Sentenza 30 settembre 2013
Massime • 1
In tema di misure cautelari personali, è illegittimo il provvedimento con cui il Tribunale del riesame affermi la compatibilità delle condizioni di salute con lo stato di detenzione sulla base della sottoposizione del detenuto a continua monitorizzazione; infatti la previsione di cui all'art. 275, comma quarto bis cod. proc. pen. deve essere intesa nel senso che il detenuto non può essere mantenuto in "vinculis" allorquando nell'istituto carcerario non sono praticabili adeguati interventi diagnostici e terapeutici, atti a risolvere o ad alleviare lo stato morboso, ed, a tal fine, non è certo sufficiente il continuo monitoraggio, posto che il controllo sulle condizioni di salute di un paziente attiene alla fase diagnostica e non implica la possibilità di effettive terapie intramurarie. (In applicazione del principio di cui sopra la S.C. ha censurato la decisione con cui il Tribunale del riesame ha rigettato la richiesta di sostituzione della misura cautelare in carcere con quella degli arresti domiciliari - nei confronti di un indagato affetto da patologia neoplastica al fegato e in attesa di trapianto - senza approfondire la differenza tra screening pre-trapianto, riguardante la fase diagnostica e trattamento-ponte in vista del trapianto, riguardante le terapie peculiari da garantire al paziente e la possibilità della loro erogazione attraverso ricoveri presso strutture ospedaliere esterne o mediante la collocazione stabile del detenuto in un medesimo ambiente).
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Sul provvedimento
| Citazione : | Cass. pen., sez. V, sentenza 30/09/2013, n. 45645 |
|---|---|
| Giurisdizione : | Corte di Cassazione |
| Numero : | 45645 |
| Data del deposito : | 30 settembre 2013 |
Testo completo
Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati: Camera di consiglio
Dott. SAVANI Piero - Presidente - del 30/09/2013
Dott. FUMO Maurizio - Consigliere - SENTENZA
Dott. VESSICHELLI Maria - Consigliere - N. 1344
Dott. MICHELI Paolo - rel. Consigliere - REGISTRO GENERALE
Dott. DE MARZO Giuseppe - Consigliere - N. 27518/2013
ha pronunciato la seguente:
SENTENZA
sul ricorso proposto da:
EL IC, nato a [...] il [...];
avverso l'ordinanza emessa il 22/05/2013 dal Tribunale di Napoli;
visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;
udita la relazione svolta dal consigliere Dott. Paolo Micheli;
udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore generale Dott.ssa CESQUI Elisabetta, che ha concluso chiedendo il rigetto del ricorso.
RITENUTO IN FATTO
Il difensore di IC EL, persona sottoposta alla misura cautelare della custodia in carcere in relazione ad addebiti ex art. 416 bis c.p., propone ricorso avverso l'ordinanza indicata in epigrafe, recante il rigetto di un atto di appello presentato ai sensi dell'art. 310 c.p.p., nei confronti di un provvedimento del Tribunale di Napoli del 18/12/2012, in forza del quale era stata rigettata una richiesta di sostituzione della predetta misura (con quella degli arresti domiciliari) motivata da ragioni di salute. Il Tribunale adito, dato atto che il devolutum non poteva comunque riguardare i profili di gravità indiziaria, segnalava che le pur compromesse condizioni fisiche del EL - affetto da patologia neoplastica al fegato, e in attesa di trapianto - non potevano intendersi incompatibili con lo stato di detenzione, dove era senz'altro possibile "l'adozione di tutti i monitoraggi e gli accorgimenti medici, diagnostici e terapeutici necessari a preservare lo stato di salute dell'indagato". La più recente relazione sanitaria acquisita evidenziava peraltro che il EL rimaneva in buone condizioni generali e poteva avvalersi di strutture esterne in caso di necessità, con particolare riferimento all'ospedale "San Paolo", dove egli era stato già temporaneamente ricoverato e dove era possibile eseguire il previsto screening pre-trapianto. Con l'odierno ricorso, la difesa lamenta violazione ed erronea applicazione dell'art. 275 c.p.p., comma 4 bis, nonché illogicità della motivazione dell'ordinanza impugnata.
Il difensore evidenzia che il trapianto del fegato appare l'unica prospettiva idonea a salvare la vita del EL, dato il peggioramento delle sue condizioni come attestato anche in occasione del ricordato ricovero presso l'ospedale San Paolo: a tal fine, era stato rappresentato al Tribunale di Napoli che il detenuto avrebbe dovuto sottoporsi ad un c.d. "trattamento ponte" (la struttura sanitaria individuata era quella di Niguarda, a Milano) volto a rallentare l'evoluzione della malattia in attesa della effettiva praticabilità del trapianto, dal momento che era comunque necessario eseguire gli esami richiesti, ottenere l'approvazione della competente commissione per l'ingresso in lista d'attesa ed attendere l'intervento. Nella prospettazione difensiva, "non è possibile, in regime inframurario, effettuare alcuno studio di compatibilità dell'organo donato da vivente: esso può avvenire solo presso il Centro trapianti, ove necessita la presenza contemporanea del soggetto donante e di quello ricevente. Altrettanto impossibile è l'esecuzione, nelle stesse condizioni, del trapianto, sia da vivente che da cadavere. Il trattamento ponte, poi, indispensabile per affrontare i tempi dell'attesa, non può essere effettuato con ricoveri estemporanei secondo l'art. 11 ord. Pen., poiché il paziente deve poter permanere, per il periodo necessario, in ricovero ospedaliero presso lo stesso centro che dovrà effettuare il trapianto".
Nel contesto come appena descritto, rileva il ricorrente che l'ordinanza impugnata confonde l'imminente pericolo di vita (che viene escluso sulla base del giudizio relativo alle condizioni generali del EL) con il grave rischio per la salute correlato alla necessità di eseguire il trapianto il più tempestivamente possibile;
confonde altresì lo screening per l'inserimento del paziente in lista d'attesa (forse eseguibile anche in strutture diverse da un Centro trapianti) con il più volte ricordato "trattamento ponte" (di esclusiva pertinenza del Centro trapianti, dove comunque dovrebbe svolgersi anche il trattamento successivo all'intervento).
CONSIDERATO IN DIRITTO
Il ricorso è fondato.
Va innanzi tutto premesso che, secondo costante giurisprudenza di legittimità, ai fini della valutazione della possibilità che un soggetto riceva in carcere i trattamenti necessari alla salvaguardia del suo stato di salute occorre distinguere il profilo diagnostico da quello terapeutico in senso stretto: ergo, si è affermato che "è illegittimo il provvedimento con cui il Tribunale del riesame affermi la compatibilità delle condizioni di salute con lo stato di detenzione, sulla base della sottoposizione dell'indagato a continua monitorizzazione;
infatti, la previsione di cui all'art. 275 c.p.p., comma 4 bis - per la quale non può essere mantenuta la custodia in carcere quando il soggetto sia affetto da malattia particolarmente grave, in conseguenza della quale le sue condizioni di salute siano tali da non consentire adeguate cure in ambiente penitenziario - deve essere intesa nel senso che il detenuto non può essere mantenuto in vinculis allorquando nell'istituto carcerario non sono praticabili adeguati interventi diagnostici e terapeutici, atti a risolvere o ad alleviare lo stato morboso, ed a tal fine non è certo sufficiente che il detenuto sia continuamente monitorato, posto che il controllo sulle condizioni di salute di un paziente attiene alla fase diagnostica e non implica la possibilità di effettive terapie intramurarie" (Cass., Sez. V, n. 26398 del 25/03/2004, Provenzano, Rv 229861).
Nel caso oggi in esame, il Tribunale di Napoli rappresenta che - stando alle relazioni acquisite - al EL sarebbe garantita "l'adozione di tutti i monitoraggi e gli accorgimenti medici, diagnostici e terapeutici necessari", ma non appare sostanzialmente trattato il tema, su cui non a caso la difesa torna ad insistere con l'odierno ricorso, della obiettiva differenza esistente fra uno screening pre-trapianto (che attiene alla fase diagnostica, e che appare in concreto l'unico aspetto effettivamente valutato dall'ordinanza impugnata) ed un "trattamento ponte" in vista di detto trapianto (trattamento che riguarda le terapie da garantire al paziente). Non è affrontata, in particolare, la deduzione difensiva circa l'impossibilità che prestazioni terapeutiche di quelle peculiarità possano utilmente essere apprestate ed erogate attraverso pur frequenti ricoveri presso strutture ospedaliere esterne, piuttosto che mediante la collocazione stabile del detenuto in un medesimo ambiente: ambiente che, peraltro, potrebbe pur sempre essere immanente all'amministrazione penitenziaria, e individuabile presso centri clinici in ipotesi attrezzati per far fronte al caso de quo. Infatti, "la valutazione della gravità delle condizioni di salute del detenuto e della conseguente incompatibilità con il regime carcerario deve essere effettuata sia in astratto, con riferimento ai parametri stabiliti dalla legge, sia in concreto, con riferimento alla possibilità di effettiva somministrazione nel circuito penitenziario delle terapie di cui egli necessita" (Cass., Sez. 6^, n. 25706 del 15/06/2011, Esposito, Rv 250509). Va infine segnalato che nel caso di specie risultavano essere stati richiesti accertamenti medici in forma di perizia (che il G.i.p. procedente aveva inutilmente sollecitato per rogatoria), poi non più disposti perché lo stesso giudice aveva ritenuto sufficiente l'esame delle cartelle cliniche nel frattempo acquisite: tuttavia, secondo la giurisprudenza di questa Corte, "quando la richiesta di revoca o di sostituzione della custodia cautelare in carcere sia fondata, a norma dell'art. 299 c.p.p., comma 4 ter, seconda parte, sulla sussistenza di patologie particolarmente gravi che rendano le condizioni di salute incompatibili con lo stato di detenzione, il giudice, se non accoglie la domanda sulla base degli atti, ha l'obbligo di disporre accertamenti medici da espletarsi - contrariamente a quanto è previsto dalla prima parte della medesima disposizione a proposito dell'istanza fondata su ragioni diverse - con le formalità e le garanzie previste per la perizia" (Cass., Sez. 1^, n. 16547 del 14/03/2010, Mule, Rv 246934; v. anche Cass., Sez. 4^, n. 16524 del 15/02/2013, Mafrica). Vero è che, secondo altro indirizzo, "la previsione di cui all'art. 299 c.p.p., comma 4 ter, impone al giudice la nomina del perito solo se sussiste un apprezzabile fumus, e cioè se risulti formulata una chiara diagnosi di incompatibilità con il regime carcerario, o comunque si prospetti una situazione patologica tale da non consentire adeguate cure in carcere" (Cass., Sez. 2^, n. 8462 del 14/02/2013, Foraci, Rv 255236); sembra tuttavia evidente che, nel caso in esame, detta situazione patologica risulti essere stata ampiamente prospettata.
2. Si impone pertanto l'annullamento dell'ordinanza impugnata, con rinvio per nuovo esame al Tribunale di Napoli, che dovrà valutare:
- se presso l'istituto dove è attualmente ristretto il EL, od eventualmente presso altro centro clinico dell'amministrazione penitenziaria, il detenuto possa ricevere i trattamenti terapeutici necessari a tutela del suo stato di salute;
- in via preliminare, se per disporre degli elementi di valutazione necessari si renda necessario un accertamento peritale. Dal momento che alla presente decisione non consegue la rimessione in libertà del ricorrente, dovranno essere curati dalla Cancelleria gli adempimenti di cui al dispositivo.
P.Q.M.
Annulla l'ordinanza impugnata, con rinvio al Tribunale di Napoli per nuovo esame.
Manda alla Cancelleria per gli adempimenti di cui all'art. 94 disp. att. c.p.p., comma 1 ter.
Così deciso in Roma, il 30 settembre 2013.
Depositato in Cancelleria il 13 novembre 2013