affari Esteri), possa avere una reale maggiore facilità, ad acquisire, da una Autorità straniera, la documentazione sollecitata dalla Avvocatura di Stato.
Parte resistente, per poter invocare l'applicazione del principio di vicinanza (peraltro non invocabile in relazione alla eventuale intimazione emessa dal Governo italiano) della prova avrebbe dovuto almeno documentare di aver tentato di adempiere al proprio onere della prova
(rectius di allegazione), dimostrando di aver effettuato un tentativo di acquisizione diretta della documentazione presso l'Autorità estera competente anche tramite i canali consolari.
Sul punto l'Avvocatura ha affermato di aver richiesto all'Autorità consolare la trasmissione (per una successiva produzione in giudizio) della documentazione di cui sopra, affermando che il Pt_24 gli aveva risposta che la documentazione richiesta non era in suo possesso.
In relazione a detta affermazione deve rilevarsi non solo che l'Avvocatura non ha depositato la risposta che avrebbe ricevuto dall'Autorità consolare, ma anche che è pacifico che detta documentazione doveva essere richiesta, tramite il , alla Pubblica Amministrazione Pt_24 straniera e non direttamente al che, come è ovvio, non poteva detenerla. Pt_24
La richiesta di integrazione probatoria ex artt. 210 e/o 213 c.p.c. non può, pertanto, essere accolta.
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Documentata, pertanto la continuità della linea di trasmissione della cittadinanza, la questione da affrontare riguarda la posizione giuridica dell'avo, nato prima della nascita del CP_22
(17 marzo 1861) e della vigenza del Codice Civile promulgato nel 1865 (dal 1° gennaio 1866) e emigrato, con certezza, anteriormente a tali date.
Dalla documentazione prodotta da parte ricorrente, infatti, emerge, in modo pacifico, che l'avo sig. è nato a [...] l'[...] ed è emigrato (per andare a stabilirsi in Perù) Persona_16 in data certamente anteriore al 1863 avendo procreato un figlio, Persona_5
, nato in data [...] in [...] con una donna del luogo.
[...]
Il Capostipite, dunque, è nato, nella penisola italica, da essa emigrato verosimilmente prima dell'Unità d'Italia e certamente della promulgazione ed entrata in vigore del codice civile del
1865.
Prima della Codificazione del 1837, vigeva in Liguria – in materia di cittadinanza – una disciplina locale per la quale, secondo la (successiva) giurisprudenza del neo Stato italiano, per “il diritto ligure vigente nella repubblica ligure era lecito rinunziare di propria autorità la cittadinanza
d'origine trasportando altrove il domicilio”. (Cass. Torino, 9 dicembre 1879, massima in Foro Italiano n. 5, 1880, voce cittadinanza, p. 209).
Dal punto di vista storico la Liguria venne annessa al Regno di Sardegna con il protocollo del
12 dicembre 1814 (in precedenza vi fu una brevissima restaurazione della repubblica aristocratica per personale iniziativa dell'ammiraglio inglese , che liberò la città dai francesi e da Per_17 maggio a dicembre 1814 -nel periodo delle trattative diplomatiche tra l'Inghilterra e il regno sabaudo - costituì la Repubblica Genovese).
Invero anche dopo la capitolazione del tra il 1814 al 1838 (quando è entrato in Per_18 vigore il codice albertino) il Codice Civile napoleonico e le altre leggi vigenti nel territorio genovese e nella Repubblica Ligure istituita dal , sebbene formalmente abrogate (dopo CP_23
l'annessione al regno ), restarono in vigore con una serie di modificazioni e abrogazioni (in Per_19 relazione agli atti dello stato civile circa le formalità de' matrimoni », il divorzio e la comunione dei beni fra coniugi come regime patrimoniale legale della famiglia,) o sostituzioni (quelle riguardanti le successioni intestate e il diritto di legittima) unitamente a quelle contenute nei corrispondenti capitoli degli Statuti civili genovesi del 1588 (la cui parziale riviviscenza venne quindi confermata di fatto anche dal governo ) Per_19
Per quanto qui di rilevanza il Code civil napoleonico del 1804 in materia di perdita di cittadinanza all'art. 17, prevedeva, tra l'altro, che “la qualité de Français se perdra […] 4.° enfin, par tout établissement fait en pays etranger, sans esprit de retour” – normando quindi in modo sostanzialmente identico a quanto sarà poi stabilito dal Codice albertino del 1837 che all'art. 34 statuiva che il suddito che acquista la naturalità in paese straniero, o vi si stabilisce con animo di non più ritornare, perde il godimento dei diritti civili inerenti alla qualità di suddito” (come confermato anche dalla giurisprudenza per la quale “secondo il diritto ligure vigente nella repubblica ligure era lecito rinunziare di propria autorità la cittadinanza d'origine trasportando altrove il domicilio” (Cass. Torino, 9 dicembre 1879, massima in Foro Italiano n. 5,
1880, voce cittadinanza, p. 209).
Tanto la legislazione napoleonica quanto la codificazione albertina prevedevano, quindi, come causa di perdita dei diritti di cittadinanza, l'emigrazione con animo di non più ritornare (il cui apprezzamento è rimesso pacificamente alla valutazione del giudice - in tal senso da Corte di
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Appello Lucca, 8 giugno 1880, massima in Foro Italiano n. 5, 1880, voce cittadinanza, p. 208 a
Corte di Appello di GE N. 940 del 28.6.2024) e ciò a differenza di quanto previsto dal Codice civile del 1865, che non prevedeva più analoga ipotesi di perdita della cittadinanza (l'art. 11 del codice civile del 1865 prevede infatti tre distinte ipotesi di perdita di cittadinanza: 1) la rinuncia con dichiarazione rese all'Ufficiale di Stato civile del proprio domicilio e il successivo trasferimento all'estero della residenza;
2) l'ottenimento della cittadinanza in un paese estero;
3) l'accettazione, senza permissione del governo, di un impiego da un governo estero o l'ingresso al servizio militare per una potenza estera).
Il passaggio tra la codificazione antecedente (napoleonica e sabauda) a quella del neonato stato italiano è stato peraltro regolato dal Regio decreto 30 novembre 1865, n. 2606 che all'art. 1 affermava che ≪Coloro che secondo le leggi anteriori hanno perduto la cittadinanza, possono riacquistarla uniformandosi al disposto dall'articolo 13 del nuovo codice civile≫ e all'art. 2 aggiungeva che ≪Coloro che secondo le leggi anteriori sono incorsi, indipendentemente da condanna penale, nella perdita del godimento dei diritti civili, ritenendo la qualità di suddito o cittadino, possono riacquistare il godimento di tali diritti adempiendo entro
l'anno dall' attuazione del nuovo codice alle condizioni stabilite nell'articolo 13 del medesimo. Non adempiendo a tali condizioni nel detto termine, sono riputati stranieri dal giorno dell'attuazione dello stesso codice≫.
L'art. 13 del Codice civile del 1865 stabiliva che ≪Il cittadino che ha perduto la cittadinanza per alcuno dei motivi espressi nell'articolo 11, la ricupera, purchè
1. Rientri nel regno con permissione speciale del governo;
2. Rinunzi alla cittadinanza straniera, all'impiego od al servizio militare accettati in paese estero;
3 Dichiari davanti l'uffiziale dello stato civile di fissare e fissi realmente entro l'anno il suo domicilio nel regno≫.
Il combinato disposto degli artt. 1 e 2 del RD n. 2606/1865 e dell'art. 13 del Codice civile unitario del 1865 comportava, quindi, che, per ogni ipotesi di perdita della cittadinanza o del godimento dei diritti civili maturata nel regime preunitario, e quindi pure per il caso descritto dell'art. 34 del CC del 1837, come a maggior ragione nelle discipline ad esso anteriori, fosse Per_14 condizione necessaria per il recupero o l'attribuzione della cittadinanza italiana tenere le condotte prescritte dall'art. 13 del nuovo Codice civile (tra cui, il rientro in Italia); chi non vi avesse dato seguito è stato “riputato straniero dal giorno dell'attuazione” del nuovo Codice.
In forza di suddetta normativa, secondo parte resistente, avendo l'avo perduto il godimento dei diritti civili inerenti la qualità di suddito ex art. 34 (per il fatto di essersi stabilito in paese straniero con animo di non più ritornare - o, per usare l'espressione dell'art. 17 Code civile del 1804, sans esprit de retour), nessun discendete potrà mai essere (o diventare) cittadino del regno sabaudo prima e italiano dopo (invero secondo parte resistente il capostipite emigrato non è mai divenuto cittadino italiano e non ha quindi mai potuto trasmettere i propri diritti di cittadinanza).
***
Ciò precisato deve evidenziarsi come la questione sia stata, recentemente, affrontata dalla Corte di Appello di GE (con la sentenza N. 940 del 28.6.2024 che ha effettuato un preciso excursus normativo e giurisprudenziale sul riconoscimento di cittadinanza iure sanguinis da parte di discendenti di cittadini italiani emigrati a fine Ottocento.
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La Corte ha rammentato, innanzitutto, che la Cassazione ha riconosciuto, nel caso in esame,
l'applicabilità dell'art. 11 n. 2 del codice civile del 1865 (in linea con la successiva l. n. 555 del 1912), che stabilisce che la cittadinanza italiana è persa da colui che abbia "ottenuto la cittadinanza in paese estero", e ha affermato che, a tal fine, occorre che si accerti il compimento, da parte della persona all'epoca emigrata, di un atto spontaneo e volontario finalizzato all'acquisto della cittadinanza straniera.
Per tali motivi, la Corte ha escluso la perdita della cittadinanza italiana da parte dell'avo che all'atto di contrarre matrimonio, aveva dichiarato di essere cittadino brasiliano (Cass. Sez. 1, Ordinanza n.
12894 del 11/05/2023) o che non aveva reagito ad un provvedimento generalizzato di naturalizzazione (come nel caso della grande naturalizzazione brasiliana) o che semplicemente aveva stabilito all'estero la residenza e/o la propria condizione di vita (Cass. Sez. U, Sentenza n.
25317 del 24/08/2022).
È principio consolidato, dunque, che a partire dal 1° gennaio 1866 (data di entrata in vigore del codice promulgato nel 1865), la cittadinanza italiana poteva essere persa soltanto attraverso un atto spontaneo e volontario finalizzato all'acquisto della cittadinanza straniera, essendo irrilevante che l'ascendente abbia stabilito all'estero la residenza o vi abbia stabilizzato la propria condizione di vita.
Nel caso oggetto del giudizio di Appello, il prospettava tuttavia (come nel caso di specie) CP_1
l'applicazione della normativa precedente al codice civile del 1865 (quella sopra riportata), essendosi l'avo trasferito in terra straniera prima del 1° gennaio 1866).
La Corte ha premesso che, dal punto di vista legislativo, l'Italia preunitaria e la neo-unita Italia assistettero ad un processo di unificazione giuridica definito “unificazione a vapore” per la velocità ed i metodi autoritari con cui l'Esecutivo aveva approntato ed esteso alcuni codici sardi alle nuove province.
Per quanto riguarda il diritto civile, il codice civile del 1837 fu esteso alla province dell , CP_4 delle Marche e dell'Umbria tra il 1859 e il 1860; nel regno delle due Sicilie fu invece mantenuta in vigore la codificazione borbonica del 1819; nelle province lombarde il Governo decise di mantenere provvisoriamente in esecuzione il codice civile austriaco del 1811; per quanto riguarda la Toscana fu deciso che le province toscane potessero conservare temporaneamente la propria legislazione in tutte le materie.
Il primo Codice civile dell'Italia unita fu promulgato con regio decreto 25 giugno 1865, n. 2358 (La nascita dello Stato unitario.pdf (camera.it), p. 29 – 3).
Ai fini del riconoscimento della cittadinanza italiana ai discendenti di cittadini emigrati prima dell'entrata in vigore del codice civile del 1865, occorrerà quindi verificare se, dalla data di emigrazione alla data di entrata in vigore del suddetto codice, sia intervenuta la perdita della cittadinanza ai sensi della normativa ratione temporis applicabile.
Per quanto riguarda GE, essendo la Liguria stata annessa al regno di Sardegna con il
Congresso di Vienna nel 1814, prima del 1866 trovava applicazione (come già detto) il Codice civile albertino del 1837 e, dunque, l'art. 34, il quale prevedeva (come anticipato) che “il suddito che acquista la naturalità in paese straniero, o vi si stabilisce con animo di non più ritornare, perde il godimento dei diritti civili inerenti alla qualità di suddito”. L'art 34 prevedeva dunque (come già detto) due casi di perdita della cittadinanza: l'ipotesi di naturalizzazione in un paese straniero (ipotesi nel caso di specie non sostenuta dal e CP_1
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comunque smentita dal certificato negativo di naturalizzazione, allegato dai richiedenti e non contestato) e l'ipotesi del suddito che si stabilisce in un paese straniero con l'animo di non più tornare.
Quest'ultima fattispecie è quella - nel caso esaminato dalla Corte di Appello e anche nel presente - sostenuta dal , che prospetta la perdita di cittadinanza dell'ascendente per il CP_1 solo fatto di essere emigrato prima dell'entrata in vigore del codice del 1865, alla luce di un'interpretazione del concetto di “animo di non più tornare” fondata su precedenti giurisprudenziali risalenti al Regno d'Italia (C. Appello GE, 23 dicembre 1879, massima Foro Italiano n. 5,
1880, voce cittadinanza, p. 209).
Sul punto la Corte ha affermato, innanzitutto, che la circostanza che l'ascendente sia emigrato antecedentemente all'unità d'Italia, con passaporto di uno stato preunitario, non è automaticamente ostativa al riconoscimento della cittadinanza italiana.
Infatti, come anche affermato dalla già richiamata circolare ministeriale, “i nati prima del 1861 ed emigrati in uno Stato estero possono essere considerati cittadini italiani soltanto dal momento in cui lo Stato preunitario di provenienza risulti entrato a far parte del Regno . Se, invece, al CP_22 momento dell'eventuale naturalizzazione straniera, o alla data del loro decesso, lo Stato preunitario di appartenenza non fosse stato ancora inglobato nel Regno , costoro devono CP_22 considerarsi non aver mai conseguito la cittadinanza italiana.” (cfr. “La cittadinanza italiana – normative, procedure e circolari” a cura del Prefetto D'Ascenzio, , p. 15 - Controparte_1 reperibile online sul sito dell'Asgi). Sulla base di quanto sopra citato, non solo si può affermare che il cittadino dello Stato preunitario emigrato ha acquistato la cittadinanza italiana a partire dal momento in cui lo Stato preunitario di provenienza risulti entrato a far parte del (purché non naturalizzato nello Stato CP_22 estero e non deceduto alla data dell'unità di Italia), ma anche che l'emigrazione prima dell'unità d'Italia o prima dell'entrata in vigore del codice del 1865 non determina in automatico la perdita della cittadinanza.
D'altronde, è lo stesso art. 34 del codice civile albertino che al terzo e quarto comma afferma che “il domicilio trasportato in paese straniero, qualunque ne sia la durata, non basterà da sé solo a far prova dell'intenzione di non più ritornare” e che “gli stabilimenti di commercio non potranno essere considerati come fatti con animo di non più ritornare”. In tal senso, inoltre, si segnala una remota sentenza della Corte d'Appello di GE del 1857 (Giurisprudenza Degli Stati Sardi, Raccolta compilata dall'avvocato Filippo Bettini), che afferma che “dall'acquisto all'estero di stabili e dalla dimora in estero Stato non se ne può certamente indurre la intenzione di rinunziare al proprio paese coll'animo di non più ritornarvi, ove siffatta intenzione non sia provata da circostanze di fatto per sé stesse evidenti e non equivoche”.
L'onere di provare l'intenzione di abbandonare la propria patria con l'animo di non più ritornarvi sulla base di circostanze di fatto per sé stesse evidenti e non equivoche grava, del resto, sul (Cass. Sez. U, Sentenza n. 25317 del 24/08/2022) atteso che la CP_1 giurisprudenza di legittimità ha affermato che “la cittadinanza per fatto di nascita si acquista a titolo originario "iure sanguinis", e lo "status" di cittadino, una volta acquisito, ha natura permanente, è imprescrittibile ed è giustiziabile in ogni tempo in base alla semplice prova della fattispecie acquisitiva integrata dalla nascita da cittadino italiano;
ne consegue che a chi richieda il riconoscimento della cittadinanza spetta di provare solo il fatto acquisitivo e la linea di
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trasmissione, mentre incombe alla controparte, che ne abbia fatto eccezione, la prova dell'eventuale fattispecie interruttiva” (Cass. Sez. U, Sentenza n. 25317 del 24/08/2022)
La Corte di Appello, alla stregua di quanto sopra ha dunque affermato che, sebbene il CP_1 abbia correttamente sostenuto l'applicazione al caso di specie dell'art. 34 del codice civile albertino, non è tuttavia riuscito a fornire la prova dell'animo di non più tornare dell'avo emigrato e per l'effetto ha confermato a decisione di primo grado, secondo cui “le parti ricorrenti hanno provato la continuità della linea trasmissiva, come sopra indicata, mentre nessuno degli elementi connotanti una fattispecie estintiva della cittadinanza italiana risultano provati dal convenuto” (pag. 3 dell'ordinanza impugnata) (vds sentenza n. 940/2024 Corte Appella GE).
***
Deve considerarsi, pertanto, pacifico, che l'onere della prova del fatto estintivo (la perdita della cittadinanza dell'avo) gravi sulla parte resistente ( ) e che non sia sufficiente CP_1 documentare (peraltro attraverso le produzioni di parte ricorrente) il mero trasferimento del domicilio per provare l'animo di non più ritornare.
Una precisazione è a questo punto necessaria.
Trattandosi di “animo” e dunque di un aspetto e ambito squisitamente soggettivo (ed anzi psicologico) è evidente che lo stesso non potrà comunque che essere provato attraverso la produzione ed evidenziazione di elementi oggettivi. Non è infatti processualmente possibile sondare e documentare “l'animo umano”).
Detta prova può, ovviamente, essere proposta e introdotta sia attraverso prove dirette (storico rappresentative – in primis prove documentali dirette, essendo la prova testimoniale concretamente di difficile percorribilità ancor di più per il resistente) sia attraverso prove CP_1 indirette (critico indiziarie – le presunzioni civilistiche da cui poter inferire il fatto da provare).
L'ammissibilità di una prova presuntiva (indiretta/critica indiziaria), nel caso in esame, deve essere ancor di più consentita pena il tramutare l'onere probatorio gravante sulla parte pubblica in una sostanziale probatio diabolica (come sarebbe limitare la prova della causa estintiva solo a quella diretta storico rappresentativa non potendosi realisticamente pretendere che il CP_1 produca – ad esempio – un documento (quale uno scritto autografo) in cui il capostipite abbia, apertis verbis, manifestato l'intenzione o il desiderio di tornare in Italia (simili documenti, invero, potrebbero, al più, essere in possesso di parte ricorrente - che potrebbe, in astratto, essere anche in possesso di documenti di senso opposto che non avrebbe, ovviamente, interesse a produrre).
Sul punto deve, pertanto, valutarsi quanto statuito dalla Corte di Cassazione, a Sezioni Unite
(nelle già richiamate sentenze gemelle del 2022 sulla grande naturalizzazione brasiliana che sembrerebbe, a una prima lettura, aver sostenuto il contrario.
La Cassazione sembrerebbe aver affermato (peraltro, in un caso non del tutto sovrapponibile dal momento che si verteva in un caso di naturalizzazione ope legis brasiliana del 1889) che non si potrebbero applicare le presunzioni.
Nello specifico la Corte ha affermato che “il diritto di cittadinanza appartiene al novero dei diritti fondamentali, e non si addice ai diritti fondamentali l'estensione automatica di presunzioni che, come quelle dettate da un comportamento asseritamente concludente di ordine puramente negativo, possono assumere – a certe condizioni di legge - normale rilievo nel distinto settore dei diritti patrimoniali”.
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L'affermazione deve, però, essere, a giudizio dello scrivente, correttamente inquadrata.
Nello specifico la Corte ha affermato che “il diritto di cittadinanza appartiene al novero dei diritti fondamentali, e non si addice ai diritti fondamentali l'estensione automatica di presunzioni che, come quelle dettate da un comportamento asseritamente concludente di ordine puramente negativo, possono assumere – a certe condizioni di legge - normale rilievo nel distinto settore dei diritti patrimoniali”.
Nel caso in esaminato dalla Suprema Corte ”la corte d'appello di Roma, discorrendo di tacita accettazione degli effetti del decreto di grande naturalizzazione in virtù della stabilizzazione di vita, di relazioni sociali e di affetti dell'emigrato nel territorio brasiliano unita alla mancata manifestazione di una condotta reattiva del tipo di quella prevista nel decreto medesimo, ha ritenuto integrato il requisito stabilito dall'art. 11, n. 2, cod. civ. abr. La Corte ha affermato che “la circostanza dell'accettazione – in qualche modo – degli effetti di un provvedimento di naturalizzazione di massa non avrebbe potuto (e non può) desumersi da un contegno solo passivo.
Nessun rilievo poteva essere attribuito al mero atteggiamento inerziale, eventualmente manutenuto nel tempo, rispetto alle facoltà concesse dall'ordinamento agli stranieri naturalizzati, per l'elementare ragione che solo una condotta efficiente e attiva, e dunque positiva, sarebbe valsa come manifestazione implicita di volontà tale da corrispondere alla nozione insita nell'espressione
“ottenere la cittadinanza” di cui alla fattispecie contemplata dal codice abrogato.
La Cassazione ha, quindi, dato atto che “un certo indirizzo interpretativo, di matrice dottrinale, consentiva, all'epoca del codice abrogato, e consente per certi versi anche attualmente, a che una rinuncia spontanea e volontaria alla cittadinanza potesse esser desunta – come praticamente assume la corte d'appello di Roma - da facta concludentia.”.
Per diversamente concludere (cassando la decisione) la Cassazione ha evidenziato che “dagli artt. 3, 4, 16 e seg. e 22 cost., dall'art. 15 della Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo del 10 dicembre 1948 e dal Trattato di Lisbona del 13 dicembre 2007 si evince che ogni persona ha un diritto soggettivo permanente e imprescrittibile allo stato di cittadino, che congloba distinti ed egualmente fondamentali diritti e che può perdersi solo per rinuncia”.
Ha aggiunto che l'orientamento dominante della giurisprudenza “si è fin qui sempre collocato in posizione opposta a quella ritenuta dalla corte romana, e cioè nel senso che la perdita della cittadinanza può derivare solo da un atto consapevole e volontario, espresso in modo lineare al fine di incidere direttamente su un rapporto che, come quello sottostante, corrisponde a un diritto di primaria rilevanza costituzionale ed è contraddistinto da effetti perduranti nel tempo”.
A sostegno viene “citata Cass. Sez. U n. 5250-79, a proposito della legge n. 555 del 1912 per i riflessi sulla giurisdizione italiana: “l'acquisto della cittadinanza straniera, pure se accompagnato dal trasferimento all'estero della residenza, non implica necessariamente la perdita della cittadinanza italiana, la quale richieda, ai sensi dell'art. 8 della legge 13 giugno 1912, n. 555, che detto acquisto sia avvenuto 'spontaneamente', ovvero se verificatosi 'senza concorso di volontà' dell'interessato che sia stato seguito da una dichiarazione di rinuncia alla cittadinanza italiana. Pertanto, il sopravvenuto acquisto della cittadinanza straniera non può essere di per sé invocato, anche al fine della giurisdizione, come causa della perdita della cittadinanza italiana, occorrendo l'allegazione e dimostrazione delle indicate circostanze”.
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In egual senso può essere citata Cass. Sez. 3 n. 6220-81, sempre riferita alla l. sulla cittadinanza del 1912.
Identica è stata la posizione della Corte a proposito della disciplina di cui alla l. n. 91 del 1992.
Si veda Cass. Sez. 1 n. 22271-16, per la quale l'acquisto della cittadinanza straniera, pur se accompagnato dal trasferimento all'estero della residenza, non implica necessariamente la perdita della cittadinanza italiana, a meno che l'interessato non vi rinunci con un atto consapevole e volontario”.
La natura permanente e imprescrittibile del diritto al riconoscimento della cittadinanza italiana è parsa in eguale rappresentazione valutata rispetto alle fattispecie di perdita della cittadinanza dei figli di donna italiana coniugata con cittadino straniero residente all'estero; perdita correlabile solo alla rinuncia spontanea e volontaria – e come tale esplicita - alla cittadinanza da parte della madre, anziché alla mera circostanza dell'acquisizione della cittadinanza del marito a causa del proprio matrimonio (Cass. Sez. 1 n. 6205-14).
E ciò sempre a motivo del fatto che la perdita della cittadinanza italiana presuppone una rinuncia del genere, per l'appunto spontanea e volontaria da parte del cittadino, mentre non può dirsi propriamente tale quella dettata dalla necessità, legislativamente imposta, di acquisire (per esempio) la cittadinanza del coniuge straniero, dovendo piuttosto la volontà abdicativa essere oggetto di approfondito accertamento istruttorio, anche officioso, da parte del giudice (v. Cass.
Sez. 1 n. 22608-15, Cass. Sez. 1 n. 19428-17, Cass. Sez. 1 n. 41686-21).
Insomma, il formante giurisprudenziale si è nel tempo consolidato recependo le antiche e sempre valide opinioni della dottrina specialistica del secolo scorso, secondo le quali la rinunzia alla cittadinanza - anche se associata all'accettazione di quella straniera - suppone la volontarietà del fatto posto a suo fondamento, sicché la cittadinanza mai può dirsi perduta dal cittadino ove a questi sia stata semplicemente impartita una cittadinanza straniera non a seguito di una sua domanda ma per concessione spontanea dello Stato straniero in base a una legge in esso vigente.
Ed è appena il caso di sottolineare come una simile unitarietà di intenti sia maturata proprio sulla scia della condivisa posizione dottrinale occasionata dai provvedimenti di naturalizzazione degli emigranti della fine dell'Ottocento, come ben si sarebbe potuto comprende sol che si fossero allineate le diverse rationes decidendi in base al fattore tempo.”
Ha anche sottolineato che il problema “era stato da ogni punto di vista già valutato, approfondito e studiato nel dibattito culturale nel Paese.
Agli esiti di quel dibattito andavano associati i più consapevoli approdi in ordine agli effetti di provvedimenti, altrove attivati, di naturalizzazione di massa, ai fini della relativa accettazione e della contestuale rinuncia alla cittadinanza italiana degli emigrati che a diverso titolo ne fossero stati interessati”.
Alla stregua di quanto sopra le Sezioni Unite hanno affermato che “l'impugnata sentenza, attribuendo sbrigativa rilevanza a elementi generici onde presumere, contestualmente, e
l'accettazione tacita degli effetti della naturalizzazione da parte di e la tacita Persona_20 rinuncia alla cittadinanza italiana sia da parte di questi che, poi, da parte del figlio , non CP_24 può considerarsi rispettosa dell'ambito di rilevanza del fenomeno infine integrato dalla perdita di un diritto come quello in esame, fondamentale e primario e acquisito a titolo originario per nascita.
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Precisava che “La caratura del diritto supponeva di arrestarsi dinanzi al dato che la perdita della cittadinanza italiana non può dirsi perfezionata da una qualche forma di accettazione di quella straniera, impartita per provvedimento generalizzato di naturalizzazione, desunta dal semplice silenzio, in quanto, in ossequio alla libertà individuale, la perdita della cittadinanza italiana non si può verificare se non per effetto di un atto volontario ed esplicito”.
Sottolineava che “Non potevano dunque rilevare i comportamenti meri, se non integrati da fatti positivi, equivalenti alla manifestazione di una volontà tesa scientemente ad acquisire la cittadinanza straniera, giacché il contraltare sarebbe stato quello di attribuire il significato di manifestazione di volontà a condotte indeterminate, e tramite questo di accettare il rischio di perdite della cittadinanza in qualche modo forzate o presunte o comunque automatiche, in chiara contraddizione non solo con le caratteristiche del diritto fondamentale ma anche con gli spunti di costituzionalità offerti – per quanto ad altro fine di rispetto dei principi di eguaglianza - dalle (pur richiamate) decisioni della Corte costituzionale n. 87 del 1975 e n. 30 del 1983”.
A riprova di ciò sottolineava che “Una considerazione pratica – e come tale anche logica - conforta quanto detto: un emigrato in terra straniera, spesso all'epoca analfabeta e privo di mezzi, niente normalmente sapeva degli effetti di normative ignote e dell'incidenza di codeste su ciò che invece garantiva l'ordinamento dello Stato di nascita;
sicché finanche in termini assoluti difficilmente si sarebbe potuto ascrivere alla sua inerzia il valore di un comportamento volontario concludente.
Concludeva affermando che “Vuoi che lo si intenda correlato al codice civile del 1865, vuoi che lo si connetta alla legge n. 555 del 1912, vuoi ancor più che lo si rapporti all'unitarietà dell'ordinamento dell'epoca come ricostruibile secondo integrazione delle normative citate, resta il fatto che il requisito della accettazione della cittadinanza brasiliana, da connettere a una conseguente rinuncia alla cittadinanza italiana, non poteva che risultare associato a una manifestazione esplicita e consapevole della volontà individuale;
manifestazione in ordine all'accertamento della quale non v'è traccia nella motivazione della sentenza impugnata.
***
Appare evidente che la Corte di cassazione si muova, nel caso esaminato, in un contesto fattuale e normativo completamente diverso da quello oggetto della presente decisione, essendo, nel caso all'attenzione delle Sezioni Unite, applicabile il codice del 1865 e la legge del 1912 e non del codice albertino, e disquisendosi di un provvedimento di naturalizzazione da parte di uno Stato straniero, con contestuale inerzia dell'emigrato italiano interessato.
In tale contesto la Cassazione ha correttamente affermato che la rinuncia alla cittadinanza italiana
- per acquisire quella straniera (nel caso di specie brasiliana) in forza, peraltro, di un provvedimento generalizzato e applicato senza alcuna manifestazione di volontà – debba essere manifesta ed espressa e come tale non possa essere desunta da comportamenti e dati presuntivi non espliciti, vertendosi in ambito di diritti fondamentali.
Nel caso in esame, viceversa, deve trovare applicazione la normativa previgente al codice del 1885 e segnatamente il codice albertino del 1837 e deve accertarsi, quindi, se ricorra la condizione (estintiva del diritto di cittadinanza) dell'espatrio con animo di non ritorno e non se vi sia stata una accettazione della cittadinanza di altro Stato.
Per rendere, pertanto, come anticipato, effettivo e reale il contraddittorio e consentire al di controdedurre non costringendolo a dover soddisfare una sostanziale “probatio CP_1 diabolica”, deve riconoscersi la possibilità di addurre ed evidenziare elementi – oggettivi e
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concreti – di natura indiziaria (rectius presuntiva) che unitamente valutati possano consentire, ex artt. 2727 e2729 c.c., se gravi precisi e concordanti, di far ritenere al giudice, nell'ambito del suo prudente apprezzamento, provato l'animo di non ritorno.
Non si tratta, infatti, di trarre, da fatti concludenti, la volontà di rinunciare ad un diritto fondamentale (quello di cittadinanza), ma di comprovare, in base alle regole generali, un dato oggettivo, sebbene di natura soggettiva e “psicologica”, consistente nell'emigrazione con l'intenzione di non più far ritorno nel paese di origine. E' evidente che da detto dato, discendono conseguenzialmente, per la normativa ratione temporis applicabile, effetti giuridici (la perdita della cittadinanza sabauda/italiana) incidenti anche su diritti fondamentali, ma ciò non è equiparabile a inferire, da comportamenti non univoci, la volontà di rinunciare alla cittadinanza italiana sulla base della legislazione successiva al 1865 nel caso in esame nemmeno ancora promulgata.
***
Nel caso in esame, come evidenziato anche da parte resistente, vi sono una pluralità di indici e elementi (ulteriori e aggiuntivi, per quanto disposto dall'art. 34 del codice albertino, a quello del
“domicilio trasportato in paese straniero” che “qualunque ne sia la durata, non basterà da sé solo a far prova dell'intenzione di non più ritornare” e di quello riguardante “gli stabilimenti di commercio” che “non potranno essere considerati come fatti con animo di non più ritornare”) che debbono essere valutati al fine di ritenere raggiunta(o meno) la prova dell'animo di non ritornare in capo al capostipite emigrato. in particolare
- Che abbia deciso, quando i mezzi di trasporto non erano minimamente paragonabili a quelli odierni, di intraprendere un viaggio oggettivamente lungo, faticoso e pericoloso per una meta lontanissima e per tanti aspetti sconosciuta (peraltro anche con il trasporto aereo moderno si tratterebbe comunque di un viaggio lungo e faticoso);
- Che egli si sposo in Perù nel 1865 , con una ragazza del luogo con cui nel 1863 aveva già procreato un figlio;
- Che ivi stabilì la propria dimora (elemento, come visto, isolatamente considerato non sufficiente) ;
- Che ivi generò tutta la propria progenie (che a sua volta ivi si sposò e procreò);
- Che ivi stabilì il proprio centro di vita, interessi e affari;
- Che ivi morì e fu sepolto, al pari della sua discendenza;
- Che, durante la sua vita, non fece mai rientro, nemmeno temporaneo, in Italia (sul punto parte ricorrente nulla ha addotto o provato;
- Che con l'Italia non mantenne alcun legame o contatto, né affettivo - con i parenti e amici non emigrati - né materiale - conservando la proprietà di beni immobili (sul punto nulla è stato addotto o provato da parte ricorrente);
Quello che deve, pertanto, valutarsi è se suddetti elementi, concreti e fattuali, siano sufficienti per poter comprovare l'animus di non ritorno del capostipite emigrato.
La risposta è affermativa.
Aver affrontato un tanto lungo e periglioso viaggio, essersi sposato con una donna indigena aver avuto figli e nipoti non essere rientrato in Italia (forse anche per ragioni anagrafiche) nemmeno
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dopo la nascita del nuovo Stato, non aver mantenuto (per quanto noto) alcun legame e contatto con la terra natia, sono tutti elementi che, unitamente valutati, debbono far ritenere sussistente l'animo di non tornare di cui all'art. 34 del codice Albertino.
In particolare non può non evidenziarsi che l'essersi sposato con una donna del luogo e di aver con essa generato dei figli creando una famiglia (eventi certamente non necessariamente correlati e connessi con l'aver preso dimora all'estero) sono circostanza assolutamente significative e sintomatiche dell'essere emigrato con animo di non più tornare in Italia.
Il rientro in Italia avrebbe, infatti, reso necessario non solo affrontare nuovamente un lungo e pericoloso viaggio, ma soprattutto portare con se la “nuova famiglia” straniera, sradicandola da dove era nata e cresciuta. E' evidente come ciò appaia scarsamente verosimile e dunque che sia logico e lecito affermare che l'emigrazione sia stata fatta con l'intenzione di abbandonare per sempre (come in effetti poi avvenuto –non vi è prova sul punto contraria) il proprio paese natio.
Deve aggiungersi che parte ricorrente a fronte delle considerazioni ed eccezioni di parte resistente, non ha documentato nulla per contraddire (a sua volta) l'assunto relativo all'animo di non ritorno (documentazioni comprovanti una diversa intenzione se non addirittura un effettivo ritorno in Italia) e nemmeno ha documentato un riacquisto della cittadinanza successivo, in conformità al disposto dell'art. 13 del codice del 1865, limitandosi a richiamare decisioni favorevoli.
D'altronde la ricostruzione di parte ricorrente (per cui la cittadinanza italiana sarebbe stata comunque trasmessa, dall'avo capostipite, attraverso la discendenza, agli odierni ricorrenti) potrebbe ledere il principio di effettività in precedenza richiamato, atteso che, a parte il risalente “legame” di sangue, nessun vincolo reale sussiste ed è stato comprovato tra lo Stato italiano e i ricorrenti, tutti nati e vissuti sempre e solo all'estero.
Come già detto, infatti, le decadenze e perdite della cittadinanza sono e restano comunque ammissibili, perché rispondenti a un significato più completo del concetto di cittadinanza, incentrato su una trama di rapporti concreti tra una persona e una comunità purché nel rispetto dei limiti di proporzionalità e purché sia escluso il rischio di apolidia (v. C. giust. 12-3-2019,
Tjebbes, causa C-221/17).
E allora, in quest'ottica la cittadinanza invocata rischierebbe di basarsi solo e soltanto su una fictio giuridica (normativa e giurisprudenziale), derivante da un vincolo di consanguineità non solo molto risalente, ma anche derivante da una “successione” tra Stati, senza che vi sia mai stato alcun concreto legame tra i richiedenti e la comunità italiana (non avendo nulla nemmeno dedotto sul punto parte ricorrente).
In relazione al paventato rischio di apolidia - di cui agli artt. 6 e 7, paragrafi da 3 a 6, della convenzione sulla riduzione dei casi di apolidia – invocabile dal fatto che l'avo capostipite, persa la cittadinanza preunitaria, abbia rischiato di divenire apolide (ove non abbia acquisito la cittadinanza dello Stato ove lo stesso era emigrato), deve affermarsi che lo stesso, nel caso di specie, non sussista.
Deve, infatti, osservarsi, non solo che l'eventuale apolidia dell'avo (ove in concreto verificatosi), è connesso ad una sua scelta volontaria (l'espatrio con la volontà di non ritorno unitamente alla scelta di non naturalizzarsi nello Stato di emigrazione – peraltro in un periodo in cui le
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naturalizzazioni non erano certamente osteggiate dai singoli Stati), ma certamente e soprattutto non ha assolutamente inciso sulla discendenza.
I discendenti, e soprattutto gli odierni ricorrenti, infatti, ben lungi dall'essere apolidi, sono tutti, pacificamente, cittadini dello Stato di emigrazione dell'avo (ove sono tutti nati) e con il presente ricorso, chiedono il riconoscimento aggiuntivo della cittadinanza italiana.
Chiedono, in sostanza il riconoscimento di una doppia cittadinanza (e, quindi, di un doppio passaporto) e ciò rende evidente come non ricorra alcun concreto rischio di apolidia (quello richiamato anche dalla sentenza della Corte di Giustizia 12-3-2019, causa C-221/17 in cui Per_21 caso, peraltro, assolutamente diverso da quello in trattazione) Una simile situazione, pertanto, è completamente diversa da quella affrontata dalla Corte di Giustizia che, peraltro, si sofferma sui limiti che hanno gli stati membri nel disciplinare i casi di decadenza e perdita della cittadinanza che, pur nella autonomia legislativa dei singoli Stati, devono essere proporzionati e logici rispetto al concetto da intendersi come trama di rapporti concreti tra una persona e una comunità.
Nel caso di specie, come detto, tali limiti non sono stati (peraltro da una normativa del 1837) superati, in quanto deve ritenersi legittimo per uno Stato stabilire che la cittadinanza possa essere persa da chi emigra con l'animo di non tornare mai più.
Attesa la natura e peculiarità della controversia, la cui decisione discende anche dall'applicazione di principi giurisprudenziali non sempre uniformi, sussistono giusti motivi per compensare integralmente le spese di giudizio.
P.Q.M.
Il Tribunale di GE, in composizione monocratica, definitivamente pronunciando:
▪ Rigetta il ricorso;
▪ dichiara le spese di lite integralmente compensate.
Si comunichi alle parti e ai soggetti interessati.
GE, 3 marzo 2025
IL GIUDICE
Dott. Enzo BUCARELLI
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