Sentenza 28 marzo 2025
Commentari • 0
Sul provvedimento
| Citazione : | Trib. Cosenza, sentenza 28/03/2025, n. 610 |
|---|---|
| Giurisdizione : | Trib. Cosenza |
| Numero : | 610 |
| Data del deposito : | 28 marzo 2025 |
Testo completo
REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
TRIBUNALE DI COSENZA
SEZIONE LAVORO E PREVIDENZA
Il Tribunale di Cosenza, in composizione monocratica ed in funzione di giudice del lavoro, nella persona della dott.ssa Fedora Cavalcanti, all'esito della scadenza del termine per il deposito telematico di note scritte ai sensi dell'art. 127 ter c.p.c., ha pronunciato la seguente
SENTENZA
Nella controversia iscritta al n. 3597 del RG lav. dell'anno 2024 introdotta da
) e residente a [...]1 nato a [...] il [...] (c.f. Codice Fiscale_1
,
Spezzano della Sila (CS), alla via Spezzanello, 49, elettivamente domiciliato in Cosenza alla via E.
Codice Fiscale 2 ) che ai Cristoforo n.57, presso lo studio dell'Avv. Francesca Molinaro (c.f. fini del presente atto lo rappresenta e difende giusta procura in atti
Ricorrente
Nei confronti di
P.IVA 1 - P. Controparte_1 (C.F. IVA P.IVA 2 ) in persona del legale rappresentante pro-tempore, con sede in Roma, rappresentato e difeso, congiuntamente e disgiuntamente, dagli avv.ti Gilda Avena (C.F. C.F. 3
E ove si dichiara di voler ricevere le FAX 0984/489329 - PEC: Email_1
comunicazioni) e Testimone 1 (C.F. C.F. 4 FAX 0984/489331 PEC
t) giusta procura generale alle liti per notar Persona 1 di Email 3
Roma del 22/03/2024, Repertorio n.37875 Raccolta n.7313 ed elettivamente domiciliato, unitamente ai procuratori, in Cosenza, Piazza Loreto 22/A, presso l'ufficio legale dell'Istituto
Resistente
Con ricorso depositato il 24.9.2024 e ritualmente notificato, il ricorrente in epigrafe ha convenuto in giudizio l'CP 1 al fine di sentir accogliere le seguenti conclusioni: Accertata la insussistenza CP dell'indebito, ANNULLARE i provvedimenti dell' ricevuti in data 17.02.2024, 29.02.2024 e
26.03.2024 e conseguentemente DICHIARARE l'Ente non autorizzato ad effettuare alcuna trattenuta nei confronti del ricorrente, per i motivi esposti in narrativa, e per mancanza di dolo da parte della ricorrente;
e per l'effetto, CONDANNARE l'CP_1 in persona del legale rappresentante pro-tempore, alla restituzione e di quanto verrà trattenuto in corso di causa a tale titolo nei confronti del sig. oltre agli interessi ed rivalutazione come per legge dalla data delle singole Parte 1
,
trattenute; DICHIARARE il diritto del sig. Parte 1 a rimanere iscritto negli elenchi dei lavoratori agricoli rispettivamente all'anno 2018, avendone pieno diritto e per il numero di giornate dichiarate, e per l'effetto CONDANNARE l'CP_1 in persona del legale rappresentante pro tempore, al pagamento di spese, diritti ed onorari del giudizio da distrarsi in favore del procuratore costituito.
A fondamento di tali conclusioni, esponeva di avere, nell'anno 2018, svolto attività lavorativa subordinata in agricoltura alle dipendenze della seguente ditta di Controparte_2 con sede a
Spezzano della Sila alla via Delle Giunghiglie, 29, dal 18.08.2018 al 31.12.2018, per numero 102 giornate, con la qualifica di bracciante agricolo, CCNL per gli operai agricoli e floro -vivaisti, come da buste paga e cud allegati;
di aver ricevuto dapprima provvedimento con cui l'CP_1 comunicava l'avvenuta cancellazione delle giornate di lavoro prestate nel 2018 e di poi richiesta di restituzione di somme indebitamente percepite a titolo di indennità di disoccupazione agricola e provvedimenti di reiezione delle ulteriori prestazioni (indennità di malattia) richieste per assenza del requisito CP assicurativo/contributivo. Tanto premesso, dedotto che A differenza di quanto sostenuto dall' il sig. ha effettivamente e regolarmente svolto attività lavorativa subordinata in Parte 1
agricoltura relativamente all'anno 2018, sotto la dipendenza della ditta Controparte_2 sita nel comune di Spezzano della Sila, alla via delle Giunchiglie, 29 per 102 giornate, rassegnava le su trascritte conclusioni.
Resisteva al ricorso l'CP_1 evidenziando che, all'esito degli accertamenti compiuti nei confronti di
Controparte_2 titolare di omonima azienda agricola, è emersa la fittizietà della stragrande maggioranza dei rapporti di lavoro denunciati;
che, in particolare, il ricorrente ha reso dichiarazioni del tutto incongruenti atte a palesare la fittizia instaurazione del suo rapporto. La causa, ritenuta matura per la decisione sulla base degli atti, è stata decisa mediante la presente sentenza, depositata nel fascicolo informatico all'esito della scadenza del termine per il deposito di note sostitutive dell'udienza di discussione.
Preliminarmente, il ricorso si rivela ammissibile, non essendo parte ricorrente incorsa in decadenza, per come infondatamente eccepito dall' CP 1 (decadenza rilevabile anche d'ufficio; cfr. Cass. sent. n.
9622/2015).
Com'è noto, l'art. 22 del D.L. 3.2.1970, n. 7 prevede un termine di decadenza di 120 giorni per la proposizione dell'azione giudiziaria avverso il provvedimento di iscrizione o mancata iscrizione o di cancellazione dagli elenchi dei lavoratori agricoli.
In particolare, il termine decadenziale - dapprima eliminato a seguito dell'art. 24 del D.L. 25 giugno
2008, n. 112 come convertito dall'art. 1, comma 1, della Legge 6 agosto 2008, n. 133, - è stato in seguito ripristinato (a far data dal 6.7.2011) per effetto dell'art. 38 D.L. n. 98/2011 convertito in L. n.
111/2011.
Sul punto, la SC ha chiarito che In materia di collocamento dei lavoratori agricoli, la decadenza dall'impugnativa della cancellazione dai relativi elenchi prevista dall'art. 22 del d.l. n. 7 del 1970, conv., con modif., dalla l. n. 83 del 1970, è stata abrogata dall'art. 24 del d.l. n. 112 del 2008, conv., con modif., dalla l. n. 133 del 2008, per essere poi ripristinata dal d.l. n. 98 del 2011, conv. con modif. dalla l. n. 111 del 2011, con decorrenza dal 6 luglio 2011, sicché non è stata operante nel periodo dal 21 dicembre 2008 al 5 luglio 2011 (Cass. Sez. L-, Ordinanza n. 41469 del 24/12/2021).
La giurisprudenza di legittimità ha avuto modo di affermare che “in tema di iscrizione negli elenchi anagrafici dei lavoratori agricoli, l'inosservanza del termine di centoventi giorni previsto dall'art. 22 del decreto legge 3 febbraio 1970, n. 7, convertito, con modificazioni, dalla legge 11 marzo 1970, n.
83, per la proposizione dell'azione giudiziaria a seguito della notifica o presa di conoscenza del provvedimento definitivo di iscrizione o mancata iscrizione nei predetti elenchi, ovvero di cancellazione dagli stessi - conformemente ad una interpretazione ritenuta costituzionalmente legittima dalla sentenza della Corte costituzionale n. 192 del 2005, in relazione all'esigenza di accertare nel più breve tempo possibile la sussistenza del diritto all'iscrizione - determina la decadenza sostanziale del privato, non suscettibile come tale di sanatoria ex art. 8 della legge n. 533 del 1973". (così Cass. Sez. lav. 6 luglio 2009, n. 15813). A tale orientamento è stata, da ultimo, data continuità dalla S.C. (sent. n. 9622/2015) che, nel confermare il principio per cui il termine di 120 giorni previsto dall'art. 22 D.L. n. 7 del 1970, art. 22 conv. nella L. n. 83 del 1970 ha natura di decadenza sostanziale (in quanto relativo al compimento di un atto di esercizio di un diritto soggettivo), così da non essere suscettibile di sanatoria ai sensi della L. n. 533 del 1973, art. 8 (fra tante, Cass. 1 ottobre 1997 n. 9595; Cass., 21 aprile 2001
n. 5942; Cass., 8 novembre 2003 n. 16803; Cass., 10 agosto 2004 n.15460, 18 maggio 2005
n. 10393; Cass., 5 giugno 2009, n. 13092), ha inoltre ritenuto che la decadenza, salvo il limite del giudicato interno, è rilevabile dal giudice di ufficio in ogni stato e grado del giudizio, ai sensi dell'art. 2969 c.c. riguardando una materia - come quella della iscrizione negli elenchi nominativi dei lavoratori agricoli sottratta alla disponibilità delle parti. Questa interpretazione è stata ritenuta dalla Corte costituzionale con sentenza n. 192 del 2005, che ha modificato l'orientamento assunto dalla stessa
Corte nella sentenza n. 88 del 1988 - non in contrasto con i precetti degli artt. 3 e 38 Cost., in base al rilievo che la previsione degli indicati termini decadenziali, per contestare in sede giurisdizionale i provvedimenti di iscrizione o di mancata iscrizione ovvero di cancellazione dagli elenchi nominativi dei lavoratori agricoli, è giustificata dall'esigenza di accertare nel più breve tempo possibile la sussistenza del diritto all'iscrizione, avuto riguardo al fatto che essa costituisce presupposto per l'accesso alle prestazioni previdenziali (quali l'indennità di malattia e di maternità) collegate al solo requisito assicurativo e titolo per l'accredito, in ciascun anno, dei contributi (corrispondenti al numero di giornate risultanti dagli elenchi stessi) (in tal senso, Cass., 13092/2009, cit.; cfr. sulla rilevabilità
d'ufficio della decadenza D.P.R. n. 639 del 1970, ex art. 47 Cass., 9 settembre 2011, n. 18528).
È altresì noto che l'art. 38, commi 6 e 7, del D.L. n. 98/2011 ha introdotto rilevanti novità in materia di elenchi nominativi annuali e di variazione dei lavoratori agricoli, prevedendo, in particolare, la notifica degli stessi mediante pubblicazione, avente valore ad ogni effetto di legge, sul sito internet dell' CP_1 .
Tuttavia, nel caso di specie, rilevano le modifiche introdotte dall'art. 43, comma 7, del decreto-legge 16 luglio 2020, n. 76 (Misure urgenti per la semplificazione e l'innovazione digitale), convertito, con modificazioni, nella legge 11 settembre 2020, n. 120, che ha disposto: «[a]ll'articolo 38, comma 7, del decreto-legge 6 luglio 2011, n. 98, convertito, con modificazioni, dalla legge 15 luglio 2011, n. 111, al secondo periodo, le parole da "l'CP_1" a "di variazione" sono sostituite dalle seguenti: "1'CP_1 provvede alla notifica ai lavoratori interessati mediante comunicazione individuale a mezzo raccomandata, posta elettronica certificata o altra modalità idonea a garantire la piena conoscibilità” e il terzo periodo è soppresso». La novella normativa ripristina, dunque, la notifica mediante comunicazione individuale al lavoratore agricolo del provvedimento di riconoscimento o di disconoscimento di giornate lavorative intervenuto dopo la compilazione e pubblicazione dell'elenco nominativo annuale e tale novella trova applicazione con decorrenza dal 23 luglio 2020 (data di pubblicazione del comunicato su GU 23.7.2020
n. 184) e che, pertanto, per come affermato anche dall' CP_1 nel messaggio n. 71 dell'11.1.2021 Si evidenzia, pertanto, che la pubblicazione del secondo elenco di variazione dell'anno 2020, la cui compilazione era stata comunque definita in attesa della conversione del decreto-legge n. 76/2020, non ha valore di notifica nei confronti dei lavoratori interessati in quanto avvenuta dopo l'entrata in vigore dell'articolo 43 del predetto decreto.
Ed invero, l'CP_1 ha provveduto, per come previsto dalla novella in esame, a comunicare alla parte ricorrente il disconoscimento delle giornate di lavoro agricolo con provvedimenti inviati individualmente a mezzo di raccomandata postale (si vedano gli avvisi di ricevimento in atti).
Orbene, In tema di iscrizione negli elenchi anagrafici dei lavoratori agricoli, l'inosservanza del termine di centoventi giorni previsto dall'art. 22 del d.l. 3 febbraio 1970, n. 7, convertito, con modificazioni, dalla legge 11 marzo 1970, n. 83, per la proposizione dell'azione giudiziaria a seguito della notifica, o presa di conoscenza, del provvedimento definitivo di iscrizione o mancata iscrizione nei predetti elenchi, ovvero di cancellazione dagli stessi, determina, in quanto relativa al compimento di un atto di esercizio di un diritto soggettivo, la decadenza sostanziale del privato, che non solo è sottratta alla sanatoria prevista dall'art. 8 della legge 11 agosto 1973, n. 533, ma, riguardando una materia sottratta alla disponibilità delle parti, è anche rilevabile di ufficio dal giudice in ogni stato e grado del giudizio, a norma dell'art. 2969 cod. civ., salvo il limite del giudicato interno (Cass. N°
9622\2015).
Va detto al riguardo che l'art. 22 d.l. N° 7\1970 convertito nella legge N° 83\1970, stabilisce: "contro i provvedimenti definitivi adottati in applicazione del presente decreto da cui derivi una lesione di diritti soggettivi, l'interessato può proporre azione giudiziaria davanti al Pretore nel termine di 120 giorni dalla notifica o dal momento in cui ne abbia avuto conoscenza”.
A sua volta l'art. 11 Dlgs N° 375\1993 stabilisce che “contro i provvedimenti adottati in materia di accertamento degli operai agricoli a tempo determinato ed indeterminato e dei compartecipanti familiari e piccoli coloni e contro la non iscrizione è data facoltà agli interessati di proporre, entro il termine di trenta giorni, ricorso alla commissione provinciale per la manodopera agricola che decide entro novanta giorni. decorso inutilmente tale termine il ricorso si intende respinto". Tale decadenza si applica in caso di avvenuta presentazione dei ricorsi amministrativi previsti dall'art. 11 del d.lgs. n.375 del 1993 contro i provvedimenti di mancata iscrizione (totale o parziale) negli elenchi nominativi dei lavoratori agricoli, ovvero di cancellazione dagli elenchi medesimi, ed il termine di centoventi giorni per l'esercizio dell'azione giudiziaria, stabilito dall'art. 22 del d.l. n. 7 del 1970, decorre dalla definizione del procedimento amministrativo contenzioso, definizione che coincide con la data di notifica all'interessato del provvedimento conclusivo espresso, se adottato nei termini previsti dall'art. 11 citato, ovvero con la scadenza di questi stessi termini nel caso del loro inutile decorso, dovendosi equiparare l'inerzia della competente autorità a un provvedimento tacito di rigetto, conosciuto "ex lege" dall'interessato, al verificarsi della descritta evenienza (Cass. N° 813\2007; n.
8650/2008; da ultimo Cass. N° 20086\2013).
La Suprema Corte (in particolare: Cass. N° 5942\2001) ha avuto modo di precisare al riguardo che il predetto termine di centoventi giorni previsto dall'art. 22 D.L. 3 febbraio 1970 n. 7, convertito con modifiche nella legge 11 marzo 1970 n. 83, per la proposizione dell'azione giudiziaria a seguito della notifica o della presa di conoscenza del provvedimento definitivo di iscrizione o mancata iscrizione negli elenchi dei lavoratori agricoli, ovvero di cancellazione dai suddetti elenchi, si configura come un termine di natura sostanziale, senza possibilità di sanatoria ex art. 8 legge n. 533 del 1973 (e senza che la disposizione in esame possa ritenersi implicitamente abrogata dall'art. 148 disp. att. cod. proc. civ.); nè la previsione normativa di un tale specifico termine di decadenza può suscitare dubbi di illegittimità costituzionale per disparità di trattamento, potendosi rinvenire nell'ordinamento altre ipotesi analoghe
(quali i termini, originariamente di dieci o cinque anni, previsti dall'art. 47 d.P.R. n. 639 del 1970, espressamente dichiarati termini di decadenza dalla norma di interpretazione autentica di cui all'art. 6
D.L. n. 103 del 1991, convertito in legge n. 166 del 1991, e successivamente ridotti a tre e ad un anno dall'art. 4 D.L. n. 384 del 1992, convertito in legge n. 438 del 1992).
La speciale disciplina che compiutamente regola la materia dell'accertamento dei lavoratori agricoli dipendenti si caratterizza per essere l'iscrizione negli elenchi nominativi, come pure la non iscrizione ovvero la cancellazione oggetto di provvedimenti espressi (il primo collettivo, gli altri individuali) e tutti comunicati agli interessati mediante notifica (un tempo eseguita, per l'iscrizione, con l'affissione dell'elenco nell'albo pretorio del comune di residenza ovvero personalmente al lavoratore in caso di mancata iscrizione, totale o parziale, o di cancellazione, oggi mediante pubblicazione telematica).
Contro i suddetti provvedimenti è data facoltà di esperire ricorso amministrativo il che comporta l'inizio del procedimento contenzioso, articolato in un duplice grado e che può concludersi, alternativamente, o con una decisione espressa, ovvero con l'inutile decorso del termine assegnato all'autorità competente per pronunciarsi. In questo secondo caso la legge dispone che il ricorso deve intendersi respinto.
Nell'ambito di tale contesto normativo nel quale si colloca il D.L. n. 7 del 1970, art. 22, il riferimento da esso fatto ai provvedimenti definitivi, notificati o altrimenti conosciuti dall'interessato, va inteso come comprensivo sia dei provvedimenti degli organi preposti alla gestione degli elenchi, che siano divenuti definitivi perché non fatti oggetto di tempestivo gravame amministrativo, sia dei provvedimenti (di quegli stessi organi) che abbiano acquisito la suddetta caratteristica di definitività in esito al procedimento amministrativo contenzioso.
Nel primo caso il dies a quo di decorrenza del termine di 120 giorni per l'esercizio dell'azione giudiziaria coinciderà con la scadenza del termine (30 giorni) stabilito dal D.Lgs. n. 375 del 1993, art. 11 per la presentazione del primo dei due previsti rimedi amministrativi;
senza che osti al possibile verificarsi della decadenza la previsione (L. n. 573 del 1973, art. 8) di improcedibilità della domanda giudiziale in caso di mancato preventivo esperimento dei ricorsi amministrativi, dal momento che la
"procedimentalizzazione" delle varie fasi attiene alle modalità di tutela del diritto, ma non costituisce impedimento al suo esercizio (così Cass. N° 813\2007). Nel secondo caso, occorre distinguere, come già detto, l'ipotesi della definizione del procedimento contenzioso con un provvedimento espresso da quella del silenzio serbato dall'autorità preposta alla decisione per tutto il tempo stabilito dal D.Lgs. n.
375 del 1993, art. 11.
Naturalmente, le caratteristiche proprie delle due tipologie di "provvedimenti" che possono concludere il procedimento amministrativo contenzioso, rendendo, per ciò stesso, definitivo il provvedimento in quella sede impugnato, non possono non rilevare ai fini della determinazione del dies a quo di decorrenza del termine di 120 giorni di cui al D.L. n. 7 del 1970 cit., art. 22.
La Suprema Corte, poi, ha avuto modo di precisare che il predetto termine di centoventi giorni previsto dall'art. 22 per la proposizione dell'azione giudiziaria a seguito della notifica o della presa di conoscenza del provvedimento definitivo di iscrizione o mancata iscrizione negli elenchi dei lavoratori agricoli, ovvero di cancellazione dai suddetti elenchi, si configura come un termine di natura sostanziale, senza possibilità di sanatoria ex art. 8 legge n. 533 del 1973 (e senza che la disposizione in esame possa ritenersi implicitamente abrogata dall'art. 148 disp. att. cod. proc. civ.); né la previsione normativa di un tale specifico termine di decadenza può suscitare dubbi di illegittimità costituzionale per disparità di trattamento, potendosi rinvenire nell'ordinamento altre ipotesi analoghe (quali i termini, originariamente di dieci o cinque anni, previsti dall'art. 47 d.P.R. n. 639 del 1970, espressamente dichiarati termini di decadenza dalla norma di interpretazione autentica di cui all'art. 6 D.L. n. 103 del
1991, convertito in legge n. 166 del 1991, e successivamente ridotti a tre e ad un anno dall'art. 4 D.L. n.
384 del 1992, convertito in legge n. 438 del 1992) (cfr. in tal senso, Cass., 5942/2001).
Al fine di verificare l'intervenuta decadenza dall'azione giudiziaria ex art. 22 D.L. 7/1970, occorre, quindi, stabilire da quale momento il provvedimento amministrativo di iscrizione, cancellazione o mancata iscrizione negli elenchi dei lavoratori agricoli (sempre se adottato con un provvedimento espresso comunicato all'interessato attualmente con le modalità telematiche) possa ritenersi
"definitivo", in quanto solo da tale momento inizia a decorrere il termine di 120 giorni previsto dalla legge.
In base alle norme citate, vanno distinte le ipotesi in cui la parte abbia aperto tempestivamente la fase del procedimento contenzioso (articolato in un duplice grado), da quelle in cui ciò non sia avvenuto
(dovendosi equiparare la mancata presentazione del ricorso amministrativo alla presentazione di un ricorso tardivo); in particolare, in caso di avvenuta (tempestiva) presentazione dei ricorsi amministrativi, il termine di centoventi giorni per l'esercizio dell'azione giudiziaria decorre dalla definizione del procedimento amministrativo contenzioso, che coincide con la data di notifica all'interessato del provvedimento conclusivo espresso (se adottato nei termini previsti dall'art. 11 citato) ovvero con la scadenza di questi stessi termini nel caso del loro inutile decorso, dovendosi equiparare l'inerzia della competente autorità a un provvedimento tacito di rigetto, conosciuto "ex lege" dall'interessato, al verificarsi della descritta evenienza. Ove, invece, il ricorso amministrativo non sia stato presentato ovvero ciò sia avvenuto tardivamente, la definitività del provvedimento si perfeziona allo scadere del termine di trenta giorni previsto per la proposizione del ricorso stesso.
In tal senso si è espressa di recente anche la Suprema Corte, la quale, in una fattispecie analoga a quella in oggetto, dopo aver ricostruito il quadro normativo di riferimento, ha affermato: “... Questo 66
essendo il contesto normativo nel quale si colloca il D.L. n. 7 del 1970, art. 22, il riferimento da esso fatto ai provvedimenti definitivi, notificati o altrimenti conosciuti dall'interessato, va inteso come comprensivo sia dei provvedimenti degli organi preposti alla gestione degli elenchi, che siano divenuti definitivi perché non fatti oggetto di tempestivo gravame amministrativo, sia dei provvedimenti (di quegli stessi organi) che abbiano acquisito la suddetta caratteristica di definitività in esito al procedimento amministrativo contenzioso. Nel primo caso il dies a quo di decorrenza del termine di 120 giorni per l'esercizio dell'azione giudiziaria coinciderà con la scadenza del termine (30 giorni) stabilito dal D.Lgs. n. 375 del 1993, art. 11 per la presentazione del primo dei due previsti rimedi amministrativi;
... Nel secondo caso, occorre distinguere, come già detto, l'ipotesi della definizione del procedimento contenzioso con un provvedimento espresso da quella del silenzio serbato dall'autorità preposta alla decisione per tutto il tempo stabilito dal D.Lgs. n. 375 del 1993, art. 11. In quest'ultima ipotesi (sostitutiva di quella prevista nell'abrogato D.L. n. 7 del 1970, art. 17, che assegnava al silenzio dell'amministrazione valore di accoglimento del ricorso), la Corte suprema ritiene che l'intento del legislatore sia stato quello di attribuire all'inutile decorso del tempo il valore legale tipico proprio di un provvedimento amministrativo di rigetto, di considerare, cioè, l'inerzia dell'amministrazione come concretante il provvedimento stesso (cd. silenzio significativo, o equiparazione del silenzio all'atto).
Naturalmente, le caratteristiche proprie delle due tipologie di "provvedimenti" che possono concludere il procedimento amministrativo contenzioso, rendendo, per ciò stesso, definitivo il provvedimento in quella sede impugnato, non possono non rilevare ai fini della determinazione del dies a quo di decorrenza del termine di 120 giorni di cui al D.L. n. 7 del 1970 cit., art. 22. Invero, mentre la regola della notifica vale, all'evidenza, solo per le decisioni espresse - salva la possibilità per l'Istituto previdenziale, che eccepisca la decadenza, di provare che il lavoratore ne ha acquisito conoscenza prima della loro comunicazione formale per l'ipotesi di decisione tacita di rigetto vale la regola,
-
alternativamente dettata dalla disposizione in esame e che ad essa pienamente si adatta, del momento in cui l'interessato "ne abbia avuto conoscenza"; momento che va identificato nella scadenza dei termini stabiliti per provvedere sul ricorso, trattandosi di scadenza prevista direttamente dalla legge e che deve, pertanto, ritenersi ipso iure conosciuta o, comunque, conoscibile dall'interessato medesimo.
La ricostruzione della fattispecie normativa nei descritti termini appare la più coerente con l'impianto complessivo della speciale disciplina dettata in materia di accertamento dei lavoratori agricoli subordinati e con la "ratio" delle relative previsioni, per essere le stesse funzionali all'esigenza - di interesse pubblico - di accertare nel più breve tempo possibile (vedi la sentenza costituzionale n. 192 del 2005) la sussistenza del diritto all'iscrizione, in ragione della brevità del termine (solo annuale quando non addirittura trimestrale) di valenza giuridica degli elenchi nominativi, nonché dell'obiettiva difficoltà di rilevare, a distanza di tempo, la effettività di una prestazione caratterizzata, di norma, da discontinuità e dall'essere resa in favore di una pluralità di datori di lavoro" (Cass., 12809/2011).
La Suprema Corte, nella pronuncia citata, ha anche precisato che la presentazione di un ricorso tardivo, pur restando rilevante ai fini della procedibilità dell'azione giudiziaria, non può essere recuperata per lo spostamento in avanti del dies a quo del termine di decadenza;
così come irrilevante, agli stessi fini, resta un'eventuale decisione tardiva sul ricorso. Diversamente, verrebbero a dilatarsi senza limiti i tempi di accertamento dello "status" di lavoratore agricolo e, per ciò solo, verrebbero negati ogni spazio e utilità alla previsione del D.L. n. 7 del 1970 cit., art. 22, con il rischio di vanificazione del sistema, dovendo escludersi la decadenza, in contrasto con la ratio della norma più sopra evidenziata (citata Corte cost. sent. n. 192 del 2005), quante volte l'azione giudiziaria risulti tempestiva rispetto alla comunicazione della decisione sul ricorso o alla scadenza del termine per pronunciarla.
In sintesi, il termine di decadenza di 120 giorni decorre:
a) Dalla scadenza dei trenta giorni successivi alla comunicazione del provvedimento di iscrizione, cancellazione o mancata iscrizione ove la parte non abbia presentato un tempestivo ricorso amministrativo alla Commissione Provinciale;
b) Dalla scadenza dei trenta giorni successivi al silenzio rigetto ovvero all'adozione del provvedimento espresso (emesso prima della scadenza del termine di formazione del silenzio) ove la parte abbia proposto tempestivamente il ricorso alla Commissione
Provinciale, ma non abbia proposto ricorso alla Commissione Centrale (o non l'abbia fatto tempestivamente);
c) Dall'adozione del provvedimento espresso (tempestivo) o dalla formarsi del silenzio-rigetto avverso il ricorso alla Commissione Centrale ove la parte abbia proposto tempestivamente sia il ricorso amministrativo di primo grado che quello di secondo grado.
Nella presente fattispecie, il ricorrente è stato cancellato dagli elenchi anagrafici per l'anno 2018 (151 giornate) con provvedimento del 13.03.2024, ricevuto in data 26/03/2024 come da allegato avviso di ricevimento nel fascicolo CP_1; avverso tale provvedimento ha proposto ricorso amministrativo in data
15/04/2024, respinto dall' CP_1 con provvedimento del 27/5/2024, ricevuto – secondo quanto dedotto e non contestato il successivo 30 maggio 2024.
Vertendosi nell'ipotesi sub c), il ricorso introduttivo del presente giudizio è stato depositato in data
24/09/2024, nel rispetto del termine decadenziale che, invero, maturava il 27.9.2024.
Pur ammissibile, nel merito il ricorso è infondato, alla luce degli accertamenti compiuti dai funzionari ispettivi dell' CP_1. Occorre premettere che in aderenza al riparto degli oneri probatori di cui all'art. 2697 c.c. incombe sul lavoratore l'onere della prova in merito alla sussistenza del rapporto di lavoro subordinato e degli elementi costitutivi che lo connotano.
Con specifico riferimento alla materia che ci occupa appare utile evidenziare che la giurisprudenza di legittimità ha puntualizzato che "nella controversia tra il lavoratore agricolo e l'CP in ordine al diritto del primo a conseguire prestazioni, è onere del lavoratore provare l'esistenza, la durata e la natura onerosa e subordinata del rapporto di lavoro dedotto a fondamento del diritto ed il giudice è tenuto ad accertare, anche d'ufficio, la sussistenza o meno di tale rapporto, senza essere in ciò condizionato dai provvedimenti di iscrizione o cancellazione del lavoratore negli appositi elenchi anagrafici, provvedimenti che non costituiscono prova del suddetto rapporto" (Cass. Sez. Lav. 5 aprile
2000, n. 4232).
L'orientamento è stato in seguito ribadito sottolineandosi che “l'iscrizione di un lavoratore nell'elenco dei lavoratori agricoli svolge una funzione di agevolazione probatoria che viene meno una volta che l'CP 1 a seguito di un controllo, disconosca l'esistenza del rapporto di lavoro ai fini previdenziali, esercitando una facoltà che trova conferma nell'art. 9 del D. Lgs. n. 375 del 1993; ne consegue che in tal caso il lavoratore ha l'onere di provare l'esistenza, la durata e la natura onerosa del rapporto dedotto a fondamento del diritto di carattere previdenziale fatto valere in giudizio" (così Cass. Sez. lav. 12 giugno 2000, n. 7995).
Tanto premesso, il ricorrente assume di aver lavorato nell'anno 2018 (dal 18 agosto al 31 dicembre) alle dipendenze di Controparte 2 titolare di azienda agricola corrente in Spezzano della Sila.
Il Tribunale di Cosenza, in controversia del tutto sovrapponibile, ha ritenuto che gli accertamenti ispettivi compiuti comprovano senza dubbio la fittizietà dei rapporti di lavoro, instaurati al solo fine di percepire indebitamente prestazioni previdenziali in danno dell' CP_1.
Con sentenza n. 105/2025, est. Dottor V. Lo Feudo, il Tribunale di Cosenza ha così ritenuto:
Osserva al riguardo il giudice che dalla disamina del verbale ispettivo in atti (vedi fasc. CP_1
-
corredato di motivazione puntuale, esaustiva e particolareggiata è dato ricavare che l' [...]
Parte 2
1) con riferimento all'anno 2020 il presunto datore di lavoro ha esibito fatture di vendita per un importo pari ad euro 300,00; 2) ha, altresì, esibito fatture di acquisto per un importo pari a 5.441,00;
3) a fronte di tali dati avrebbe erogato retribuzioni per un importo pari ad euro 181.312,00;
4) il reddito dichiarato per il suddetto anno è stato pari a zero;
5) alla fine dell'anno l' Pt_2 è risultata in perdita per euro 206.132,54;
6) con riferimento all'anno 2021 il presunto datore di lavoro ha esibito fatture di vendita per un importo pari ad euro 1.015,00;
7) non ha esibito alcuna fattura di acquisto di beni strumentali;
8) a fronte di tali dati avrebbe erogato retribuzioni per un importo pari ad euro 216.073,00;
9) anche per l'anno 2021 il reddito dichiarato è stato pari a zero;
10) alla fine dell'anno l' Pt_2 è risultata in perdita per euro 253.162,31.
-Le circostanze di fatto per come sopra riassunte sono state accertate dai verbalizzanti sulla scorta dell'esame della documentazione visionata nel corso della verifica ispettiva e, pertanto, rispetto a tali dati documentali il verbale di accertamento ha un'efficacia probatoria piena fino a querela di falso.
L'organo ispettivo, sulla base di tale elementi fattuali, ha concluso ravvisando la sostanziale inesistenza/fittizietà del soggetto ispezionato quale ditta assuntrice di manodopera e, conseguentemente, ritenuto non genuini i rapporti di lavoro formalmente denunciati nel periodo.
Trattasi di conclusione che questo giudice ritiene convincente, osservandosi al riguardo, che le risultanze ispettive si fondano su elementi in parte indiziari in parte di prova piena, dai quali emerge una realtà fattuale tale da far ritenere nel concreto insussistente la qualità di datore di lavoro in capo alla ditta oggetto di ispezione.
Il dato oggettivo dirimente è quello relativo ad una sostanzialmente assoluta assenza di attività di vendita di prodotti agricoli, a fronte della quale è del tutto inverosimile che l'azienda abbia erogato retribuzioni per un importo pari ad 206.132,54 nell'anno 2020 e ad euro 216.073,00 nell'anno 2021, senza, tuttavia corrispondere la dovuta contribuzione (con un insoluto contributivo del 100%) senza precostituirsi prova dei pagamenti delle retribuzioni e sopportando un passivo annuale assolutamente insostenibile per una impresa.
Le considerazioni che precedono conducono a ritenere condivisibili le conclusioni tratte dall'organo di vigilanza all'esito dell'espletata verifica ispettiva.
In presenza dei dati accertati nel corso dell'attività ispettiva, la prova per testi articolata dalla ricorrente non è idonea a revocare in dubbio le conclusioni cui si è pervenuti (in sede ispettiva la ricorrente ha tra l'altro dichiarato di non aver lavorato per la CP 3 nell'anno 2021). Né vale a infirmare le conclusioni dell'organo ispettivo la documentazione in questa sede prodotta dalla parte ricorrente (comunicazione obbligatoria UNILAV, buste paga) non essendo essa idonea, di per sé, a provare lo svolgimento, di fatto, delle dedotte prestazioni di lavoro.
Alla ritenuta insussistenza del rapporto di lavoro e della stessa azienda apparentemente datrice di lavoro, non può che conseguire il rigetto del ricorso.
L'accertata insussistenza del diritto alla reiscrizione non consente di valutare la domanda volta all'accertamento del preteso diritto a trattenere le prestazioni erogate e ritenute indebite.
"Ed invero, l'iscrizione negli elenchi anagrafici agricoli:
- "è il presupposto necessario per la costituzione del rapporto assicurativo fra l'ente previdenziale e il lavoratore" (Cass. n. 42/1980);
- "costituisce il presupposto per il riconoscimento della prestazione previdenziale" (Cass. n.
15147/2007).
- "oltre a costituire elemento necessario sul piano sostanziale per conferire efficacia ai fini previdenziali alle prestazioni lavorative" (Cass. n. 4297/2003).
La cancellazione dagli elenchi comporta il venir meno di tale elemento costitutivo e, pertanto, osta al conseguimento della prestazione previdenziale in assenza del presupposto necessario per la costituzione del rapporto assicurativo. Alla definitività del provvedimento di cancellazione consegue, quindi, la decadenza sostanziale dal diritto alle prestazioni economiche che presuppongono lo status di lavoratore agricolo... (cfr. Corte d'Appello di Catanzaro sentenza n. 620/2023; il principio, affermato dalla Corte con riferimento a fattispecie in cui si era accertata la decadenza prevista dall'art. 22 del d.l. 7/1970, deve trovare applicazione anche nel caso in esame, in cui la perdita del diritto all'iscrizione deriva dall'accertata insussistenza di un effettivo rapporto di lavoro subordinato in agricoltura).
A tanto consegue il rigetto del ricorso.
A fronte di detto quadro istruttorio, la parte ricorrente non ha, del resto, fornito la prova dell'effettiva sussistenza del dedotto rapporto di lavoro, ritenendo - infondatamente - di poter prescindere dagli esiti ispettivi in relazione ai quali, neppure dopo la costituzione dell' CP_1, prende la benchè minima posizione difensiva. Ed invero, la parte si è limitata, sul piano documentale, a produrre esclusivamente documentazione
(buste paga) che, ex sé, non è dotata di specifico rilievo probatorio.
Invero, la documentazione prodotta appare idonea a comprovare quanto reclamato in ricorso, trattandosi di documentazione di formazione unilaterale, tenuto conto, peraltro, dell'inattendibilità degli atti provenienti dall'impresa ove la parte asserisce di avere svolto attività lavorativa, per le anomalie evidenziate nel verbale di accertamento in atti, nemmeno oggetto di generica contestazione da parte dell'attrice (che invero non prende la benché minima posizione in relazione alle risultanze degli accertamenti ispettivi confluiti nel verbale).
Orbene, in generale, questo giudice ritiene che la documentazione di formazione unilaterale, anche se proveniente dal presunto datore di lavoro, abbia scarsa rilevanza nelle controversie previdenziali attinenti al disconoscimento del rapporto di lavoro, per assenza dei requisiti tipici della subordinazione o per ritenuta insussistenza dello stesso, laddove venga appunto contestato il carattere fittizio del rapporto o l'insussistenza o l'assenza dei contenuti tipici di cui all'art. 2094 c.c., essendo evidente che in tali casi la documentazione rilasciata dal datore può rivestire solamente carattere indiziario (cfr. Tra le tante, Cass. 10529/1996, nonché Cass. 9290/2000), e risulta scarsamente attendibile, per il potenziale eventuale coinvolgimento (e/o per la potenziale eventuale complicità) del datore di lavoro all'opera simulatoria.
In tanto un rapporto può essere instaurato fittiziamente a scapito degli Istituti previdenziali, in quanto il datore di lavoro abbia concorso nell'attività simulatoria, attraverso il rilascio delle baste paga e degli altri modelli la cui redazione rientra nel suo esclusivo ambito di competenza.
Pertanto, nelle controversie in questione, in specie ove le allegazioni risultino particolarmente carenti, la prova dell'effettività del rapporto o dei caratteri tipici della subordinazione non può essere desunta esclusivamente dalla documentazione predetta, alla quale, per le ragioni sopra esposte, non può che riconoscersi assai modesta rilevanza probatoria.
Altrimenti opinando, si consegnerebbe al datore di lavoro, che concorra nell'illecita opera simulatoria ai danni dell'Ente, il potere di precostituire addirittura le prove per il riconoscimento del rapporto in sede giurisdizionale.
Peraltro, non può non evidenziarsi la incongruenza delle dichiarazioni rese dal ricorrente in sede ispettiva, per come fondamente osservato dall' CP_1, valutate alla luce anche delle dichiarazioni degli altri lavoratori i cui rapporti sono stati disconosciuti e dello stesso CP 2 Invero, in sede ispettiva l'odierno ricorrente ha dichiarato di aver lavorato nell'anno 2018 per 102 giornate circa da agosto a dicembre, occupandosi nei primi periodi> della pulitura delle fragole e della raccolta delle zucchine, di poi - a settembre/ottobre – si è dedicato alla raccolta delle patate che
-
nei successivi mesi di novembre e dicembre ha provveduto a sistemare nei capannoni;
nel riferire della presenza di 10/12 lavoratori insieme a lui nel periodo di raccolta delle patate, ha saputo individuare nominativamente soltanto Persona 2 e tale Per 3 , forse Per 4
Orbene, in ordine alla raccolta delle fragole, in disparte da altro, lo stesso titolare Controparte_2 in sede ispettiva ha dichiarato di aver iniziato a piantare le fragole nell'anno 2019 a maggio, con altre tre persone insieme a lui;
sui periodi inerenti la semina e la raccolta delle patate il Sig. Controparte_2 ha così precisato: “Ogni anno ho raccolto le patate da settembre fino a metà ottobre per una quindicina di ettari. Solo nel 2022 sono arrivato a raccogliere fino ai primi di novembre. La semina delle patate avviene ogni anno a maggio e occupa oltre a me due lavoratori dipendenti".
Il lavoratore BA PA (che negli anni di lavoro, dal 2018 al 2022, viveva in una casetta all'interno dei locali aziendali per come accertato in sede ispettiva) ed il cui rapporto di lavoro è stato accertato come effettivamente esistente, ha dichiarato: “Negli anni dal 2018 al 2022 ho lavorato per la ditta
CP_2 a Camigliatello in località Guzzolini occupandomi degli animali, circa 20/22 mucche, oltre a piantare e zappare un terreno coltivato a zucchine. Voglio precisare che dal 2018 al 2022 non sono mai state coltivate le fragole. Voglio precisare che quando ho lavorato sul terreno coltivato a zucchine non erano presenti nemmeno le serre quindi all'aperto e insieme a me ha lavorato il signor [...]
CP_2 titolare, e a volte c'era pure il fratello Per 5 Non erano presenti altri dipendenti a '
raccogliere le zucchine. La raccolta e la semina delle zucchine oltre alla preparazione del terreno è stata fatta dal 2018 al 2022 dal sottoscritto insieme al titolare e al fratello. Alla raccolta delle patate ogni anno erano impegnate non più di 4/5 persone. Ribadisco che sui terreni del signor CP 2 non sono mai state né piantate né raccolte le fragole. Voglio precisare che le patate sono sempre state piantate nel mese di maggio o a seconda del tempo e della semina delle patate si è sempre occupato il titolare e il fratello ed io davo una mano ogni tanto.
Orbene, in ordine alle fragole, gli ispettori non hanno trovato alcuna fattura di acquisto di semi;
per come accertato dagli ispettori, la semina delle zucchine oltre alla preparazione del terreno è stata fatta dal 2018 al 2022 esclusivamente da BA con il titolare e il fratello del titolare;
(...)"; inoltre, il ricorrente nomina tra i compagni di lavoro Persona 6 non presente (risultando soltanto una tale
Persona 7 assunta negli anni 2020 e 2021 ma non del 2018) e Persona 2 che non lo nomina tra i compagni di lavoro e per lei risultano denunciati solo i mesi da agosto a ottobre 2018. Valga inoltre rilevare che Controparte 2 ha dichiarato di aver retribuito gli operai con bonifico nell'anno 2018 mentre il ricorrente produce buste paga con ricevuta di quietanza per consegna della retribuzione in contanti.
Evidente, quindi, anche alla luce delle dichiarazioni rese dagli altri lavoratori e dallo stesso titolare, che i rapporti di lavoro sono stati fittiziamente denunciati al solo fine di lucrare indebitamente prestazioni previdenziali in danno dell'ente previdenziale;
invero, a fronte di un insoluto contributivo pari al 100 per cento quasi, il CP_2 ha assunto contestualmente 78 lavoratori – tra cui il ricorrente - che hanno
-
dichiarato di aver lavorato praticamente negli stessi mesi, occupandosi della raccolta e semina di fragole, zucchine e patate, a fronte delle stesse dichiarazioni poi dallo stesso rese agli ispettori in data
06 settembre: "Per piantare le patate ho utilizzato 2 dipendenti circa per giorno ad ettaro. Le zucchine vengono piantate dopo aver piantato le patate in un terreno attivo esteso circa un ettaro e ci abbiamo messo quasi una settimana con due dipendenti oltre a me. Si raccolgono nei mesi di luglio agosto e poi vanno a scemare nel mese di settembre a ottobre c'è qualcosa. Anche le zucchine si raccolgono a luglio- agosto e qualcosa a settembre".
Ai rilievi che precedono consegue il rigetto del ricorso.
In applicazione dei principi affermati, da ultimo, da Cass. n. 10038/2024 (che ha confermato quanto già affermato da Cass. n. 37973/2022, ritenendo riconducibile nel perimetro di applicazione dell'art. 152
,CP disp. att. cod. proc. civ. il giudizio in cui era stata dedotta "l'illegittimità del provvedimento dell' di ripetizione delle somme erogate, a titolo di disoccupazione agricola, ritenuta indebita a causa della mancata iscrizione negli elenchi dei braccianti agricoli, per gli anni in contestazione" (Cass., sez. lav.,
28 dicembre 2022, n. 37973, punto 32 delle Ragioni della decisione), le spese di lite devono essere dichiarate irripetibili stante rituale dichiarazione di esonero sottoscritta dai tre ricorrenti.
P.Q.M.
Il Tribunale di Cosenza, in funzione di giudice del lavoro, definitivamente pronunciando, ogni contraria difesa o eccezione disattesa, così provvede: rigetta il ricorso;
dichiara la parte ricorrente non tenuta alla refusione delle spese di lite.
Cosenza, 27 marzo 2025
Il Giudice
Dott.ssa Fedora Cavalcanti