Cass. pen., sez. I, sentenza 21/09/1999, n. 12496
CASS
Sentenza 21 settembre 1999

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Massime5

Nel caso di rinnovazione del dibattimento a causa del mutamento della persona del giudice monocratico o della composizione del giudice collegiale, la testimonianza raccolta dal primo giudice non è utilizzabile per la decisione mediante semplice lettura, senza ripetere l'esame del dichiarante, quando questo possa avere luogo e sia stato richiesto da una delle parti. (Nell'enunciare il principio di cui in massima, la S.C. ha precisato che, qualora si tratti di prova irripetibile, il giudice può disporre d'ufficio la lettura delle dichiarazioni raccolte, nel contraddittorio delle parti, da un diverso giudice e inserite legittimamente negli atti dibattimentali, a condizione che nessuna delle parti abbia esercitato la facoltà di richiederne la rinnovazione). (V. Corte cost. 3 febbraio 1994 n. 17 e Corte cost., 3 aprile 1996 n. 99).

Il controllo della logicità della motivazione va esercitato sulla coordinazione delle proposizioni e dei passaggi attraverso i quali si sviluppa il tessuto argomentativo del provvedimento impugnato, senza la possibilità di verificare se i risultati dell'interpretazione delle prove siano effettivamente corrispondenti alle acquisizioni probatorie risultanti dagli atti del processo; sicché nella verifica della fondatezza, o non, del motivo di ricorso ex art. 606, comma primo, lett. e)- cod. proc. pen., il compito della Corte di cassazione non consiste nell'accertare la plausibilità e l'intrinseca adeguatezza dei risultati dell'interpretazione delle prove, coessenziale al giudizio di merito, ma quello, ben diverso, di stabilire se i giudici di merito abbiano esaminato tutti gli elementi a loro disposizione, se abbiano dato esauriente risposta alle deduzioni delle parti e se nell'interpretazione delle prove abbiano esattamente applicato le regole della logica, le massime di comune esperienza e i criteri legali dettati in tema di valutazione delle prove, in modo da fornire la giustificazione razionale della scelta di determinate conclusioni a preferenza di altre. Ne consegue che, ai fini della denuncia del vizio ex art. 606, comma primo, lett. e)- cod. proc. pen., è indispensabile dimostrare che il testo del provvedimento è manifestamente carente di motivazione e/o di logica e che non è, invece, producente opporre alla valutazione dei fatti contenuta nel provvedimento impugnato una diversa ricostruzione, magari altrettanto logica, dato che in quest'ultima ipotesi verrebbe inevitabilmente invasa l'area degli apprezzamenti riservati al giudice di merito.

Poiché, per effetto della pronuncia di illegittimità costituzionale dell'art. 442, comma secondo, ult. periodo, cod. proc. pen., emessa dalla Corte costituzionale con sentenza 23 aprile 1991 n. 176, il giudizio abbreviato non è ammesso quando l'imputazione enunciata nella richiesta di rinvio a giudizio concerne un reato punibile con l'ergastolo, allorché risulti contestata una fattispecie di reato astrattamente punibile con l'ergastolo, deve escludersi che il giudice del dibattimento possa applicare in favore dell'imputato, la cui richiesta di giudizio abbreviato non sia stata accolta, la diminuente di cui all'art. 442, comma secondo, cod. proc. pen. sulla pena detentiva temporanea che, in concreto, ritenga di infliggere sulla base di elementi acquisiti nella fase del giudizio, i quali lo abbiano indotto a modificare il titolo del reato oppure ad eliminare o a considerare subvalente la circostanza aggravante in forza della quale sarebbe applicabile la pena perpetua, salva l'ipotesi di un'accertata erroneità originaria della contestazione che, se correttamente eseguita, non avrebbe comportato, in astratto, l'irrogazione della pena perpetua.

Non sussiste concorso apparente di norme tra la figura di reato prevista dall'art. 575 cod. pen. e quella prevista dall'art. 703 stesso codice, perché le due fattispecie si differenziano, oltre che per la diversa oggettività giuridica, per gli elementi costitutivi che la compongono.

Nel concedere o negare le attenuanti generiche, il giudice di merito è investito di un ampio potere discrezionale, che non è sottratto al controllo di legittimità, dovendo il giudice medesimo dare conto delle precise ragioni e dei criteri utilizzati per la concessione o il rifiuto di concessione, con l'indicazione degli elementi reputati decisivi nella scelta compiuta, senza che sia, peraltro, necessario valutare analiticamente tutte le circostanze rilevanti, in positivo o in negativo.

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Sul provvedimento

Citazione :
Cass. pen., sez. I, sentenza 21/09/1999, n. 12496
Giurisdizione : Corte di Cassazione
Numero : 12496
Data del deposito : 21 settembre 1999

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