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Sentenza 3 marzo 2025
Sentenza 3 marzo 2025
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Sul provvedimento
| Citazione : | Corte d'Appello Napoli, sentenza 03/03/2025, n. 733 |
|---|---|
| Giurisdizione : | Corte d'Appello Napoli |
| Numero : | 733 |
| Data del deposito : | 3 marzo 2025 |
Testo completo
REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
LA CORTE DI APPELLO DI NAPOLI
SEZIONE LAVORO E DI PREVIDENZA ED ASSISTENZA
composta dai magistrati:
1.dr.ssa Anna Carla Catalano Presidente
2.dr.ssa Rosa Bernardina Cristofano Consigliere
3.dott.ssa Laura Laureti Consigliere rel.
riunita in camera di consiglio alla udienza del 27/02/2025, celebrata mediante il deposito di note di trattazione scritta ex art. 127 ter c.p.c., ha pronunciato in grado di appello la seguente
SENTENZA
nella causa civile iscritta al n. 1819/2023
T R A
, nato a [...] il [...] e residente in Forio D'Ischia (NA) Parte_1 in Via Matteo Verde, n. 66 (C.F. , rappresentata e difesa dall'avv. Pasquale C.F._1
Biondi (C.F. ), e con lo stesso domiciliata telematicamente al seguente CodiceFiscale_2 indirizzo PEC: Email_1
Appellante
E
, con sede in Napoli al corso Garibaldi n. 387, C. Fiscale Controparte_1
e P. IVA numero in persona del Dr. De , Presidente del Consiglio P.IVA_1 CP_2 CP_3 di Amministrazione, rappresentato e difeso dall'avv. Alessia Capaldo C.F. C.F._3 presso il cui studio in Napoli alla via G. Bausan n.36 elettivamente domicilia;
Appellato
FATTO E DIRITTO
Con ricorso ex art 414 cpc depositato presso il Tribunale di Napoli, in funzione di giudice del lavoro,
ha convenuto in giudizio l' e ha esposto Parte_2 Controparte_4 di essere dipendente della resistente fin dal gennaio 2013, inquadrata dal 1.1.2015 al 30.4.2020 nel profilo professionale di “collaboratore di esercizio” con parametro retributivo 129 di cui al CCNL
che durante i periodi di fruizione delle ferie annuali la retribuzione corrisposta Controparte_5 dalla azienda è stata inferiore al dovuto in quanto la datrice non aveva ricompreso nella indennità per i periodi di fruizione delle ferie annuali, l'indennità perequativa e l' indennità compensativa di cui all'Accordo Regionale del 16.12.2011 nonché l'indennità di turno e domenicale di cui all'Accordo Nazionale del 21.5.1981; che, anche alla luce della giurisprudenza eurocomunitaria, sussisteva il diritto, nei periodi di ferie, al pagamento di un'indennità pari non solo alla retribuzione base ma anche a tutti gli emolumenti intrinsecamente connessi all'espletamento delle mansioni, comprensiva di tutti gli elementi retributivi collegati al suo status personale e professionale riconosciuti durante i normali periodi di lavoro;
che, quanto all'indennità perequativa e compensativa, non poteva ritenersi la stessa connessa alla presenza fisica, in quanto indennità introdotte dall'Accordo Regionale per garantire condizioni economiche equivalenti a quelle godute in virtù degli accordi di secondo livello precedentemente in vigore;
che tali indennità, pur se inserite dall'Accordo nella retribuzione variabile, in realtà, secondo il C.C.N.L. di categoria rientravano nella retribuzione “normale” perché
“competenze accessorie corrisposte a carattere fisso e continuativo, esclusi i premi, le indennità e tutti gli altri compensi corrisposti in modo saltuario o variabile, per specifiche prestazioni di servizio”; che, nell'indennità per ferie dovevano rientrare anche l'indennità di turno e l'indennità domenicale in quanto emolumenti corrisposti per le specifiche modalità di espletamento delle mansioni con turni avvicendati predisposti unilateralmente dalla azienda;
che l'indennità domenicale inoltre è volta a compensare l'ulteriore gravosità della prestazione resa di domenica.
Ha concluso chiedendo di “accertare la nullità e/o la inopponibilità all'istante di qualsiasi disposizione negoziale e/o collettiva volta ad escludere dal trattamento retributivo dovuto per i giorni di ferie l'indennità perequativa a.r. 2011, l'indennità compensativa a.r. 2011, l'indennità di turno di cui all'Accordo Nazionale del 1981 e l'indennità domenicale di cui all'Accordo Nazionale del 1981 per contrarietà a norme imperative anche di origine eurounitaria;
2. Condannare la convenuta, in persona del legale rappresentante p.t. al pagamento in favore dell'istante della somma di euro 275,84, per le causali espresse nel presente ricorso, ovvero nella maggiore o minore misura che sarà ritenuta di giustizia, in applicazione dell'art. 2099 c.c. e dell'art. 36 Cost.; 3. Determinare, inoltre, a norma dell'art. 429, terzo comma c.p.c., su tutte le somme che risulteranno dovute all'istante, oltre gli interessi nella misura legale, il maggior danno subìto per la diminuzione di valore del suo credito, condannando la convenuta società, in persona del legale rappresentante pro tempore, al pagamento in suo favore delle relative somme;
4. Vinte le spese ed i compensi professionali del giudizio, oltre al rimborso forfetario al 15%, IVA e CPA come per legge, con attribuzione al sottoscritto Avvocato, che ne è creditore”.
Contr Regolarmente costituito l' ha eccepito l'infondatezza del ricorso e ne ha chiesto il rigetto.
Con la sentenza n. 985/2023 pubblicata il 14.2.2023, il Tribunale adito ha respinto il ricorso, spese compensate.
Avverso la suddetta pronuncia ha proposto tempestivo appello l'istante con atto depositato presso l'intestata Corte in data 21.7.2023, censurando l'interpretazione effettuata dal giudice di prime cure che non aveva attribuito alle indennità reclamate la natura di retribuzione ordinaria collegata alla esecuzione delle mansioni e allo status professionale del lavoratore;
vinte le spese del doppio grado, con attribuzione al procuratore dichiaratosi antistatario.
Si è costituito l' resistendo al gravame, eccependone l'infondatezza e Controparte_1 reiterando l'eccezione di prescrizione quinquennale;
ha concluso chiedendo la conferma della sentenza impugnata, con vittoria delle spese di lite.
Disposta la trattazione cartolare della causa e depositate note scritte entro il termine assegnato, all'odierna udienza come “sostituita” ex art. 127 ter c.p.c. la causa è stata trattenuta in decisione.
L'appello è fondato.
Il thema decidendum concerne il trattamento retributivo riservato al dipendente dell' CP_1
durante le ferie usufruite.
[...] Occorre premettere che la nozione di retribuzione da applicare durante il periodo di godimento delle ferie è influenzata dalla interpretazione data dalla Corte di Giustizia dell'Unione Europea, la quale, sin dalla sentenza del 2006, ha precisato che con l'espressione Persona_1
“ferie annuali retribuite” contenuta nell'art. 7, n. 1, della direttiva n. 88 del 2003 si vuole fare riferimento al fatto che, per la durata delle ferie annuali, “deve essere mantenuta” la retribuzione, con ciò intendendosi che il lavoratore deve percepire, in tale periodo di riposo, la retribuzione ordinaria
(nello stesso senso CGUE 20 gennaio 2009 in C-350/06 e C- 520/06, e altri). CP_6
La giurisprudenza della Cassazione (ex multis: Cass. civ. sez. lav 17/05/2019 n.13425; Cass. civ. sez. lav. 30/11/2021 n.30/11/2021; Cass. civ. sez. lav. 23/06/2022 n.20216; da ultimo Cass. civ. sez.lav. 11/07/2023 n.19663) nell'esaminare la questione della retribuzione dovuta nel periodo di godimento delle ferie annuali ha ritenuto che, ai sensi dell'art. 7 della Direttiva 2003/88/CE, per come interpretato dalla Corte di Giustizia, sussiste una nozione Europea di “retribuzione” che comprende qualsiasi importo pecuniario che si ponga in rapporto di collegamento all'esecuzione delle mansioni e che sia correlato allo status personale e professionale del lavoratore.
Dunque, nel caso, come quello in esame, di retribuzione composta da una parte fissa e da una variabile, anche le voci variabili devono essere incluse nella base di calcolo della retribuzione spettante durante le ferie, ove si tratti di indennità che compensino “qualsiasi modo intrinsecamente collegato all'esecuzione delle mansioni che il lavoratore è tenuto ad espletare in forza del suo contratto di lavoro”, oppure di indennità correlate “allo status professionale del lavoratore”.
Diversamente, gli elementi della retribuzione diretti esclusivamente a coprire spese occasionali o accessorie che sopravvengano in occasione dell'espletamento delle mansioni, non devono essere presi in considerazione nel calcolo dell'importo da versare durante le ferie annuali.
Detta interpretazione intende salvaguardare il diritto all'effettivo godimento delle ferie da parte dei lavoratori e, dunque, evitare che una retribuzione “non paragonabile” a quella “ordinaria” abbia un effetto dissuasivo sull'esercizio effettivo del diritto alle stesse e non introduce certamente un principio di onnicomprensività della retribuzione feriale, che la giurisprudenza ha costantemente escluso, poiché non ogni retribuzione variabile corrisposta in modo continuativo, costituisce base di calcolo della retribuzione feriale, ma soltanto quella che rappresenti remunerazione intrinsecamente collegata all'esecuzione delle mansioni in cui il lavoratore è assegnato per contratto ovvero sia correlata allo status professionale del lavoratore.
Una retribuzione feriale inferiore a quella ordinaria, tuttavia, ben potrebbe essere in linea con la giurisprudenza Europea a condizione che le diminuzioni non siano tali da dissuadere il lavoratore dall'esercitare il suo diritto alle ferie.
Invero, ove il giudice comunitario avesse inteso ritenere che la retribuzione dovesse essere identica/uguale con quella erogata durante il servizio non avrebbe utilizzato aggettivi come
“paragonabile” o “in linea di principio” o, ancora, non avrebbe fatto riferimento alla diminuzione di retribuzione che fosse idonea a dissuadere i lavoratori dal godimento delle ferie.
Ciò che si è inteso assicurare è una situazione che, a livello retributivo, sia sostanzialmente equiparabile a quella ordinaria del lavoratore in atto nei periodi di lavoro, sul rilievo che una diminuzione della retribuzione potrebbe essere idonea a dissuadere il lavoratore dall'esercitare il diritto alle ferie, il che sarebbe in contrasto con le prescrizioni del diritto dell'Unione (cfr. C.G.U.E.
e altri, C-155/10 del 13 dicembre 2018 ed anche la causa To.He. del 13/12/2018, C-385/17). Per_2 Occorre, quindi, anche verificare se la retribuzione corrisposta possa costituire una dissuasione dal godimento delle ferie;
in tale prospettiva un'indennità determinata ad un livello appena sufficiente ad evitare un serio rischio che il lavoratore usufruisca delle ferie, non soddisfa le prescrizioni del diritto dell'Unione, essendo idonea a dissuadere il lavoratore dal beneficiare del diritto irrinunciabile alle ferie.
Qualsiasi incentivo o sollecitazione che risulti volto ad indurre i dipendenti a rinunciare alle ferie è infatti incompatibile con gli obiettivi del legislatore Europeo, che si propone di assicurare ai lavoratori il beneficio di un riposo effettivo, anche per un'efficace tutela della loro salute e sicurezza (cfr. in questo senso anche la recente C.G.U.E. del 13/01/2022 nella causa C-514/20).
È appena il caso di ricordare - come già ritenuto nella sentenza Cass. 20216/2022 citata – “che le sentenze della Corte di Giustizia dell'UE hanno, infatti, efficacia vincolante, diretta e prevalente sull'ordinamento nazionale”, sicché non può prescindersi dall'interpretazione data dalla Corte Europea che, quale interprete qualificata del diritto dell'unione, indica il significato ed i limiti di applicazione delle norme. Le sue sentenze, pregiudiziali o emesse in sede di verifica della validità di una disposizione UE, hanno perciò “valore di ulteriore fonte del diritto comunitario, non nel senso che esse creino ex novo norme comunitarie, bensì in quanto ne indicano il significato ed i limiti di applicazione, con efficacia erga omnes nell'ambito della Comunità” (cfr. Cass. n. 13425 del 2019 ed ivi la richiamata Cass. n. 22577 del 2012).
Nell'applicare il diritto interno il giudice nazionale è tenuto ad una interpretazione per quanto possibile conforme alle finalità perseguite dal diritto dell'Unione nell'intento di conseguire il risultato prefissato dalla disciplina Eurounitaria conformandosi all'art. 288, comma 3, TFUE. L'esigenza di un'interpretazione conforme del diritto nazionale attiene infatti al sistema del Trattato FUE, in quanto permette ai giudici, nazionali di assicurare, nell'ambito delle rispettive competenze, la piena efficacia del diritto dell'Unione quando risolvono le controversie ad essi sottoposte (cfr. CGUE 13/11/1990 causa C-106/89 Marleasing p.8, CGUE 14/07/1994 causa C-91/92 p.26, CGUE CP_7
10/04/1984 causa C-14/83 von Colson p. 26, CGUE 28/06/2012 causa C-7/11 p. 51 tutte CP_8 citate da Cass. n. 22577 del 2012 alla cui più estesa motivazione si rinvia), obbligo che viene meno solo quando la norma interna appaia assolutamente incompatibile con quella Eurounitaria, ma non è questo il caso.
Fatta tale premessa, osserva il Collegio come l'interpretazione effettuata dal giudice di prime cure non sia adeguata e condivisibile.
L'Accordo regionale del 16.12.2011 - al dichiarato fine di riprogrammare le politiche del lavoro nel comparto dei trasporti pubblici locali onde sostenere la concorrenza, garantire maggiore efficienza, contenere i costi ed evitare il ricorso a licenziamenti collettivi anche grazie all'istituzione di un Fondo regionale – individuava per i lavoratori in servizio alla data della stipula la struttura della retribuzione (nella componente fissa e variabile) e all'art. 3 disciplinava un'indennità perequativa/compensativa, diretta a garantire il mantenimento delle condizioni economiche in atto per il personale in servizio, quale emolumento fisso e pensionabile, calibrato in ragione delle mansioni e/o della presenza.
L'Allegato 2 all'Ipotesi di Accordo del 25 luglio 2012, con “Oggetto: nuova struttura della retribuzione variabile in conformità di quanto previsto dall'art. 3 dell'intesa regionale del 16.12.2011”, statuiva che “a partire dal mese di novembre 2012, ai lavoratori in servizio alla data di stipula dell'ipotesi di accordo, in attuazione di quanto previsto dall'art. 3 del citato accordo sarà corrisposto, per ogni ora di effettiva prestazione lavorata, una indennità perequativa/compensativa i cui valori sono determinati facendo riferimento ai valori teorici previsti dalla turnazione annua o dalla effettiva presenza media annua calcolata con i valori economici in vigore alla sottoscrizione dell'accordo regionale. Per ogni figura professionale, il valore economico della indennità perequativa è quello di cui all'allegata tabella (ALL. 4) che diventa parte integrante della presente intesa. Le differenze fra quanto percepito precedentemente dal personale in servizio rispetto a tale valore costituirà l'importo dell'indennità compensativa. L'indennità compensativa/perequativa:
-sarà determinata in cifra fissa;
-non è rivalutabile;
- è pensionabile;
-confluisce nella base di calcolo del t.f.r.”.
Il punto su cui discutono le parti è se tale indennità sia da erogare anche nei giorni di ferie fruiti dal personale nell'osservanza delle previsioni contrattuali.
La lettura combinata delle disposizioni pattizie, effettuata alla luce della ratio della previsione negoziale e della giurisprudenza europea, non può consentire l'adozione della interpretazione Contr restrittiva proposta dall' .
L'interpretazione propugnata da parte datoriale – nel senso di riconoscere le indennità in parola, solo ed esclusivamente in caso di effettiva prestazione di lavoro – sarebbe avvalorata dalla terminologia adoperata nell'accordo, laddove si fa riferimento alla “effettiva presenza media annua”.
In realtà, il riferimento alla giornata di effettiva presenza/prestazione, nella logica della disposizione contrattuale in esame, non serve a condizionarne l'erogazione ma serve a collegarla alla retribuzione diretta a compensare la prestazione, tanto che la quantificazione dell'indennità non è effettuata in riferimento ai giorni di presenza del singolo lavoratore ma è conteggiata in misura fissa sulla base dei
“valori teorici previsti dalla turnazione annua o dalla effettiva presenza media annua calcolata con i valori economici in vigore alla sottoscrizione dell'accordo regionale”.
Applicando i criteri ermeneutici di cui agli artt. 1362 e ss c.c. e considerando il tenore complessivo delle clausole (art, 1363 c.c.), oltre che la ratio ispiratrice della disciplina aziendale, non può che concludersi che l'indennità in esame - quantificata in considerazione di valori non collegati all'effettiva presenza del singolo lavoratore, prevista in misura fissa, pensionabile e calcolabile ai fini del TFR - è senza dubbio collegata all'esecuzione delle mansioni che il lavoratore è tenuto ad espletare in forza del suo contratto di lavoro, di modo che rientra a pieno titolo nella retribuzione da corrispondere anche nei periodi di ferie, secondo i principi invalsi nella giurisprudenza eurocomunitaria.
Rimangono da esaminare l'indennità di turno e l'indennità domenicale.
L'indennità di turno è volta a compensare l'esecuzione della prestazione in turni avvicendati e flessibili che costituisce, certamente, un incomodo intrinsecamente collegato all'esecuzioni delle mansioni che il lavoratore oggi appellante è tenuto ad espletare in forza del suo contratto di lavoro e che viene compensato tramite l'importo pecuniario della indennità in esame, inclusa nel calcolo della retribuzione spettante al lavoratore per ogni giornata di effettiva presenza.
Tale indennità non è stata inserita dalle parti sociali fra le voci della “retribuzione normale” ai sensi dell'art. 3, punto 1 dell'accordo nazionale 27.11.2000, bensì è stata ricondotta all'ambito della
“retribuzione variabile”, in quanto l'accordo del 25.07.2012 ne ha stabilito la corresponsione in correlazione con l'effettiva presenza. Tuttavia, tale solo elemento non appare sufficiente ad escluderla – alla stregua dei principi enunciati dalla Corte di Giustizia – dalla nozione di “retribuzione” da considerare ai fini del pagamento delle ferie annuali retribuite.
Si tratta, invero, di somme corrisposte in misura fissa per ogni giornata di lavoro, pensionabili e facenti parte della base di calcolo del TFR, che non hanno alcuna correlazione con eventi accidentali del rapporto, né sono finalizzate a rimborsare spese sostenute dai dipendenti. Tale indennità non ha alcun nesso con modalità occasionali o, comunque, variabili di espletamento della prestazione, va a compensare una specifica penosità nell'espletamento delle mansioni su turni avvicendati al fine di assicurare all'utenza il servizio di trasporto pubblico in tutti i giorni della settimana (domenica e festivi compresi) ed è, quindi, assimilabili a quelle “integrazioni collegate ... alle qualifiche professionali” che la giurisprudenza europea impone di computare nella base di calcolo per la retribuzione del periodo di ferie.
E' anche da osservare che tali conclusioni con comportano l'introduzione di un principio di omnicomprensività della retribuzione feriale che la giurisprudenza ha costantemente escluso, poiché non ogni retribuzione variabile corrisposta in modo continuativo costituisce base di calcolo della retribuzione feriale, ma soltanto quella che rappresenti remunerazione intrinsecamente collegata all'esecuzione delle mansioni in cui il lavoratore è assegnato per contratto ovvero sia correlata allo status professionale del lavoratore. Per cui è errato affermare che l'interpretazione qui sostenuta porterebbe a parificare totalmente la retribuzione feriale a quanto percepito durante il lavoro effettivo.
Per quanto riguarda l'indennità domenicale, riconosciuta dall'Accordo Nazionale del 21.5.1981, valgono analoghe conclusioni rispetto a quelle rassegnate ai punti precedenti.
L'indennità domenicale è stata istituita, al pari dell'indennità di turno, in favore del personale viaggiante di macchina e di guida e al rimanente personale che presta servizio in turni avvicendati.
Va osservato che la prestazione del servizio nelle giornate di domenica risponde ad un preciso obbligo gravante sul personale viaggiante di macchina e di guida e sul personale che presta servizio in turni avvicendati;
tale indennità è volta a compensare l'ulteriore gravosità della prestazione resa di domenica, giornata che, ordinariamente, più di ogni altra della settimana, è destinata dai lavoratori a soddisfare le esigenze della propria vita familiare e di relazione. Ne consegue che anche detta indennità, corrisposta con carattere fisso e continuativo per ogni effettiva giornata di servizio prestata di domenica, essendo intrinsecamente collegata all'esecuzione delle mansioni che il lavoratore è tenuto ad espletare in forza del suo contratto di lavoro, deve essere presa in considerazione ai fini della retribuzione spettante durante le sue ferie annuali e ciò nonostante l 'Accordo istitutivo abbia escluso espressamente che la stessa rientri nel concetto di “retribuzione normale”.
In buona sostanza, tutte le indennità per cui è causa sono correlate alla presenza del lavoratore e, dunque, con palese evidenza, allo svolgimento delle sue mansioni. Ciò già basta per accogliere le domande, posto che, ovviamente, si deve tenere conto della correlazione alle mansioni non quando l'istante è in ferie (e dunque le mansioni non le svolge) ma quando è in servizio.
Osserva, infine, il Collegio che le argomentazioni suesposte hanno trovato piena conferma in due recentissime pronunce emesse dalla Suprema Corte proprio sulla questione oggetto di causa (nn. 25840 e 25850 del 2024, ove sono richiamate le sentt. n. 18160/2023, n. 19663/2023, n. 19711/2023,
n. 19716/2023). La S.C. ha affermato che “La retribuzione dovuta nel periodo di godimento delle ferie annuali, ai sensi dell'art. 7 della Direttiva 2003/88/CE per come interpretato dalla Corte di
Giustizia, comprende qualsiasi importo pecuniario che si pone in rapporto di collegamento con l'esecuzione delle mansioni e che sia correlato allo status personale e professionale del lavoratore, in modo da evitare che il prestatore sia indotto a rinunziare al riposo annuale allo scopo di non subire decurtazioni nel trattamento retributivo” ed ha così confermato l'inclusione, nella retribuzione feriale, della indennità compensativa/perequativa, della indennità di turno e del ticket mensa.
Contr La contestazione contabile sollevata da è infondata atteso che risulta inserito nel ricorso introduttivo di primo grado un prospetto analitico con una chiara distinzione tra indennità perequativa e compensativa, indennità di turno e domenicale, fornendo quindi al collegio la suddivisione dei singoli importi.
Inoltre, quanto al computo dei quattro giorni di permessi, l'eccezione è infondata poiché, in virtù di quanto previsto dalle norme di riferimento del CCNL applicato (art. 29 dell'Accordo Nazionale del 28/11/2015 e art. 29 dell'Accordo del 26/04/2016) in relazione alla disciplina delle ex festività soppresse, in sostituzione di queste ultime sono riconosciuti 4 giorni di permessi o ferie retribuite e, nel caso in cui non se ne possa godere nell'anno, tali giorni dovranno essere retribuiti con la medesima retribuzione corrisposta per i giorni di ferie.
Con L ha eccepito, infine, la prescrizione quinquennale del credito vantato dall'istante per l'anno 2017, non avendo depositato atti interruttivi della prescrizione precedenti alla notifica del ricorso di primo grado. Risulta tuttavia in atti la copia del ricorso gerarchico del 29.7.2022 (doc. 2 ricorso di primo grado).
Peraltro, va evidenziato che, nel regime novellato dell'art. 18 dello Statuto per effetto delle modifiche apportate dalla L. n. 92 del 2012, la prescrizione non decorre in costanza di rapporto di lavoro. Ed invero la Suprema Corte, proprio affrontando la questione della decorrenza della prescrizione dei crediti maturati nel corso del rapporto di lavoro, ha recentemente affermato per effetto delle modifiche apportate dalla L. n. 92 del 2012 e poi dal D.Lgs. n. 23 del 2015, nel rapporto di lavoro a tempo indeterminato è venuto meno uno dei presupposti di predeterminazione certa delle fattispecie di risoluzione e di una loro tutela adeguata, di tal che questo non è assistito da un regime di stabilità. Ne consegue che per tutti quei diritti che, come nella specie, non siano prescritti al momento di entrata in vigore della L. n. 92 del 2012, il termine di prescrizione decorre, a norma del combinato disposto degli artt. 2948, n. 4, e 2935 c.c., dalla cessazione del rapporto di lavoro (Cass. n. 26246 del 2022 e
Cass. n. 36345 del 2023).
L'eccezione di prescrizione va dunque disattesa.
Per le suindicate ragioni l'appello va accolto e la sentenza di primo grado deve essere riformata. Per l'effetto l'appellata società, in persona del legale rappresentante p.t., va condannata al pagamento in favore dell'istante della somma di euro 275,84 per le causali indicate in motivazione, oltre interessi e rivalutazione dalla maturazione al soddisfo.
Le spese processuali seguono la soccombenza e vanno pertanto poste a carico dell'appellato, per il doppio grado, nella misura liquidata in dispositivo.
P.Q.M.
La Corte così decide:
-accoglie l'appello e, per l'effetto, in riforma della gravata sentenza, condanna l'appellata società, in persona del legale rappresentante p.t., al pagamento, in favore di , di euro 275,84 Parte_1 per le causali indicate in motivazione, oltre interessi e rivalutazione dalla maturazione al soddisfo;
-condanna l'appellata al pagamento delle spese del doppio grado, che liquida in complessivi euro 321,00 per il primo grado e in euro 337,00 per il presente, oltre per entrambi i gradi IVA e CPA e rimborso spese generali al 15% come per legge, con distrazione al procuratore anticipatario.
Napoli, 27/02/2025
Il Consigliere estensore Il Presidente Dr.ssa Laura Laureti Dr.ssa Anna Carla Catalano
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
LA CORTE DI APPELLO DI NAPOLI
SEZIONE LAVORO E DI PREVIDENZA ED ASSISTENZA
composta dai magistrati:
1.dr.ssa Anna Carla Catalano Presidente
2.dr.ssa Rosa Bernardina Cristofano Consigliere
3.dott.ssa Laura Laureti Consigliere rel.
riunita in camera di consiglio alla udienza del 27/02/2025, celebrata mediante il deposito di note di trattazione scritta ex art. 127 ter c.p.c., ha pronunciato in grado di appello la seguente
SENTENZA
nella causa civile iscritta al n. 1819/2023
T R A
, nato a [...] il [...] e residente in Forio D'Ischia (NA) Parte_1 in Via Matteo Verde, n. 66 (C.F. , rappresentata e difesa dall'avv. Pasquale C.F._1
Biondi (C.F. ), e con lo stesso domiciliata telematicamente al seguente CodiceFiscale_2 indirizzo PEC: Email_1
Appellante
E
, con sede in Napoli al corso Garibaldi n. 387, C. Fiscale Controparte_1
e P. IVA numero in persona del Dr. De , Presidente del Consiglio P.IVA_1 CP_2 CP_3 di Amministrazione, rappresentato e difeso dall'avv. Alessia Capaldo C.F. C.F._3 presso il cui studio in Napoli alla via G. Bausan n.36 elettivamente domicilia;
Appellato
FATTO E DIRITTO
Con ricorso ex art 414 cpc depositato presso il Tribunale di Napoli, in funzione di giudice del lavoro,
ha convenuto in giudizio l' e ha esposto Parte_2 Controparte_4 di essere dipendente della resistente fin dal gennaio 2013, inquadrata dal 1.1.2015 al 30.4.2020 nel profilo professionale di “collaboratore di esercizio” con parametro retributivo 129 di cui al CCNL
che durante i periodi di fruizione delle ferie annuali la retribuzione corrisposta Controparte_5 dalla azienda è stata inferiore al dovuto in quanto la datrice non aveva ricompreso nella indennità per i periodi di fruizione delle ferie annuali, l'indennità perequativa e l' indennità compensativa di cui all'Accordo Regionale del 16.12.2011 nonché l'indennità di turno e domenicale di cui all'Accordo Nazionale del 21.5.1981; che, anche alla luce della giurisprudenza eurocomunitaria, sussisteva il diritto, nei periodi di ferie, al pagamento di un'indennità pari non solo alla retribuzione base ma anche a tutti gli emolumenti intrinsecamente connessi all'espletamento delle mansioni, comprensiva di tutti gli elementi retributivi collegati al suo status personale e professionale riconosciuti durante i normali periodi di lavoro;
che, quanto all'indennità perequativa e compensativa, non poteva ritenersi la stessa connessa alla presenza fisica, in quanto indennità introdotte dall'Accordo Regionale per garantire condizioni economiche equivalenti a quelle godute in virtù degli accordi di secondo livello precedentemente in vigore;
che tali indennità, pur se inserite dall'Accordo nella retribuzione variabile, in realtà, secondo il C.C.N.L. di categoria rientravano nella retribuzione “normale” perché
“competenze accessorie corrisposte a carattere fisso e continuativo, esclusi i premi, le indennità e tutti gli altri compensi corrisposti in modo saltuario o variabile, per specifiche prestazioni di servizio”; che, nell'indennità per ferie dovevano rientrare anche l'indennità di turno e l'indennità domenicale in quanto emolumenti corrisposti per le specifiche modalità di espletamento delle mansioni con turni avvicendati predisposti unilateralmente dalla azienda;
che l'indennità domenicale inoltre è volta a compensare l'ulteriore gravosità della prestazione resa di domenica.
Ha concluso chiedendo di “accertare la nullità e/o la inopponibilità all'istante di qualsiasi disposizione negoziale e/o collettiva volta ad escludere dal trattamento retributivo dovuto per i giorni di ferie l'indennità perequativa a.r. 2011, l'indennità compensativa a.r. 2011, l'indennità di turno di cui all'Accordo Nazionale del 1981 e l'indennità domenicale di cui all'Accordo Nazionale del 1981 per contrarietà a norme imperative anche di origine eurounitaria;
2. Condannare la convenuta, in persona del legale rappresentante p.t. al pagamento in favore dell'istante della somma di euro 275,84, per le causali espresse nel presente ricorso, ovvero nella maggiore o minore misura che sarà ritenuta di giustizia, in applicazione dell'art. 2099 c.c. e dell'art. 36 Cost.; 3. Determinare, inoltre, a norma dell'art. 429, terzo comma c.p.c., su tutte le somme che risulteranno dovute all'istante, oltre gli interessi nella misura legale, il maggior danno subìto per la diminuzione di valore del suo credito, condannando la convenuta società, in persona del legale rappresentante pro tempore, al pagamento in suo favore delle relative somme;
4. Vinte le spese ed i compensi professionali del giudizio, oltre al rimborso forfetario al 15%, IVA e CPA come per legge, con attribuzione al sottoscritto Avvocato, che ne è creditore”.
Contr Regolarmente costituito l' ha eccepito l'infondatezza del ricorso e ne ha chiesto il rigetto.
Con la sentenza n. 985/2023 pubblicata il 14.2.2023, il Tribunale adito ha respinto il ricorso, spese compensate.
Avverso la suddetta pronuncia ha proposto tempestivo appello l'istante con atto depositato presso l'intestata Corte in data 21.7.2023, censurando l'interpretazione effettuata dal giudice di prime cure che non aveva attribuito alle indennità reclamate la natura di retribuzione ordinaria collegata alla esecuzione delle mansioni e allo status professionale del lavoratore;
vinte le spese del doppio grado, con attribuzione al procuratore dichiaratosi antistatario.
Si è costituito l' resistendo al gravame, eccependone l'infondatezza e Controparte_1 reiterando l'eccezione di prescrizione quinquennale;
ha concluso chiedendo la conferma della sentenza impugnata, con vittoria delle spese di lite.
Disposta la trattazione cartolare della causa e depositate note scritte entro il termine assegnato, all'odierna udienza come “sostituita” ex art. 127 ter c.p.c. la causa è stata trattenuta in decisione.
L'appello è fondato.
Il thema decidendum concerne il trattamento retributivo riservato al dipendente dell' CP_1
durante le ferie usufruite.
[...] Occorre premettere che la nozione di retribuzione da applicare durante il periodo di godimento delle ferie è influenzata dalla interpretazione data dalla Corte di Giustizia dell'Unione Europea, la quale, sin dalla sentenza del 2006, ha precisato che con l'espressione Persona_1
“ferie annuali retribuite” contenuta nell'art. 7, n. 1, della direttiva n. 88 del 2003 si vuole fare riferimento al fatto che, per la durata delle ferie annuali, “deve essere mantenuta” la retribuzione, con ciò intendendosi che il lavoratore deve percepire, in tale periodo di riposo, la retribuzione ordinaria
(nello stesso senso CGUE 20 gennaio 2009 in C-350/06 e C- 520/06, e altri). CP_6
La giurisprudenza della Cassazione (ex multis: Cass. civ. sez. lav 17/05/2019 n.13425; Cass. civ. sez. lav. 30/11/2021 n.30/11/2021; Cass. civ. sez. lav. 23/06/2022 n.20216; da ultimo Cass. civ. sez.lav. 11/07/2023 n.19663) nell'esaminare la questione della retribuzione dovuta nel periodo di godimento delle ferie annuali ha ritenuto che, ai sensi dell'art. 7 della Direttiva 2003/88/CE, per come interpretato dalla Corte di Giustizia, sussiste una nozione Europea di “retribuzione” che comprende qualsiasi importo pecuniario che si ponga in rapporto di collegamento all'esecuzione delle mansioni e che sia correlato allo status personale e professionale del lavoratore.
Dunque, nel caso, come quello in esame, di retribuzione composta da una parte fissa e da una variabile, anche le voci variabili devono essere incluse nella base di calcolo della retribuzione spettante durante le ferie, ove si tratti di indennità che compensino “qualsiasi modo intrinsecamente collegato all'esecuzione delle mansioni che il lavoratore è tenuto ad espletare in forza del suo contratto di lavoro”, oppure di indennità correlate “allo status professionale del lavoratore”.
Diversamente, gli elementi della retribuzione diretti esclusivamente a coprire spese occasionali o accessorie che sopravvengano in occasione dell'espletamento delle mansioni, non devono essere presi in considerazione nel calcolo dell'importo da versare durante le ferie annuali.
Detta interpretazione intende salvaguardare il diritto all'effettivo godimento delle ferie da parte dei lavoratori e, dunque, evitare che una retribuzione “non paragonabile” a quella “ordinaria” abbia un effetto dissuasivo sull'esercizio effettivo del diritto alle stesse e non introduce certamente un principio di onnicomprensività della retribuzione feriale, che la giurisprudenza ha costantemente escluso, poiché non ogni retribuzione variabile corrisposta in modo continuativo, costituisce base di calcolo della retribuzione feriale, ma soltanto quella che rappresenti remunerazione intrinsecamente collegata all'esecuzione delle mansioni in cui il lavoratore è assegnato per contratto ovvero sia correlata allo status professionale del lavoratore.
Una retribuzione feriale inferiore a quella ordinaria, tuttavia, ben potrebbe essere in linea con la giurisprudenza Europea a condizione che le diminuzioni non siano tali da dissuadere il lavoratore dall'esercitare il suo diritto alle ferie.
Invero, ove il giudice comunitario avesse inteso ritenere che la retribuzione dovesse essere identica/uguale con quella erogata durante il servizio non avrebbe utilizzato aggettivi come
“paragonabile” o “in linea di principio” o, ancora, non avrebbe fatto riferimento alla diminuzione di retribuzione che fosse idonea a dissuadere i lavoratori dal godimento delle ferie.
Ciò che si è inteso assicurare è una situazione che, a livello retributivo, sia sostanzialmente equiparabile a quella ordinaria del lavoratore in atto nei periodi di lavoro, sul rilievo che una diminuzione della retribuzione potrebbe essere idonea a dissuadere il lavoratore dall'esercitare il diritto alle ferie, il che sarebbe in contrasto con le prescrizioni del diritto dell'Unione (cfr. C.G.U.E.
e altri, C-155/10 del 13 dicembre 2018 ed anche la causa To.He. del 13/12/2018, C-385/17). Per_2 Occorre, quindi, anche verificare se la retribuzione corrisposta possa costituire una dissuasione dal godimento delle ferie;
in tale prospettiva un'indennità determinata ad un livello appena sufficiente ad evitare un serio rischio che il lavoratore usufruisca delle ferie, non soddisfa le prescrizioni del diritto dell'Unione, essendo idonea a dissuadere il lavoratore dal beneficiare del diritto irrinunciabile alle ferie.
Qualsiasi incentivo o sollecitazione che risulti volto ad indurre i dipendenti a rinunciare alle ferie è infatti incompatibile con gli obiettivi del legislatore Europeo, che si propone di assicurare ai lavoratori il beneficio di un riposo effettivo, anche per un'efficace tutela della loro salute e sicurezza (cfr. in questo senso anche la recente C.G.U.E. del 13/01/2022 nella causa C-514/20).
È appena il caso di ricordare - come già ritenuto nella sentenza Cass. 20216/2022 citata – “che le sentenze della Corte di Giustizia dell'UE hanno, infatti, efficacia vincolante, diretta e prevalente sull'ordinamento nazionale”, sicché non può prescindersi dall'interpretazione data dalla Corte Europea che, quale interprete qualificata del diritto dell'unione, indica il significato ed i limiti di applicazione delle norme. Le sue sentenze, pregiudiziali o emesse in sede di verifica della validità di una disposizione UE, hanno perciò “valore di ulteriore fonte del diritto comunitario, non nel senso che esse creino ex novo norme comunitarie, bensì in quanto ne indicano il significato ed i limiti di applicazione, con efficacia erga omnes nell'ambito della Comunità” (cfr. Cass. n. 13425 del 2019 ed ivi la richiamata Cass. n. 22577 del 2012).
Nell'applicare il diritto interno il giudice nazionale è tenuto ad una interpretazione per quanto possibile conforme alle finalità perseguite dal diritto dell'Unione nell'intento di conseguire il risultato prefissato dalla disciplina Eurounitaria conformandosi all'art. 288, comma 3, TFUE. L'esigenza di un'interpretazione conforme del diritto nazionale attiene infatti al sistema del Trattato FUE, in quanto permette ai giudici, nazionali di assicurare, nell'ambito delle rispettive competenze, la piena efficacia del diritto dell'Unione quando risolvono le controversie ad essi sottoposte (cfr. CGUE 13/11/1990 causa C-106/89 Marleasing p.8, CGUE 14/07/1994 causa C-91/92 p.26, CGUE CP_7
10/04/1984 causa C-14/83 von Colson p. 26, CGUE 28/06/2012 causa C-7/11 p. 51 tutte CP_8 citate da Cass. n. 22577 del 2012 alla cui più estesa motivazione si rinvia), obbligo che viene meno solo quando la norma interna appaia assolutamente incompatibile con quella Eurounitaria, ma non è questo il caso.
Fatta tale premessa, osserva il Collegio come l'interpretazione effettuata dal giudice di prime cure non sia adeguata e condivisibile.
L'Accordo regionale del 16.12.2011 - al dichiarato fine di riprogrammare le politiche del lavoro nel comparto dei trasporti pubblici locali onde sostenere la concorrenza, garantire maggiore efficienza, contenere i costi ed evitare il ricorso a licenziamenti collettivi anche grazie all'istituzione di un Fondo regionale – individuava per i lavoratori in servizio alla data della stipula la struttura della retribuzione (nella componente fissa e variabile) e all'art. 3 disciplinava un'indennità perequativa/compensativa, diretta a garantire il mantenimento delle condizioni economiche in atto per il personale in servizio, quale emolumento fisso e pensionabile, calibrato in ragione delle mansioni e/o della presenza.
L'Allegato 2 all'Ipotesi di Accordo del 25 luglio 2012, con “Oggetto: nuova struttura della retribuzione variabile in conformità di quanto previsto dall'art. 3 dell'intesa regionale del 16.12.2011”, statuiva che “a partire dal mese di novembre 2012, ai lavoratori in servizio alla data di stipula dell'ipotesi di accordo, in attuazione di quanto previsto dall'art. 3 del citato accordo sarà corrisposto, per ogni ora di effettiva prestazione lavorata, una indennità perequativa/compensativa i cui valori sono determinati facendo riferimento ai valori teorici previsti dalla turnazione annua o dalla effettiva presenza media annua calcolata con i valori economici in vigore alla sottoscrizione dell'accordo regionale. Per ogni figura professionale, il valore economico della indennità perequativa è quello di cui all'allegata tabella (ALL. 4) che diventa parte integrante della presente intesa. Le differenze fra quanto percepito precedentemente dal personale in servizio rispetto a tale valore costituirà l'importo dell'indennità compensativa. L'indennità compensativa/perequativa:
-sarà determinata in cifra fissa;
-non è rivalutabile;
- è pensionabile;
-confluisce nella base di calcolo del t.f.r.”.
Il punto su cui discutono le parti è se tale indennità sia da erogare anche nei giorni di ferie fruiti dal personale nell'osservanza delle previsioni contrattuali.
La lettura combinata delle disposizioni pattizie, effettuata alla luce della ratio della previsione negoziale e della giurisprudenza europea, non può consentire l'adozione della interpretazione Contr restrittiva proposta dall' .
L'interpretazione propugnata da parte datoriale – nel senso di riconoscere le indennità in parola, solo ed esclusivamente in caso di effettiva prestazione di lavoro – sarebbe avvalorata dalla terminologia adoperata nell'accordo, laddove si fa riferimento alla “effettiva presenza media annua”.
In realtà, il riferimento alla giornata di effettiva presenza/prestazione, nella logica della disposizione contrattuale in esame, non serve a condizionarne l'erogazione ma serve a collegarla alla retribuzione diretta a compensare la prestazione, tanto che la quantificazione dell'indennità non è effettuata in riferimento ai giorni di presenza del singolo lavoratore ma è conteggiata in misura fissa sulla base dei
“valori teorici previsti dalla turnazione annua o dalla effettiva presenza media annua calcolata con i valori economici in vigore alla sottoscrizione dell'accordo regionale”.
Applicando i criteri ermeneutici di cui agli artt. 1362 e ss c.c. e considerando il tenore complessivo delle clausole (art, 1363 c.c.), oltre che la ratio ispiratrice della disciplina aziendale, non può che concludersi che l'indennità in esame - quantificata in considerazione di valori non collegati all'effettiva presenza del singolo lavoratore, prevista in misura fissa, pensionabile e calcolabile ai fini del TFR - è senza dubbio collegata all'esecuzione delle mansioni che il lavoratore è tenuto ad espletare in forza del suo contratto di lavoro, di modo che rientra a pieno titolo nella retribuzione da corrispondere anche nei periodi di ferie, secondo i principi invalsi nella giurisprudenza eurocomunitaria.
Rimangono da esaminare l'indennità di turno e l'indennità domenicale.
L'indennità di turno è volta a compensare l'esecuzione della prestazione in turni avvicendati e flessibili che costituisce, certamente, un incomodo intrinsecamente collegato all'esecuzioni delle mansioni che il lavoratore oggi appellante è tenuto ad espletare in forza del suo contratto di lavoro e che viene compensato tramite l'importo pecuniario della indennità in esame, inclusa nel calcolo della retribuzione spettante al lavoratore per ogni giornata di effettiva presenza.
Tale indennità non è stata inserita dalle parti sociali fra le voci della “retribuzione normale” ai sensi dell'art. 3, punto 1 dell'accordo nazionale 27.11.2000, bensì è stata ricondotta all'ambito della
“retribuzione variabile”, in quanto l'accordo del 25.07.2012 ne ha stabilito la corresponsione in correlazione con l'effettiva presenza. Tuttavia, tale solo elemento non appare sufficiente ad escluderla – alla stregua dei principi enunciati dalla Corte di Giustizia – dalla nozione di “retribuzione” da considerare ai fini del pagamento delle ferie annuali retribuite.
Si tratta, invero, di somme corrisposte in misura fissa per ogni giornata di lavoro, pensionabili e facenti parte della base di calcolo del TFR, che non hanno alcuna correlazione con eventi accidentali del rapporto, né sono finalizzate a rimborsare spese sostenute dai dipendenti. Tale indennità non ha alcun nesso con modalità occasionali o, comunque, variabili di espletamento della prestazione, va a compensare una specifica penosità nell'espletamento delle mansioni su turni avvicendati al fine di assicurare all'utenza il servizio di trasporto pubblico in tutti i giorni della settimana (domenica e festivi compresi) ed è, quindi, assimilabili a quelle “integrazioni collegate ... alle qualifiche professionali” che la giurisprudenza europea impone di computare nella base di calcolo per la retribuzione del periodo di ferie.
E' anche da osservare che tali conclusioni con comportano l'introduzione di un principio di omnicomprensività della retribuzione feriale che la giurisprudenza ha costantemente escluso, poiché non ogni retribuzione variabile corrisposta in modo continuativo costituisce base di calcolo della retribuzione feriale, ma soltanto quella che rappresenti remunerazione intrinsecamente collegata all'esecuzione delle mansioni in cui il lavoratore è assegnato per contratto ovvero sia correlata allo status professionale del lavoratore. Per cui è errato affermare che l'interpretazione qui sostenuta porterebbe a parificare totalmente la retribuzione feriale a quanto percepito durante il lavoro effettivo.
Per quanto riguarda l'indennità domenicale, riconosciuta dall'Accordo Nazionale del 21.5.1981, valgono analoghe conclusioni rispetto a quelle rassegnate ai punti precedenti.
L'indennità domenicale è stata istituita, al pari dell'indennità di turno, in favore del personale viaggiante di macchina e di guida e al rimanente personale che presta servizio in turni avvicendati.
Va osservato che la prestazione del servizio nelle giornate di domenica risponde ad un preciso obbligo gravante sul personale viaggiante di macchina e di guida e sul personale che presta servizio in turni avvicendati;
tale indennità è volta a compensare l'ulteriore gravosità della prestazione resa di domenica, giornata che, ordinariamente, più di ogni altra della settimana, è destinata dai lavoratori a soddisfare le esigenze della propria vita familiare e di relazione. Ne consegue che anche detta indennità, corrisposta con carattere fisso e continuativo per ogni effettiva giornata di servizio prestata di domenica, essendo intrinsecamente collegata all'esecuzione delle mansioni che il lavoratore è tenuto ad espletare in forza del suo contratto di lavoro, deve essere presa in considerazione ai fini della retribuzione spettante durante le sue ferie annuali e ciò nonostante l 'Accordo istitutivo abbia escluso espressamente che la stessa rientri nel concetto di “retribuzione normale”.
In buona sostanza, tutte le indennità per cui è causa sono correlate alla presenza del lavoratore e, dunque, con palese evidenza, allo svolgimento delle sue mansioni. Ciò già basta per accogliere le domande, posto che, ovviamente, si deve tenere conto della correlazione alle mansioni non quando l'istante è in ferie (e dunque le mansioni non le svolge) ma quando è in servizio.
Osserva, infine, il Collegio che le argomentazioni suesposte hanno trovato piena conferma in due recentissime pronunce emesse dalla Suprema Corte proprio sulla questione oggetto di causa (nn. 25840 e 25850 del 2024, ove sono richiamate le sentt. n. 18160/2023, n. 19663/2023, n. 19711/2023,
n. 19716/2023). La S.C. ha affermato che “La retribuzione dovuta nel periodo di godimento delle ferie annuali, ai sensi dell'art. 7 della Direttiva 2003/88/CE per come interpretato dalla Corte di
Giustizia, comprende qualsiasi importo pecuniario che si pone in rapporto di collegamento con l'esecuzione delle mansioni e che sia correlato allo status personale e professionale del lavoratore, in modo da evitare che il prestatore sia indotto a rinunziare al riposo annuale allo scopo di non subire decurtazioni nel trattamento retributivo” ed ha così confermato l'inclusione, nella retribuzione feriale, della indennità compensativa/perequativa, della indennità di turno e del ticket mensa.
Contr La contestazione contabile sollevata da è infondata atteso che risulta inserito nel ricorso introduttivo di primo grado un prospetto analitico con una chiara distinzione tra indennità perequativa e compensativa, indennità di turno e domenicale, fornendo quindi al collegio la suddivisione dei singoli importi.
Inoltre, quanto al computo dei quattro giorni di permessi, l'eccezione è infondata poiché, in virtù di quanto previsto dalle norme di riferimento del CCNL applicato (art. 29 dell'Accordo Nazionale del 28/11/2015 e art. 29 dell'Accordo del 26/04/2016) in relazione alla disciplina delle ex festività soppresse, in sostituzione di queste ultime sono riconosciuti 4 giorni di permessi o ferie retribuite e, nel caso in cui non se ne possa godere nell'anno, tali giorni dovranno essere retribuiti con la medesima retribuzione corrisposta per i giorni di ferie.
Con L ha eccepito, infine, la prescrizione quinquennale del credito vantato dall'istante per l'anno 2017, non avendo depositato atti interruttivi della prescrizione precedenti alla notifica del ricorso di primo grado. Risulta tuttavia in atti la copia del ricorso gerarchico del 29.7.2022 (doc. 2 ricorso di primo grado).
Peraltro, va evidenziato che, nel regime novellato dell'art. 18 dello Statuto per effetto delle modifiche apportate dalla L. n. 92 del 2012, la prescrizione non decorre in costanza di rapporto di lavoro. Ed invero la Suprema Corte, proprio affrontando la questione della decorrenza della prescrizione dei crediti maturati nel corso del rapporto di lavoro, ha recentemente affermato per effetto delle modifiche apportate dalla L. n. 92 del 2012 e poi dal D.Lgs. n. 23 del 2015, nel rapporto di lavoro a tempo indeterminato è venuto meno uno dei presupposti di predeterminazione certa delle fattispecie di risoluzione e di una loro tutela adeguata, di tal che questo non è assistito da un regime di stabilità. Ne consegue che per tutti quei diritti che, come nella specie, non siano prescritti al momento di entrata in vigore della L. n. 92 del 2012, il termine di prescrizione decorre, a norma del combinato disposto degli artt. 2948, n. 4, e 2935 c.c., dalla cessazione del rapporto di lavoro (Cass. n. 26246 del 2022 e
Cass. n. 36345 del 2023).
L'eccezione di prescrizione va dunque disattesa.
Per le suindicate ragioni l'appello va accolto e la sentenza di primo grado deve essere riformata. Per l'effetto l'appellata società, in persona del legale rappresentante p.t., va condannata al pagamento in favore dell'istante della somma di euro 275,84 per le causali indicate in motivazione, oltre interessi e rivalutazione dalla maturazione al soddisfo.
Le spese processuali seguono la soccombenza e vanno pertanto poste a carico dell'appellato, per il doppio grado, nella misura liquidata in dispositivo.
P.Q.M.
La Corte così decide:
-accoglie l'appello e, per l'effetto, in riforma della gravata sentenza, condanna l'appellata società, in persona del legale rappresentante p.t., al pagamento, in favore di , di euro 275,84 Parte_1 per le causali indicate in motivazione, oltre interessi e rivalutazione dalla maturazione al soddisfo;
-condanna l'appellata al pagamento delle spese del doppio grado, che liquida in complessivi euro 321,00 per il primo grado e in euro 337,00 per il presente, oltre per entrambi i gradi IVA e CPA e rimborso spese generali al 15% come per legge, con distrazione al procuratore anticipatario.
Napoli, 27/02/2025
Il Consigliere estensore Il Presidente Dr.ssa Laura Laureti Dr.ssa Anna Carla Catalano