Cass. civ., sez. III, sentenza 31/07/2002, n. 11356
CASS
Sentenza 31 luglio 2002

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Nell'appalto di opere pubbliche, l'appaltatore conserva, anche se in limiti più ristretti rispetto agli appaltatori di opere private (obbligatorietà della nomina del direttore dei lavori, continua ingerenza dell'amministrazione appaltante), ecc.), margini di autonomia, perciò, di regola, è da considerarsi unico responsabile dei danni cagionati ai terzi nel corso dei lavori. Sussiste, tuttavia, la responsabilità concorrente e solidale dell'amministrazione committente solo qualora il fatto dannoso sia stato posto in essere in esecuzione del progetto o di direttive impartite dall'amministrazione committente, mentre una responsabilità esclusiva di quest'ultima resta configurabile solo allorquando essa abbia rigidamente vincolato l'attività dell'appaltatore, così da neutralizzare completamente la sua libertà di decisione.

La responsabilità per fatto illecito prevista dalla norma generale dell'art. 2043 cod. civ. e quella per l'esercizio di attività pericolosa di cui all'art. 2050 stesso codice hanno presupposti in parte differenti; pertanto, qualora il danneggiato faccia valere il primo tipo di responsabilità, il giudice non può ravvisare d'ufficio l'altro, ne' lo stesso danneggiato può dedurne per la prima volta l'esistenza nel giudizio per cassazione, importando la necessità di nuove indagini di fatto.

Il potere di ordinanza spettante al Sindaco per l'emanazione di provvedimenti contingibili e urgenti (art. 153 R.D. 4 dicembre 1915 n. 148), da considerare eccezionale nell'ordinamento per le limitazioni a diritti di privati, quali quelli alla libertà e alla proprietà privata) che esso comporta, appartiene allo Stato, titolare della massima potestà pubblica, ancorché nel provvedimento d'urgenza del Sindaco siano implicati interessi locali. L'esercizio di tale potere, pertanto, costituisce manifestazione di prerogative statali, delle quali il Sindaco è partecipe quale Ufficiale di Governo, con la conseguenza che per la responsabilità dei danni derivanti dall'esercizio (o mancato esercizio) del detto potere da parte del Sindaco, anche con riguardo all'operato di organi comunali che gli sono di supporto, deve rispondere, pure sotto il profilo della violazione del divieto del "neminem laedere", lo Stato e non già il Comune. (Nella specie, la Suprema Corte ha confermato la sentenza del merito che aveva escluso la legittimazione passiva del Comune nella causa per il risarcimento dei danni intrapresa da un'esercente commerciale che assumeva di aver subito un danno per la sospensione della sua attività a seguito di un'ordinanza di sgombero dell'edificio lesionatosi in conseguenza di alcuni lavori appaltati dal Comune).

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    di Michele Trimarchi 1. La sentenza in commento affronta il tema della legittimazione passiva rispetto all'azione di condanna al risarcimento dei danni arrecati da un'ordinanza contingibile e urgente adottata dal Sindaco quale ufficiale del Governo (art. 54 d.lgs.18 agosto 2000, n. 267, Testo unico enti locali, d'ora in avanti “TUEL”). La questione controversa è se la legittimazione passiva spetti al Comune, quale amministrazione in cui il Sindaco è incardinato, oppure allo Stato, visto che il Sindaco agisce quale ufficiale del Governo. Nel caso di specie la domanda risarcitoria era stata intentata nei confronti del Comune ed era stata dichiarata inammissibile dal T.A.R. in ragione …

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Sul provvedimento

Citazione :
Cass. civ., sez. III, sentenza 31/07/2002, n. 11356
Giurisdizione : Corte di Cassazione
Numero : 11356
Data del deposito : 31 luglio 2002

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