Sentenza 4 febbraio 2025
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Sul provvedimento
| Citazione : | Trib. Trani, sentenza 04/02/2025, n. 235 |
|---|---|
| Giurisdizione : | Trib. Trani |
| Numero : | 235 |
| Data del deposito : | 4 febbraio 2025 |
Testo completo
n.2408/2024 R.G.
REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
Il Giudice del Lavoro del Tribunale di Trani, Eugenio Carmine
Labella, nella presente controversia in materia di previdenza ed assistenza obbligatorie tra
, con l'assistenza e difesa Parte_1 CodiceFiscale_1 dell'avv. FRIGGIONE LUCIA -c.f. ; C.F._2
-parte ricorrente-
e
-con l'assistenza e difesa dell'avv. BOVE ANTONIO -c.f. CP_1
; C.F._3
-parte resistente- all'udienza del 04/02/2025 - all'esito della trattazione scritta disposta con decreto ritualmente comunicato alle parti - ha emesso, ai sensi del combinato disposto degli articoli 429 e 127 ter c.p.c., la seguente sentenza.
ESPOSIZIONE DELLE RAGIONI
DI FATTO E DI DIRITTO DELLA DECISIONE
La parte ricorrente, contestate le conclusioni del consulente tecnico d'ufficio (nominato nella fase di accertamento tecnico per la verifica preventiva delle condizioni sanitarie legittimanti la pretesa fatta valere), ha depositato in data 25/03/2024 – entro il termine perentorio di trenta giorni dalla formulazione della dichiarazione di dissenso – il ricorso introduttivo del giudizio di merito, chiedendo, previo accertamento della sussistenza del requisito contributivo e sanitario richiesti dalla legge, la condanna dell' alla erogazione della pensione ordinaria CP_1
1
Ha resistito l' , chiedendo il rigetto della domanda, in quanto CP_1 inammissibile e infondata.
La domanda attorea è infondata e, pertanto, deve essere rigettata sulla base delle argomentazioni di seguito esposte.
Preliminarmente, occorre evidenziare che la disciplina introdotta con la legge n. 222/84 ha apportato significative innovazioni rispetto alla disciplina precedente, in primo luogo qualificando come “invalido” il soggetto la cui capacità di lavoro, in occupazioni confacenti alle sue attitudini, sia ridotta in modo permanente a causa di difetto fisico o mentale, a meno di un terzo;
nonché definendo “inabile” colui il quale a causa di infermità o difetto fisico o mentale, si trovi nell'assoluta e permanente impossibilità di svolgere qualsiasi attività lavorativa.
Rispetto alla pregressa disciplina è stato introdotto dal legislatore del 1984 un più rigoroso requisito di attualità contributiva (3 anni di contribuzione nel quinquennio precedente la domanda), fermo restando il requisito assicurativo minimo complessivo di 5 anni;
tali requisiti assicurativi e contributivi possono validamente perfezionarsi anche in corso di istruttoria o di contenzioso amministrativo, con conseguente differimento, in tal caso, della decorrenza della prestazione previdenziale dalla data di tale perfezionamento.
In via preliminare, si deve rimarcare che, secondo il consolidato orientamento della giurisprudenza di legittimità al quale si ritiene di dare continuità (Cass. Sez. 6 – Lav., est. Dott.
Adriana Doronzo, Ordinanza n.12429 del 2019, ud. 06/02/2019 dep.
09/05/2019), «il vizio, denunciabile in sede di legittimità, della sentenza che abbia prestato adesione alle conclusioni del consulente tecnico d'ufficio, è ravvisabile solo in caso di palese devianza dalle nozioni correnti della scienza medica, la cui fonte
2 va indicata, o nell'omissione degli accertamenti strumentali dai quali, secondo le predette nozioni, non può prescindersi per la formulazione di una corretta diagnosi, mentre al di fuori di tale ambito la censura costituisce mero dissenso diagnostico che si traduce in un'inammissibile critica del convincimento del giudice, pretendendo da questa Corte un sindacato di merito inammissibile
(v. Cass., ord. 3 febbraio 2012, n. 1652)».
Nel caso in esame, occorre evidenziare che nella fattispecie sottoposta all'odierno vaglio, la consulenza tecnica d'ufficio redatta nella fase di accertamento tecnico preventivo – le cui conclusioni Questo Giudicante reputa condivisibili, in quanto fondate sull'anamnesi delle condizioni di salute della parte ed immuni da errori di metodo o vizi logici – ha affermato che la capacità di lavoro della parte ricorrente, in occupazioni confacenti alle sue attitudini, non è esclusa totalmente in modo permanente, né è ridotta in modo permanente a meno di un terzo.
In particolare, si condivide la seguente valutazione medico-legale espressa dal CTU nella sua relazione scritta:
«I risultati degli accertamenti espletati consentono di rispondere con motivato parere ai quesiti posti.
Le patologie da cui è affetta la periziata si concretizzano in
“Discopatie cervicali e lombo-sacrali anche a carattere francamente erniario con sofferenza neurogena. Spondiloartrosi.
Crollo vertebrale di D7 da esiti fratturativi. Ipoacusia neurosensoriale bilaterale simmetrica di entità moderata-grave, protesizzabile. Sdr depressiva endogena cronica grave. BPCO di grado severo. Cardiopatia ipertensiva, Classe NHYA III” (ICD9-CM:
723-3 35%; 724-2 35%; 429.10-3 55%; 296.3-2 60%) (D.M. Sanità
5.2.1992 6446 55%; 7009 30%; 7010 35%; 2210 70%) che non determinano una riduzione permanente a meno di un terzo della sua normale capacità lavorativa.
Tale quadro clinico era già raggiunto alla data della domanda amministrativa.
Si sottolinea però, che per quanto attiene alla valutazione del requisito sanitario si tratta comunque di una valutazione
3 approssimativa in quanto per l'Inabilità Ordinaria al lavoro non si può fare pedissequo rimando alle tabelle di legge e purtroppo non c'è alcuna tabella specifica di riferimento.
A differenza dell'invalidità civile, che presuppone una valutazione della capacità lavorativa generica (cioè uguale per tutti) e per tale motivo vede ogni patologia tabellata con un grado di invalidità fisso, per la IO la valutazione deve essere fatta in concreto [capacità lavorativa specifica] tenendo conto non solo degli stati patologici, ma anche dei fattori extrapatologici, quali età, grado di istruzione, attitudini psicofisiche, ambiente socioeconomico, ecc.
Infatti, per “capacità di lavoro in occupazioni confacenti alle proprie attitudini” si intende l'idoneità psicofisica dell'individuo in occupazioni confacenti il suo “patrimonio bioattitudinale e professionale”: età, sesso, ambiente familiare, livello d'istruzione, esperienza professionale, predisposizione per particolari attività, ecc.
Il disco intervertebrale è quel cuscinetto interposto fra due vertebre, che funge da legante e da ammortizzatore fra queste, ed
è formato da un involucro esterno molto resistente, fibroso, chiamato anulus, e da un contenuto interno più molle ed elastico, chiamato nucleo polposo.
Quando un disco intervertebrale viene sottoposto a traumi intensi o ripetuti, può andare incontro ad un'usura precoce;
ciò può determinarne la deformazione o la rottura, parziale o a tutto spessore.
In relazione quindi alla gravità della lesione discale si parla di: Bulging ovvero lieve deformazione del disco, senza rotture;
Protrusione ovvero deformazione del disco con variabile debordanza e parziale rottura delle fibre interne dell'anulus; Ernia discale ovvero rottura a tutto spessore dell'anulus con fuoriuscita di parte del nucleo polposo.
L'ernia del disco è una affezione della colonna vertebrale in cui a causa della degenerazione dell'anulus fibroso del disco vertebrale, si può verificare una piccola rottura, lacerazione,
4 dell'anulus fibroso, o un suo sfiancamento, con conseguente dislocazione del nucleo polposo. Quest'ultimo può quindi andare ad irritare o comprimere l'emergenza delle strutture nervose adiacenti con sintomi vari che possono andare dalle parestesie
(formicolio, sensazione di una ragnatela, intorpidimento, riduzione della sensibilità cutanea, dolore, bruciore, sensazione di caldo o freddo) all'impotenza funzionale dell'arto (es. non riuscire a tirare su il piede).
Il cedimento dell'anulus avviene di solito nell'ambito di un processo lento degenerativo a carico di tutto il complesso osteo- articolare tra una vertebra e l'altra e quindi dovrebbe coinvolgere fasce di età medio-avanzata.
Invece la vita sedentaria, il sovrappeso e il ripetersi di ripetuti micro- o macrotraumi sulla colonna vertebrale può provocare una precoce degradazione di tali strutture anatomiche e quindi portare alle manifestazioni cliniche in età anche giovanile.
La degenerazione e quindi l'ernia del disco sono spesso legati a fattori congeniti genetico-familiari, attivati o rivelati poi da varie cause come stress e traumi vertebrali, protratte posture viziate, movimentazione di carichi.
La responsabilità di fattori genetici spiega i moltissimi casi di degenerazioni discali nell'adolescenza. Il fumo, l'uso eccessivo dell'automobile ed il sovrappeso sono noti fattori favorenti l'usura del disco e quindi la formazione di un'ernia.
Le ernie più frequenti sono soprattutto quelle lombari, seguite poi da quelle cervicali e infine da quelle dorsali.
Sono però frequenti i casi di ernie multiple.
Per quanto riguarda la sintomatologia dell'ernia del disco, a seconda della localizzazione si può avere, a livello cervicale, cervicalgia;
cervico-brachialgia (ovvero dolore irradiato all'arto superiore), disturbi di sensibilità, motilità, trofismo e riflessi agli arti superiori;
disturbi di sensibilità, motilità e riflessi agli arti inferiori;
a livello dorsale, dolore intercostale;
a livello lombare inizia in genere con il cosiddetto “colpo della
5 strega” (lombalgia acuta con sciatalgia). Può presentarsi lombo- cruralgia (quando il dolore interessa il nervo crurale posto davanti la coscia); disturbi di sensibilità, motilità, trofismo e riflessi agli arti inferiori;
difficoltà a stare fermi a lungo in piedi;
disturbi sessuali;
disturbi sfinterici.
Oltre alla contrattura della muscolatura paravertebrale ed alla limitazione della motilità della colonna specie in flesso- estensione ed in rotazione, si ha dunque una sintomatologia che interessa alcune zone a seconda della radice nervosa interessata.
Spesso in queste zone, corrispondenti a determinate radici nervose, sono presenti parestesie.
Il trattamento, soprattutto all'inizio, è quasi sempre conservativo e si ricorre all'intervento chirurgico solo nei casi di deficit neurologici (perdita di forza o di sensibilità). Il vero problema dell'ernia del disco non è tanto il singolo episodio, che può guarire, bensì la tendenza alle recidive successive. Le recidive dopo un intervento chirurgico raggiungono anche il 70% entro i 5 anni, ecco perché si tende a non operare e ad avere un approccio più conservativo con la fisioterapia.
L'intervento chirurgico dovrebbe rappresentare “l'ultima spiaggia” per il paziente affetto da ernia discale.
Il trattamento di queste patologie a carico del tratto cervicale e lombare prevede dunque, l'uso delle terapie fisiche per togliere l'infiammazione e di una specifica ginnastica posturale che mira ad allungare, rendere più elastica e flessibile la muscolatura e la colonna stessa per ottenere, anche mediante dei “pompage”, una decompressione della radice nervosa interessata. L'integrazione di altre metodiche fisioterapiche rappresenta spesso l'optimum terapeutico.
Il trattamento medico è invece abbastanza standardizzato: antidolorifici, FANS (Farmaci Antinfiammatori Non Steroidei), miorilassanti, vitamine B1, B6 e B12. In rari casi, per quelli più dolorosi e complessi, si potrà utilizzare anche il cortisone.
La protrusione discale è invece una discopatia, ossia un'alterazione del disco intervertebrale. Consiste nello
6 schiacciamento da parte del nucleo delle fibre dell'anello.
Tuttavia, ciò non comporta una rottura delle fibre dell'anello stesso, come succede nell'ernia, ma il suo schiacciamento, soprattutto a livello del legamento longitudinale posteriore.
Essa si verifica quando il disco perde la sua consistenza originaria e le sue capacità di ammortizzare i carichi delle vertebre: deformandosi, protrude, cioè deborda e invade spazi non dovuti, per esempio toccando le radici nervose. Una protrusione importante può essere definita come l'anticamera dell'ernia del disco. Nei casi gravi, il disco arriva a comprimere radici nervose e dura madre (ovvero la guaina che riveste il midollo spinale).
La protrusione discale può essere asintomatica, ma spesso provoca dolori localizzati, a volte anche forti, o diffusi lungo il nervo che va a disturbare (sciatica).
In età giovanile le ragioni più frequenti di protrusioni sono sforzi eccessivi (anche da sport violenti), traumi o movimenti sbagliati ripetuti quotidianamente. Con l'età, la predisposizione genetica può sommarsi a posture sbagliate e sedentarietà.
Il 90% delle problematiche dovute a protrusioni si risolve con l'uso di farmaci antidolorifici e antinfiammatori abbinati a fisioterapia.
Per la diagnostica di una discopatia e anche di una conseguente ernia viene eseguito un test semplice che comporta il sollevamento delle gambe tese;
il paziente è sdraiato supino e il medico solleva lentamente le gambe dalle caviglie, la comparsa di un dolore nella parte posteriore delle gambe suggerisce la presenza di una discopatia. Per stabilire ed identificare l'entità della gravità, si deve ricorrere, però, a indagini strumentali quali:
TAC, RMN, EMG;
quest'ultimo viene eseguito per valutare il danno neurologico causato dalla compressione di una radice di un nervo periferico causata dall'ernia del disco.
L'ernia discale cervicale è uno spostamento del disco cervicale attraverso una interruzione dell'anulus fibroso;
l'erniazione può avvenire medialmente o lateralmente.
7 Le ernie mediane causano una compressione sul midollo spinale che si manifesta con segni clinici di mielopatia (ipostenia agli arti, aumento dei riflessi, spasticità, nei casi più gravi disturbi sfinterici). Le ernie laterali causano invece una compressione sulla radice nervosa che si manifesta con dolore e/o deficit radicolare. Il livello più frequente è C6-C7 seguito da C5-C6 e
C4-C5; molto rari gli altri livelli. Comunemente il paziente lamenta un dolore cervicale irradiato alla spalla, al margine mediale della scapola e all'arto superiore con irradiazione diversa a seconda del livello interessato. A livello C6-C7 il dolore si irradia sul margine postero-laterale dell'avambraccio e al dito medio della mano;
può insorgere una ipostenia del muscolo tricipite che si manifesta con difficoltà nell'estensione dell'avambraccio sul braccio e può essere diminuito il riflesso tricipitale. A livello C5-C6 il dolore si irradia sul margine laterale dell'avambraccio, sul dorso della mano, sul pollice e sull'indice; vi può essere ipostenia del muscolo bicipite che si manifesta con difficoltà nella flessione dell'avambraccio sul braccio e può essere diminuito il riflesso bicipitale. A livello
C4-C5 si verifica una compromissione del muscolo deltoide che si manifesta con una difficoltà a sollevare il braccio e ad abdurlo.
L'esame di elezione per la diagnosi è la risonanza magnetica nucleare cervicale che evidenzia bene l'ernia del disco e fornisce informazioni sullo stato del disco stesso;
permette inoltre di visualizzare eventuali zone di sofferenza a livello midollare. La
TAC cervicale procura maggiore visualizzazione della componente ossea, soprattutto nei casi in cui vi sia anche una stenosi foraminale.
Il trattamento iniziale è conservativo. Può essere indicato l'utilizzo di un collare morbido cervicale per 2-3 settimane
(preferibilmente non oltre per evitare una atrofizzazione della muscolatura cervicale). La terapia farmacologica si basa sull'utilizzo di farmaci miorilassanti, di antiinfiammatori non steroidei, di analgesici e di cortisonici. Quando nonostante la terapia non si ha remissione della sintomatologia dolorosa o
8 quando sono presenti deficit neurologici ingravescenti, è indicato l'intervento chirurgico.
Viene generalmente eseguito per via anteriore con tecnica microchirurgica. Attraverso una incisione trasversale su una piega del collo centrata sul livello interessato, scollando i vari piani si raggiunge il piano vertebrale. Con l'ausilio del microscopio operatorio si asporta il disco intervertebrale e la sua parte erniata;
una volta svuotato il disco si inserisce uno spaziatore
(cage) nello spazio ed eventualmente anche una placca con viti fra le due vertebre. La chiave per il trattamento della mielopatia cervicale spondilosica è quella di eliminare la compressione dal midollo spinale. L'intervento viene eseguito per prevenire la progressione dei sintomi;
il miglioramento clinico può avvenire come può non avvenire.
Nella maggior parte dei casi, la salute del paziente migliora con il trattamento, sebbene possa trascorrere più di un anno prima che egli sia in grado di svolgere tutte le attività che desidera, senza avvertire dolore. In alcuni casi, si possono verificare delle complicanze, che rendono difficile la vita del paziente affetto da ernia del disco cervicale, ovvero dolore prolungato alla schiena, dolore alla gamba, perdita di movimento o di sensibilità del piede o delle gambe, perdita del controllo della vescica e dell'intestino, lesione permanente del midollo spinale.
L'artrosi è una malattia reumatica cronica caratterizzata da lesioni degenerative della cartilagine articolare. Il processo non coinvolge solo la cartilagine, ma colpisce l'intera articolazione, incluso l'osso subcondrale, membrana sinoviale, legamenti, capsula e muscoli peri-articolari. L'artrosi è certamente la più comune delle malattie dell'apparato muscolo scheletrico. La prevalenza aumenta con il progredire dell'età, è più alta nelle donne rispetto agli uomini;
non vi è differenza fra bianchi e persone di colore, mentre la frequenza è minore fra gli Asiatici. La prevalenza, infine, è maggiore fra i soggetti in sovrappeso e obesi. L'impatto sociale della malattia è molto alto. Si stima che almeno il 3% della popolazione abbia limitazione della propria
9 attività lavorativa conseguente all'impegno articolare in corso di artrosi. Il processo degenerativo che coinvolge la cartilagine esita in una serie di modificazioni che conducono a perdita della cartilagine articolare. La cartilagine è una struttura che riveste i capi articolari e ha la funzione di distribuire uniformemente il carico meccanico, di diminuire l'attrito durante il movimento e assorbire i micro-traumatismi derivati dal carico sull'articolazione. A seguito del consumo della cartilagine, i capi ossei contrapposti entrano in contatto e si danneggiano a seguito della frizione. Lesioni caratteristiche dell'artrosi sono gli “osteofiti”: piccole escrescenze di tessuto osseo, che compaiono alla periferia delle zone sottoposte al carico che hanno la funzione di aumentare la superficie di contatto e ridurre il carico articolare. I distretti più colpiti dall'artrosi sono le ginocchia, le anche, la colonna cervicale e lombare e le piccole articolazioni delle mani. Quando clinicamente evidente, l'artrosi
è caratterizzata da dolore, rigidità e limitazione funzionale delle articolazioni coinvolte.
Numerosi sono i fattori che si associano e possono condizionare lo sviluppo dell'artrosi, in particolare l'età, il sesso, fattori meccanici, il sovrappeso, fattori genetici e malattie endocrino- metaboliche appaiono di rilevanza critica. L'artrosi aumenta indubbiamente con l'età. Riguardo al sesso, l'artrosi di ginocchio, così come l'artrosi delle mani, è più frequente nelle femmine che nei maschi. Le cause non sono solo ormonali. Sembra, infatti, che altri fattori come il metabolismo tissutale, la differente massa corporea e la genetica svolgano un ruolo rilevante nel determinare tali differenze. I microtraumi continuati, conseguenti a malformazioni articolari, così come i traumi ripetuti, che occorrono in particolari attività occupazionali o attività sportiva agonistica (calcio, tennis, tuffi), possono avere un ruolo critico nella genesi di alcune forme di artrosi. Fattori genetici hanno un ruolo nell'artrosi nodulare della mano (che predilige soggetti di sesso femminile della stessa famiglia), nella gonartrosi e spondiloartrosi (più
10 frequenti nei gemelli mono e dizigoti). Altri fattori che possono predisporre all'artrosi, sono per esempio precedenti fratture e lesioni articolari, alcune malattie ematologiche (emofilia),
l'osteonecrosi avascolare e altre malattie reumatiche quali artrite reumatoide e gotta.
Le manifestazioni cliniche dell'artrosi sono essenzialmente rappresentate dal dolore e dalla limitazione funzionale. Il dolore spesso inizia in maniera insidiosa, come dolore profondo, non presente a riposo, usualmente localizzato alle articolazioni coinvolte ed è definibile come “meccanico”. Il dolore, cioè, compare o si accentua con il carico articolare, durante la stazione eretta, e tende a migliorare durante le ore notturne per ricomparire durante il giorno. Il dolore, quindi, a differenza di quanto succede nell'artrite, si riduce o scompare con il riposo.
Al dolore si associa una rigidità mattutina della durata di pochi minuti (di circa 10 minuti fino ad un massimo di 15-20 minuti) che si risolve con la mobilizzazione dell'articolazione. Al dolore si associa, inoltre, la limitazione funzionale di grado variabile a seconda dello stadio di malattia. Può essere reversibile nelle fasi iniziali per divenire stabile negli stadi avanzati quando si instaurano le deformità articolari. Il gonfiore dell'articolazione in corso di artrosi è caratterizzato da una tumefazione solitamente dura e dovuta alla presenza degli osteofiti.
Caratteristico è il rilevamento, in seguito alla mobilizzazione, degli scrosci articolari (crepitii) prodotti dallo sfregamento dei capi articolari non più rivestiti e protetti dalla cartilagine.
In corso di artrosi il laboratorio non è di aiuto per la diagnosi.
Il dolore meccanico, la limitazione funzionale, le tumefazioni ossee, gli scrosci articolari sono i segni che lo specialista ricerca nel momento in cui si trova di fronte ad un paziente potenzialmente colpito da artrosi. Altre conferme vengono poi tratte dalla radiografia convenzionale che mostra elementi caratteristici, quali riduzione della rima articolare, tipicamente asimmetrica, sclerosi dell'osso subcondrale e presenza di osteofiti. Frequente il riscontro di cisti subcondrali. Nelle fasi
11 tardive si possono osservare sporgenze ossee e deformità dei capi delle articolazioni coinvolte. La Risonanza magnetica nucleare consente il rilievo delle alterazioni artrosiche nelle fasi precoci di malattia.
Non esiste un farmaco in grado di “fermare” l'artrosi. L'approccio terapeutico si basa su modifiche dello stile di vita, su un approccio farmacologico e/o chirurgico. Nel primo caso si punta a far recuperare al paziente artrosico uno stile di vita attivo, oltre all'adozione di un regime dietetico mirato a ottenere una perdita di peso (se necessario), soprattutto nel caso in cui la malattia coinvolga articolazioni sottoposte a carico (ginocchia, anca, caviglie). Oltre all'aumento ponderale, la sedentarietà è infatti responsabile di perdita del tono muscolare, con conseguente riduzione della stabilità di un'articolazione. Una graduale riduzione del peso corporeo in rapporto all'età, alle condizioni generali del soggetto e alle eventuali patologie associate, è indispensabile per non vanificare gli effetti di altre terapie. È importante inoltre correggere eventuali alterazioni metaboliche (diabete, iperuricemia, dislipidemia); correggere eventuali disturbi vascolari (insufficienza venosa degli arti inferiori); adottare posture idonee diurne e notturne;
svolgere una regolare attività fisica;
proteggere adeguatamente le articolazioni. Nei pazienti nei quali questo trattamento non sia sufficiente possono essere usati farmaci analgesici
(paracetamolo), farmaci antiinfiammatori non steroidei (Fans),
COX2 inibitori. In alcuni casi possono essere utili iniezioni intrarticolari di corticosteroidi (per ridurre il gonfiore e dare sollievo dal dolore, quando all'artrosi si associa un processo infiammatorio). Altra opzione terapeutica sono i farmaci condroprotettori. Lo scopo della terapia condroprotettiva è quello di bloccare la progressione di malattia e stimolare i processi riparativi della cartilagine mediante la somministrazione dei costituenti elementari della matrice. Quando l'artrosi è in fase avanzata e si sono instaurate alterazioni anatomiche che abbiano modificato in modo irreversibile la biomeccanica
12 dell'articolazione, l'approccio chirurgico con l'applicazione di protesi (protesi di ginocchio ed anca), diviene la terapia più appropriata.
La spondiloartrosi è la degenerazione delle articolazioni della colonna vertebrale, che può verificarsi nella sua interezza o nel tratto lombare o cervicale. Si manifesta per lo più in soggetti di età avanzata o in individui dediti ai lavori pesanti o che assumono una postura incongrua del corpo. In questi casi, infatti, il rachide è sottoposto a pressioni molto significative. Anche un trauma può rappresentare un fattore importante per la comparsa della malattia.
I sintomi della spondiloartrosi si differenziano a seconda delle varie forme e dei gradi di entità e vanno dai comuni dolori al collo, alla schiena, fino ad arrivare anche ai glutei. Altre manifestazioni, in casi più degenerati, sono i formicolii a mani, piedi o braccia, perdita di sensibilità o irrigidimento delle articolazioni con conseguente limitazione della mobilità. Anche rumori simili a scricchiolii sono avvertibili quando si eseguono i movimenti del collo.
Per quanto riguarda le possibili cure, al momento non vi sono delle soluzioni definitive. Le migliori alternative sono gli interventi terapeutici atti a lenire il dolore o i disturbi;
parliamo quindi di fisioterapia, ginnastica correttiva, massaggi, nuoto. Anche l'utilizzo di farmaci è una possibile via da seguire, anche se è la meno frequente a causa del minor apporto benefico.
Infine, come ultima opzione possibile, a cui si fa spesso ricorso per i casi più gravi, c'è l'intervento chirurgico.
Nel corso del tempo, i cambiamenti degenerativi della spondilosi possono causare stenosi spinale, cioè il canale spinale diventa stretto e il midollo spinale può essere “pizzicato”. Si manifesta con mal di schiena e dolore bruciante nei glutei e nelle gambe
(sciatalgia). Il fastidio è descritto come un dolore o una sensazione di bruciore. In genere inizia nella zona delle natiche e si irradia lungo la gamba. Con la progressione del disturbo, può insorgere dolore al piede. Si può ancora presentare intorpidimento
13 o formicolio nei glutei e lungo la gamba e, una volta che la pressione raggiunge un livello critico, si può avere debolezza in uno o entrambi gli arti inferiori. Alcuni pazienti hanno il piede cadente o la sensazione che il piede striscia sul terreno mentre si cammina. Il dolore diminuisce quando il paziente si piega in avanti o quando è seduto e peggiora quando si sta in piedi o si cammina.
L'ipertensione è un fattore di rischio determinato dall' alterazione dei meccanismi complessi che regolano la pressione e nel 95% dei casi non si riconosce una causa precisa, identificabile e curabile.
La storia naturale dell'ipertensione inizia quando, in conseguenza di alterazioni dell'omeostasi cardiovascolare, si stabilisce uno stato di preipertensione, non sufficiente a determinare alti valori pressori, ma in grado di avviare la cascata di eventi che, nell'arco di molti anni, porta ad un'ipertensione stabilizzata che, se non adeguatamente trattata può causare una serie di complicanze (danno d'organo).
Quanto più elevata è la pressione e quanto più a lungo resta elevata, tanto maggiori sono morbilità e mortalità.
L'ipertensione arteriosa si giova di un corretto stile di vita, che può tenere sotto controllo i valori.
Quando siamo di fronte ad uno stato ipertensivo il muscolo cardiaco viene messo “sotto sforzo” ossia è costretto a pompare una quantità maggiore di sangue verso le vie periferiche perché la pressione all'interno dei vasi sanguigni è maggiore, necessitando di conseguenza di più ossigeno. La pressione alta provoca un ispessimento delle pareti e quindi un aggravamento dei rischi connessi all'aterosclerosi, ossia il deposito di grasso sulle pareti dei vasi sanguigni.
Spesso la cardiopatia ipertensiva non presenta sintomi ma a lungo andare può provocare danni cardiaci con conseguente insorgenza di dispnea, tachicardia, dolore toracico.
La cardiopatia ipertensiva può dipendere da un regime alimentare scorretto (assunzione di alcol, droghe, alimentazione ricca di
14 grassi e con eccesso di sale), situazioni ambientali e fattori genetici.
I pazienti affetti da cardiopatia ipertensiva frequentemente sono del tutto asintomatici/paucisintomatici o lamentano, come unici sintomi, palpitazioni, dispnea e ridotta tolleranza all'esercizio fisico, con conseguente limitazione della capacità funzionale. Ed
è proprio questa “limitazione funzionale”, intesa come ridotta tolleranza all'esercizio fisico, che è alla base dell'inquadramento del paziente in una delle 4 classi funzionali
NYHA (New York Heart Association). Nella I classe NYHA rientrano i soggetti che non hanno alcuna limitazione dell'attività fisica e le attività fisiche ordinarie non causano sintomi quali dispnea, palpitazioni od eccessivo affaticamento.
Trattasi essenzialmente di una fascia che raccoglie i pazienti in grado di effettuare sforzi parafisiologici e rientrano nel gruppo dei cardiopatici più per alterazioni morfo-strutturali e/o funzionali cardiache che per una reale limitazione all'esercizio fisico. Nella II classe sono inseriti i soggetti che accusano una lieve limitazione dell'attività fisica. Stanno bene a riposo, ma presentano sintomi durante le attività fisiche ordinarie.
Alla III classe afferiscono i soggetti che presentano una marcata limitazione dell'attività fisica. Continuano a star bene a riposo ma le attività fisiche inferiori all'ordinario causano sintomi.
Nella IV classe sono infine raccolti tutti quei soggetti i quali si trovano nella incapacità di eseguire qualsiasi attività fisica, anche minima, senza sintomi o li presentano addirittura a riposo.
La Depressione è un disturbo dell'umore.
Generalmente chi presenta i sintomi della depressione mostra e prova frequenti e intensi stati di insoddisfazione e tristezza e tende a non provare piacere nelle comuni attività quotidiane. Le persone che soffrono di depressione vivono in una condizione di costante malumore e con pensieri negativi e pessimisti circa sé stessi e il proprio futuro. Spesso, nasce dall'incapacità di accettare una perdita o il non raggiungimento di un proprio scopo
(che viene vissuto come un fallimento insuperabile). Si tratta per
15 esempio di tutte le forme depressive che nascono da lutti personali piuttosto che dalla perdita del lavoro o dalla rottura di un'importante relazione affettiva.
La sintomatologia tipicamente è più intensa al mattino e migliora nel corso della giornata e può manifestarsi con diversi livelli di gravità.
I sintomi della depressione più comuni sono la perdita di energie, senso di fatica, difficoltà nella concentrazione e memoria, agitazione motoria e nervosismo, perdita o aumento di peso, disturbi del sonno (insonnia o ipersonnia), mancanza di desiderio sessuale e dolori fisici. Le emozioni tipiche sperimentate da chi
è affetto da disturbo depressivo sono la tristezza, l'angoscia, disperazione, insoddisfazione, senso di impotenza, perdita della speranza, senso di vuoto.
I sintomi cognitivi sono la difficoltà nel prendere decisioni e nel risolvere i problemi, la ruminazione mentale (restare a pensare al proprio malessere e alle possibili ragioni), autocriticismo e autosvalutazione, pensiero catastrofico e pensiero pessimista. I comportamenti che contraddistinguono la persona depressa sono l'evitamento delle persone e l'isolamento sociale, i comportamenti passivi, frequenti lamentele, la riduzione dell'attività sessuale e i tentativi di suicidio.
Si può soffrire di depressione in modo acuto (con fasi depressive molto intense ed improvvise) oppure soffrirne in modo cronico e continuo, anche se in forma leggera, con alcuni improvvisi momenti di peggioramento.
In circa il 15% dei casi la depressione diventa un disturbo cronico con una durata di oltre 3 anni. Si hanno ricadute nel 50% dei casi. Dopo una prima ricaduta la probabilità di ricadere aumenta fino al 75%. Le conseguenze della depressione possono rappresentare importanti ripercussioni sulla vita di tutti i giorni. L'attività scolastica o lavorativa della persona può diminuire in quantità e qualità soprattutto a causa dei problemi di concentrazione e di memoria che tipicamente presentano le persone depresse. Questo disturbo, inoltre, porta al ritiro
16 sociale e con il tempo danneggia le relazioni con il/la partner, figli, amici e colleghi. L'umore della persona depressa condiziona anche il rapporto con sé stessi e il proprio corpo. Tipicamente, infatti, chi è depresso ha difficoltà a curare il proprio aspetto, mangiare e dormire in modo regolare.
La malattia depressiva, a livello clinico, viene classificata in base alle cause e al modo in cui insorge. La depressione endogena e la depressione reattiva sono due tipi differenti di depressione.
La prima è psicologicamente non derivabile, mentre la seconda è secondaria e segue a fatti ed eventi di perdita o di lutto. I sintomi della depressione endogena e di quella reattiva possono essere, in entrambi i casi, gravi.
Diversi sono anche gli elementi che caratterizzano queste due forme di depressione.
Come dice lo stesso termine, la depressione endogena è generata
“da dentro”: ha, quindi, un esordio brusco, immediato e grave che, generalmente, non coincide con un motivo ben spiegabile. Nella maggior parte dei casi, è come se, all'interno della personalità dell'individuo, avvenisse una frattura. Non c'è di solito un evento doloroso scatenante che possa essere riconosciuto. Il soggetto si trova a vivere un'esperienza di apatia e di senso di vuoto, che causa una forte sensazione di tristezza. Si tratta, dunque, di una malattia vera e propria, che può sopraggiungere dal nulla.
La sintomatologia della depressione endogena è abbastanza ampia.
Può essere grave e includere disturbi dell'umore, sensazione di sonno eccessivo, durante il giorno o insonnia, con risveglio precoce, perdita di appetito, apatia, tristezza, ansia sociale, mancanza di voglia di fare, senso di vuoto, calo del desiderio sessuale.
Le manifestazioni sintomatologiche tendono a peggiorare al mattino e a migliorare la sera. In questa forma di depressione, si ha spesso un'esperienza che, a livello clinico, è definita di coazione: il paziente non riesce a liberarsi di alcuni contenuti di coscienza, anche se allo stesso tempo riesce a giudicarli come
17 insensati;
di solito, li considera persistenti, anche se essi non possono essere considerati fondati a livello ragionevole.
Le cause della depressione endogena non sono semplici da individuare: si pensa, infatti, che possa esserci una componente genetica di fondo, ma non vi sono delle spiegazioni che possano giustificarne la comparsa e, dunque, vi è assenza di eventi dolorosi, traumi evidenti o, comunque, riconoscibili come scatenanti. Le cause di questa malattia non sono, quindi, evidenti e non sono esterne, ma il soggetto colpito si trova travolto dalle emozioni senza saperne il motivo, in modo repentino e grave.
La cura per la depressione endogena sarà prescritta, esclusivamente, da una figura medica, che stabilirà il tipo di trattamento, la durata e il dosaggio di eventuali medicinali da assumere o eventuali sedute di psicoterapia.
La prognosi e la durata della depressione endogena dipendono da diversi fattori: dalla gravità della condizione, ad esempio, ma anche dalla tempestività nell'intervenire e dall'età e dallo stato di salute del paziente. Ad ogni modo, generalmente, si ha una buona risposta al trattamento farmacologico.
Tutto ciò premesso e analizzando la mansione svolta dalla ricorrente, ovvero impiegata amministrativa nell'azienda di famiglia, si ritiene che la capacità lavorativa non sia inficiata dal quadro patologico che è caratterizzato da diverse patologie che però, a fronte del dichiarato stadio di gravità, hanno scarsa incidenza sulla capacità lavorativa.
Il lavoro svolto non espone a fattori di rischio che possano interferire con il quadro patologico.
Risulta irrilevante l'impegno a carico del rachide lombo-sacrale e cervicale, in quanto non richiede una Movimentazione Manuale dei
Carichi né espone a vibrazioni a corpo intero, come poteva avvenire in passato.
Tutte le altre patologie lamentate non hanno alcuna incidenza sulla mansione.
E neppure la sindrome depressiva di cui sarebbe portatrice è, di per sé, motivo di riduzione della capacità lavorativa. A tal
18 proposito va sottolineato che vivere in un clima economico e sociale di profonda insicurezza può portare gli individui ad ammalarsi più facilmente di disturbi mentali, primo fra tutti la depressione che è strettamente correlata alla perdita del posto di lavoro. D'altronde non bisogna dimenticare che per gli individui il lavoro non è soltanto un modo per sostenersi economicamente, ma anche un modo per mettere in atto competenze e per conseguire una certa realizzazione.
Per quanto fin qui esposto, non si può riconoscere alla sig.ra la riduzione della capacità lavorativa. Parte_1
CONCLUSIONI
Ai quesiti proposti si risponde che:
- la capacità di lavoro specifica del periziato, in occupazioni confacenti alle sue attitudini (legge 222/1984), non è permanentemente ridotta e non è permanentemente ridotta a meno di un terzo della sua normale, in occupazioni confacenti alle sue attitudini, a causa delle patologie da cui è affetta;
- tale quadro clinico era raggiunto alla data della visita di revisione» (si veda da pag. 5 a pag. 12 della sua relazione scritta).
Si condividono, inoltre, le repliche (di seguito riportate) che sono state esposte dal nominato CTU rispetto alle osservazioni formulate nel ricorso introduttivo del presente giudizio:
«Si fa osservare che la L. 222 ha modificato radicalmente i criteri che precedentemente erano stati alla base del concetto di invalidità pensionabile (si parla ora di capacità di lavoro connessa con lo stato fisio-psichico del lavoratore e non più di capacità di guadagno), va comunque precisato che la capacità di lavoro, cui fa riferimento la nozione di invalidità introdotta dalla legge 222, non è una capacità generica, bensì una capacità specifica di lavoro in occupazioni confacenti alle attitudini del soggetto protetto per cui occorre tener conto, caso per caso, della situazione dell'assicurato.
Vi è, quindi, netta distinzione tra:
19 - Capacità di lavoro generica, ovvero la idoneità psico-fisica dell'individuo ad espletare una qualsiasi attività lavorativa;
- Capacità di lavoro specifica, ovvero idoneità psico-fisica dell'individuo ad espletare il proprio lavoro in modo sicuro e senza rischi per la sua salute;
- Capacità di lavoro in occupazioni confacenti alle proprie attitudini, ovvero idoneità psicofisica dell'individuo ad espletare attività simili a quella esercitata e alle quali lo stesso possa eventualmente dedicarsi, facendo uso del proprio patrimonio bio-attitudinale e professionale.
Il contenzioso in oggetto attiene a quest'ultima definizione. Il focus della trattazione è, infatti, l'ambito della legge 222/84.
Il concetto di invalidità, dunque, si distingue tecnicamente da quello di inabilità lavorativa. È possibile che un soggetto sia invalido anche al 100% ma non giudicato inabile al lavoro, mentre
è anche ammissibile che una percentuale invalidante inferiore al
100%, e addirittura al 67%, possa essere accompagnata dal giudizio di inabilità alla prestazione di attività lavorativa.
Ed è questo il motivo per cui si determina la percentuale di invalidità attraverso le tabelle del DM 05.02.1992: per ragionare sulla inabilità è necessario che il quadro patologico determini almeno una ridotta capacità lavorativa superiore al 67%, pur sapendo che dette tabelle attengono all'ambito dell'invalidità civile e che il giudizio medico legale non può limitarsi all'applicazione matematica dei criteri tabellari utilizzati per il riconoscimento dell'invalidità civile stante le diversa finalità (prestazione assistenziale per l'invalidità civile;
prestazione previdenziale, economica, erogata a domanda, per l'inabilità in occupazioni confacenti alle proprie attitudini). La valutazione ai sensi del DM 05.02.92 viene, dunque, riportata per completezza espositiva, in relazione ai quesiti formulati dal
Giudice.
Quindi, nel caso di specie sebbene la ricorrente presenti un quadro clinico che determini un grado di invalidità pressocchè totale, circostanza rilevata anche dal consulente di parte, dott.
20 , tale condizione non determina una riduzione a meno di Per_1 un terzo in occupazioni confacenti alle proprie attitudini.
Infatti, lo stesso Consulente di parte (dott. fa Per_1 riferimento ad “una incapacità per la paziente di compiere autonomamente molte funzioni della vita quotidiana personale e di relazione, per le quali necessita dell'aiuto di terzi” [cit.] e non si esprime in alcun modo sull'incidenza del quadro clinico sulla capacità lavorativa.
Ancora, sebbene la Legge 12 giugno 1984, n. 222 “Revisione della disciplina della invalidità pensionabile” ha stabilito che deve considerarsi inabile al lavoro l'individuo che a “causa di infermità o difetto fisico o mentale, si trovi nell'assoluta e permanente impossibilità di svolgere qualsiasi attività lavorativa”, o in sub-ordine “se la capacità di lavoro, in occupazioni confacenti alle sue attitudini, sia ridotta in modo permanente a causa di infermità o difetto fisico o mentale a meno di un terzo” nel corso degli anni la giurisprudenza ha avuto modo di chiarire cosa debba intendersi per inabilità al lavoro adottando un criterio interpretativo che è andato oltre il mero tenore letterale della disposizione di legge.
Infatti, secondo un consolidato orientamento della Corte di
Cassazione il concetto di inabilità lavorativa non viene a coincidere con quello di inidoneità a svolgere qualunque tipo di lavoro, ma va inteso come incapacità per l'individuo di dedicarsi ad un lavoro produttivo di adeguato profitto che risulti adatto a consentirgli di provvedere, in modo normale e non usurante, alle proprie esigenze di vita (Cass.Civ, sez. lav., 13 aprile 1981, n.
2204, in Giust. Civ. Mass.1981, f. 4).
Di recente la Suprema Corte ha chiarito che l'accertamento del requisito dell'inabilità deve essere operato in concreto e cioè
“avendo riguardo al possibile impiego delle eventuali energie lavorative residue in relazione al tipo d'infermità e alle generali attitudini del soggetto, in modo da verificare, anche nel caso del mancato raggiungimento di una riduzione del 100% dell'astratta capacità di lavoro, la permanenza di una capacità
21 dello stesso di svolgere attività idonee nel quadro dell'art 36
Cost. e tali da procurare una fonte di guadagno non simbolico”
(Cass. Civ., sez. lav., 9 luglio 2004, n. 12765, in Giust. Civ.
Mass. 2004, f . 7).
Le energie lavorative residue, pertanto, devono avere un possibile e concreto impiego, nel senso che la definizione in astratto delle residue capacità lavorative dovrebbe trovare riscontro nella realtà e nella possibilità per il soggetto di applicarsi in un'attività lavorativa idonea a consentire il suo sostentamento.
Non è una capacità generica, bensì una capacità specifica di lavoro in occupazioni confacenti alle attitudini del soggetto.
Un'occupazione confacente alle proprie attitudini è quell'occupazione adeguata alla personalità del lavoratore, alla sua preparazione, alla sua competenza tecnica, al suo addestramento, ai suoi interessi, alla sua età, al sesso. Dunque, non necessariamente nei settori esperiti fino a quel momento della vita lavorativa ma anche in altri ambiti in cui il lavoratore è in grado di convogliare le proprie capacità.
Nel caso di specie, il grado di istruzione (scuola media inferiore) e l'attività lavorativa pregressa svolta ci pongono di fronte un individuo la cui attitudine, ascritta ad abilità manuali, è caratterizzata da media competenza specifica: dunque, dapprima apprendista in una pasticceria;
poi, responsabile di un ristorante-mensa (mensa aziendale FIAT); ancora, autista nell'azienda familiare di Soccorso Stradale, demolizione e noleggio auto e gru;
e infine, nell'amministrazione della stessa azienda, occupandosi della gestione del magazzino.
Le risultanze della valutazione clinico-strumentale non conducono nella direzione di una impossibilità a svolgere qualsiasi attività lavorativa, neppure nella direzione di argomentare necessariamente una ricollocabilità del soggetto, pure immaginabile visto le competenze acquisite.
A tal proposito, si fa notare che l'anamnesi lavorativa è una raccolta di informazioni fornite dal dalla voce diretta del lavoratore sulla propria storia lavorativa che mette in evidenza
22 le attività svolte in concreto dal lavoratore, molto più di una mansione di inquadramento contrattuale e che possono aiutare, nel contenzioso, a stabilire le competenze, l'esperienza lavorativa ed orientare, infine, sugli ambiti di eventuale ricollocabilità.
Ma evidentemente, non si può confondere l'attività di gestione amministrativa del magazzino con l'attività di magazziniere e addirittura con quella di impiegato amministrativo;
ovvero, si tratta di attività molto diverse l'una dall'altra.
Dunque, poiché tutte le informazioni riportate in anamnesi sono state fornite direttamente dalla ricorrente, si conferma che la stessa allo stato attuale è occupata nell'amministrazione della azienda familiare, occupandosi della gestione del magazzino.
Tale attività lavorativa è dunque confacente alle proprie attitudini, si configura come lavoro proficuo e a bassa incidenza sul quadro clinico sofferto.
Questa valutazione è scaturita dai riscontri effettuati durante le operazioni peritali, dall'esame obiettivo e dalla documentazione sanitaria agli atti».
Quindi, si può affermare che il CTU ha tenuto in debita considerazione anche le osservazioni formulate nell'interesse di parte ricorrente, replicando in maniera motivata e condivisibile alle argomentazioni del consulente di parte ricorrente.
Pertanto, la differente valutazione espressa dalla difesa di parte ricorrente si traduce in un mero dissenso diagnostico rispetto alla valutazione espressa dal CTU nominato nella fase di ATP, che questo giudicante, invece, ritiene assolutamente condivisibile per le ragioni innanzi esposte.
In conclusione, occorre evidenziare che, non essendo stata prospettata nell'atto introduttivo del presente giudizio alcuna argomentazione ulteriore rispetto a quelle già esaminate dal CTU in sede di accertamento tecnico preventivo, la richiesta di rinnovazione della CTU avanzata dal difensore di parte ricorrente deve essere disattesa.
Pertanto, la domanda deve essere integralmente rigettata.
23 Le spese processuali – liquidate come in dispositivo, ai sensi del
D.M. 55/2014 e successive modifiche nell'ambito del relativo scaglione (Euro 26.000,01-52.000,00 arg. ex Cass. Sez. 6 – Lav.,
Ordinanza n.6558/2021), secondo valori prossimi ai minimi, in considerazione della modesta complessità della questione trattata e dell'attività istruttoria espletata e tenuto conto sia della fase di ATP (Euro 1.528,00) sia della presente fase di merito
(Euro 4.638,00) – seguono la soccombenza e vengono poste a carico della parte ricorrente, considerata la mancata produzione dell'autodichiarazione ex art. 152 disp. att. c.p.c. sottoscritta dalla parte ed attestante il diritto all'esonero dal pagamento delle spese processuali.
Analogamente, le spese della C.T.U. – nella misura già liquidata in corso di causa – vengono poste definitivamente a carico della parte ricorrente.
P.Q.M.
disattesa ogni diversa istanza, deduzione ed eccezione così provvede:
-dichiara l'insussistenza in capo alla parte ricorrente del requisito sanitario per beneficiare della pensione ordinaria di inabilità ex L. n.222/1984;
-dichiara l'insussistenza in capo alla parte ricorrente del requisito sanitario per beneficiare dell'assegno ordinario di invalidità ex L. n.222/1984;
-condanna la parte ricorrente a rifondere nei confronti dell' CP_1 le spese processuali, che liquida in complessivi Euro 6.166,00 per compenso professionale, oltre al rimborso forfettario per spese generali nella misura del 15% come per legge;
-pone le spese della consulenza tecnica d'ufficio definitivamente a carico della parte ricorrente.
Trani, 04/02/2025
Il Giudice del Lavoro
Eugenio Carmine Labella
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