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Decreto 13 giugno 2025
Decreto 13 giugno 2025
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Sul provvedimento
| Citazione : | Trib. Firenze, decreto 13/06/2025 |
|---|---|
| Giurisdizione : | Trib. Firenze |
| Numero : | |
| Data del deposito : | 13 giugno 2025 |
Testo completo
N. R.G. 2021/11021
TRIBUNALE ORDINARIO di FIRENZE
Sezione Protezione Internazionale
Il collegio così composto:
Dott. Roberto Monteverde Presidente
Dott. ssa Barbara Fabbrini Giudice rel. est.
Dott. Massimiliano Sturiale Giudice
nel procedimento iscritto al n. r.g. 2021/1126 promosso da:
(C.F. ,) con il patrocinio dell'avv. SCATTONI Parte_1 C.F._1
LUCIA elettivamente domiciliato in Indirizzo Telematico
RICORRENTE contro
Controparte_1
[...]
RESISTENTE
all'esito della camera di consiglio del 9.4.2025 ha pronunciato la seguente ordinanza
ORDINANZA
La controversia ha ad oggetto il ricorso proposto in data 08.10.2021 da Parte_1
i sensi dell'art.27 regolamento UE n.604/2013 e art.3, comma 3 bis e ss., d.lgs. 25/2008 (come
[...] modificato dall'art. 6 d.l. n.13/2017) nei confronti del provvedimento n. T-513767-
B/SI0003097/064KLJW, emesso dalla Unità del il 30.08.2021 e CP_1 Controparte_2
notificato in data 09.09.2021, con il quale, dopo esser stata rilevata l'irregolarità del ricorrente sul territorio italiano è stato disposto il trasferimento in Germania ove il richiedente risulta aver proposto domanda di protezione internazionale in data 18.03.2021 ai sensi dell'art. 18.1 d) del Regolamento (UE) 604/2013 e che la Germania ha riconosciuto la propria competenza ricorrendo i presupposti dell'art 18.1 c).
1.I fatti e le ragioni allegate dalle parti e lo svolgimento del processo
Con il ricorso in esame ha tempestivamente impugnato il provvedimento Parte_1 con il quale il presso il Controparte_3 quale è incardinata l' (autorità italiana competente ai sensi dell'art. 35 del CP_1
Regolamento UE n. 604/2013) ha disposto il suo trasferimento in Germania, ai sensi dell'art. 18.1, lettera c) del predetto Regolamento
Egli in particolare ha dedotto che:
a) l'odierno ricorrente è di nazionalità ST , non è stato in grado di comprendere il provvedimento di trasferimento, non essendo stato tradotto in lingua Punjabi, unica lingua parlata dal ricorrente;
b) la violazione dell'art. 4 e dell'art. 5 del Regolamento (UE) n. 604/2013 del Parlamento Europeo
e del Consiglio del 26 giugno 2013 (Regolamento Dublino III), non avendo ricevuto dall'autorità amministrativa nel corso della procedura avviata a seguito del fotosegnalamento e della formalizzazione della domanda di protezione internazionale, le informazioni previste dall'art. 4 del Regolamento UE 604/2013, rubricato 'Diritto all'informazione,' stabilisce che il richiedente protezione internazionale deve essere informato, in modo chiaro e comprensibile, circa gli obiettivi e le conseguenze del Regolamento, i criteri di competenza per l'esame della domanda e la possibilità di presentare un ricorso, tra altri elementi. L'articolo 5, rubricato 'Diritto ad un colloquio personale,' sancisce che il richiedente deve avere la possibilità di sostenere un colloquio personale, volto a raccogliere elementi che possano incidere sulla determinazione dello Stato membro competente. Infatti, il richiedente non è stato ascoltato i un colloquio personale in lingua da lui conosciuta né risulta aver ricevuto l'opuscolo informativo previsto dall'art. 4 del c.a.
Regolamento di Dublino;
c) Violazione dell'art. 3, paragrafo 2, e dell'art. 17, paragrafo 1, del regolamento (UE) n. 604/2013, dell'articolo 267 del Trattato sul funzionamento dell'Unione Europea (TFUE), dell'articolo 4 della Carta dei diritti fondamentali dell'Unione Europea e dell'art. 10 c. 3 Costituzione
d) che il provvedimento impugnato è erroneo ed illegittimo laddove, affermando che la Germania è un paese membro sicuro ai sensi dell'art.
3.2 del Regolamento 604/2013 (Dublino III) e, non ravvisando particolari motivi che potrebbero indurre l'Italia ad assumere la competenza ex art. 17.1 (c.d. clausola discrezionale o di sovranità) ha disposto il trasferimento in Germania: si ritiene, infatti, che nel presente caso sussistano fondati e gravi motivi per l'applicazione della predetta clausola.
In conclusione, chiedeva l'annullamento del provvedimento n. T-513767-B/SI0003097/064KLJW, emesso dal , Unità e la declaratoria di competenza dell'autorità Controparte_2 CP_1
amministrativa italiana.
L'Unità si è costituita affermando che la Questura competente - dopo aver ricevuto la CP_1
richiesta di protezione internazionale del ricorrente - attivava la procedura - Regolamento CP_1
(UE) n. 604/2013 (cd. Dublino III) in base al riscontro EURODAC che accertava una precedente richiesta in Germania (all. 1).
L'Unità , pertanto, inviava in data 18/06/2021 la richiesta di ripresa in carico alla Germania, CP_1 ai sensi dell'art. 18.1 b del Regolamento (UE) 604/2013 (all. 2).
In data 23/06/2021, l'Unità tedesca comunicava di accettare la richiesta. CP_1
Il decreto di trasferimento in Germania veniva trasmesso in data 30/08/2021 alla Questura competente
(all. 3) per la notifica all'interessato.
Il richiedente proponeva ricorso con contestuale istanza di sospensione, ai sensi dell'art. 3 co III quater d.lgs. 25/08.
L'unità comunicava l'avvenuta sospensione del trasferimento allo Stato membro CP_1 competente, ai sensi del combinato disposto dell'art. 29 e 27.3. (all. 4).
Sugli specifici motivi di ricorso, l'Unità ha rappresentato quanto segue. CP_1
- In merito alla presunta violazione dell'art. 26 del Reg. UE 604/2013, con particolare riferimento alla mancata traduzione del provvedimento impugnato, non ha ritenuto violata tale disposizione, in quanto il richiedente, ai sensi del comma 3 del suddetto articolo, è stato informato in una lingua che comprende o che può ragionevolmente comprendere. Il provvedimento di trasferimento è stato infatti letto al richiedente in una lingua a lui comprensibile, secondo la prassi consolidata. Inoltre, il ricorrente ha presentato ricorso nei termini previsti, dimostrando di aver compreso l'atto. Secondo la giurisprudenza, la mancata traduzione comporta la nullità del provvedimento solo se ha effettivamente compromesso il diritto di difesa, circostanza che nel caso in esame non si è verificata.
-quanto al rispetto degli obblighi informativi in sede di colloquio personale e formalizzazione della domanda di asilo, che al richiedente è stata data lettura in una lingua a lui comprensibile del provvedimento di trasferimento. Inoltre, ha ricevuto l'opuscolo comune in lingua inglese;
-sugli art.
3.2 e 17 del Regolamento di che la clausola discrezionale non è applicabile perché CP_1 la competenza per l'accertamento dei requisiti per il riconoscimento della protezione internazionale
è già della Germania;
- per ciò che concerne la violazione del principio del non respingimento il provvedimento impugnato si sostanzia in una riammissione vincolata in altro paese europeo dove è già stata presentata la domanda del richiedente, altrimenti consentendo il cd. Asylum shopping;
- per quanto concerne le asserite carenze sistemiche nella procedura di asilo e nelle condizioni di accoglienza del sistema tedesco sono totalmente destituite di fondamento ed anzi rappresentano un modello a cui si ispirano i diversi Paesi membri;
-quanto alla violazione degli obblighi di informativa sia in fase di formalizzazione della richiesta di protezione sia in fase di verbalizzazione del colloquio personale ex art. 5 Reg. 604/2013, che nel caso di specie, la procedura è stata attivata a seguito del rilevamento della presenza irregolare del CP_1
ricorrente sul territorio nazionale e, pertanto, la Questura competente ha correttamente applicato quanto previsto dagli artt. 4, 5 e 26.3 Reg. (UE) 604/2013 procedendo con il colloquio personale, in una lingua comprensibile al ricorrente. Lo stesso, infatti, ha fornito complete informazioni sulla sua situazione, anche grazie alla presenza dell'interprete che garantiva lo scambio corretto e completo delle informazioni.
Con note del 12.12.2021 la difesa ha precisato il rischio di una violazione dei diritti fondamentali del ricorrente, in quanto, contrariamente a quanto sostenuto dalle autorità tedesche, non vi sarebbe stato alcun ritiro consapevole della domanda di protezione internazionale. Erroneamente, infatti, la Germania si è dichiarata competente ai sensi dell'art. 18, lett. c del Regolamento Dublino
III, ritenendo che il richiedente avesse ritirato la propria domanda. Tuttavia, la difesa evidenzia come il ricorrente non sia mai stato messo nelle condizioni di comprendere l'iter della procedura né le conseguenze di un eventuale ritiro, non essendovi stato alcun colloquio formale con le autorità competenti, ma solo un prelievo di impronte digitali. In tale contesto, un trasferimento verso la
Germania comporterebbe il rischio concreto che il ricorrente venga rimpatriato in Pakistan senza la possibilità di proseguire o rinnovare la propria domanda, in violazione dell'art. 18, par. 2 del
Regolamento Dublino III, con conseguente pericolo di refoulement indiretto. Di qui la richiesta, formulata dalla difesa, di applicare la clausola discrezionale ex art. 17, par. 1 del medesimo
Regolamento.
. Inoltre La difesa ha rilevato che , infine, che dalla produzione di controparte risulta invero che il ricorrente abbia presentato domanda di protezione internazionale in Romania in data 24-29/1/2021, prima di proporla in Germania: nel momento in cui l'Italia ha richiesto alla Germania la ripresa in carico (18/6/2021), in realtà, non era cessata la competenza della Romania in applicazione dell'art. 13 c.
1. reg. Dublino III (che prevede la durata di 12 mesi della competenza) ed a questa avrebbe dovuto essere proposta domanda di ripresa in carico. Invero, come risulta dal doc. 2 prodotto da controparte (take bach), il di risulterebbe aver inoltrato proprio alla Controparte_1 CP_1 Romania la domanda di presa in carico, salvo poi produrre in giudizio l'accettazione da parte della
Germania: rilevando in ogni caso come il trasferimento in Romania sarebbe stato illegittimo in quanto, in relazione a quanto stabilito dal sopra citato art.
3.2 reg. Dublino III, non può considerarsi
Paese sicuro a causa di carenze sistemiche nella procedura di asilo e nelle condizioni di accoglienza.
Ne consegue la necessità di applicare, anche sotto tale profilo, la clausola discrezionale di cui all'art. 17.1 Reg. Dublino III.
Il processo è stato rinviato in pendenza del giudizio per rinvio pregiudiziale rivolto alla CGUE dal Tribunale di Firenze in data 29.4.2021, Causa C-297/21, rinvio deciso con sentenza della CGUE emessa in data 30.11.2023.
All'esito, in ossequio a tale decisione, il Tribunale ha disposto la comparizione non personale delle parti per l'udienza del 11.12.2023 per la prosecuzione del giudizio.
Ill Giudice riteneva opportuno fissare audizione del ricorrente fissando al 25.11.2024 udienza di comparizione in lingua italiana accertando che il ricorrente lo comprende e parla" mi chiamo
sono nato a [...] nello Stato del Pakistan il giorno 20.4.1999 Parte_1
Sono arrivato in Italia nel marzo 2021 provenendo dalla Romania, poi in Germania e poi
D. Di cosa facevi di lavoro nel tuo paese?
R. avevo un capo lavoravo per altri
D. la tua famiglia come è composta?
R. ho padre madre, un fratello più piccolo e due sorelle.
D. in Italia cosa fa?
R. ho lavorato due e tre anni in albergo, poi in un panificio e ora cerco lavoro come autista dato che ho preso la patente
D. quindi ora sei senza lavoro?
R. si
D. hai lasciato tu il lavoro in panificio ? e perché e quando ?
R. perché è molto pesante si lavora di notte. L'ho lasciato nell'agosto del 2024.
D. hai famiglia qua?
R. no nessuna
D. quanto guadagnavi in panificio ?
R. circa 1500 euro. Ho già trovato due lavori ma non mi fanno il contratto perché ho il permesso di soggiorno scaduto, ho appuntamento per il rinnovo nel gennaio 2025, ho preso appuntamento per rinnovo circa 20/25 gg fa ma senza permesso non mi fanno contratto.
Adr. Ho fatto corsi di lingua anche A2 e corsi di formazione
D. dove vivi? R. a Siena ho una casa in affitto in via Ugo La Malfa, sono in affitto con amici.
Parte ricorrente ha insistito nella richiesta di dichiarare la competenza dell'Italia a decidere sulla domanda di protezione internazionale.
Da ultimo con note del 26.03.2025 parte ricorrente ha prodotto documentazione lavorativa evidenziando il positivo percorso di integrazione lavorativa avviato dal ricorrente in Italia(cfr. docc.
110-13 realtivi a Contratto, Buste paga, CUD 2024, Estratto Contributivo ). CP_4
La Causa all'esito dell'istruttoria è stata rimessa al Collegio per la decisione
2. Motivi della decisione
Nella definizione della presente controversia, in applicazione del principio sancito dalla Sentenza della Cassazione n° 30745/2019, il Tribunale seguirà il principio della ragione più liquida e prevalente, idonea a definire la lite e a dirimere l'intera controversia pronunciandosi immediatamente su una questione di merito che appare di evidente e agevole risoluzione. Si osserva come, alla luce delle allegazioni e della documentazione in atti nonché dalle informazioni reperite sulla scorta dei poteri istruttori officiosi, nel merito il ricorso debba trovare accoglimento in applicazione della clausola di sovranità, elemento di raccordo e chiusura del sistema in grado di salvaguardare l'applicazione del diritto interno senza in alcun modo insidiare o compromettere la base fiduciaria posta a fondamento del sistema Dublino.
Infatti, il diritto europeo si basa sulla premessa secondo cui ogni Stato membro condivide con gli altri dèi valori comuni su cui si fonda l'Unione Europea. Tale premessa implica l'esistenza della fiducia reciproca fra Stati (mutual trust) e nel fatto che i rispettivi ordinamenti nazionali sono in grado di fornire una tutela equivalente ed effettiva dei diritti fondamentali.
Tali principi contrastano con qualsiasi forma di revisione di un giudizio espresso in altro Stato membro,
e da ciò consegue il divieto per i giudici italiani di rivalutare direttamente o indirettamente le decisioni rese dal giudice di altro Stato membro, ciò che invero non si è verificato nel caso di specie.
Con riferimento alle questioni connesse all'applicazione della clausola facoltativa di sovranità, occorre osservare che in seguito alla sentenza della CGUE del 30.11.2023, che ha fatto seguito ai rinvii pregiudiziali sollevati da alcuni Tribunali italiani, restano salvi il potere del giudice di rilevare le carenze sistemiche dello Stato membro e la facoltà di avvalersi della clausola discrezionale, ex art. 17.1 del Regolamento di Dublino, imponendo limitazioni al principio di non refoulment indiretto e al principio in base al quale la divergenza di opinioni tra Stati non implica l'esistenza di una violazione sistemica dei diritti dei richiedenti asilo: “il giudice dello Stato membro richiedente, adito di un ricorso avverso una decisione di trasferimento, non può esaminare se sussista un rischio, nello Stato membro richiesto, di una violazione del principio di non-refoulement al quale il richiedente protezione internazionale sarebbe esposto a seguito del suo trasferimento verso tale Stato membro,
o in conseguenza di questo, quando tale giudice non constati l'esistenza, nello Stato membro richiesto, di carenze sistemiche nella procedura di asilo e nelle condizioni di accoglienza dei richiedenti protezione internazionale. Divergenze di opinioni tra le autorità e i giudici dello Stato membro richiedente, da un lato, e le autorità e i giudici dello Stato membro richiesto, dall'altro, in relazione all'interpretazione dei presupposti sostanziali della protezione internazionale non dimostrano l'esistenza di carenze sistemiche”.
La Suprema Corte di Cassazione con la sentenza 935/2025 ha fatto proprio il principio della CGUE stabilendo il seguente principio di diritto : “il giudice adito non può esaminare se sussista un rischio, nello Stato membro richiesto, di una violazione del principio di non-refoulement al quale il richiedente internazionale sarebbe esposto a seguito del suo trasferimento verso tale Stato Parte_2
membro, o in conseguenza di questo, sulla base di divergenze di opinioni in relazione all'interpretazione dei presupposti sostanziali della protezione internazionale, a meno che non constati l'esistenza, nello Stato membro richiesto, di carenze sistemiche nella procedura di asilo e nelle condizioni di accoglienza dei richiedenti protezione internazionale». Ciò perché alla base del riconoscimento della protezione internazionale nei Paesi dell'Unione vi è un sistema comune di asilo (art. 78 T.F.U.E.), che postula un principio generale di reciproca fiducia tra i sistemi di asilo nazionali e il mutuo riconoscimento delle decisioni emesse dalle singole autorità nazionali, che si fonda su di un sistema comune di valori e di regole che li incarnano e che tutti gli Stati membri sono chiamati a rispettare.
Dunque, nel caso di specie, non sussistendo carenze sistemiche nel sistema asilo in Germania, trova applicazione la clausola discrezionale ex art. 17 del Regolamento Dublino in grado di salvaguardare l'applicazione del diritto interno senza in alcun modo insidiare o compromettere la base fiduciaria posta a fondamento del sistema Dublino.
Detta clausola permette allo Stato membro di esaminare il caso del ricorrente asilo sulla base dei motivi umanitari o eccezionali, garantendo standard di protezione nazionale più elevati anche se non si applicano i criteri di competenza formale di Dublino.
Occorre osservare che l'art. 10 Cost. e l'art. 8 CEDU giustificano la protezione nazionale per fornire l'effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana e tutela alla vita privata e familiare.
Il regolamento di Dublino disciplina il trasferimento dei migranti richiedenti asilo con esclusivo riferimento alla protezione internazionale comune a tutti gli stati aderenti per la loro adesione alla UE e la subordinazione alla direttiva 2011/95/UE, come esplicitato dagli artt. 1 e 2 lett. b)1, e non certo la protezione umanitaria eventualmente prevista dagli ordinamenti interni o dagli
(altri) obblighi internazionali assunti dai singoli stati sottoscrittori.
La comparazione relativa all'esistenza di legami familiari o di vita privata, non riguarda solo il paese d'origine, ma anche e soprattutto il paese che dovrebbe provvedere al trasferimento del cittadino straniero che vi soggiorni ai sensi del Reg. Dublino, considerando che una domanda implicita di protezione complementare è sempre già contenuta nella domanda di protezione internazionale, come è evidente dal disposto dell'art. 19, comma 1.2 D.Lgs n. 286/19982, ma non è stata valutata per effetto della procedura Dublino, la quale, tuttavia, non può evidentemente eludere o vanificare la Costituzione o i trattati internazionali sottoscritti dall'Italia.
Poiché la procedura incide sulla libertà personale, considerato che dispone il CP_1
trasferimento forzato di una persona da un paese ad un altro, non è quindi ipotizzabile che il trasferimento, pur all'interno dei Paesi UE+ sottoscrittori dell'accordo di , avvenga senza CP_1
garanzie effettive ed entro i limiti imposti dalla Costituzione e dai trattati internazionali;
limiti che non intaccano minimamente la fiducia che gli Stati sottoscrittori nutrono nell'identica reciproca azione degli altri, dal momento che niente nel Reg. Dublino chiede di deflettere sui principi costituzionali di ciascuno Stato aderente né di derogare ad altri principi internazionali.
Nel procedimento di opposizione al provvedimento Dublino il giudice della Repubblica
Italiana, Stato membro nel quale è manifestata la volontà di chiedere la protezione internazionale e 1 Reg. Dublino
Articolo 1 Oggetto
Il presente regolamento stabilisce i criteri e i meccanismi di determinazione dello Stato membro competente per l'esame di una domanda di protezione internazionale presentata in uno degli Stati membri da un cittadino di un paese terzo o da un apolide («Stato membro competente»).
Articolo 2 Definizioni
Ai fini del presente regolamento si intende per:
b) «domanda di protezione internazionale»: la domanda di protezione internazionale quale definita all'articolo 2, lettera h), della direttiva 2011/95/UE;
Direttiva 2011/95/UE
Articolo 2 Definizioni
Ai fini della presente direttiva, si intende per:
h) «domanda di protezione internazionale»: una richiesta di protezione rivolta a uno Stato membro da un cittadino di un paese terzo o da un apolide di cui si può ritenere che intende ottenere lo status di rifugiato o lo status di protezione sussidiaria, e che non sollecita esplicitamente un diverso tipo di protezione non contemplato nell'ambito di applicazione della presente direttiva e che possa essere richiesto con domanda separata;
2 Art. 19 D.Lgs n. 286/1998
1.2. Nelle ipotesi di rigetto della domanda di protezione internazionale, ove ricorrano i requisiti di cui ai commi 1 e 1.1., la Commissione territoriale trasmette, ai sensi dell'articolo 32, comma 3, del decreto legislativo 28 gennaio 2008, n. 25, gli atti al Questore per il rilascio di un permesso di soggiorno per protezione speciale. che procede alla determinazione dello Stato membro competente, è strettamente vincolato all'oggetto della controversia relativa proprio alla conferma o alla caducazione della decisione dell'Autorità amministrativa nazionale che individua lo Stato competente all'esame della domanda;
non può quindi riconoscere direttamente la protezione speciale ex artt. 10 Cost. ed. 8 CEDU. Può, tuttavia, già in tale sede necessariamente delibarla in via incidentale, in base a detti medesimi parametri limitativi, costituiti dagli obblighi costituzionali e internazionali ineludibili da parte di ogni autorità pubblica, amministrativa o giurisdizionale, tenuta a svolgere la propria azione o esercitare il proprio controllo secondo regole giuridiche, com'è proprio dello Stato di diritto.
Compiendo questa operazione, in effetti, il giudice non fa altro che utilizzare criteri diversi ma consentiti dal regolamento di , in tal senso dovendosi leggere l'inciso del 1° comma art. CP_1
17 reg.: «anche se tale esame non gli compete in base ai criteri stabiliti nel presente regolamento».
E qualora il giudice individui concreti elementi costitutivi della protezione complementare garantita a tali supremi livelli costituzionali e internazionali dallo Stato comunità nel cui nome giudica, ben potrà ed anzi dovrà annullare il provvedimento, perché la competenza ad esaminare la domanda è determinata dall'individuazione dei presupposti della protezione speciale garantita in Italia ma elusa dalla procedura , utilizzando direttamente il criterio di competenza previsto dalla clausola di CP_1 sovranità di cui all'art. 17 Reg., quale clausola di raccordo e chiusura del sistema che permette, per l'appunto, l'ingresso agli altri principi - altrettanto vincolanti - la cui deroga non risulta consentita.
In altri termini, non può prescindersi, né risulta averlo fatto mai la Corte di giustizia UE3, dall'esistenza di forme di protezione nazionale che si affiancano alla protezione internazionale di origine UE e che gli Stati membri sono ugualmente tenuti a riconoscere in ragione degli obblighi in capo ad essi esistenti in forza del diritto internazionale e - come è il caso dell'ordinamento italiano - costituzionale.
Che tale raccordo sia non solo astrattamente realizzabile ma positivamente affermato dalla giurisprudenza eurounitaria è peraltro pacifico, atteso che “Risulta chiaramente dal disposto dell'articolo 17, paragrafo 1, del regolamento Dublino III che detta disposizione possiede natura facoltativa ove lascia alla discrezionalità di ogni Stato membro la decisione di procedere all'esame di una domanda di protezione internazionale che è presentata allo stesso, anche se tale esame non incombe ad esso in forza dei criteri di determinazione dello Stato membro competente definiti da detto regolamento. L'esercizio di tale facoltà, peraltro, non è soggetto a condizioni particolari (v., in tal senso, sentenza del 30 maggio 2013, C-528/11, EU:C:2013:342, punto 36). Detta facoltà Per_1
è intesa a consentire a ciascuno Stato membro di decidere in piena sovranità, in base a considerazioni di tipo politico, umanitario o pragmatico, di accettare l'esame di una domanda di protezione internazionale, anche se esso non è competente in applicazione dei suddetti criteri” (sentenza del 4 ottobre 2018, C-56/17, EU:C:2018:803, punto 53). Per_2
Proprio sul punto della determinazione della competenza la CGUE ha ricordato “con riguardo alla «clausola di sovranità» che si trovava nell'articolo 3, paragrafo 2, del regolamento Dublino II,
i cui termini coincidono essenzialmente con quelli della «clausola discrezionale» prevista dall'articolo 17, paragrafo 1, del regolamento Dublino III e la cui interpretazione è, pertanto, ad essa trasponibile, che il potere discrezionale che essa riconosce agli Stati membri fa parte integrante del sistema di determinazione dello Stato membro competente elaborato dal legislatore dell'Unione”
(sentenza del 16 febbraio 2017, C.K. e a., C-578/16 PPU, EU:C:2017:127, punto 53). Può quindi ribadirsi, come già ritenuto dalla giurisprudenza di merito4, che l'art. 17 rappresenta un autonomo criterio di determinazione della competenza, rimesso alla discrezionalità dei singoli stati.
Prospettiva ampliata, nell'ottica di un sindacato giurisdizionale sul mancato uso della clausola Cont discrezionale, nella ricordata pronuncia resa nella causa C-661/17, e a., U:C:2019:53, Pt_3
dove la CGUE, dopo aver rilevato che tale disposizione non prevede espressamente un ricorso rispetto alla decisione di non fare uso della clausola ed evidenziato che l'obiettivo di assicurare la celere determinazione dello Stato membro competente impone di non moltiplicare i mezzi di impugnazione, ha fatto espresso richiamo al principio della tutela giurisdizionale effettiva, quale principio generale del diritto dell'Unione. Sulla base di tali premesse, la Corte è quindi giunta alla conclusione che l'articolo 27, par. 1, non va interpretato nel senso che esso impone un ricorso specifico rispetto alla decisione di non fare uso della clausola, «fermo restando che detta decisione potrà essere contestata in sede di ricorso avverso la decisione di trasferimento»5 in attuazione del principio generale della tutela giurisdizionale effettiva sancito all'articolo 47 della Carta UE, situazione quest'ultima che costituisce l'habitat virtuale dell'ipotesi critica finora dibattuta e la concreta fattispecie processuale da esaminare.
Tale soluzione aderisce peraltro in modo coerente allo stesso sistema Dublino, in base al cui art. 27, c.1, Reg. “Il richiedente o altra persona di cui all'articolo 18, paragrafo 1, lettera c) o d), ha diritto a un ricorso effettivo avverso una decisione di trasferimento, o a una revisione della medesima, in fatto e in diritto, dinanzi a un organo giurisdizionale”, intestando all'evidenza all'autorità giurisdizionale la decisione definitiva in fatto e in diritto sul trasferimento.
Alla luce del riferimento al principio della tutela giurisdizionale effettiva si deve infatti ritenere che, con la pronuncia da ultimo richiamata, la Corte abbia chiarito che il diritto dell'Unione imponga l'esistenza di un sindacato giurisdizionale nei confronti della mancata applicazione della clausola almeno nell'ambito del ricorso avverso la decisione di trasferimento.
Sulla portata di un tale sindacato, la sentenza Corte Giust., 16 febbraio 2023 (sentenza LG)6 ha stabilito che sarebbe spettato al giudice – davanti al quale la richiedente aveva impugnato la decisione con cui l'amministrazione si era rifiutata di trattare la sua domanda di protezione e ne aveva disposto il trasferimento verso lo Stato membro competente – «esaminare se, nel procedimento principale, le autorità nazionali competenti abbiano violato il diritto nazionale» non applicando correttamente l'articolo 17, par. 1, precisando che l'applicazione della clausola discrezionale, meramente facoltativa in forza del diritto UE, può invece essere oggetto di un obbligo promanante dal diritto nazionale. Inoltre, ha riconosciuto che al giudice, adito nell'ambito di una procedura di trasferimento, non può considerarsi precluso un sindacato di merito circa l'erronea applicazione e interpretazione del diritto nazionale da parte delle autorità nazionali che hanno disposto il trasferimento del richiedente;
al contrario, il suddetto sindacato può imporsi al fine di consentire di assicurare tutela effettiva a un principio sancito dall'ordinamento nazionale.
D'altra parte la Corte di Giustizia ha ribadito in più occasioni che non è individuabile alcuna norma di diritto dell'Unione tale da imporre agli Stati membri «un modello costituzionale preciso che disciplini le relazioni e l'interazione tra i diversi poteri statali, in particolare per quanto riguarda la
Tuttavia, il fatto che uno Stato membro rifiuti di far uso della clausola discrezionale prevista dall'articolo 17, paragrafo 1, del regolamento Dublino III si risolve necessariamente, per questo Stato membro, nell'adozione di una decisione di trasferimento. Il rifiuto dello Stato membro di far uso di questa clausola potrà, eventualmente, essere contestato in sede di ricorso avverso una decisione di trasferimento. Conseguentemente, l'articolo 27, paragrafo 1, del regolamento Dublino III va interpretato nel senso che non impone di prevedere un ricorso avverso la decisione di non far uso della facoltà prevista dall'articolo 17, paragrafo 1, del regolamento medesimo, fermo restando che detta decisione potrà essere contestata in sede di ricorso avverso la decisione di trasferimento”. definizione e la delimitazione delle competenze di questi ultimi». Il rapporto tra organi giurisdizionali e amministrativi e, in particolare, il potere dei primi di sindacare le scelte dei secondi, è certamente annoverabile tra gli elementi caratterizzanti il modello costituzionale dello Stato membro la cui definizione deve, quindi, ricondursi a una competenza esclusiva di quest'ultimo7. Detta giurisprudenza chiarisce ampiamente che l'obbligo dell'Unione di rispettare l'identità nazionale degli
Stati membri non esclude che «nella scelta del proprio rispettivo modello costituzionale gli Stati membri sono tenuti a osservare» determinati principi di diritto dell'Unione. Si tratta di un limite all'esercizio della competenza degli Stati affermato nell'ambito della giurisprudenza relativa alla crisi dello stato di diritto, con specifico riferimento al principio dell'indipendenza dei giudici. A partire dalla sentenza Associação Sindical dos Juízes Portugueses la Corte, richiamando l'articolo 19 TUE, quale disposizione che «concretizza il valore dello Stato di diritto»8 che, ai sensi dell'articolo 2 TUE, rientra tra i valori fondanti l'Unione e condivisi dagli Stati membri, ha annoverato l'indipendenza dei giudici tra i requisiti della tutela giurisdizionale effettiva. Elaborando un'interpretazione particolarmente estensiva dell'articolo 19 TUE, la Corte ha affermato che tali requisiti devono essere soddisfatti da tutti gli organi giurisdizionali dello Stato membro operanti «nei settori disciplinati dal diritto dell'Unione» e ciò a prescindere dalla circostanza che la fattispecie oggetto del caso di specie configuri un'ipotesi di specifica attuazione del diritto UE.
Ed è in questo quadro che si inserisce la risposta formulata dalla Corte alla “macro-questione” attinente alla possibilità di interpretare l'articolo 17 del regolamento Dublino III sulla clausola di discrezionalità, in combinato disposto con l'articolo 27 di tale regolamento e con gli articoli 4, 19 e
47 della Carta, nel senso che il giudice adito nell'ambito di una procedura Dublino possa o sia tenuto a dichiarare competente lo Stato membro trasferente, qualora il suddetto giudice non condivida la valutazione operata dalle autorità dello Stato membro competente circa l'esistenza di un rischio connesso al respingimento del richiedente, questione decisa dalla sentenza Corte Giust. UE, 30 novembre 20239.
Con tale decisione la Corte, ha stabilito che «l'articolo 17, paragrafo 1, del regolamento
Dublino III, in combinato disposto con l'articolo 27 di tale regolamento nonché con gli articoli 4, 19
e 47 della Carta, deve essere interpretato nel senso che esso non impone al giudice dello Stato membro 7 Corte Giust. (Grande sezione), 22 febbraio 2022, causa C-430/21, RS (Effet des arrêts d'une cour constitutionnelle), ECLI:EU:C:2022:99, punto 43; Corte Giust. (Grande sezione), 21 dicembre 2021, cause riunite C-357/19, C-379/19, C-
547/19, C-811/19 e C-840/19, Euro Box Promotion e a., U:C: , punto 229. Pt_3 C.F._2 8 Corte Giust. (Grande sezione), 27 febbraio 2018, C‑64/16, Associação Sindical dos Juízes Portugueses,
ECLI:EU:C:2018:117, punto 32. richiedente di dichiarare tale Stato membro competente qualora non condivida la valutazione dello
Stato membro richiesto quanto al rischio di refoulement dell'interessato. In assenza di carenze sistemiche nella procedura di asilo e nelle condizioni di accoglienza dei richiedenti protezione internazionale nello Stato membro richiesto in occasione del trasferimento o in conseguenza di esso, il giudice dello Stato membro richiedente non può neppure obbligare quest'ultimo Stato membro a esaminare esso stesso una domanda di protezione internazionale sul fondamento dell'articolo 17, paragrafo 1, del regolamento Dublino III per il motivo che esiste, secondo tale giudice, un rischio di violazione del principio di non-refoulement nello Stato membro richiesto»; rendendo possibile individuare due diverse statuizioni, delineanti due ipotesi differenti quanto alle condizioni in presenza delle quali il potere di disporre l'applicazione della clausola da parte del giudice adito nell'ambito della procedura Dublino può dirsi o meno esistente e riguardo al contenuto ed all'esistenza o meno di tale potere.
Mentre la seconda statuizione è chiara nell'affermare un divieto per il giudice di disporre l'applicazione della clausola, l'espressione «non impone», presente nella prima statuizione, implica non solo l'assenza di un obbligo derivante dal diritto UE, ma anche l'assenza di un divieto e, dunque,
l'esistenza di una facoltà, esistente in capo al giudice, circa l'applicazione della clausola, lettura giustificata, oltre che da quanto espressamente specificato nella precedente giurisprudenza10, dallo stesso tenore letterale della prima statuizione e dall'evidente contrasto tra essa e la statuizione che ne segue in cui, invece, la Corte ha chiaramente ed esplicitamente sancito un divieto per il giudice nazionale.
Evidenziando, con il richiamato palese (ma apparente) “contrasto” fra statuizioni e la piena compatibilità con la propria precedente giurisprudenza, che il diritto dell'Unione «non impone al giudice» dello Stato membro trasferente di applicare la clausola qualora non condivida la valutazione operata dalle autorità dello Stato membro competente, ha in definitiva svolto delle implicite – ma molto rilevanti – specificazioni circa la giustiziabilità della clausola. La Corte può dirsi avere non solo ha confermato l'assenza della sopra richiamata preclusione, derivante dal diritto UE, circa il riconoscimento anche in capo al giudice della prerogativa di applicare la clausola, ma ha anche implicitamente chiarito l'esperibilità di un sindacato pieno circa la valutazione operata dalla amministrazione.
La non condivisione della valutazione svolta dalle autorità amministrative dello Stato membro competente costituisce, dunque, la condizione necessaria in presenza della quale il diritto dell'Unione riconosce al giudice la facoltà di dare applicazione alla clausola, dove tuttavia l'accertamento dell'esistenza di tale condizione presuppone, evidentemente, che il sindacato non si limiti a un controllo di mera legalità, ma si estenda a una valutazione, sia pure delibatoria, circa i presupposti della protezione. Il riconoscimento della prerogativa degli organi giurisdizionali di disporre l'applicazione della clausola, attraverso un sindacato pieno, è riconducibile alla definizione dei rapporti tra i poteri dello stato in cui si articola l'ordinamento giuridico nazionale. Si tratta dei già ricordati aspetti relativi da una parte alla riferibilità dell'assetto istituzionale all'identità nazionale degli Stati membri;
dall'altra ai limiti alle legislazioni degli stati membri imposti dall'articolo 19
TUE, quale disposizione che «concretizza il valore dello Stato di diritto», rientrante ai sensi dell'articolo 2 TUE tra i valori fondanti l'Unione e condivisi dagli Stati membri, che annovera l'indipendenza dei giudici tra i requisiti della tutela giurisdizionale effettiva, che diversamente tale non sarebbe.
In definitiva, in Italia si prevede una forma di protezione nazionale speciale (umanitaria) derivante da obblighi costituzionali e internazionali, che si affianca alla protezione internazionale di origine UE, non considerata ma non per questo esclusa dal reg. di Dublino ed è quindi ovvio che, ove la si riconosca, debba trovare applicazione l'unico elemento di raccordo e chiusura del sistema, costituito dalla clausola di sovranità, in grado di salvaguardare l'applicazione del diritto interno senza in alcun modo insidiare o compromettere la base fiduciaria posta a fondamento del sistema Dublino.
Se ciò è conteso in giudizio il potere dello Stato cui spetta l'espressione ed esercizio della sovranità il virtù della Costituzione e degli obblighi internazionali contratti è la giurisdizione, non essendovene alcun altro che possa iusdicere, esprimendo in via definitiva la volontà dello Stato nel diritto obiettivo che afferma.
In disparte la considerazione che l'eventuale annullamento della decisione amministrativa non potrà ovviamente mai comportare che debba essere svolta una nuova domanda, proprio perché già formulata, sia pur implicitamente, fin dall'inizio, secondo quanto previsto dal già rammentato art. 19, comma 1.2 D.Lgs n. 286/1998.
Ciò premesso, nel caso di specie il ricorrente si trova in Italia da un lasso di tempo apprezzabile nel corso del quale risulta essersi industriato nella ricerca di lavoro con risultati idonei a garantirgli autonomia. In particolare, ha lavorato dall'01.10.2024 al 31.12.2024 come bracciante agricolo (cfr. unilav); ha altresì prodotto estratto contributivo dal quale si evince che ha CP_4
lavorato nel 2021, 2022, 2023 raggiungendo un principio di indipendenza economica.
Comparando le situazioni, relative sia alla realtà di rimpatrio che a quella di trasferimento, con quella in cui risulta ormai inserito, si ritiene che possa essere ravvisata “un'effettiva e incolmabile sproporzione tra i contesti di vita nel godimento dei diritti fondamentali che sono presupposto indispensabile per una vita dignitosa10 che renderebbe il forzato allontanamento dall'attuale positivo contesto di vita, contrario al diritto riconosciuto dall'art. 8 della Convenzione EDU, ciò che lo porrebbe in una posizione di particolare vulnerabilità tale da giustificare la concessione della protezione umanitaria. Il rimpatrio del richiedente si prospetterebbe infatti lesivo del maturato diritto all'inclusione protetto dall'art. 8 CEDU, che impone la tutela della vita privata e familiare, norma richiamata, con riferimento agli obblighi internazionali, dall'art. 5 comma 6
D.L.vo 286\1998, esplicitamente richiamata dalle modifiche introdotte dal D.L. 130/2020 che, all'art.19, introduce il divieto di respingimento “quando ciò comporti una violazione del diritto al rispetto della sua vita privata e familiare, a meno che esso sia necessario per ragioni di sicurezza nazionale, di ordine e sicurezza pubblica nonché di protezione della salute, nel caso non presenti.
In esito all'esame deliberatorio condotto emerge che la situazione del ricorrente appare meritevole di scrutinio, in esito ad approfondito esame nelle sedi previste, in relazione ai presupposti per il riconoscimento della protezione speciale da parte dell'Italia, al cui esame dà accesso la clausola di sovranità espressa dall'art. 17, comma 1, del Regolamento UE 604/2013.
Sulle spese di lite.
La liquidazione degli onorari e delle spese in favore del difensore della parte ammessa deve avvenire seguendo il procedimento di cui all'art. 82 DPR 115/2002 e quindi con istanza di liquidazione al giudice del procedimento.
Le spese del giudizio non possono seguire il principio di soccombenza perché il ricorrente vittorioso in giudizio è stato ammesso al patrocinio a spese dello Stato.
P.Q.M.
Il Tribunale di Firenze, definitivamente pronunciando, così provvede:
1) in applicazione della clausola discrezionale di cui all'art. 17.1 del Regolamento UE 604/2013 afferma la competenza dello Stato italiano a decidere la domanda di protezione complementare di Parte_1
2) nulla sulle spese;
3) provvede con separato decreto ai sensi dell'art. 83, comma 3 bis, d.p.r. n. 115/2002.
Si comunichi
Così deciso nella camera di consiglio del 9.4.2025 in Firenze su relazione della dott.ssa Barbara
Fabbrini
Il Presidente dott. ssa Barbara Fabbrini 1. DA COMPARE FOOTNOTE PAGES 3 In particolare, Corte Giust. (Grande sezione), 24 aprile 2018, causa C-353/16, MP (Subsidiary protection of a person previously a victim of torture), U:C:2018:276; Corte Giust. (Grande sezione), 14 maggio 2019, cause riunite C- Pt_3 391/16, C-77/17 e C-78/17, M (Révocation du statut de réfugié), U:C:2019:403; Corte Giust. (Grande Sezione), Pt_3 22 novembre 2022, causa C-69/21, (Éloignement ), Controparte_5 Controparte_6 ECLI:EU:C . P.IVA_1 4 Tribunale di Roma, ordinanza n.7899/2018 del 5 giugno 2018. 5 Causa C-661/17, MA e a., U:C:2019:53, punti 74-79: “Ai sensi dell'articolo 27, paragrafo 1, del regolamento Pt_3 Dublino III, chi richiede protezione internazionale ha diritto a un ricorso effettivo avverso una decisione di trasferimento,
o a una revisione della medesima, in fatto e in diritto, dinanzi a un organo giurisdizionale.
Pertanto, tale articolo non prevede espressamente un ricorso avverso la decisione di non far uso della facoltà prevista dall'articolo 17, paragrafo 1, di detto regolamento. Inoltre, l'obiettivo di celerità nel trattamento delle domande di protezione internazionale e, segnatamente, della determinazione dello Stato membro competente, sotteso alla procedura attuata dal regolamento Dublino III e ricordato al considerando 5 del regolamento medesimo, invita a non moltiplicare i mezzi di impugnazione. Certamente, il principio della tutela giurisdizionale effettiva costituisce un principio generale del diritto dell'Unione, oggi sancito all'articolo 47 della Carta (sentenza del 10 luglio 2014, Telefónica e Telefónica de España/Commissione, C-295/12 P, EU:C:2014:2062, punto 40 e giurisprudenza ivi citata) e a termini del quale ogni individuo i cui diritti e le cui libertà garantiti dal diritto dell'Unione siano stati violati ha diritto ad un ricorso effettivo dinanzi a un giudice, nel rispetto delle condizioni previste dallo stesso articolo. 6 Corte Giust., 16 febbraio 2023, causa C-745/21, Staatssecretaris (Enfant à naître au moment Controparte_5 de la demande d'asile), ECLI:EU:C:2023:113 («sentenza LG»). 9 Corte Giust., 30 novembre 2023, cause riunite C-228/21, C-254/21, C-297/21, C-315/21, C-328/21,
[...]
(Brochure commune - Refoulement indirect), ECLI:EU:C: . CP_2 C.F._3 10 Sentenza LG, v. nota 5.