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Sentenza 10 dicembre 2025
Sentenza 10 dicembre 2025
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Sul provvedimento
| Citazione : | Trib. Firenze, sentenza 10/12/2025, n. 4079 |
|---|---|
| Giurisdizione : | Trib. Firenze |
| Numero : | 4079 |
| Data del deposito : | 10 dicembre 2025 |
Testo completo
N. R.G. 6831/2024
REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
TRIBUNALE ORDINARIO DI FIRENZE
Sezione Specializzata in materia di Immigrazione, Protezione internazionale
e Libera circolazione cittadini UE
Il Tribunale in composizione collegiale nelle persone dei seguenti magistrati:
Dott.ssa Barbara Fabbrini Presidente
Dott. Massimiliano Sturiale Giudice
Dott.ssa NA OV Giudice Rel. nel procedimento iscritto al n. r.g. 6831/2024 promosso da:
(CUI: ), rappresentato e difeso dall'Avv. TESSITORE LUIGI Parte_1 C.F._1
RICORRENTE contro
, rappresentato e difeso ex lege Controparte_1 dall'Avvocatura Distrettuale dello Stato di Firenze
RESISTENTE
PUBBLICO MINISTERO
INTERVENIENTE NECESSARIO avente ad oggetto: ricorso ex artt. 19ter D.lgs. n. 150/2011 e 281undecies c.p.c. all'esito della camera di consiglio ha pronunciato la seguente
SENTENZA
Con ricorso depositato in data 07/06/2024, , cittadino del PAKISTAN Parte_2 nato nel 1996, ha impugnato il provvedimento del Questore di Arezzo del 22/01/2024, notificato il 10/05/2024, con il quale è stata rigettata la richiesta di protezione speciale di cui all'art. 19
D.lgs. n. 286/1998, come modificato con il recente D.L. n. 130/2020, convertito con L.
137/2020; chiedeva altresì la sospensione dell'esecutorietà del provvedimento impugnato.
Il si è costituito in giudizio chiedendo il rigetto del ricorso Controparte_1
1 All'udienza del 04/12/2025, sostituita con trattazione scritta ai sensi dell'art. 127ter c.p.c., la causa, istruita a mezzo produzione documentale, è stata rimessa al Collegio per la decisione.
***
Il ricorrente ha chiesto la concessione della protezione speciale ai sensi dell'art. 19, co.
1.1. seconda parte, D.lgs. n. 286/1998.
In proposito si osserva come il legislatore sia intervenuto riformando integralmente (con l'art. 1 del D.L. n. 130/2020, convertito con L. n. 137/2020) il comma 1.1 dell'art. 19 D.lgs. n.
286/1998, prevedendo che “non sono ammessi il respingimento o l'espulsione o l'estradizione di una persona verso uno Stato qualora esistano fondati motivi di ritenere che essa rischi di essere sottoposta a tortura o a trattamenti inumani o degradanti o qualora ricorrano gli obblighi di cui all'articolo 5, comma 6. Nella valutazione di tali motivi si tiene conto anche dell'esistenza, in tale Stato, di violazioni sistematiche e gravi di diritti umani. Non sono altresì ammessi il respingimento o l'espulsione di una persona verso uno Stato qualora esistano fondati motivi di ritenere che l'allontanamento dal territorio nazionale comporti una violazione del diritto al rispetto della sua vita privata e familiare, a meno che esso sia necessario per ragioni di sicurezza nazionale, di ordine e sicurezza pubblica nonché di protezione della salute nel rispetto della Convenzione relativa allo statuto dei rifugiati, firmata a Ginevra il 28 luglio 1951, resa esecutiva dalla legge 24 luglio 1954, n. 722, e della Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea. Ai fini della valutazione del rischio di violazione di cui al periodo precedente, si tiene conto della natura e della effettività dei vincoli familiari dell'interessato, del suo effettivo inserimento sociale in Italia, della durata del suo soggiorno nel territorio nazionale nonché dell'esistenza di legami familiari, culturali o sociali con il suo Paese d'origine”.
Al comma 1.2, è stato quindi previsto che nei casi del comma 1 e comma 1.1 il Questore rilasci, previo parere della Commissione Territoriale, un permesso denominato per «protezione speciale».
Infine, differentemente da quanto disposto in seguito al D.L. n. 113/2018, con D.L. n. 130/2020 il legislatore ha previsto che il permesso per protezione speciale abbia durata biennale (e non più annuale) e che sia convertibile in permesso di soggiorno per motivi di lavoro.
Com'è altresì noto, il D.L. n. 20/2023 (Disposizioni urgenti in materia di flussi di ingresso legale dei lavoratori stranieri e di prevenzione e contrasto all'immigrazione irregolare), convertito con modificazioni dalla L. n. 50/2023, prevede all'art. 7, secondo comma che “per le istanze presentate fino alla data di entrata in vigore del presente decreto, ovvero nei casi in cui lo
2 straniero abbia già ricevuto l'invito alla presentazione dell'istanza da parte della Questura competente, continua ad applicarsi la disciplina previgente”, sicché non possono esservi dubbi in ordine all'applicabilità nella presente causa della forma di protezione complementare stabilita in forza del comma 1.1 dell'art. 19 D.lgs. n. 286/1998, come formulata in seguito all'art. 1 del
D.L. n. 130/2020, convertito con L. n. 137/2020.
La prima parte del novellato art. 19, comma 1.1, D.lgs. n. 286/1998 esplicita il divieto assoluto di non refoulement collegato sia al rischio del richiedente di essere sottoposto a trattamenti inumani e degradanti, formula che richiama il principio di cui all'art. 3 CEDU, sia alla clausola generale di cui all'art. 5, comma 6, D.lgs. n. 286/1998. Tale norma appare inoltre riconoscere uno spazio residuale di tutela per coloro che si trovino in condizioni di vulnerabilità non rilevanti ai fini delle protezioni maggiori ma comunque di rilevo costituzionale (art. 10, comma 3, Cost.).
La seconda parte dell'art. 19, comma 1.1., ha invece introdotto una nuova fattispecie di inespellibilità per rischio di violazione del diritto alla vita privata e familiare.
Ciò posto, è evidente come tale nuova forma di protezione speciale, contemplata nella nuova normativa configuri in buona misura l'esito del percorso di sistemazione interpretativa avente ad oggetto la precedente protezione umanitaria, elaborato prima dell'intervento legislativo del 2018 dalla giurisprudenza di merito e di legittimità, sulla falsariga della giurisprudenza CEDU sul rispetto della vita privata e familiare di cui all'art. 8 CEDU, e, anzi, come per alcuni aspetti ne ampli la portata.
Con riguardo al quadro normativo antecedente alla riforma del 2020 (ancora applicabile ai procedimenti pendenti avanti alla Corte di Cassazione), le Sezioni unite, sul solco delle pronunce che hanno aperto ad un giudizio di comparazione attenuata (in particolare Sez. un., 13/11/2019,
n. 29459 e la fondamentale Sez. I, 23/02/2018, n. 4455, per cui “il parametro dell'inserimento sociale e lavorativo dello straniero in Italia può essere valorizzato come presupposto della protezione umanitaria non come fattore esclusivo, bensì come circostanza che può concorrere a determinare una situazione di vulnerabilità personale”) e superando, dunque, le pregresse
“oscillazioni interpretative registratesi nella giurisprudenza”, di legittimità e di merito, hanno inteso da ultimo “definire più precisamente i contorni della comparazione che il giudice è chiamato a compiere, davanti ad una domanda di permesso di soggiorno per motivi umanitari, tra la situazione che il richiedente lascerebbe in Italia e quella che egli troverebbe nel suo Paese di origine”, chiarendo la necessità di valorizzare il criterio del “diritto al rispetto della vita privata e familiare di cui all'art. 8 CEDU, quale prerequisito di una "vita dignitosa"; diritto, va
3 aggiunto, che inscindibilmente è connesso alla dignità della persona, riconosciuto nell'articolo 3
Cost., ed al diritto di svolgere la propria personalità nelle formazioni sociali, riconosciuto nell'articolo 2 Cost.” (Cass., Sez. un., 09/09/2021, n. 24413).
Hanno quindi osservato che “in base alla normativa del testo unico sull'immigrazione anteriore alle modifiche introdotte dal D.l. n. 113/2018, ai fini del riconoscimento della protezione umanitaria, occorre operare una valutazione comparativa tra la situazione soggettiva e oggettiva del richiedente con riferimento al paese di origine e la situazione d'integrazione raggiunta in Italia, attribuendo alla condizione del richiedente nel paese di provenienza un peso tanto minore quanto maggiore risulti il grado di integrazione che il richiedente dimostri di aver raggiunto nella società italiana, fermo restando che situazioni di deprivazione dei diritti umani di particolare gravità nel paese originario possono fondare il diritto alla protezione umanitaria anche in assenza di un apprezzabile livello di integrazione in Italia;
qualora poi si accerti che tale livello è stato raggiunto e che il ritorno nel paese d'origine renda probabile un significativo scadimento delle condizioni di vita privata e/o familiare tali da recare un "vulnus" al diritto riconosciuto dall'art. 8 della Convenzione EDU, sussiste un serio motivo di carattere umanitario, ai sensi dell'art. 5, comma 6, del d.lgs. n. 286 del 1998, per riconoscere il permesso di soggiorno” (sent. n. 24413/2021 cit.).
Per ritenere integrati i presupposti necessari al riconoscimento di tale forma di protezione complementare è, dunque, necessaria la prova di un pericolo di lesione dei diritti fondamentali della persona, derivante dalla comparazione fra la situazione nel paese di origine e l'effettiva integrazione nel tessuto sociale del paese ospitante, la quale può comprendere, ma non si esaurisce, nel suo inserimento lavorativo, dovendosi valorizzare, inevitabilmente, la necessità di preservare la vita privata e familiare del richiedente protezione, assicurati e garantiti, innanzitutto, dall'art. 8 della Convenzione EDU e dagli stessi artt. 2 e 3 in combinato disposto con l'art. 10, terzo comma della Costituzione.
Dunque, già nel regime precedente alla recente riforma dell'art. 19 (e dell'art. 5, comma 6 D.lgs.
n. 286/98, cui sono state aggiunte le parole “fatto salvo il rispetto degli obblighi costituzionali o internazionali dello Stato italiano”), quanto più la persona abbia consolidato in Italia la propria vita privata e familiare, tanto più deve assumersi che il suo subitaneo e coartato sradicamento comporterebbe una manifesta lesione dei suoi diritti fondamentali.
A tale riguardo le Sezioni unite hanno invero efficacemente rilevato la necessità di verificare, caso per caso, “se il ritorno in Paesi d'origine rende probabile un significativo scadimento delle
4 condizioni di vita privata e/o familiare sì da recare un vulnus al diritto riconosciuto dall'art. 8 della Convenzione EDU, sussiste un serio motivo di carattere umanitario, ai sensi dell'art. 5
T.U. cit., per riconoscere il permesso di soggiorno”, sicché una volta accertata la sussistenza di una concreta rete di relazioni affettive e sociali ed “in presenza di un livello elevato
d'integrazione effettiva nel nostro Paese - desumibile da indici socialmente rilevanti quali (…) la titolarità di un rapporto locatizio, la presenza di figli che frequentino asili o scuole, la partecipazione ad attività associative radicate nel territorio di insediamento - saranno le condizioni oggettive e soggettive nel Paese di origine ad assumere una rilevanza proporzionalmente minore” (sent. n. 24413/2021, cit.).
L'art. 19, nella sua formulazione stabilita con la riforma del 2020, come detto applicabile ratione temporis a questo procedimento, richiede l'accertamento di “fondati motivi di ritenere che
l'allontanamento dal territorio nazionale comporti una violazione del diritto al rispetto della sua vita privata e familiare”, a meno che il respingimento o l'espulsione sia necessaria “per ragioni di sicurezza nazionale, di ordine e sicurezza pubblica” nonché, con espressione il cui significato è tuttora oggetto di dibattito, “di protezione della salute nel rispetto della
Convenzione relativa allo statuto dei rifugiati, firmata a Ginevra il 28 luglio 1951, resa esecutiva dalla legge 24 luglio 1954, n. 722, e della Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea”.
Ai fini della valutazione del rischio di violazione di cui al periodo precedente, la disposizione prescrive quindi che si tenga conto “della natura e della effettività dei vincoli familiari dell'interessato, del suo effettivo inserimento sociale in Italia, della durata del suo soggiorno nel territorio nazionale nonché dell'esistenza di legami familiari, culturali o sociali con il suo Paese
d'origine”.
Appare dunque evidente, con riguardo a tale forma di protezione speciale per il fondato timore di violazione della vita privata e familiare, come la stessa si inserisca appieno nel percorso già tracciato dalla Suprema Corte e, anzi, come segnalato dalla stessa Corte di Cassazione nell'ordinanza di rimessione alle Sezioni unite in relazione al quadro normativo precedente, verosimilmente ne concreti un ulteriore ampliamento, quanto meno nelle ipotesi in cui la tutela che si fondi sul grado d'integrazione (nell'ordinanza si legge, invero, che l'art. 19 nella formulazione attuale prevede “una misura che pare configurarsi più ampia di quella della protezione umanitaria per integrazione sociale, come elaborata dalla giurisprudenza di questa
Corte. Soprattutto, la norma individua chiaramente i fattori di comparazione, in un'ottica di
5 bilanciamento tra le "ragioni di sicurezza nazionale ovvero di ordine e sicurezza pubblica", da un lato, e le condizioni soggettive ed oggettive del cittadino straniero in dettaglio declinate, dall'altro, valorizzando, come ostativi al rimpatrio, la "solidità" dei legami con il nostro paese e
l'affievolimento di quelli con il paese di origine”, sicché “mediante un percorso evolutivo ulteriore rispetto a quello tracciato dalle Sezioni Unite del 2019, ma sempre col sostegno dell'art. 8 CEDU e nel solco di principi già affermati, peraltro valorizzato dal legislatore nel d.l.
n. 130 del 2020, può ritenersi che, nelle ipotesi considerate e a date condizioni, il vulnus possa conseguire direttamente, anche, proprio dall'allontanamento del cittadino straniero dal paese di accoglienza”, osservando che in questi casi “l'allontanamento può configurarsi come evento idoneo a provocare la lesione dei diritti umani fondamentali che connotano il "radicamento" dello straniero nel paese di accoglienza e dei quali il richiedente risulterebbe privato nel paese di origine. Dunque, la vulnerabilità, in questa ipotesi, può scaturire dallo "sradicamento" del cittadino straniero che, col tempo, abbia trovato nel paese ospitante una stabile condizione di vita, da intendersi riferita non solo all'inserimento lavorativo, che è indice indubbiamente significativo, ma anche ad altri ambiti relazionali rientranti nell'alveo applicativo dell'art. 8”,
Corte di cassazione Sez. 6 - 1, Ordinanza interlocutoria n. 28316 del 2020).
A tale riguardo appare di rilievo che le Sezioni Unite, investite, come detto, della questione di massima importanza, pur escludendo che le “ricadute sistematiche dei nova recati dal citato decreto legge n. 130 del 2020” possano dare luogo in via diretta a una revisione del criterio di comparazione applicabile nelle controversie in cui deve applicarsi la precedente cd. protezione umanitaria, ha pure avuto modo di evidenziare la novità contenuta nella nuova forma di protezione speciale, sottolineando che “il decreto legge n. 130/2020 ha ancorato il divieto di respingimento od espulsione non più soltanto all'art. 3, ma anche all'art. 8, della Convenzione europea dei diritti dell'uomo, declinando la disposizione di detto articolo 8 in termini di tutela del "radicamento" del migrante nel territorio nazionale e qualificando tale radicamento come limite del potere statale di allontanamento dal territorio nazionale, superabile esclusivamente per ragioni, come si è visto, di sicurezza nazionale, di ordine e sicurezza pubblica nonché di protezione della salute” (sentenza n. 24413/2021, cit.).
Secondo le parole delle Sezioni unite, dunque, ove sia accertato in concreto il pericolo di lesione del diritto al rispetto della vita privata e familiare, tale divieto di allontanamento può essere oggi
“superabile esclusivamente” ove sia accertato, in concreto, che l'allontanamento sia
“necessario” per “ragioni di sicurezza nazionale, di ordine e sicurezza pubblica nonché di
6 protezione della salute”, le quali, com'è evidente, debbono essere ancorate a specifici elementi acquisiti in ordine alla condotta del ricorrente (sent. n. 24413/2021 cit.).
Non può dubitarsi dunque che la disposizione de qua riconosca il diritto soggettivo al rilascio del detto permesso di soggiorno per protezione speciale nell'ipotesi in cui sia accertato il rischio che l'allontanamento della persona possa determinare una violazione del suo diritto alla vita privata e familiare, affermando la necessità di verificare se il subitaneo sradicamento comporti il pericolo di una grave deprivazione dei suoi diritti umani, intesa in termini di diritto alla vita privata e familiare e alla stessa identità e dignità personale.
Venendo al caso di specie, si deve osservare come nei dieci anni trascorsi sul territorio italiano il ricorrente abbia radicato qui la propria vita privata, sia per l'attività lavorativa svolta nel momento in cui era titolare di valido titolo di soggiorno che per le relazioni – affettive, amicali, nei rapporti di lavoro e sociali – inevitabilmente intrecciate con tutti i suoi contatti sociali.
L'inserimento nel contesto italiano è confermato in primo luogo da una discreta conoscenza della lingua italiana: egli, infatti, ha conseguito il certificato di lingua italiana di livello A1 ed ha, altresì, frequentato un corso di apprendimento della lingua italiana di livello A2 (cfr. attestato di conoscenza della lingua italiana livello A1; attestato di frequenza corso di lingua italiana livello
A2). Tale conoscenza approfondita della lingua italiana risulta, altresì, confermata dal fatto che il richiedente dal 2024 svolge attività di volontariato presso lo sportello di ascolto dell'Associazione ACB Social Inclusion di , fornendo sostegno linguistico e mediazione CP_1 culturale (cfr. attestato di volontariato presso ACB Social Inclusion).
Il ricorrente, inoltre, è uscito dal sistema di accoglienza ed ha trovato una propria sistemazione abitativa a dimostrazione della sua raggiunta indipendenza: dalla documentazione in atti, infatti, risulta che attualmente il ricorrente vive ad , via P. Borri n. 15 (cfr. dichiarazione di CP_1 ospitalità).
Ulteriore conferma dell'inserimento del ricorrente nel tessuto sociale si rinviene nel fatto che egli ha frequentato corsi di formazione (cfr. attestato di frequenza al corso di formazione/addestramento sull'uso del decespugliatore/soffiatore/tagliaerba/tagliasiepi e attestato di frequenza al corso di formazione rischi specifici per la manutenzione dei giardini) ed ha svolto attività di volontariato, dapprima nella città di San Zenone degli Ezzelini (TV) impegnandosi nel miglioramento del decoro urbano della città e, in un secondo momento, presso lo sportello di ascolto dell'associazione ACB Social Inclusion di , fornendo sostegno linguistico e CP_1 mediazione culturale (cfr. attestati attività di volontariato).
7 Per ciò che concerne l'inserimento lavorativo maturato dal ricorrente sul territorio nazionale occorre rilevare che lo stesso, fintanto che è stato titolare di valido permesso di soggiorno inizialmente per richiedente asilo, ha svolto regolare attività lavorativa: dapprima, nel 2018, alle dipendenze di con qualifica di coloritore di pelli, e nel 2019 Controparte_2 alle dipendenze di (cfr. estratto conto previdenziale;
modelli Unilav;
Certificazione CP_3
Unica).
Tale integrazione lavorativa, tuttavia, si è interrotta a seguito della formalizzazione dell'istanza di riconoscimento della protezione speciale, quando è stato rilasciato al ricorrente il relativo cedolino recante la dicitura “divieto di svolgere attività lavorativa”, che gli ha impedito di consolidare il percorso da lui avviato (cfr. ricevuta richiesta protezione speciale).
Ciononostante, il ricorrente nel corso degli anni si è prontamente attivato per intraprendere un percorso di integrazione sul territorio nazionale quantomeno dal punto di vista strettamente sociale, unica strada allo stesso percorribile considerato il divieto di svolgimento di attività lavorativa, ed ha, come si è visto, all'uopo svolto numerose attività di volontariato a favore della collettività ed ha partecipato con profitto a corsi di apprendimento della lingua italiana (cfr. attestati di volontariato e di conoscenza della lingua italiana).
Da ultimo il ricorrente, grazie all'intervento del legale ed alla sospensiva concessa con ordine alla Questura di correggere la ricevuta di presentazione dell'istanza di riconoscimento della protezione speciale consentendo lo svolgimento di attività lavorativa, ha potuto instaurare regolare rapporto lavorativo alle dipendenze di Parte_3 Controparte_4 valido fino al 31.12.2025, con qualifica di operatore ecologico (cfr. modello Unilav in atti).
[...]
Dalla documentazione in atti si rileva, infine, come il medesimo, negli anni in cui ha potuto svolgere regolarmente attività lavorativa abbia prodotto redditi pari complessivamente a €
4.247,00 nel 2018 e a € 8.849,00 nel 2019 (cfr. estratto conto previdenziale).
Nonostante la loro modestia, gli stessi sono risultati rapidamente in crescita e, unitamente al rapporto lavorativo da ultimo instaurato e tuttora in essere, attestano la capacità del ricorrente di reperire una fonte di reddito che gli consenta di progredire e consolidare il suo radicamento in
Italia.
Per altro verso, non può dubitarsi che alla lunga durata del soggiorno in Italia corrisponda un progressivo sfilacciamento dei legami con il paese d'origine, senza che possa assumere rilievo dirimente la presenza e gli scarni rapporti, per lo più telefonici, con i familiari ivi rimasti.
8 Appare quindi che l'attività lavorativa nuovamente intrapresa dal ricorrente, la buona rete di relazioni sociali da lui costruita negli anni di permanenza sul territorio italiano, la conoscenza della lingua italiana, che gli consente di partecipare pienamente alla vita della comunità, integrino una consolidata vita privata in Italia, la cui lesione non è consentita ai sensi dell'art. 8
CEDU e dell'art. 19 co.
1.1 T.U.I. in mancanza di pericoli per l'ordine e la sicurezza pubblica derivanti dalle condotte del ricorrente.
Va precisato, sul punto, che né il PM né la Commissione territoriale hanno rilevato condizioni ostative al riguardo. A tal proposito, infatti, nulla risulta dal casellario giudiziale prodotto in atti.
La vita privata, infatti, intesa come manifestazione dell'individualità ampia ed insuscettibile di esatta delimitazione, è connotata da una pluralità di proiezioni, fra le quali certamente vi è: il diritto allo sviluppo della personalità mediante intreccio di relazioni con altri (Corte Europea dei
Diritti dell'Uomo - sentenza ET c. Germania -16/12/1992); il diritto all'identità sociale ed alla stabilità dei riferimenti del singolo presso una data collettività (Corte Europea dei Diritti dell'Uomo - sentenza Pretty c. Regno Unito – 29/04/2002); il domicilio che designa lo spazio fisico in cui si svolge la vita privata e familiare del singolo (Corte Europea dei Diritti dell'Uomo
- sentenza EL c. Italia – 02/11/2006). È infatti nel corso della vita lavorativa che la maggior parte delle persone ha una significativa, se non la più grande, opportunità di sviluppare relazioni con il mondo esterno (Corte Europea dei Diritti dell'Uomo - sentenza ET vs.
Germany – 16/12/1992: “There appears, furthermore, to be no reason of principle why this understanding of the notion of "private life" should be taken to exclude activities of a professional or business nature since it is, after all, in the course of their working lives that the majority of people have a significant, if not the greatest, opportunity of developing relationships with the outside world”).
La valutazione congiunta dei sopradescritti elementi conduce ad affermare la sussistenza delle condizioni per il rilascio del permesso di soggiorno per protezione speciale: la mancanza di precedenti penali e la capacità dimostrata di saper cogliere le occasioni di inserimento e di integrazione sono gli elementi che dimostrano la necessità di proteggere il ricorrente dal rischio di una certa e rilevante violazione del rispetto della propria vita privata come realizzata sul territorio italiano, ciò che avverrebbe in caso di rimpatrio.
Il pregiudizio che patirebbe l'interessato per via di un nuovo possibile sradicamento dal territorio italiano e dei gravi disagi che egli ritrarrebbe dalla ricerca di un nuovo radicamento nel territorio di origine, che ha lasciato anni addietro, inducono infatti ad affermare la sussistenza dei
9 presupposti per il riconoscimento della protezione speciale, essendo ravvisabile la necessità di proteggere il ricorrente dal rischio di una certa e rilevante compromissione dei suoi diritti fondamentali inviolabili che avverrebbe nel caso di rientro nel Paese di origine, dove si troverebbe ad affrontare le difficoltà proprio di un reinserimento, vanificando tutti gli sforzi proficuamente impiegati nel nostro Paese per la ricerca di un impiego stabile e per assicurarsi un'esistenza dignitosa.
Sussistono, in conclusione, le condizioni per il rilascio del permesso di soggiorno per protezione speciale.
Riguardo al regime giuridico del permesso di soggiorno conseguente al riconoscimento della protezione speciale va rilevato per un verso come la stessa debba essere riconosciuta in forza dell'art. 19, comma 1 e 1.1 nella formulazione successiva al D.L. n. 20/2023, convertito con modificazioni dalla L. 5 n. 50/2023, e come per altro verso il già ricordato art. 7, secondo comma preveda che “per le istanze presentate fino alla data di entrata in vigore del presente decreto, ovvero nei casi in cui lo straniero abbia già ricevuto l'invito alla presentazione dell'istanza da parte della Questura competente, continua ad applicarsi la disciplina previgente”, sicché non possono esservi dubbi in ordine alla necessaria applicazione al detto permesso di soggiorno della disciplina previgente. Lo stesso ha dunque durata di due anni, consente lo svolgimento di attività lavorativa, è rinnovabile ed è convertibile in permesso di soggiorno per motivi di lavoro.
Atteso che la presente decisione è fondata sulla valutazione ex nunc di elementi formatisi e comunque consolidatisi nel corso del giudizio, sussistono nella specie i presupposti di cui all'art. 92, secondo comma, c.p.c. per l'integrale compensazione delle spese di lite.
Atteso che la presente decisione è fondata sulla valutazione ex nunc di elementi formatisi e comunque consolidatisi nel corso del giudizio, sussistono nella specie i presupposti di cui all'art. 92, secondo comma, c.p.c. e, in ogni caso, gravi e circostanziate ragioni (cfr. Corte Cost., n.
77/2018) per l'integrale compensazione delle spese di lite.
P.Q.M.
Il Tribunale, definitivamente pronunciando, ogni diversa istanza ed eccezione disattesa o assorbita, così provvede:
RICONOSCE al ricorrente il diritto al permesso per protezione speciale ai sensi dell'art. 32, co.
3, D.lgs. n. 25/2008 e 19, co. 1 e 1.1., D.lgs. n. 286/1998 e DISPONE di conseguenza la trasmissione degli atti al Questore competente per territorio per il rilascio del conseguente
10 permesso di soggiorno per protezione speciale avente durata di due anni, rinnovabile e convertibile in permesso di soggiorno per motivi di lavoro; compensa integralmente le spese di lite.
Manda alla Cancelleria per gli adempimenti di competenza.
Così deciso in Firenze in camera di consiglio il 10/12/2025
La Giudice
Dott.ssa NA OV
La Presidente
Dott.ssa Barbara Fabbrini
11
REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
TRIBUNALE ORDINARIO DI FIRENZE
Sezione Specializzata in materia di Immigrazione, Protezione internazionale
e Libera circolazione cittadini UE
Il Tribunale in composizione collegiale nelle persone dei seguenti magistrati:
Dott.ssa Barbara Fabbrini Presidente
Dott. Massimiliano Sturiale Giudice
Dott.ssa NA OV Giudice Rel. nel procedimento iscritto al n. r.g. 6831/2024 promosso da:
(CUI: ), rappresentato e difeso dall'Avv. TESSITORE LUIGI Parte_1 C.F._1
RICORRENTE contro
, rappresentato e difeso ex lege Controparte_1 dall'Avvocatura Distrettuale dello Stato di Firenze
RESISTENTE
PUBBLICO MINISTERO
INTERVENIENTE NECESSARIO avente ad oggetto: ricorso ex artt. 19ter D.lgs. n. 150/2011 e 281undecies c.p.c. all'esito della camera di consiglio ha pronunciato la seguente
SENTENZA
Con ricorso depositato in data 07/06/2024, , cittadino del PAKISTAN Parte_2 nato nel 1996, ha impugnato il provvedimento del Questore di Arezzo del 22/01/2024, notificato il 10/05/2024, con il quale è stata rigettata la richiesta di protezione speciale di cui all'art. 19
D.lgs. n. 286/1998, come modificato con il recente D.L. n. 130/2020, convertito con L.
137/2020; chiedeva altresì la sospensione dell'esecutorietà del provvedimento impugnato.
Il si è costituito in giudizio chiedendo il rigetto del ricorso Controparte_1
1 All'udienza del 04/12/2025, sostituita con trattazione scritta ai sensi dell'art. 127ter c.p.c., la causa, istruita a mezzo produzione documentale, è stata rimessa al Collegio per la decisione.
***
Il ricorrente ha chiesto la concessione della protezione speciale ai sensi dell'art. 19, co.
1.1. seconda parte, D.lgs. n. 286/1998.
In proposito si osserva come il legislatore sia intervenuto riformando integralmente (con l'art. 1 del D.L. n. 130/2020, convertito con L. n. 137/2020) il comma 1.1 dell'art. 19 D.lgs. n.
286/1998, prevedendo che “non sono ammessi il respingimento o l'espulsione o l'estradizione di una persona verso uno Stato qualora esistano fondati motivi di ritenere che essa rischi di essere sottoposta a tortura o a trattamenti inumani o degradanti o qualora ricorrano gli obblighi di cui all'articolo 5, comma 6. Nella valutazione di tali motivi si tiene conto anche dell'esistenza, in tale Stato, di violazioni sistematiche e gravi di diritti umani. Non sono altresì ammessi il respingimento o l'espulsione di una persona verso uno Stato qualora esistano fondati motivi di ritenere che l'allontanamento dal territorio nazionale comporti una violazione del diritto al rispetto della sua vita privata e familiare, a meno che esso sia necessario per ragioni di sicurezza nazionale, di ordine e sicurezza pubblica nonché di protezione della salute nel rispetto della Convenzione relativa allo statuto dei rifugiati, firmata a Ginevra il 28 luglio 1951, resa esecutiva dalla legge 24 luglio 1954, n. 722, e della Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea. Ai fini della valutazione del rischio di violazione di cui al periodo precedente, si tiene conto della natura e della effettività dei vincoli familiari dell'interessato, del suo effettivo inserimento sociale in Italia, della durata del suo soggiorno nel territorio nazionale nonché dell'esistenza di legami familiari, culturali o sociali con il suo Paese d'origine”.
Al comma 1.2, è stato quindi previsto che nei casi del comma 1 e comma 1.1 il Questore rilasci, previo parere della Commissione Territoriale, un permesso denominato per «protezione speciale».
Infine, differentemente da quanto disposto in seguito al D.L. n. 113/2018, con D.L. n. 130/2020 il legislatore ha previsto che il permesso per protezione speciale abbia durata biennale (e non più annuale) e che sia convertibile in permesso di soggiorno per motivi di lavoro.
Com'è altresì noto, il D.L. n. 20/2023 (Disposizioni urgenti in materia di flussi di ingresso legale dei lavoratori stranieri e di prevenzione e contrasto all'immigrazione irregolare), convertito con modificazioni dalla L. n. 50/2023, prevede all'art. 7, secondo comma che “per le istanze presentate fino alla data di entrata in vigore del presente decreto, ovvero nei casi in cui lo
2 straniero abbia già ricevuto l'invito alla presentazione dell'istanza da parte della Questura competente, continua ad applicarsi la disciplina previgente”, sicché non possono esservi dubbi in ordine all'applicabilità nella presente causa della forma di protezione complementare stabilita in forza del comma 1.1 dell'art. 19 D.lgs. n. 286/1998, come formulata in seguito all'art. 1 del
D.L. n. 130/2020, convertito con L. n. 137/2020.
La prima parte del novellato art. 19, comma 1.1, D.lgs. n. 286/1998 esplicita il divieto assoluto di non refoulement collegato sia al rischio del richiedente di essere sottoposto a trattamenti inumani e degradanti, formula che richiama il principio di cui all'art. 3 CEDU, sia alla clausola generale di cui all'art. 5, comma 6, D.lgs. n. 286/1998. Tale norma appare inoltre riconoscere uno spazio residuale di tutela per coloro che si trovino in condizioni di vulnerabilità non rilevanti ai fini delle protezioni maggiori ma comunque di rilevo costituzionale (art. 10, comma 3, Cost.).
La seconda parte dell'art. 19, comma 1.1., ha invece introdotto una nuova fattispecie di inespellibilità per rischio di violazione del diritto alla vita privata e familiare.
Ciò posto, è evidente come tale nuova forma di protezione speciale, contemplata nella nuova normativa configuri in buona misura l'esito del percorso di sistemazione interpretativa avente ad oggetto la precedente protezione umanitaria, elaborato prima dell'intervento legislativo del 2018 dalla giurisprudenza di merito e di legittimità, sulla falsariga della giurisprudenza CEDU sul rispetto della vita privata e familiare di cui all'art. 8 CEDU, e, anzi, come per alcuni aspetti ne ampli la portata.
Con riguardo al quadro normativo antecedente alla riforma del 2020 (ancora applicabile ai procedimenti pendenti avanti alla Corte di Cassazione), le Sezioni unite, sul solco delle pronunce che hanno aperto ad un giudizio di comparazione attenuata (in particolare Sez. un., 13/11/2019,
n. 29459 e la fondamentale Sez. I, 23/02/2018, n. 4455, per cui “il parametro dell'inserimento sociale e lavorativo dello straniero in Italia può essere valorizzato come presupposto della protezione umanitaria non come fattore esclusivo, bensì come circostanza che può concorrere a determinare una situazione di vulnerabilità personale”) e superando, dunque, le pregresse
“oscillazioni interpretative registratesi nella giurisprudenza”, di legittimità e di merito, hanno inteso da ultimo “definire più precisamente i contorni della comparazione che il giudice è chiamato a compiere, davanti ad una domanda di permesso di soggiorno per motivi umanitari, tra la situazione che il richiedente lascerebbe in Italia e quella che egli troverebbe nel suo Paese di origine”, chiarendo la necessità di valorizzare il criterio del “diritto al rispetto della vita privata e familiare di cui all'art. 8 CEDU, quale prerequisito di una "vita dignitosa"; diritto, va
3 aggiunto, che inscindibilmente è connesso alla dignità della persona, riconosciuto nell'articolo 3
Cost., ed al diritto di svolgere la propria personalità nelle formazioni sociali, riconosciuto nell'articolo 2 Cost.” (Cass., Sez. un., 09/09/2021, n. 24413).
Hanno quindi osservato che “in base alla normativa del testo unico sull'immigrazione anteriore alle modifiche introdotte dal D.l. n. 113/2018, ai fini del riconoscimento della protezione umanitaria, occorre operare una valutazione comparativa tra la situazione soggettiva e oggettiva del richiedente con riferimento al paese di origine e la situazione d'integrazione raggiunta in Italia, attribuendo alla condizione del richiedente nel paese di provenienza un peso tanto minore quanto maggiore risulti il grado di integrazione che il richiedente dimostri di aver raggiunto nella società italiana, fermo restando che situazioni di deprivazione dei diritti umani di particolare gravità nel paese originario possono fondare il diritto alla protezione umanitaria anche in assenza di un apprezzabile livello di integrazione in Italia;
qualora poi si accerti che tale livello è stato raggiunto e che il ritorno nel paese d'origine renda probabile un significativo scadimento delle condizioni di vita privata e/o familiare tali da recare un "vulnus" al diritto riconosciuto dall'art. 8 della Convenzione EDU, sussiste un serio motivo di carattere umanitario, ai sensi dell'art. 5, comma 6, del d.lgs. n. 286 del 1998, per riconoscere il permesso di soggiorno” (sent. n. 24413/2021 cit.).
Per ritenere integrati i presupposti necessari al riconoscimento di tale forma di protezione complementare è, dunque, necessaria la prova di un pericolo di lesione dei diritti fondamentali della persona, derivante dalla comparazione fra la situazione nel paese di origine e l'effettiva integrazione nel tessuto sociale del paese ospitante, la quale può comprendere, ma non si esaurisce, nel suo inserimento lavorativo, dovendosi valorizzare, inevitabilmente, la necessità di preservare la vita privata e familiare del richiedente protezione, assicurati e garantiti, innanzitutto, dall'art. 8 della Convenzione EDU e dagli stessi artt. 2 e 3 in combinato disposto con l'art. 10, terzo comma della Costituzione.
Dunque, già nel regime precedente alla recente riforma dell'art. 19 (e dell'art. 5, comma 6 D.lgs.
n. 286/98, cui sono state aggiunte le parole “fatto salvo il rispetto degli obblighi costituzionali o internazionali dello Stato italiano”), quanto più la persona abbia consolidato in Italia la propria vita privata e familiare, tanto più deve assumersi che il suo subitaneo e coartato sradicamento comporterebbe una manifesta lesione dei suoi diritti fondamentali.
A tale riguardo le Sezioni unite hanno invero efficacemente rilevato la necessità di verificare, caso per caso, “se il ritorno in Paesi d'origine rende probabile un significativo scadimento delle
4 condizioni di vita privata e/o familiare sì da recare un vulnus al diritto riconosciuto dall'art. 8 della Convenzione EDU, sussiste un serio motivo di carattere umanitario, ai sensi dell'art. 5
T.U. cit., per riconoscere il permesso di soggiorno”, sicché una volta accertata la sussistenza di una concreta rete di relazioni affettive e sociali ed “in presenza di un livello elevato
d'integrazione effettiva nel nostro Paese - desumibile da indici socialmente rilevanti quali (…) la titolarità di un rapporto locatizio, la presenza di figli che frequentino asili o scuole, la partecipazione ad attività associative radicate nel territorio di insediamento - saranno le condizioni oggettive e soggettive nel Paese di origine ad assumere una rilevanza proporzionalmente minore” (sent. n. 24413/2021, cit.).
L'art. 19, nella sua formulazione stabilita con la riforma del 2020, come detto applicabile ratione temporis a questo procedimento, richiede l'accertamento di “fondati motivi di ritenere che
l'allontanamento dal territorio nazionale comporti una violazione del diritto al rispetto della sua vita privata e familiare”, a meno che il respingimento o l'espulsione sia necessaria “per ragioni di sicurezza nazionale, di ordine e sicurezza pubblica” nonché, con espressione il cui significato è tuttora oggetto di dibattito, “di protezione della salute nel rispetto della
Convenzione relativa allo statuto dei rifugiati, firmata a Ginevra il 28 luglio 1951, resa esecutiva dalla legge 24 luglio 1954, n. 722, e della Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea”.
Ai fini della valutazione del rischio di violazione di cui al periodo precedente, la disposizione prescrive quindi che si tenga conto “della natura e della effettività dei vincoli familiari dell'interessato, del suo effettivo inserimento sociale in Italia, della durata del suo soggiorno nel territorio nazionale nonché dell'esistenza di legami familiari, culturali o sociali con il suo Paese
d'origine”.
Appare dunque evidente, con riguardo a tale forma di protezione speciale per il fondato timore di violazione della vita privata e familiare, come la stessa si inserisca appieno nel percorso già tracciato dalla Suprema Corte e, anzi, come segnalato dalla stessa Corte di Cassazione nell'ordinanza di rimessione alle Sezioni unite in relazione al quadro normativo precedente, verosimilmente ne concreti un ulteriore ampliamento, quanto meno nelle ipotesi in cui la tutela che si fondi sul grado d'integrazione (nell'ordinanza si legge, invero, che l'art. 19 nella formulazione attuale prevede “una misura che pare configurarsi più ampia di quella della protezione umanitaria per integrazione sociale, come elaborata dalla giurisprudenza di questa
Corte. Soprattutto, la norma individua chiaramente i fattori di comparazione, in un'ottica di
5 bilanciamento tra le "ragioni di sicurezza nazionale ovvero di ordine e sicurezza pubblica", da un lato, e le condizioni soggettive ed oggettive del cittadino straniero in dettaglio declinate, dall'altro, valorizzando, come ostativi al rimpatrio, la "solidità" dei legami con il nostro paese e
l'affievolimento di quelli con il paese di origine”, sicché “mediante un percorso evolutivo ulteriore rispetto a quello tracciato dalle Sezioni Unite del 2019, ma sempre col sostegno dell'art. 8 CEDU e nel solco di principi già affermati, peraltro valorizzato dal legislatore nel d.l.
n. 130 del 2020, può ritenersi che, nelle ipotesi considerate e a date condizioni, il vulnus possa conseguire direttamente, anche, proprio dall'allontanamento del cittadino straniero dal paese di accoglienza”, osservando che in questi casi “l'allontanamento può configurarsi come evento idoneo a provocare la lesione dei diritti umani fondamentali che connotano il "radicamento" dello straniero nel paese di accoglienza e dei quali il richiedente risulterebbe privato nel paese di origine. Dunque, la vulnerabilità, in questa ipotesi, può scaturire dallo "sradicamento" del cittadino straniero che, col tempo, abbia trovato nel paese ospitante una stabile condizione di vita, da intendersi riferita non solo all'inserimento lavorativo, che è indice indubbiamente significativo, ma anche ad altri ambiti relazionali rientranti nell'alveo applicativo dell'art. 8”,
Corte di cassazione Sez. 6 - 1, Ordinanza interlocutoria n. 28316 del 2020).
A tale riguardo appare di rilievo che le Sezioni Unite, investite, come detto, della questione di massima importanza, pur escludendo che le “ricadute sistematiche dei nova recati dal citato decreto legge n. 130 del 2020” possano dare luogo in via diretta a una revisione del criterio di comparazione applicabile nelle controversie in cui deve applicarsi la precedente cd. protezione umanitaria, ha pure avuto modo di evidenziare la novità contenuta nella nuova forma di protezione speciale, sottolineando che “il decreto legge n. 130/2020 ha ancorato il divieto di respingimento od espulsione non più soltanto all'art. 3, ma anche all'art. 8, della Convenzione europea dei diritti dell'uomo, declinando la disposizione di detto articolo 8 in termini di tutela del "radicamento" del migrante nel territorio nazionale e qualificando tale radicamento come limite del potere statale di allontanamento dal territorio nazionale, superabile esclusivamente per ragioni, come si è visto, di sicurezza nazionale, di ordine e sicurezza pubblica nonché di protezione della salute” (sentenza n. 24413/2021, cit.).
Secondo le parole delle Sezioni unite, dunque, ove sia accertato in concreto il pericolo di lesione del diritto al rispetto della vita privata e familiare, tale divieto di allontanamento può essere oggi
“superabile esclusivamente” ove sia accertato, in concreto, che l'allontanamento sia
“necessario” per “ragioni di sicurezza nazionale, di ordine e sicurezza pubblica nonché di
6 protezione della salute”, le quali, com'è evidente, debbono essere ancorate a specifici elementi acquisiti in ordine alla condotta del ricorrente (sent. n. 24413/2021 cit.).
Non può dubitarsi dunque che la disposizione de qua riconosca il diritto soggettivo al rilascio del detto permesso di soggiorno per protezione speciale nell'ipotesi in cui sia accertato il rischio che l'allontanamento della persona possa determinare una violazione del suo diritto alla vita privata e familiare, affermando la necessità di verificare se il subitaneo sradicamento comporti il pericolo di una grave deprivazione dei suoi diritti umani, intesa in termini di diritto alla vita privata e familiare e alla stessa identità e dignità personale.
Venendo al caso di specie, si deve osservare come nei dieci anni trascorsi sul territorio italiano il ricorrente abbia radicato qui la propria vita privata, sia per l'attività lavorativa svolta nel momento in cui era titolare di valido titolo di soggiorno che per le relazioni – affettive, amicali, nei rapporti di lavoro e sociali – inevitabilmente intrecciate con tutti i suoi contatti sociali.
L'inserimento nel contesto italiano è confermato in primo luogo da una discreta conoscenza della lingua italiana: egli, infatti, ha conseguito il certificato di lingua italiana di livello A1 ed ha, altresì, frequentato un corso di apprendimento della lingua italiana di livello A2 (cfr. attestato di conoscenza della lingua italiana livello A1; attestato di frequenza corso di lingua italiana livello
A2). Tale conoscenza approfondita della lingua italiana risulta, altresì, confermata dal fatto che il richiedente dal 2024 svolge attività di volontariato presso lo sportello di ascolto dell'Associazione ACB Social Inclusion di , fornendo sostegno linguistico e mediazione CP_1 culturale (cfr. attestato di volontariato presso ACB Social Inclusion).
Il ricorrente, inoltre, è uscito dal sistema di accoglienza ed ha trovato una propria sistemazione abitativa a dimostrazione della sua raggiunta indipendenza: dalla documentazione in atti, infatti, risulta che attualmente il ricorrente vive ad , via P. Borri n. 15 (cfr. dichiarazione di CP_1 ospitalità).
Ulteriore conferma dell'inserimento del ricorrente nel tessuto sociale si rinviene nel fatto che egli ha frequentato corsi di formazione (cfr. attestato di frequenza al corso di formazione/addestramento sull'uso del decespugliatore/soffiatore/tagliaerba/tagliasiepi e attestato di frequenza al corso di formazione rischi specifici per la manutenzione dei giardini) ed ha svolto attività di volontariato, dapprima nella città di San Zenone degli Ezzelini (TV) impegnandosi nel miglioramento del decoro urbano della città e, in un secondo momento, presso lo sportello di ascolto dell'associazione ACB Social Inclusion di , fornendo sostegno linguistico e CP_1 mediazione culturale (cfr. attestati attività di volontariato).
7 Per ciò che concerne l'inserimento lavorativo maturato dal ricorrente sul territorio nazionale occorre rilevare che lo stesso, fintanto che è stato titolare di valido permesso di soggiorno inizialmente per richiedente asilo, ha svolto regolare attività lavorativa: dapprima, nel 2018, alle dipendenze di con qualifica di coloritore di pelli, e nel 2019 Controparte_2 alle dipendenze di (cfr. estratto conto previdenziale;
modelli Unilav;
Certificazione CP_3
Unica).
Tale integrazione lavorativa, tuttavia, si è interrotta a seguito della formalizzazione dell'istanza di riconoscimento della protezione speciale, quando è stato rilasciato al ricorrente il relativo cedolino recante la dicitura “divieto di svolgere attività lavorativa”, che gli ha impedito di consolidare il percorso da lui avviato (cfr. ricevuta richiesta protezione speciale).
Ciononostante, il ricorrente nel corso degli anni si è prontamente attivato per intraprendere un percorso di integrazione sul territorio nazionale quantomeno dal punto di vista strettamente sociale, unica strada allo stesso percorribile considerato il divieto di svolgimento di attività lavorativa, ed ha, come si è visto, all'uopo svolto numerose attività di volontariato a favore della collettività ed ha partecipato con profitto a corsi di apprendimento della lingua italiana (cfr. attestati di volontariato e di conoscenza della lingua italiana).
Da ultimo il ricorrente, grazie all'intervento del legale ed alla sospensiva concessa con ordine alla Questura di correggere la ricevuta di presentazione dell'istanza di riconoscimento della protezione speciale consentendo lo svolgimento di attività lavorativa, ha potuto instaurare regolare rapporto lavorativo alle dipendenze di Parte_3 Controparte_4 valido fino al 31.12.2025, con qualifica di operatore ecologico (cfr. modello Unilav in atti).
[...]
Dalla documentazione in atti si rileva, infine, come il medesimo, negli anni in cui ha potuto svolgere regolarmente attività lavorativa abbia prodotto redditi pari complessivamente a €
4.247,00 nel 2018 e a € 8.849,00 nel 2019 (cfr. estratto conto previdenziale).
Nonostante la loro modestia, gli stessi sono risultati rapidamente in crescita e, unitamente al rapporto lavorativo da ultimo instaurato e tuttora in essere, attestano la capacità del ricorrente di reperire una fonte di reddito che gli consenta di progredire e consolidare il suo radicamento in
Italia.
Per altro verso, non può dubitarsi che alla lunga durata del soggiorno in Italia corrisponda un progressivo sfilacciamento dei legami con il paese d'origine, senza che possa assumere rilievo dirimente la presenza e gli scarni rapporti, per lo più telefonici, con i familiari ivi rimasti.
8 Appare quindi che l'attività lavorativa nuovamente intrapresa dal ricorrente, la buona rete di relazioni sociali da lui costruita negli anni di permanenza sul territorio italiano, la conoscenza della lingua italiana, che gli consente di partecipare pienamente alla vita della comunità, integrino una consolidata vita privata in Italia, la cui lesione non è consentita ai sensi dell'art. 8
CEDU e dell'art. 19 co.
1.1 T.U.I. in mancanza di pericoli per l'ordine e la sicurezza pubblica derivanti dalle condotte del ricorrente.
Va precisato, sul punto, che né il PM né la Commissione territoriale hanno rilevato condizioni ostative al riguardo. A tal proposito, infatti, nulla risulta dal casellario giudiziale prodotto in atti.
La vita privata, infatti, intesa come manifestazione dell'individualità ampia ed insuscettibile di esatta delimitazione, è connotata da una pluralità di proiezioni, fra le quali certamente vi è: il diritto allo sviluppo della personalità mediante intreccio di relazioni con altri (Corte Europea dei
Diritti dell'Uomo - sentenza ET c. Germania -16/12/1992); il diritto all'identità sociale ed alla stabilità dei riferimenti del singolo presso una data collettività (Corte Europea dei Diritti dell'Uomo - sentenza Pretty c. Regno Unito – 29/04/2002); il domicilio che designa lo spazio fisico in cui si svolge la vita privata e familiare del singolo (Corte Europea dei Diritti dell'Uomo
- sentenza EL c. Italia – 02/11/2006). È infatti nel corso della vita lavorativa che la maggior parte delle persone ha una significativa, se non la più grande, opportunità di sviluppare relazioni con il mondo esterno (Corte Europea dei Diritti dell'Uomo - sentenza ET vs.
Germany – 16/12/1992: “There appears, furthermore, to be no reason of principle why this understanding of the notion of "private life" should be taken to exclude activities of a professional or business nature since it is, after all, in the course of their working lives that the majority of people have a significant, if not the greatest, opportunity of developing relationships with the outside world”).
La valutazione congiunta dei sopradescritti elementi conduce ad affermare la sussistenza delle condizioni per il rilascio del permesso di soggiorno per protezione speciale: la mancanza di precedenti penali e la capacità dimostrata di saper cogliere le occasioni di inserimento e di integrazione sono gli elementi che dimostrano la necessità di proteggere il ricorrente dal rischio di una certa e rilevante violazione del rispetto della propria vita privata come realizzata sul territorio italiano, ciò che avverrebbe in caso di rimpatrio.
Il pregiudizio che patirebbe l'interessato per via di un nuovo possibile sradicamento dal territorio italiano e dei gravi disagi che egli ritrarrebbe dalla ricerca di un nuovo radicamento nel territorio di origine, che ha lasciato anni addietro, inducono infatti ad affermare la sussistenza dei
9 presupposti per il riconoscimento della protezione speciale, essendo ravvisabile la necessità di proteggere il ricorrente dal rischio di una certa e rilevante compromissione dei suoi diritti fondamentali inviolabili che avverrebbe nel caso di rientro nel Paese di origine, dove si troverebbe ad affrontare le difficoltà proprio di un reinserimento, vanificando tutti gli sforzi proficuamente impiegati nel nostro Paese per la ricerca di un impiego stabile e per assicurarsi un'esistenza dignitosa.
Sussistono, in conclusione, le condizioni per il rilascio del permesso di soggiorno per protezione speciale.
Riguardo al regime giuridico del permesso di soggiorno conseguente al riconoscimento della protezione speciale va rilevato per un verso come la stessa debba essere riconosciuta in forza dell'art. 19, comma 1 e 1.1 nella formulazione successiva al D.L. n. 20/2023, convertito con modificazioni dalla L. 5 n. 50/2023, e come per altro verso il già ricordato art. 7, secondo comma preveda che “per le istanze presentate fino alla data di entrata in vigore del presente decreto, ovvero nei casi in cui lo straniero abbia già ricevuto l'invito alla presentazione dell'istanza da parte della Questura competente, continua ad applicarsi la disciplina previgente”, sicché non possono esservi dubbi in ordine alla necessaria applicazione al detto permesso di soggiorno della disciplina previgente. Lo stesso ha dunque durata di due anni, consente lo svolgimento di attività lavorativa, è rinnovabile ed è convertibile in permesso di soggiorno per motivi di lavoro.
Atteso che la presente decisione è fondata sulla valutazione ex nunc di elementi formatisi e comunque consolidatisi nel corso del giudizio, sussistono nella specie i presupposti di cui all'art. 92, secondo comma, c.p.c. per l'integrale compensazione delle spese di lite.
Atteso che la presente decisione è fondata sulla valutazione ex nunc di elementi formatisi e comunque consolidatisi nel corso del giudizio, sussistono nella specie i presupposti di cui all'art. 92, secondo comma, c.p.c. e, in ogni caso, gravi e circostanziate ragioni (cfr. Corte Cost., n.
77/2018) per l'integrale compensazione delle spese di lite.
P.Q.M.
Il Tribunale, definitivamente pronunciando, ogni diversa istanza ed eccezione disattesa o assorbita, così provvede:
RICONOSCE al ricorrente il diritto al permesso per protezione speciale ai sensi dell'art. 32, co.
3, D.lgs. n. 25/2008 e 19, co. 1 e 1.1., D.lgs. n. 286/1998 e DISPONE di conseguenza la trasmissione degli atti al Questore competente per territorio per il rilascio del conseguente
10 permesso di soggiorno per protezione speciale avente durata di due anni, rinnovabile e convertibile in permesso di soggiorno per motivi di lavoro; compensa integralmente le spese di lite.
Manda alla Cancelleria per gli adempimenti di competenza.
Così deciso in Firenze in camera di consiglio il 10/12/2025
La Giudice
Dott.ssa NA OV
La Presidente
Dott.ssa Barbara Fabbrini
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