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Sentenza 13 dicembre 2024
Sentenza 13 dicembre 2024
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Sul provvedimento
| Citazione : | Trib. Firenze, sentenza 13/12/2024, n. 4002 |
|---|---|
| Giurisdizione : | Trib. Firenze |
| Numero : | 4002 |
| Data del deposito : | 13 dicembre 2024 |
Testo completo
TRIBUNALE ORDINARIO di FIRENZE
Sezione Specializzata in materia di Immigrazione, Protezione Internazionale e libera circolazione dei cittadini UE.
Il collegio composto dai seguenti magistrati:
dott. Roberto Monteverde Presidente dott.ssa Barbara Fabbrini Giudice relatore dott. Massimiliano Sturiale Giudice
Nel procedimento iscritto al n.r.g 3725/2023 promosso da
(C.F. con il patrocinio dell'avv. Roberta Randellini Parte_1 C.F._1
(CF. ); C.F._2
RICORRENTE contro
in persona del Ministro p.t. e , in Controparte_1 Controparte_2 persona del Ministro, l.r.p.t., con il patrocinio ex lege dell'Avvocatura distrettuale di Stato di Firenze;
RESISTENTE
Nella camera di consiglio del 9.10.2024
SENTENZA ex art. 281 sexies cpc e ex art. 19-ter d.lgs 286/98
1. I fatti di lite e lo svolgimento del processo.
Con ricorso ex artt. 702 bis c.p.c. e 19 ter D. Lgs. 286/1998 depositato in data 13.03.2023,
[...]
, nato in [...] il [...], impugna il decreto adottato dalla Questura della Parte_1
Provincia di emesso in data 10.02.2023 e notificato il 16.02.2023, con cui il Questore ha CP_2 rigettato la richiesta di rilascio di permesso di soggiorno per protezione speciale ex art 19 comma1.1.
D.L.vo 286\1998, dallo stesso avanzata in data 26.08.2022, adeguandosi al parere negativo della
Commissione Territoriale per il Riconoscimento della Protezione Internazionale del 07.12.2022.
Il ricorrente lamenta l'illegittimità del provvedimento del Questore, e la non corretta valutazione sia della Commissione Territoriale per il Riconoscimento della Protezione Internazionale che del Questore allorché non hanno riconosciuto i presupposti di un permesso di soggiorno per protezione speciale ai sensi dell'art. 19, commi 1 e 1.1 del d. lgs. 286/98.
pagina 1 di 10 Deduce il ricorrente che, per contro, è persona profondamente integrata nel tessuto sociale italiano, paese in cui è giunto, ed ove ha sempre risieduto stabilmente, dal 2014 ad oggi.
Dichiara, al riguardo, di aver presentato, non appena arrivato in Italia, domanda di protezione internazionale, esaminata e rigettata dalla Commissione Territoriale di Verona in data 20.08.2015.
In conseguenza dell'impugnazione proposta dal ricorrente, la decisione negativa della
Commissione veniva confermata prima dal Tribunale di primo grado, con ordinanza del 04.04.2018, e poi dalla Corte d'Appello di Venezia, con ordinanza del 20.01.2020 (v. parere della CT, note del
13.03.2023).
Così, nel tentativo di regolarizzare la propria posizione sul territorio, il ricorrente avanzava, nel
2020, domanda di emersione (v. note del 13.03.2023), ma la pratica veniva respinta per ragioni reddituali imputabili al datore di lavoro.
Successivamente, avanzata istanza di protezione speciale 19 ter D. Lgs. 286/1998, rigettata dal
Questore di Arezzo, il ricorrente impugnava, col ricorso ex artt. 702 bis c.p.c. e 19 ter D. Lgs. 286/1998 che ha dato luogo al presente procedimento, il decreto di rigetto del Questore, chiedendo, oltre al riconoscimento della protezione speciale ex art. 19 ter, la sospensione degli effetti del provvedimento impugnato, istanza che veniva accolta da questo giudice con decreto del 05.04.2023.
A riprova di quanto asserito in merito al proprio radicamento in Italia, il ricorrente depositava ampia documentazione comprovante lo stabile e continuativo percorso di integrazione socio lavorativa intrapreso sin dal suo arrivo nel paese.
In particolare, il ricorrente depositava: estratto conto contributivo attestante lo svolgimento CP_3 ininterrotto di attività lavorativa dal 01.04.2015 al 26.01.2020; e, per il periodo successivo al gennaio
2020, ovvero dal 26.01.2020 al 03.05.2020 e dal 06.06.2020 al 31.12.2021, in coincidenza con l'esaurimento di tutti i gradi di impugnazione esperibili avverso il rigetto della domanda di protezione internazionale da parte della Commissione nonché del rigetto della domanda di emersione, comprovante la percezione da parte del ricorrente dell'indennità mensile di disoccupazione SP (v. note del 13.03.2023).
Il ricorrente depositava, inoltre, il modello Unilav del 08.08.2023 concernente l'instaurazione di un rapporto di lavoro a tempo pieno e determinato presso la , con sede in Controparte_4
Terranova Bracciolini, decorrente dal 21.08.2023 al 23.09.2023, attributivo della qualifica di pulitore di rivestimento metallici;
nonché, le buste paga, concernenti il medesimo rapporto di lavoro, relative ai mesi di luglio, agosto e settembre 2023, dalle quali risulta attribuita al ricorrente la qualifica di operaio di 6° livello e la percezione di uno stipendio mensile netto di 1159,25 euro (v. note del 23 ottobre
2023).
Con note del 15.04.2024 e 16.04.2024 il ricorrente depositava il modello Unilav del 24.01.2024, dal quale risulta l'instaurazione di un rapporto di lavoro a tempo pieno e determinato presso la
[...]
decorrente dal 29.01.2024 al 29.07.2024, dal quale emerge l'attribuzione al Controparte_5 ricorrente della qualifica di orafo;
un contratto di lavoro a tempo determinato sottoscritto dal ricorrente col medesimo datore di lavoro in data 29.01.2024, con scadenza il 29.07.2024, comprovante la percezione da parte del ricorrente di un reddito lordo mensile di 1482,80 euro;
nonché, le buste paga di febbraio e marzo 2024, relative al sopra citato contratto di lavoro dipendente, dalle quali risulta l'attribuzione al ricorrente della qualifica di orafo di 5° livello nonché la percezione di uno stipendio netto mensile di 1319,51 euro (v. note del 12 e del 15 aprile 2024).
pagina 2 di 10 Con note del 02.09.2024, il ricorrente depositava le buste paga, relative al sopra citato contratto di lavoro dipendente presso la con sede in , via Galvani 23, attributive al Controparte_5 CP_2 medesimo della qualifica di orafo di 5° livello, riferite ai mesi di aprile, maggio, giugno e luglio 2024, dalle quali risulta la percezione da parte dello stesso di un reddito mensile netto di 1359,82 euro (v. note del 02.09.2024).
Con note del 05.10.024 il ricorrente depositava il modello Unilav attestante l'instaurazione di un nuovo rapporto di lavoro subordinato a tempo determinato nel settore alberghiero presso la
[...] con sede in Chianciano Terme, via A. Manzoni n. 5, decorrente dal 06.09.2024 al CP_6
31.03.2025.
Infine, con note del 11.10.2024 il ricorrente depositava la busta paga di settembre 2024 relativa al rapporto di lavoro sopra citata presso la dalla quale risulta la percezione di uno CP_6 reddito mensile netto di euro 637,00.
Con riguardo al profilo alloggiativo, il ricorrente dichiarava di vivere stabilmente in provincia di
, risultando, difatti, agli atti una dichiarazione di ospitalità datata 19.08.2022 (v. note CP_2
13.03.2023) attestante la residenza del ricorrente presso il Comune di Montevarchi, via Cennano 85.
Dichiara, infine, di parlare e comprendere in modo sufficiente la lingua italiana e che con i proventi dell'attività lavorativa svolta in Italia è sempre in grado di mantenere la famiglia rimasta in
Bangladesh.
Lamenta, quindi, il ricorrente l'illegittimità della decisione Commissione Territoriale, che ha ritenuto non accoglibile la domanda di protezione speciale, ritenendo non sufficientemente provato da parte del ricorrente, nonostante la lunga permanenza in Italia, lo svolgimento di un serio percorso di integrazione, non risultando lo stesso, al momento della decisione, in possesso né di attività lavorativa né legami familiari in Italia, trovandosi moglie e figlio in Bangladesh.
Contrariamente a quanto dedotto dalla Commissione, il ricorrente rileva che la situazione di integrazione socio lavorativa consolidatasi in Italia doveva essere valutata quale elemento fondante la protezione richiesta, in quanto un eventuale rimpatrio lederebbe il suo diritto al rispetto della propria vita privata e familiare.
Dichiara che, all'attualità, lo svolgimento di attività lavorativa gli è precluso dal mancato rilascio da parte della Questura del permesso di soggiorno provvisorio, nonostante l'accoglimento da parte di questo giudice dell'istanza di sospensiva avanzata dal ricorrente.
Deduce, inoltre, la violazione del principio di non respingimento, laddove venisse respinto in patria, in considerazione della situazione di sistematica violazione dei diritti umani dovuta alla condizione culturale, sociale, politica ed economica del Bangladesh, quale emerge dalle principali fonti internazionali, laddove permane una situazione di diffusa instabilità il rischio di subire attentati è molto elevato e sono sconsigliati viaggi per i soggetti provenienti dall'estero.
Insiste, poi, sulla base della novellata formulazione dell'art. 19 d.lgs. 286/1998, perché sia valorizzata la condizione di vulnerabilità in cui verrebbe a trovarsi, ove fosse costretto a tornare in patria, rapportata al percorso di integrazione lavorativa intrapreso in Italia.
Conclude chiedendo che, accertata la sussistenza dei requisiti previsti dall'art. 19, commi 1 e 1.1 ed annullato il provvedimento impugnato, sia dichiarato il diritto del ricorrente al riconoscimento della protezione speciale, nonché perché sia ordinato alla Questura competente il rilascio del relativo permesso di soggiorno.
pagina 3 di 10 Il si è costituito in giudizio deducendo, a sostegno del richiesto rigetto Controparte_1 della domanda di protezione speciale, la mancanza di seri profili di integrazione a carico del ricorrente, avendo quest'ultimo, asseritamente, svolto solo sporadicamente attività lavorativa in Italia, nonché la mancanza di legami familiari in Italia.
All'udienza di comparizione fissata per la discussione, avendo le parti rinunciato alla discussione orale prevista ex art 275 bis cpc, anche in virtù del decreto del giudice di fissazione della prima udienza che avvertiva già di tale opportunità, il Giudice relatore procedeva alla discussione e all'esito la causa era rimessa al Collegio per la decisione.
2. Il quadro normativo.
Il Collegio Osserva preliminarmente il Collegio che la domanda oggetto di causa viene trattata, per il principio del tempus regit actum, col rito sommario collegiale di cui agli artt. 702 bis c.p.c. e 19 ter D.l.vo 115\2011 quali norme processuali vigenti all'epoca di azionamento della domanda amministrativa (inoltrata nel maggio 2020).
Quanto alla normativa sostanziale applicabile la stessa va individuata in quella vigente all'epoca della presentazione dalla domanda al Questore (2022) che ha poi deciso, acquisito il parere della
Commissione Territoriale per il Riconoscimento della Protezione Internazionale competente.
Va rilevato al proposito che la domanda di rilascio è stata proposta successivamente all'emanazione del decreto-legge 113/2018 (entrato in vigore il 5.10.2018) che attraverso la tipizzazione di nuovi titoli di soggiorno ha sostanzialmente abolito il permesso di soggiorno
'umanitario', restringendo notevolmente l'ambito applicativo dell'art. 5 comma 6 D.L.vo 286\1998 che ha perso la connotazione di atipicità\residualità che caratterizzava la precedente formulazione .
IL D.L. 113\2018 ha comunque previsto, oltre alle ipotesi più tipizzate dei permessi per 'casi speciali' 1, all'art. 1 comma 8, la possibilità di concessione di permessi per 'protezione speciale', in caso di presupposti di sussistenza dei presupposti ex articolo 19, commi 1 e 1.1 e . 19 comma 2 lettera d-bis, in caso di valutazione di istanza di rinnovo di permesso di soggiorno 'umanitario' già una prima volta riconosciuto ai sensi dell'articolo 32, comma 3, del D.L.vo 25\2008 “.
Il decreto Lamorgese ha modificato l'art. 5, comma 6 T.U.I. reintroducendo, quale limite al diniego e alla revoca del permesso di soggiorno, “il rispetto degli obblighi costituzionali o internazionali dello stato italiano”. E' stato inoltre riscritto il comma 1.1. dell'art. 19 del d.lvo 286/98 la cui attuale formulazione è la seguente: “Non sono ammessi il respingimento o l'espulsione o l'estradizione di una persona verso uno Stato qualora esistano fondati motivi di ritenere che essa rischi di essere sottoposta a tortura o a trattamenti inumani e degradanti. Nella valutazione di tali motivi si tiene conto anche dell'esistenza, in tale Stato, di violazioni sistematiche e gravi di diritti umani. Non sono altresì ammessi il respingimento o l'espulsione di una persona verso uno Stato qualora esistano fondati motivi di ritenere che l'allontanamento dal territorio nazionale comporti una violazione del diritto al rispetto della propria vita privata e familiare, a meno che esso non sia necessario per ragioni di sicurezza nazionale ovvero di ordine e sicurezza pubblica. Ai fini della valutazione del rischio di violazione di cui al 1 i permessi di soggiorno per le vittime di violenza domestica di cui all'art. 18-bis D.L.vo 286\1998 , per ipotesi di sfruttamento lavorativo di cui all'art. 22 D.L.vo 286\1998, per protezione sociale di cui all'art. 18 D.L.vo 286\1998 , per calamità di cui all'art. 20-bis D.L.vo 286\1998 e per atti di particolare valore civile di cui all'art. 42-bis D.L.vo 286\1998 pagina 4 di 10 periodo precedente si tiene conto della natura e dell'effettività dei vincoli familiari dell'interessato, del suo effettivo inserimento sociale in Italia, della durata del suo soggiorno sul territorio nazionale nonché dell'esistenza di legami familiari, culturali o sociali con il suo Paese di origine.” Qualora ricorrano i presupposti di cui al comma 1.1 dell'art. 19 TUI, contempla il rilascio di un permesso di soggiorno “per protezione speciale” di durata biennale e convertibile in permesso di soggiorno per motivi di lavoro, ai sensi del combinato disposto degli artt. 19 comma 1.2. e 6 comma 1- bis) TUI e dell'art. 32 comma terzo D.lvo 25/2008 come modificati rispettivamente dagli artt. 1 lett.e )
e b) e 2 lett. e) del D.L. 130/2020.
La prima parte del novellato art. 19 comma 1.1 esplicita il divieto assoluto di non refoulement collegato sia al rischio del richiedente di essere sottoposto a trattamenti inumani e degradanti, formula che richiama il principio di cui all'art. 3 Cedu, sia alla clausola generale di cui all'art. 5, comma 6, TUI.
Tale norma appare inoltre riconoscere uno spazio residuale di tutela per coloro che si trovino in condizioni di vulnerabilità non rilevanti ai fini delle protezioni maggiori ma comunque di rilevo costituzionale (art. 10, comma 3 Cost).
La seconda parte dell'art. 19.1.1. ha invece introdotto una nuova fattispecie di inespellibilità per rischio di violazione del diritto alla vita privata e familiare, con un evidente richiamo all'art. 8 CEDU. Quest'ultima, a differenza della prima, ha un carattere relativo in quanto comunque è necessario valutare se la permanenza dello straniero in Italia contrasti con ragioni di sicurezza nazionale, nonché di ordine e sicurezza pubblica.
Ciò posto è evidente che la nuova normativa ha tenuto conto dell'elaborazione giurisprudenziale compiuta dalla Corte di Cassazione in tema di protezione umanitaria (durante il vigore dell'art. 5, comma 6 TUI in vigore e prima dell'entrata in vigore del d.l. 113/2018).
La disciplina della protezione umanitaria costituisce una forma di protezione complementare, rispetto al rifugio e alla protezione sussidiaria - che hanno invece derivazione comunitaria ed internazionale-, e rappresenta una manifestazione attuativa del diritto di asilo costituzionale (art. 10, comma 3 Cost) (Corte Cost. 24 luglio 2019, n. 194).
Tale forma di protezione costituisce una misura atipica e residuale, che include situazioni in cui, pur non sussistendo i presupposti per il riconoscimento di una tutela tipica, non può disporsi l'espulsione e deve provvedersi all'accoglienza del richiedente che si trovi in condizioni di vulnerabilità, da valutarsi caso per caso. Può trattarsi di situazioni di vulnerabilità soggettiva (come ad es. condizioni di salute o di età del richiedente), ma anche di carattere oggettivo, relative al paese di origine (ad es. grave instabilità politica, carestie, disastri naturali, condizioni di povertà estreme), ovvero contesti personali e situazionali che, pur non avendo caratteristiche o intensità sufficiente per integrare i presupposti delle protezioni “maggiori”, risultino tuttavia meritevoli di tutela, alla luce dei valori e dei principi costituzionali del nostro ordinamento.
Le situazioni c.d. vulnerabili possono quindi derivare da cause non normativamente tipizzate:“Gli interessi protetti non possono restare ingabbiati in regole rigide e parametri severi, che ne limitino le possibilità di adeguamento, mobile ed elastico, ai valori costituzionali e sovranazionali;
sicché, ha puntualizzato questa Corte, l'apertura e la residualità della tutela non consentono tipizzazioni (tra varie, Cass. 15 maggio 2019, nn. 13079 e 13096). Le basi normative non sono, allora, affatto fragili, ma “a compasso largo”: l'orizzontalità dei diritti umani fondamentali, col sostegno dell'art. 8 Cedu, promuove l'evoluzione della norma, elastica, sulla protezione umanitaria a clausola generale di sistema, capace di favorire i diritti umani e di radicarne l'attuazione (Cass. sez. un. pagina 5 di 10 29461/2019). La giurisprudenza di legittimità, a far data dalla sentenza n. 4455/2018, ha attribuito rilievo centrale, ai fini della concessione della protezione umanitaria, alla valutazione comparativa tra il grado d'integrazione effettiva nel nostro paese e la situazione soggettiva e oggettiva del richiedente nel paese di origine, al fine di verificare se il rimpatrio possa determinare la privazione della titolarità dell'esercizio dei diritti umani, al di sotto del nucleo ineliminabile e costitutivo della dignità personale.
Da ultimo, le Sezioni Unite hanno chiarito che “occorre operare una valutazione comparativa della situazione soggettiva e oggettiva del richiedente con riferimento al Paese di origine, in raffronto alla situazione d'integrazione raggiunta in Italia. Tale valutazione comparativa dovrà essere svolta attribuendo alla condizione soggettiva e oggettiva del richiedente nel Paese di origine un peso tanto minore quanto maggiore risulti il grado di integrazione che il richiedente dimostri di aver raggiunto nel tessuto sociale italiano. Situazioni di deprivazione dei diritti umani di particolare gravità nel Paese di origine possono fondare il diritto del richiedente alla protezione umanitaria anche in assenza di un apprezzabile livello di integrazione del medesimo in Italia. Per contro, quando si accerti che tale livello sia stato raggiunto, se il ritorno in Paesi d'origine rende probabile un significativo scadimento delle condizioni di vita privata e/o familiare sì da recare un vulnus al diritto riconosciuto dall'art. 8 della Convenzione EDU, sussiste un serio motivo di carattere umanitario, ai sensi dell'art. 5 T.U. cit., per riconoscere il permesso di soggiorno”. Nel compiere tale giudizio, quindi, devono valutarsi “non solo il rischio di danni futuri – legati alle condizioni oggettive e soggettive che il migrante (ri)troverà nel Paese di origine – ma anche il rischio di un danno attuale da perdita di relazioni affettive, di professionalità maturate, di osmosi culturale riuscita”. In particolare, “in presenza di un elevato livello di integrazione effettiva nel nostro Paese – desumibile da indici socialmente rilevanti quali la titolarità di un rapporto di lavoro (pur se a tempo determinato costituendo tale forma di rapporto di lavoro quella più diffusa, in questo momento storico, di accesso al mercato del lavoro), la titolarità di un rapporto locatizio, la presenza di figli che frequentino asili o scuole, la partecipazione ad attività associative radicate nel territorio di insediamento – saranno le condizioni oggettive e soggettive nel Paese di origine ad assumere una rilevanza proporzionalmente minore” e viceversa “situazioni di deprivazione dei diritti umani di particolare gravità nel Paese di origine possono fondare il diritto del richiedente alla protezione umanitaria anche in assenza di un apprezzabile livello di integrazione del medesimo in Italia” (Cass. sez. un. 24413/2021).
Per quanto sussista una certa continuità tra la disciplina della protezione umanitaria e quella della protezione speciale il nuovo regime appare maggiormente incentrato sul radicamento dello straniero sul territorio nazionale. Se, infatti, ai fini della concessione della protezione umanitaria deve essere effettuata una "comparazione attenuata” tra la situazione di inserimento sociale in Italia del richiedente e il pericolo di gravi violazioni dei diritti umani che egli avrebbe potuto soffrire in caso di rimpatrio, l'attuale normativa attribuisce all'elemento del rischio della violazione della vita privata e familiare una rilevanza autonoma o, quantomeno, prevalente nella valutazione dei presupposti necessari al riconoscimento della protezione speciale.
La giurisprudenza di legittimità, richiamando l'art. 8 CEDU, ha chiarito che sono tre i parametri di radicamento sul territorio nazionale che assumono rilevanza sulla base della formulazione dell'art. 19, comma 1.1: quello familiare, quello sociale (in cui sono incluse le relazioni lavorative ed economiche che pure concorrono a comporre la vita privata ovvero l'identità sociale di una persona) e pagina 6 di 10 quello desumibile dalla durata del soggiorno sul territorio nazionale, quest'ultimo difficilmente apprezzabile in via autonoma (Cass. 7861/2022; Cass. 24945/2022).
La Cassazione, richiamando la sentenza delle Sezioni Unite n. 24413 del 2021, pur riferita alla previgente protezione complementare, ma sviluppando argomentazioni che per la loro generalità appaiono suscettibili di essere trasposte anche nel nuovo contesto normativo, ha precisato che “"tutti i rapporti sociali tra gli immigrati stabilmente insediati e la comunità nella quale vivono” sono “parte integrante della nozione di "vita privata" ai sensi dell'art.
8. Indipendentemente dall'esistenza o meno una vita familiare", l'espulsione di uno straniero stabilmente insediato si traduce in una violazione del suo diritto al rispetto della sua vita privata".
Si afferma infatti che la protezione offerta dall'art. 8 CEDU va letta “con riferimento all'intera rete di relazioni che il richiedente si è costruito in Italia;
relazioni familiari, ma anche affettive e sociali (ad esempio, esperienze di carattere associativo) e, naturalmente, relazioni lavorative e, più genericamente, economiche (rapporti di locazione immobiliare), le quali pure concorrono a comporre la vita privata di una persona, rendendola irripetibile, nella molteplicità dei suoi aspetti, sia come singolo, sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità. Nel p. 47, le Sezioni Unite hanno esemplificato gli indici rilevanti per l'accertamento di un livello elevato d'integrazione effettiva nel nostro Paese come la titolarità di un rapporto di lavoro (pur se a tempo determinato, costituendo tale forma di rapporto di lavoro quella più diffusa, in questo momento storico, di accesso al mercato del lavoro), la titolarità di un rapporto locatizio, la presenza di figli che frequentino asili o scuole, la partecipazione ad attività associative radicate nel territorio di insediamento”. Nell'ultimo periodo dell'art. 19, comma 1.1., il legislatore detta, poi, i parametri in forza dei quali operare la valutazione della violazione del divieto di allontanamento mediante un bilanciamento tra la natura ed effettività dei vincoli familiari che lo straniero ha sul territorio nazionale, il suo concreto inserimento sociale e la durata del suo soggiorno in Italia da una parte, e l'eventuale esistenza Per_ di “legami familiari culturali o sociali con il di origine”.
In definitiva, ritiene il Collegio che il giudice, ai fini del riconoscimento del diritto del richiedente alla protezione speciale ex art. 19.1.1. D.L. 130/2020 debba in primis accertare che questi abbia creato in Italia una propria vita privata e/o familiare, quindi valutare, sulla scorta dei criteri contenuti nella medesima disposizione, se l'allontanamento sia suscettibile di determinare una sproporzionata e non giustificata lesione della sua vita privata e/o familiare, in considerazione dell'integrazione e del radicamento raggiunto nel paese ospitante, cui si contrappone uno sradicamento o comunque un significativo affievolimento dei suoi legami sociali, familiari e culturali con il paese di origine, a prescindere dalla compromissione nella titolarità e/o nel godimento dei diritti fondamentali della persona a cui il medesimo potrebbe andare incontro in ipotesi di rimpatrio.
Quanto più forti siano i legami con il nostro paese e più allentati, invece, quelli con il paese di origine, tanto meno sarà giustificabile l'interferenza del rimpatrio con il diritto al rispetto della vita privata e/o familiare, e tanto più forti dovranno essere, conseguentemente, le ragioni di ordine e sicurezza pubblica idonee a giustificare tale interferenza.
Nella ricorrenza dei presupposti di cui al comma 1.1 dell'art. 19 D.L.vo 286\1998 è perciò previsto il rilascio di un permesso di soggiorno “ per protezione speciale” di durata biennale e convertibile in permesso di soggiorno per motivi di lavoro, ai sensi del combinato disposto degli artt.
19 comma 1.2. e 6 comma 1-bis) TUI e dell'art. 32 comma terzo D.lvo 25/2008 come modificati rispettivamente dagli artt. 1 lett.e) e b) e 2 lett. e) del D.L. 130/2020. pagina 7 di 10
3. Il merito della decisione.
Tanto premesso in diritto, venendo al caso di specie, il Tribunale ritiene che la domanda meriti accoglimento in quanto, alla luce della documentazione prodotta per dimostrare il percorso di integrazione in Italia, sono ravvisabili i presupposti dell'art. 19 comma 1.1. nella nuova formulazione introdotta dal D.L. 130/20 attualmente vigente.
Ed invero il ricorrente risulta aver dimostrato di avere realizzato in Italia un significativo inserimento sociale, integrandosi nel contesto nazionale ed emancipandosi con successo dal sistema dell'accoglienza.
Tale percorso risulta in modo chiaro dalla seguente documentazione:
- estratto conto contributivo dal quale emergo lo svolgimento ininterrotto di attività CP_3 lavorativa dal 01.04.2015 al 26.01.2020; e, per il periodo successivo al gennaio 2020, ovvero dal
26.01.2020 al 03.05.2020 e dal 06.06.2020 al 31.12.2021, in coincidenza con l'esaurimento di tutti i gradi di impugnazione esperibili avverso il rigetto della domanda di protezione internazionale da parte della Commissione nonché del rigetto della domanda di emersione, la percezione da parte del ricorrente dell'indennità mensile di disoccupazione SP (v. note del
13.03.2023);
- il modello Unilav del 08.08.2023 attestante l'instaurazione di un rapporto di lavoro a tempo pieno e determinato presso la , con sede in Terranova Bracciolini, Controparte_4 decorrente dal 21.08.2023 al 23.09.2023, con la qualifica di pulitore di rivestimento metallici;
le buste paga, concernenti il medesimo rapporto di lavoro, relative ai mesi di luglio, agosto e settembre 2023, dalle quali risulta attribuita al ricorrente la qualifica di operaio di 6° livello e la percezione di uno stipendio mensile netto di 1159,25 euro (v. note del 23 ottobre 2023).
- il modello Unilav del 24.01.2024, comprovante l'instaurazione di un rapporto di lavoro a tempo pieno e determinato presso la , con sede in , via Galvani 23, Controparte_5 CP_2 decorrente dal 29.01.2024 al 29.07.2024, dal quale emerge l'attribuzione al ricorrente della qualifica di orafo;
il contratto di lavoro, a tempo determinato, sottoscritto dal ricorrente con la in data 29.01.2024, con scadenza il 29.07.2024, comprovante la Controparte_5 percezione da parte del ricorrente di un reddito lordo mensile di 1482,80 euro;
nonché, infine, le buste paga di febbraio, marzo, aprile, maggio, giugno e luglio 2024 relative al citato contratto di lavoro dipendente, dalle quali risulta attribuita al ricorrente la qualifica di orafo di 5° livello e la percezione di uno stipendio mensile netto di 1359,82 euro (v. note del 12 e del 15 aprile 2024 e note del 02.09.2024).
- Il ricorrente, inoltre, risulta essere uscito dal circuito dell'accoglienza, come dimostra la dichiarazione di ospitalità, datata 19.08.2022 e depositata in atti (v. note 13.03.2023), attestante la residenza dello stesso presso il Comune di Montevarchi, via Cennano 85.
Il ricorrente, infine, ha dichiarato di parlare e comprendere in modo sufficiente la lingua italiana.
Ancorché il ricorrente non abbia raggiunto, allo stato, una piena indipendenza economica, anche in considerazione della precarietà del suo status, la regolarità e stabilità dell'impiego nonché la professionalità acquisita presso la medesima impresa fanno ritenere probabile un consolidamento della posizione lavorativa. L'assenza di legami familiari in Italia, come detto, non costituisce motivo ostativo al riconoscimento della protezione speciale assumendo rilievo anche la sola “vita privata”, ovvero pagina 8 di 10 l'identità sociale del soggetto con particolare riferimento alle relazioni lavorative instaurate ed alla professionalità acquisita.
In caso di rimpatrio, verrebbe reimmesso in un contesto che non gli consentirebbe un livello di vita dignitoso, essendo privo di risorse lavorative (e di riferimenti parentali e sociali parentali che lo possano aiutare in tal senso). Egli vedrebbe vanificati gli sforzi finora effettuati per ottenere uno stabile impiego e per assicurarsi un'esistenza dignitosa. Alla stregua delle considerazioni che precedono, il ricorso deve essere accolto in quanto il rimpatrio determinerebbe una violazione della vita privata del ricorrente ex art. 8 CEDU e 19 c.1.1.
TUI.
Nella ricorrenza dei presupposti di cui al comma 1.1 dell'art. 19 D.L.vo 286\1998 oggi riconosciuti, va riconosciuto al ricorrente il diritto al il rilascio di un permesso di soggiorno “ per protezione speciale” di durata biennale e convertibile in permesso di soggiorno per motivi di lavoro, ai sensi del combinato disposto degli artt. 19 comma 1.2. e 6 comma 1-bis) TUI e dell'art. 32 comma terzo D.lvo 25/2008 come modificati rispettivamente dagli artt. 1 lett.a ) e 1 co.1 2 lett. e) del D.L.
130/2020.
La liquidazione degli onorari e delle spese in favore del difensore della parte ammessa deve avvenire seguendo il procedimento di cui all'art. 82 DPR 115/2002 e quindi con istanza di liquidazione al giudice del procedimento.
Le spese del giudizio non possono seguire il principio di soccombenza perché il ricorrente vittorioso in giudizio è stato ammesso al patrocinio a spese dello Stato.
P.Q.M.
Il Tribunale, in accoglimento del ricorso,
1) Accoglie il ricorso e per l'effetto riconosce al ricorrente il diritto al permesso di soggiorno per protezione speciale ai sensi dell'art. 19, comma 1.2, D. Lgs. 286/1998, inserito dall'art. 1, comma 1, lett. e), D. L. 21 ottobre 2020, n. 130, disponendo che il Questore territorialmente competente rilasci il permesso di soggiorno per protezione speciale ex art. 19 comma 1.1. d.lgs
286/1998, come introdotto dal d.l. 130/2020, di durata biennale e convertibile in permesso di soggiorno per motivi di lavoro;
1) Nulla sulle spese;
2) provvede con separato decreto ai sensi dell'art. 83, comma 3 bis, d.p.r. n. 115/2002.
Così deciso in Firenze nella camera di consiglio del 9.10.2024 su relazione della dott.ssa Barbara
dispone che in caso di riproduzione del presente provvedimento vengano omesse le generalità e i dati identificativi dei soggetti interessati
Il Giudice estensore dott.ssa Barbara Fabbrini
Il Presidente
Dott. Roberto Monteverde
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Sezione Specializzata in materia di Immigrazione, Protezione Internazionale e libera circolazione dei cittadini UE.
Il collegio composto dai seguenti magistrati:
dott. Roberto Monteverde Presidente dott.ssa Barbara Fabbrini Giudice relatore dott. Massimiliano Sturiale Giudice
Nel procedimento iscritto al n.r.g 3725/2023 promosso da
(C.F. con il patrocinio dell'avv. Roberta Randellini Parte_1 C.F._1
(CF. ); C.F._2
RICORRENTE contro
in persona del Ministro p.t. e , in Controparte_1 Controparte_2 persona del Ministro, l.r.p.t., con il patrocinio ex lege dell'Avvocatura distrettuale di Stato di Firenze;
RESISTENTE
Nella camera di consiglio del 9.10.2024
SENTENZA ex art. 281 sexies cpc e ex art. 19-ter d.lgs 286/98
1. I fatti di lite e lo svolgimento del processo.
Con ricorso ex artt. 702 bis c.p.c. e 19 ter D. Lgs. 286/1998 depositato in data 13.03.2023,
[...]
, nato in [...] il [...], impugna il decreto adottato dalla Questura della Parte_1
Provincia di emesso in data 10.02.2023 e notificato il 16.02.2023, con cui il Questore ha CP_2 rigettato la richiesta di rilascio di permesso di soggiorno per protezione speciale ex art 19 comma1.1.
D.L.vo 286\1998, dallo stesso avanzata in data 26.08.2022, adeguandosi al parere negativo della
Commissione Territoriale per il Riconoscimento della Protezione Internazionale del 07.12.2022.
Il ricorrente lamenta l'illegittimità del provvedimento del Questore, e la non corretta valutazione sia della Commissione Territoriale per il Riconoscimento della Protezione Internazionale che del Questore allorché non hanno riconosciuto i presupposti di un permesso di soggiorno per protezione speciale ai sensi dell'art. 19, commi 1 e 1.1 del d. lgs. 286/98.
pagina 1 di 10 Deduce il ricorrente che, per contro, è persona profondamente integrata nel tessuto sociale italiano, paese in cui è giunto, ed ove ha sempre risieduto stabilmente, dal 2014 ad oggi.
Dichiara, al riguardo, di aver presentato, non appena arrivato in Italia, domanda di protezione internazionale, esaminata e rigettata dalla Commissione Territoriale di Verona in data 20.08.2015.
In conseguenza dell'impugnazione proposta dal ricorrente, la decisione negativa della
Commissione veniva confermata prima dal Tribunale di primo grado, con ordinanza del 04.04.2018, e poi dalla Corte d'Appello di Venezia, con ordinanza del 20.01.2020 (v. parere della CT, note del
13.03.2023).
Così, nel tentativo di regolarizzare la propria posizione sul territorio, il ricorrente avanzava, nel
2020, domanda di emersione (v. note del 13.03.2023), ma la pratica veniva respinta per ragioni reddituali imputabili al datore di lavoro.
Successivamente, avanzata istanza di protezione speciale 19 ter D. Lgs. 286/1998, rigettata dal
Questore di Arezzo, il ricorrente impugnava, col ricorso ex artt. 702 bis c.p.c. e 19 ter D. Lgs. 286/1998 che ha dato luogo al presente procedimento, il decreto di rigetto del Questore, chiedendo, oltre al riconoscimento della protezione speciale ex art. 19 ter, la sospensione degli effetti del provvedimento impugnato, istanza che veniva accolta da questo giudice con decreto del 05.04.2023.
A riprova di quanto asserito in merito al proprio radicamento in Italia, il ricorrente depositava ampia documentazione comprovante lo stabile e continuativo percorso di integrazione socio lavorativa intrapreso sin dal suo arrivo nel paese.
In particolare, il ricorrente depositava: estratto conto contributivo attestante lo svolgimento CP_3 ininterrotto di attività lavorativa dal 01.04.2015 al 26.01.2020; e, per il periodo successivo al gennaio
2020, ovvero dal 26.01.2020 al 03.05.2020 e dal 06.06.2020 al 31.12.2021, in coincidenza con l'esaurimento di tutti i gradi di impugnazione esperibili avverso il rigetto della domanda di protezione internazionale da parte della Commissione nonché del rigetto della domanda di emersione, comprovante la percezione da parte del ricorrente dell'indennità mensile di disoccupazione SP (v. note del 13.03.2023).
Il ricorrente depositava, inoltre, il modello Unilav del 08.08.2023 concernente l'instaurazione di un rapporto di lavoro a tempo pieno e determinato presso la , con sede in Controparte_4
Terranova Bracciolini, decorrente dal 21.08.2023 al 23.09.2023, attributivo della qualifica di pulitore di rivestimento metallici;
nonché, le buste paga, concernenti il medesimo rapporto di lavoro, relative ai mesi di luglio, agosto e settembre 2023, dalle quali risulta attribuita al ricorrente la qualifica di operaio di 6° livello e la percezione di uno stipendio mensile netto di 1159,25 euro (v. note del 23 ottobre
2023).
Con note del 15.04.2024 e 16.04.2024 il ricorrente depositava il modello Unilav del 24.01.2024, dal quale risulta l'instaurazione di un rapporto di lavoro a tempo pieno e determinato presso la
[...]
decorrente dal 29.01.2024 al 29.07.2024, dal quale emerge l'attribuzione al Controparte_5 ricorrente della qualifica di orafo;
un contratto di lavoro a tempo determinato sottoscritto dal ricorrente col medesimo datore di lavoro in data 29.01.2024, con scadenza il 29.07.2024, comprovante la percezione da parte del ricorrente di un reddito lordo mensile di 1482,80 euro;
nonché, le buste paga di febbraio e marzo 2024, relative al sopra citato contratto di lavoro dipendente, dalle quali risulta l'attribuzione al ricorrente della qualifica di orafo di 5° livello nonché la percezione di uno stipendio netto mensile di 1319,51 euro (v. note del 12 e del 15 aprile 2024).
pagina 2 di 10 Con note del 02.09.2024, il ricorrente depositava le buste paga, relative al sopra citato contratto di lavoro dipendente presso la con sede in , via Galvani 23, attributive al Controparte_5 CP_2 medesimo della qualifica di orafo di 5° livello, riferite ai mesi di aprile, maggio, giugno e luglio 2024, dalle quali risulta la percezione da parte dello stesso di un reddito mensile netto di 1359,82 euro (v. note del 02.09.2024).
Con note del 05.10.024 il ricorrente depositava il modello Unilav attestante l'instaurazione di un nuovo rapporto di lavoro subordinato a tempo determinato nel settore alberghiero presso la
[...] con sede in Chianciano Terme, via A. Manzoni n. 5, decorrente dal 06.09.2024 al CP_6
31.03.2025.
Infine, con note del 11.10.2024 il ricorrente depositava la busta paga di settembre 2024 relativa al rapporto di lavoro sopra citata presso la dalla quale risulta la percezione di uno CP_6 reddito mensile netto di euro 637,00.
Con riguardo al profilo alloggiativo, il ricorrente dichiarava di vivere stabilmente in provincia di
, risultando, difatti, agli atti una dichiarazione di ospitalità datata 19.08.2022 (v. note CP_2
13.03.2023) attestante la residenza del ricorrente presso il Comune di Montevarchi, via Cennano 85.
Dichiara, infine, di parlare e comprendere in modo sufficiente la lingua italiana e che con i proventi dell'attività lavorativa svolta in Italia è sempre in grado di mantenere la famiglia rimasta in
Bangladesh.
Lamenta, quindi, il ricorrente l'illegittimità della decisione Commissione Territoriale, che ha ritenuto non accoglibile la domanda di protezione speciale, ritenendo non sufficientemente provato da parte del ricorrente, nonostante la lunga permanenza in Italia, lo svolgimento di un serio percorso di integrazione, non risultando lo stesso, al momento della decisione, in possesso né di attività lavorativa né legami familiari in Italia, trovandosi moglie e figlio in Bangladesh.
Contrariamente a quanto dedotto dalla Commissione, il ricorrente rileva che la situazione di integrazione socio lavorativa consolidatasi in Italia doveva essere valutata quale elemento fondante la protezione richiesta, in quanto un eventuale rimpatrio lederebbe il suo diritto al rispetto della propria vita privata e familiare.
Dichiara che, all'attualità, lo svolgimento di attività lavorativa gli è precluso dal mancato rilascio da parte della Questura del permesso di soggiorno provvisorio, nonostante l'accoglimento da parte di questo giudice dell'istanza di sospensiva avanzata dal ricorrente.
Deduce, inoltre, la violazione del principio di non respingimento, laddove venisse respinto in patria, in considerazione della situazione di sistematica violazione dei diritti umani dovuta alla condizione culturale, sociale, politica ed economica del Bangladesh, quale emerge dalle principali fonti internazionali, laddove permane una situazione di diffusa instabilità il rischio di subire attentati è molto elevato e sono sconsigliati viaggi per i soggetti provenienti dall'estero.
Insiste, poi, sulla base della novellata formulazione dell'art. 19 d.lgs. 286/1998, perché sia valorizzata la condizione di vulnerabilità in cui verrebbe a trovarsi, ove fosse costretto a tornare in patria, rapportata al percorso di integrazione lavorativa intrapreso in Italia.
Conclude chiedendo che, accertata la sussistenza dei requisiti previsti dall'art. 19, commi 1 e 1.1 ed annullato il provvedimento impugnato, sia dichiarato il diritto del ricorrente al riconoscimento della protezione speciale, nonché perché sia ordinato alla Questura competente il rilascio del relativo permesso di soggiorno.
pagina 3 di 10 Il si è costituito in giudizio deducendo, a sostegno del richiesto rigetto Controparte_1 della domanda di protezione speciale, la mancanza di seri profili di integrazione a carico del ricorrente, avendo quest'ultimo, asseritamente, svolto solo sporadicamente attività lavorativa in Italia, nonché la mancanza di legami familiari in Italia.
All'udienza di comparizione fissata per la discussione, avendo le parti rinunciato alla discussione orale prevista ex art 275 bis cpc, anche in virtù del decreto del giudice di fissazione della prima udienza che avvertiva già di tale opportunità, il Giudice relatore procedeva alla discussione e all'esito la causa era rimessa al Collegio per la decisione.
2. Il quadro normativo.
Il Collegio Osserva preliminarmente il Collegio che la domanda oggetto di causa viene trattata, per il principio del tempus regit actum, col rito sommario collegiale di cui agli artt. 702 bis c.p.c. e 19 ter D.l.vo 115\2011 quali norme processuali vigenti all'epoca di azionamento della domanda amministrativa (inoltrata nel maggio 2020).
Quanto alla normativa sostanziale applicabile la stessa va individuata in quella vigente all'epoca della presentazione dalla domanda al Questore (2022) che ha poi deciso, acquisito il parere della
Commissione Territoriale per il Riconoscimento della Protezione Internazionale competente.
Va rilevato al proposito che la domanda di rilascio è stata proposta successivamente all'emanazione del decreto-legge 113/2018 (entrato in vigore il 5.10.2018) che attraverso la tipizzazione di nuovi titoli di soggiorno ha sostanzialmente abolito il permesso di soggiorno
'umanitario', restringendo notevolmente l'ambito applicativo dell'art. 5 comma 6 D.L.vo 286\1998 che ha perso la connotazione di atipicità\residualità che caratterizzava la precedente formulazione .
IL D.L. 113\2018 ha comunque previsto, oltre alle ipotesi più tipizzate dei permessi per 'casi speciali' 1, all'art. 1 comma 8, la possibilità di concessione di permessi per 'protezione speciale', in caso di presupposti di sussistenza dei presupposti ex articolo 19, commi 1 e 1.1 e . 19 comma 2 lettera d-bis, in caso di valutazione di istanza di rinnovo di permesso di soggiorno 'umanitario' già una prima volta riconosciuto ai sensi dell'articolo 32, comma 3, del D.L.vo 25\2008 “.
Il decreto Lamorgese ha modificato l'art. 5, comma 6 T.U.I. reintroducendo, quale limite al diniego e alla revoca del permesso di soggiorno, “il rispetto degli obblighi costituzionali o internazionali dello stato italiano”. E' stato inoltre riscritto il comma 1.1. dell'art. 19 del d.lvo 286/98 la cui attuale formulazione è la seguente: “Non sono ammessi il respingimento o l'espulsione o l'estradizione di una persona verso uno Stato qualora esistano fondati motivi di ritenere che essa rischi di essere sottoposta a tortura o a trattamenti inumani e degradanti. Nella valutazione di tali motivi si tiene conto anche dell'esistenza, in tale Stato, di violazioni sistematiche e gravi di diritti umani. Non sono altresì ammessi il respingimento o l'espulsione di una persona verso uno Stato qualora esistano fondati motivi di ritenere che l'allontanamento dal territorio nazionale comporti una violazione del diritto al rispetto della propria vita privata e familiare, a meno che esso non sia necessario per ragioni di sicurezza nazionale ovvero di ordine e sicurezza pubblica. Ai fini della valutazione del rischio di violazione di cui al 1 i permessi di soggiorno per le vittime di violenza domestica di cui all'art. 18-bis D.L.vo 286\1998 , per ipotesi di sfruttamento lavorativo di cui all'art. 22 D.L.vo 286\1998, per protezione sociale di cui all'art. 18 D.L.vo 286\1998 , per calamità di cui all'art. 20-bis D.L.vo 286\1998 e per atti di particolare valore civile di cui all'art. 42-bis D.L.vo 286\1998 pagina 4 di 10 periodo precedente si tiene conto della natura e dell'effettività dei vincoli familiari dell'interessato, del suo effettivo inserimento sociale in Italia, della durata del suo soggiorno sul territorio nazionale nonché dell'esistenza di legami familiari, culturali o sociali con il suo Paese di origine.” Qualora ricorrano i presupposti di cui al comma 1.1 dell'art. 19 TUI, contempla il rilascio di un permesso di soggiorno “per protezione speciale” di durata biennale e convertibile in permesso di soggiorno per motivi di lavoro, ai sensi del combinato disposto degli artt. 19 comma 1.2. e 6 comma 1- bis) TUI e dell'art. 32 comma terzo D.lvo 25/2008 come modificati rispettivamente dagli artt. 1 lett.e )
e b) e 2 lett. e) del D.L. 130/2020.
La prima parte del novellato art. 19 comma 1.1 esplicita il divieto assoluto di non refoulement collegato sia al rischio del richiedente di essere sottoposto a trattamenti inumani e degradanti, formula che richiama il principio di cui all'art. 3 Cedu, sia alla clausola generale di cui all'art. 5, comma 6, TUI.
Tale norma appare inoltre riconoscere uno spazio residuale di tutela per coloro che si trovino in condizioni di vulnerabilità non rilevanti ai fini delle protezioni maggiori ma comunque di rilevo costituzionale (art. 10, comma 3 Cost).
La seconda parte dell'art. 19.1.1. ha invece introdotto una nuova fattispecie di inespellibilità per rischio di violazione del diritto alla vita privata e familiare, con un evidente richiamo all'art. 8 CEDU. Quest'ultima, a differenza della prima, ha un carattere relativo in quanto comunque è necessario valutare se la permanenza dello straniero in Italia contrasti con ragioni di sicurezza nazionale, nonché di ordine e sicurezza pubblica.
Ciò posto è evidente che la nuova normativa ha tenuto conto dell'elaborazione giurisprudenziale compiuta dalla Corte di Cassazione in tema di protezione umanitaria (durante il vigore dell'art. 5, comma 6 TUI in vigore e prima dell'entrata in vigore del d.l. 113/2018).
La disciplina della protezione umanitaria costituisce una forma di protezione complementare, rispetto al rifugio e alla protezione sussidiaria - che hanno invece derivazione comunitaria ed internazionale-, e rappresenta una manifestazione attuativa del diritto di asilo costituzionale (art. 10, comma 3 Cost) (Corte Cost. 24 luglio 2019, n. 194).
Tale forma di protezione costituisce una misura atipica e residuale, che include situazioni in cui, pur non sussistendo i presupposti per il riconoscimento di una tutela tipica, non può disporsi l'espulsione e deve provvedersi all'accoglienza del richiedente che si trovi in condizioni di vulnerabilità, da valutarsi caso per caso. Può trattarsi di situazioni di vulnerabilità soggettiva (come ad es. condizioni di salute o di età del richiedente), ma anche di carattere oggettivo, relative al paese di origine (ad es. grave instabilità politica, carestie, disastri naturali, condizioni di povertà estreme), ovvero contesti personali e situazionali che, pur non avendo caratteristiche o intensità sufficiente per integrare i presupposti delle protezioni “maggiori”, risultino tuttavia meritevoli di tutela, alla luce dei valori e dei principi costituzionali del nostro ordinamento.
Le situazioni c.d. vulnerabili possono quindi derivare da cause non normativamente tipizzate:“Gli interessi protetti non possono restare ingabbiati in regole rigide e parametri severi, che ne limitino le possibilità di adeguamento, mobile ed elastico, ai valori costituzionali e sovranazionali;
sicché, ha puntualizzato questa Corte, l'apertura e la residualità della tutela non consentono tipizzazioni (tra varie, Cass. 15 maggio 2019, nn. 13079 e 13096). Le basi normative non sono, allora, affatto fragili, ma “a compasso largo”: l'orizzontalità dei diritti umani fondamentali, col sostegno dell'art. 8 Cedu, promuove l'evoluzione della norma, elastica, sulla protezione umanitaria a clausola generale di sistema, capace di favorire i diritti umani e di radicarne l'attuazione (Cass. sez. un. pagina 5 di 10 29461/2019). La giurisprudenza di legittimità, a far data dalla sentenza n. 4455/2018, ha attribuito rilievo centrale, ai fini della concessione della protezione umanitaria, alla valutazione comparativa tra il grado d'integrazione effettiva nel nostro paese e la situazione soggettiva e oggettiva del richiedente nel paese di origine, al fine di verificare se il rimpatrio possa determinare la privazione della titolarità dell'esercizio dei diritti umani, al di sotto del nucleo ineliminabile e costitutivo della dignità personale.
Da ultimo, le Sezioni Unite hanno chiarito che “occorre operare una valutazione comparativa della situazione soggettiva e oggettiva del richiedente con riferimento al Paese di origine, in raffronto alla situazione d'integrazione raggiunta in Italia. Tale valutazione comparativa dovrà essere svolta attribuendo alla condizione soggettiva e oggettiva del richiedente nel Paese di origine un peso tanto minore quanto maggiore risulti il grado di integrazione che il richiedente dimostri di aver raggiunto nel tessuto sociale italiano. Situazioni di deprivazione dei diritti umani di particolare gravità nel Paese di origine possono fondare il diritto del richiedente alla protezione umanitaria anche in assenza di un apprezzabile livello di integrazione del medesimo in Italia. Per contro, quando si accerti che tale livello sia stato raggiunto, se il ritorno in Paesi d'origine rende probabile un significativo scadimento delle condizioni di vita privata e/o familiare sì da recare un vulnus al diritto riconosciuto dall'art. 8 della Convenzione EDU, sussiste un serio motivo di carattere umanitario, ai sensi dell'art. 5 T.U. cit., per riconoscere il permesso di soggiorno”. Nel compiere tale giudizio, quindi, devono valutarsi “non solo il rischio di danni futuri – legati alle condizioni oggettive e soggettive che il migrante (ri)troverà nel Paese di origine – ma anche il rischio di un danno attuale da perdita di relazioni affettive, di professionalità maturate, di osmosi culturale riuscita”. In particolare, “in presenza di un elevato livello di integrazione effettiva nel nostro Paese – desumibile da indici socialmente rilevanti quali la titolarità di un rapporto di lavoro (pur se a tempo determinato costituendo tale forma di rapporto di lavoro quella più diffusa, in questo momento storico, di accesso al mercato del lavoro), la titolarità di un rapporto locatizio, la presenza di figli che frequentino asili o scuole, la partecipazione ad attività associative radicate nel territorio di insediamento – saranno le condizioni oggettive e soggettive nel Paese di origine ad assumere una rilevanza proporzionalmente minore” e viceversa “situazioni di deprivazione dei diritti umani di particolare gravità nel Paese di origine possono fondare il diritto del richiedente alla protezione umanitaria anche in assenza di un apprezzabile livello di integrazione del medesimo in Italia” (Cass. sez. un. 24413/2021).
Per quanto sussista una certa continuità tra la disciplina della protezione umanitaria e quella della protezione speciale il nuovo regime appare maggiormente incentrato sul radicamento dello straniero sul territorio nazionale. Se, infatti, ai fini della concessione della protezione umanitaria deve essere effettuata una "comparazione attenuata” tra la situazione di inserimento sociale in Italia del richiedente e il pericolo di gravi violazioni dei diritti umani che egli avrebbe potuto soffrire in caso di rimpatrio, l'attuale normativa attribuisce all'elemento del rischio della violazione della vita privata e familiare una rilevanza autonoma o, quantomeno, prevalente nella valutazione dei presupposti necessari al riconoscimento della protezione speciale.
La giurisprudenza di legittimità, richiamando l'art. 8 CEDU, ha chiarito che sono tre i parametri di radicamento sul territorio nazionale che assumono rilevanza sulla base della formulazione dell'art. 19, comma 1.1: quello familiare, quello sociale (in cui sono incluse le relazioni lavorative ed economiche che pure concorrono a comporre la vita privata ovvero l'identità sociale di una persona) e pagina 6 di 10 quello desumibile dalla durata del soggiorno sul territorio nazionale, quest'ultimo difficilmente apprezzabile in via autonoma (Cass. 7861/2022; Cass. 24945/2022).
La Cassazione, richiamando la sentenza delle Sezioni Unite n. 24413 del 2021, pur riferita alla previgente protezione complementare, ma sviluppando argomentazioni che per la loro generalità appaiono suscettibili di essere trasposte anche nel nuovo contesto normativo, ha precisato che “"tutti i rapporti sociali tra gli immigrati stabilmente insediati e la comunità nella quale vivono” sono “parte integrante della nozione di "vita privata" ai sensi dell'art.
8. Indipendentemente dall'esistenza o meno una vita familiare", l'espulsione di uno straniero stabilmente insediato si traduce in una violazione del suo diritto al rispetto della sua vita privata".
Si afferma infatti che la protezione offerta dall'art. 8 CEDU va letta “con riferimento all'intera rete di relazioni che il richiedente si è costruito in Italia;
relazioni familiari, ma anche affettive e sociali (ad esempio, esperienze di carattere associativo) e, naturalmente, relazioni lavorative e, più genericamente, economiche (rapporti di locazione immobiliare), le quali pure concorrono a comporre la vita privata di una persona, rendendola irripetibile, nella molteplicità dei suoi aspetti, sia come singolo, sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità. Nel p. 47, le Sezioni Unite hanno esemplificato gli indici rilevanti per l'accertamento di un livello elevato d'integrazione effettiva nel nostro Paese come la titolarità di un rapporto di lavoro (pur se a tempo determinato, costituendo tale forma di rapporto di lavoro quella più diffusa, in questo momento storico, di accesso al mercato del lavoro), la titolarità di un rapporto locatizio, la presenza di figli che frequentino asili o scuole, la partecipazione ad attività associative radicate nel territorio di insediamento”. Nell'ultimo periodo dell'art. 19, comma 1.1., il legislatore detta, poi, i parametri in forza dei quali operare la valutazione della violazione del divieto di allontanamento mediante un bilanciamento tra la natura ed effettività dei vincoli familiari che lo straniero ha sul territorio nazionale, il suo concreto inserimento sociale e la durata del suo soggiorno in Italia da una parte, e l'eventuale esistenza Per_ di “legami familiari culturali o sociali con il di origine”.
In definitiva, ritiene il Collegio che il giudice, ai fini del riconoscimento del diritto del richiedente alla protezione speciale ex art. 19.1.1. D.L. 130/2020 debba in primis accertare che questi abbia creato in Italia una propria vita privata e/o familiare, quindi valutare, sulla scorta dei criteri contenuti nella medesima disposizione, se l'allontanamento sia suscettibile di determinare una sproporzionata e non giustificata lesione della sua vita privata e/o familiare, in considerazione dell'integrazione e del radicamento raggiunto nel paese ospitante, cui si contrappone uno sradicamento o comunque un significativo affievolimento dei suoi legami sociali, familiari e culturali con il paese di origine, a prescindere dalla compromissione nella titolarità e/o nel godimento dei diritti fondamentali della persona a cui il medesimo potrebbe andare incontro in ipotesi di rimpatrio.
Quanto più forti siano i legami con il nostro paese e più allentati, invece, quelli con il paese di origine, tanto meno sarà giustificabile l'interferenza del rimpatrio con il diritto al rispetto della vita privata e/o familiare, e tanto più forti dovranno essere, conseguentemente, le ragioni di ordine e sicurezza pubblica idonee a giustificare tale interferenza.
Nella ricorrenza dei presupposti di cui al comma 1.1 dell'art. 19 D.L.vo 286\1998 è perciò previsto il rilascio di un permesso di soggiorno “ per protezione speciale” di durata biennale e convertibile in permesso di soggiorno per motivi di lavoro, ai sensi del combinato disposto degli artt.
19 comma 1.2. e 6 comma 1-bis) TUI e dell'art. 32 comma terzo D.lvo 25/2008 come modificati rispettivamente dagli artt. 1 lett.e) e b) e 2 lett. e) del D.L. 130/2020. pagina 7 di 10
3. Il merito della decisione.
Tanto premesso in diritto, venendo al caso di specie, il Tribunale ritiene che la domanda meriti accoglimento in quanto, alla luce della documentazione prodotta per dimostrare il percorso di integrazione in Italia, sono ravvisabili i presupposti dell'art. 19 comma 1.1. nella nuova formulazione introdotta dal D.L. 130/20 attualmente vigente.
Ed invero il ricorrente risulta aver dimostrato di avere realizzato in Italia un significativo inserimento sociale, integrandosi nel contesto nazionale ed emancipandosi con successo dal sistema dell'accoglienza.
Tale percorso risulta in modo chiaro dalla seguente documentazione:
- estratto conto contributivo dal quale emergo lo svolgimento ininterrotto di attività CP_3 lavorativa dal 01.04.2015 al 26.01.2020; e, per il periodo successivo al gennaio 2020, ovvero dal
26.01.2020 al 03.05.2020 e dal 06.06.2020 al 31.12.2021, in coincidenza con l'esaurimento di tutti i gradi di impugnazione esperibili avverso il rigetto della domanda di protezione internazionale da parte della Commissione nonché del rigetto della domanda di emersione, la percezione da parte del ricorrente dell'indennità mensile di disoccupazione SP (v. note del
13.03.2023);
- il modello Unilav del 08.08.2023 attestante l'instaurazione di un rapporto di lavoro a tempo pieno e determinato presso la , con sede in Terranova Bracciolini, Controparte_4 decorrente dal 21.08.2023 al 23.09.2023, con la qualifica di pulitore di rivestimento metallici;
le buste paga, concernenti il medesimo rapporto di lavoro, relative ai mesi di luglio, agosto e settembre 2023, dalle quali risulta attribuita al ricorrente la qualifica di operaio di 6° livello e la percezione di uno stipendio mensile netto di 1159,25 euro (v. note del 23 ottobre 2023).
- il modello Unilav del 24.01.2024, comprovante l'instaurazione di un rapporto di lavoro a tempo pieno e determinato presso la , con sede in , via Galvani 23, Controparte_5 CP_2 decorrente dal 29.01.2024 al 29.07.2024, dal quale emerge l'attribuzione al ricorrente della qualifica di orafo;
il contratto di lavoro, a tempo determinato, sottoscritto dal ricorrente con la in data 29.01.2024, con scadenza il 29.07.2024, comprovante la Controparte_5 percezione da parte del ricorrente di un reddito lordo mensile di 1482,80 euro;
nonché, infine, le buste paga di febbraio, marzo, aprile, maggio, giugno e luglio 2024 relative al citato contratto di lavoro dipendente, dalle quali risulta attribuita al ricorrente la qualifica di orafo di 5° livello e la percezione di uno stipendio mensile netto di 1359,82 euro (v. note del 12 e del 15 aprile 2024 e note del 02.09.2024).
- Il ricorrente, inoltre, risulta essere uscito dal circuito dell'accoglienza, come dimostra la dichiarazione di ospitalità, datata 19.08.2022 e depositata in atti (v. note 13.03.2023), attestante la residenza dello stesso presso il Comune di Montevarchi, via Cennano 85.
Il ricorrente, infine, ha dichiarato di parlare e comprendere in modo sufficiente la lingua italiana.
Ancorché il ricorrente non abbia raggiunto, allo stato, una piena indipendenza economica, anche in considerazione della precarietà del suo status, la regolarità e stabilità dell'impiego nonché la professionalità acquisita presso la medesima impresa fanno ritenere probabile un consolidamento della posizione lavorativa. L'assenza di legami familiari in Italia, come detto, non costituisce motivo ostativo al riconoscimento della protezione speciale assumendo rilievo anche la sola “vita privata”, ovvero pagina 8 di 10 l'identità sociale del soggetto con particolare riferimento alle relazioni lavorative instaurate ed alla professionalità acquisita.
In caso di rimpatrio, verrebbe reimmesso in un contesto che non gli consentirebbe un livello di vita dignitoso, essendo privo di risorse lavorative (e di riferimenti parentali e sociali parentali che lo possano aiutare in tal senso). Egli vedrebbe vanificati gli sforzi finora effettuati per ottenere uno stabile impiego e per assicurarsi un'esistenza dignitosa. Alla stregua delle considerazioni che precedono, il ricorso deve essere accolto in quanto il rimpatrio determinerebbe una violazione della vita privata del ricorrente ex art. 8 CEDU e 19 c.1.1.
TUI.
Nella ricorrenza dei presupposti di cui al comma 1.1 dell'art. 19 D.L.vo 286\1998 oggi riconosciuti, va riconosciuto al ricorrente il diritto al il rilascio di un permesso di soggiorno “ per protezione speciale” di durata biennale e convertibile in permesso di soggiorno per motivi di lavoro, ai sensi del combinato disposto degli artt. 19 comma 1.2. e 6 comma 1-bis) TUI e dell'art. 32 comma terzo D.lvo 25/2008 come modificati rispettivamente dagli artt. 1 lett.a ) e 1 co.1 2 lett. e) del D.L.
130/2020.
La liquidazione degli onorari e delle spese in favore del difensore della parte ammessa deve avvenire seguendo il procedimento di cui all'art. 82 DPR 115/2002 e quindi con istanza di liquidazione al giudice del procedimento.
Le spese del giudizio non possono seguire il principio di soccombenza perché il ricorrente vittorioso in giudizio è stato ammesso al patrocinio a spese dello Stato.
P.Q.M.
Il Tribunale, in accoglimento del ricorso,
1) Accoglie il ricorso e per l'effetto riconosce al ricorrente il diritto al permesso di soggiorno per protezione speciale ai sensi dell'art. 19, comma 1.2, D. Lgs. 286/1998, inserito dall'art. 1, comma 1, lett. e), D. L. 21 ottobre 2020, n. 130, disponendo che il Questore territorialmente competente rilasci il permesso di soggiorno per protezione speciale ex art. 19 comma 1.1. d.lgs
286/1998, come introdotto dal d.l. 130/2020, di durata biennale e convertibile in permesso di soggiorno per motivi di lavoro;
1) Nulla sulle spese;
2) provvede con separato decreto ai sensi dell'art. 83, comma 3 bis, d.p.r. n. 115/2002.
Così deciso in Firenze nella camera di consiglio del 9.10.2024 su relazione della dott.ssa Barbara
dispone che in caso di riproduzione del presente provvedimento vengano omesse le generalità e i dati identificativi dei soggetti interessati
Il Giudice estensore dott.ssa Barbara Fabbrini
Il Presidente
Dott. Roberto Monteverde
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