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Sentenza 10 dicembre 2025
Sentenza 10 dicembre 2025
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Sul provvedimento
| Citazione : | Trib. Bologna, sentenza 10/12/2025, n. 3503 |
|---|---|
| Giurisdizione : | Trib. Bologna |
| Numero : | 3503 |
| Data del deposito : | 10 dicembre 2025 |
Testo completo
N. R.G. 3357/2025 RQ
REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
TRIBUNALE ORDINARIO DI BOLOGNA
Sezione Specializzata in materia di Immigrazione, Protezione internazionale
e Libera circolazione cittadini UE
Il Tribunale in composizione collegiale nelle persone dei seguenti magistrati:
Dott. Marco Gattuso Presidente
Dott.ssa Maria Cristina Borgo Giudice Relatore
Dott.ssa Rada Vincenza Scifo Giudice
Nella causa civile iscritta al n. r.g. 3357/2025 promossa da:
nato in [...] il [...], C.U.I. non in atti, rappresentato e difeso Parte_1 dall'Avv. Chiara Bellini del Foro di Vicenza, con studio professionale in Vicenza, Viale S. Agostino n. 134;
RICORRENTE contro
, rappresentato e difeso dall'AVVOCATURA DELLO STATO Controparte_1
QUESTURA DI PARMA
RESISTENTE all'esito della camera di consiglio ha pronunciato la seguente
SENTENZA ai sensi degli artt. 281-undecies, terdecies, 275-bis c.p.c. e 19-ter D.lgs. 150/2011 sulle seguenti conclusioni delle parti: la parte ricorrente concludeva in ultimo come da ricorso;
la parte resistente concludeva, in memoria di costituzione, per il rigetto del ricorso.
Con ricorso tempestivamente depositato in data 14.3.2025 il Signor cittadino Parte_1 della Nigeria, nato in [...] in data [...], impugnava il provvedimento del Questore di Parma del 9.11. 2024, notificato il 19.02.2025, con il quale era stata rigettata la richiesta di protezione speciale di cui all'art. 19 D.lgs. 25 luglio 1998 n. 286, come modificato con il D.L. 21 ottobre 2020, n. 130, convertito con L. 137/2020; chiedeva, altresì, la sospensione dell'esecutorietà del provvedimento impugnato. Nel provvedimento di rifiuto della Questura si legge che la Commissione Territoriale di Bologna con provvedimento del 4.01.2024 aveva formulato parere sfavorevole al rilascio del richiesto permesso di soggiorno per protezione speciale, che il parere della CT risultava vincolante, che non vi era necessità di assegnare il termine di cui all'art. 10 bis L. 241/1990, che non vi erano cause di inespellibilità, con conseguente rifiuto del suddetto permesso di soggiorno per protezione speciale ex art. 19, comma 1.2, TUI. Il ricorrente deduceva l'illegittimità del provvedimento del Questore, chiedendo il riconoscimento di Contr un permesso di soggiorno per protezione speciale ex art.19, comma 1.1., affermando di essere giunto in Italia nel 2017, di vivere in autonomia in ospitalità e di svolgere regolare attività lavorativa. Con decreto del 18.3.2025 veniva sospesa inaudita altera parte l'efficacia esecutiva del provvedimento impugnato, come confermato con provvedimento del 30.04.2025. Il si costituiva in giudizio con memoria depositata in data 17.4.2025, chiedendo Controparte_1 la reiezione del ricorso, rilevando l'insussistenza dei presupposti comprovanti un effettivo inserimento sociale del ricorrente in Italia. All'udienza del 5.9.2025, celebrata dinanzi al GOP delegato, il ricorrente dichiarava in lingua italiana: Part ADR: io parlo italiano, poi inglese e il mio dialetto benin. ADR: io lavoro come facchino per la la ditta si trova a Busseto, in provincia di Parma e io vado a lavorare lì. Dopo un anno che lavoravo lì ad aprile di quest'anno il contratto mi è stato trasformato a tempo indeterminato;
è un contratto full-time, di 8 ore al giorno anche qualcuna di più, lavoro dal lunedì al venerdì, guadagno al mese in media 1500,00 euro circa. ADR: io abito in via della Repubblica, a Fornovo in provincia di Parma in una casa con altri due ragazzi;
io ho una stanza singola, pago 250,00 euro al mese di affitto. Io non ho il contratto, pago i 250,00 euro direttamente ad uno dei ragazzi che vivono con me. ADR: no, non mi è stato restituito il cedolino dopo la sospensiva, ho provato ad andare due volte alla Questura di Parma ma non mi è stato ancora comunicato la data in cui devo presentarmi per il ritiro. L'avv. Bellini conferma tale ultima circostanza. ADR: sto bene in salute. ADR: sono fidanzato da un anno con una ragazza nigeriana che ha il permesso di soggiorno per lavoro. Si chiama . Persona_1 Vorremmo sposarci e rimanere in Italia. Non ho figli né in Nigeria né in Italia. ADR: io sono arrivato in Italia nel 2017, ho presentato domanda di asilo a Latina, la CT di Roma ha rifiutato la mia domanda e poi non ho fatto più nulla, non ho fatto il ricorso. Così sono andato in Francia per trovare lavoro, credo nel 2018. Sono rimasto tre anni, ho lavorato in agricoltura a Limoges;
ho presentato domanda di asilo anche in Francia che però mi ha negato la protezione perché mi è stato detto che era l'Italia che doveva decidere;
così sono rientrato in Italia nel 2021 a Parma. ADR: Sono tornato a Parma perché avevo lì alcuni amici nigeriani come me;
allora ho fatto di nuovo domanda di protezione speciale tramite un Caf e poi sono andato all'Ufficio Immigrazione della Questura di Parma. L'avv. Bellini dichiara di non avere alcuna documentazione inerente alla domanda di protezione speciale presentata dal ricorrente in sede amministrativa. ADR: quando nel 2017 sono stato nel centro di accoglienza per 3-4 mesi ho seguito il corso di italiano A1 ma non ho il certificato. ADR: io sono nato e cresciuto a Benin City, in Edo State, in Nigeria, dove vivono ancora i miei genitori, due fratelli e due sorelle. Io sono il quarto figlio. Io sono in contatto telefonico con tutti loro. Ogni mese mando soldi a casa, circa 200,00 euro con l'app TAP TAP;
se riesco a trovare traccia di questi soldi li consegno all'avvocato per il tribunale. ADR: quando non lavoro, gioco a calcio con gli amici e passo il tempo anche con la mia fidanzata. Vado anche in palestra. ADR dell'avv. Bellini: vorrei formarmi una famiglia con , comprare una casa e avere dei figli. ADR: stiamo aspettando Per_1 di avere i documenti e in particolare il mio passaporto che ha ancora la Questura di Parma. ADR: voglio aggiungere che voglio rimanere in Italia e far crescere i figli che avrò con qui per un Per_1 futuro migliore”. All'udienza dell'1.10.2025, celebrata ex art. 281 sexies c.p.c., il Procuratore della parte ricorrente, riportandosi alla documentazione prodotta, precisava che “ il ricorrente ha vissuto in Italia diversi anni dove giungeva nel 2017, poi è subito nel 2018 andato in Francia per tre anni circa dove lavorava in agricoltura, e dal 2021 è di nuovo in Italia in provincia di Parma dove vive tuttora;
vive in autonomia insieme ad altri connazionali;
ha sempre lavorato dal 2023 e sta tuttora lavorando con un contratto a tempo indeterminato full time iniziato in data 1.4.2024 come contratto a tempo determinato poi trasformatosi in contratto a tempo indeterminato in data 31.3.2025, con buoni guadagni;
è incensurato come risulta dal certificato del Casellario;
riserva di depositare il certificato dei carichi pendenti su Parma;
parla italiano;
in Nigeria ha la sua famiglia d'origine cui invia denaro;
in Italia ha una fidanzata con cui vorrebbe costruire una famiglia”. Il giudice provvedeva a fissare nuova udienza a trattazione scritta ex art. 127 ter per la sola comparizione dei procuratori delle parti per il giorno 19.11.2025, per il deposito del certificato dei carichi pendenti del ricorrente, deposito, quest'ultimo effettuato unitamente a note scritte conclusive della sola parte ricorrente in data 10.11.2025. La causa veniva così rimessa al Collegio per la decisione.
*** Oggetto del ricorso è il provvedimento del Questore di Parma del 9.11.2024, con il quale veniva negato al ricorrente il rilascio di un permesso di soggiorno per protezione speciale ex art.19, comma Contr 1.1., a seguito di domanda presentata dal ricorrente in data non evincibile dagli atti, ma, comunque, antecedente all'11.3.2023, data di entrata in vigore del d.l. 20/2023 convertito con modificazioni dalla legge n. 50/2023. (v. sul punto il parere CT Bologna: doc. 2 ricorso, che dà atto di tale circostanza). Sul punto, va osservato preliminarmente come il legislatore sia intervenuto nel 2020 riformando integralmente (con l'art. 1 del D.L. 21 ottobre 2020, n. 130, convertito con L. 137/2020) il comma 1.1 dell'art. 19 D.lgs. 286/1998, prevedendo che “non sono ammessi il respingimento o l'espulsione
o l'estradizione di una persona verso uno Stato qualora esistano fondati motivi di ritenere che essa rischi di essere sottoposta a tortura o a trattamenti inumani o degradanti o qualora ricorrano gli obblighi di cui all'articolo 5, comma 6. Nella valutazione di tali motivi si tiene conto anche dell'esistenza, in tale Stato, di violazioni sistematiche e gravi di diritti umani. Non sono altresì ammessi il respingimento o l'espulsione di una persona verso uno Stato qualora esistano fondati motivi di ritenere che l'allontanamento dal territorio nazionale comporti una violazione del diritto al rispetto della sua vita privata e familiare, a meno che esso sia necessario per ragioni di sicurezza nazionale, di ordine e sicurezza pubblica nonché di protezione della salute nel rispetto della Convenzione relativa allo statuto dei rifugiati, firmata a Ginevra il 28 luglio 1951, resa esecutiva dalla legge 24 luglio 1954, n. 722, e della Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea. Ai fini della valutazione del rischio di violazione di cui al periodo precedente, si tiene conto della natura e della effettività dei vincoli familiari dell'interessato, del suo effettivo inserimento sociale in Italia, della durata del suo soggiorno nel territorio nazionale nonché dell'esistenza di legami familiari, culturali o sociali con il suo Paese d'origine”. Al comma 1.2, è stato quindi previsto che nei casi del comma 1 e comma 1.1 il Questore rilasci, previo parere della Commissione Territoriale, un permesso denominato per «protezione speciale». Infine, differentemente da quanto disposto in seguito al D.l. 113/2018, con D.l. 130/2020 il legislatore ha previsto che il permesso per protezione speciale abbia durata biennale (e non più annuale) e che sia convertibile in permesso di soggiorno per motivi di lavoro. Com'è altresì noto, il Decreto-Legge 10 marzo 2023, n. 20 (Disposizioni urgenti in materia di flussi di ingresso legale dei lavoratori stranieri e di prevenzione e contrasto all'immigrazione irregolare), convertito con modificazioni dalla L. 5 maggio 2023, n. 50, prevede all'art. 7, secondo comma che
“per le istanze presentate fino alla data di entrata in vigore del presente decreto, ovvero nei casi in cui lo straniero abbia già ricevuto l'invito alla presentazione dell'istanza da parte della Questura competente, continua ad applicarsi la disciplina previgente”, sicché non possono esservi dubbi in ordine all'applicabilità nella presente causa della forma di protezione complementare stabilita in forza del comma 1.1 dell'art. 19 D.lgs. 286/98, come formulata in seguito all'art. 1 del D.L. 21 ottobre 2020, n. 130, convertito con L. 137/2020. Ciò posto, è evidente come la protezione speciale per il fondato timore di violazione della vita privata e familiare, contemplata nella nuova normativa configuri in buona misura l'esito del percorso di sistemazione interpretativa avente ad oggetto la precedente protezione umanitaria, elaborato prima dell'intervento legislativo del 2018 dalla giurisprudenza di merito e di legittimità, sulla falsariga della giurisprudenza CEDU sul rispetto della vita privata e familiare di cui all'art. 8 CEDU, e, anzi, come per alcuni aspetti ne ampli la portata. Con riguardo al quadro normativo antecedente alla riforma del 2020 (ancora applicabile ai procedimenti pendenti avanti alla Corte di Cassazione), le Sezioni unite, sul solco delle pronunce che hanno aperto ad un giudizio di comparazione attenuata (in particolare Sez. U., Sentenza n. 29459 del 13/11/2019 e la fondamentale Sez. I, Sentenza n. 4455 del 23/02/2018, per cui “il parametro dell'inserimento sociale e lavorativo dello straniero in Italia può essere valorizzato come presupposto della protezione umanitaria non come fattore esclusivo, bensì come circostanza che può concorrere a determinare una situazione di vulnerabilità personale”) e superando, dunque, le pregresse
“oscillazioni interpretative registratesi nella giurisprudenza”, di legittimità e di merito, hanno inteso da ultimo “definire più precisamente i contorni della comparazione che il giudice è chiamato a compiere, davanti ad una domanda di permesso di soggiorno per motivi umanitari, tra la situazione che il richiedente lascerebbe in Italia e quella che egli troverebbe nel suo Paese di origine”, chiarendo la necessità di valorizzare il criterio del “diritto al rispetto della vita privata e familiare di cui all'art. 8 CEDU, quale prerequisito di una "vita dignitosa"; diritto, va aggiunto, che inscindibilmente è connesso alla dignità della persona, riconosciuto nell'articolo 3 Cost., ed al diritto di svolgere la propria personalità nelle formazioni sociali, riconosciuto nell'articolo 2 Cost.” (Corte di Cassazione Sez. U., Sentenza n. 24413 del 09/09/2021). A tale riguardo hanno quindi osservato che “in base alla normativa del testo unico sull'immigrazione anteriore alle modifiche introdotte dal D.l. n. 113/2018, ai fini del riconoscimento della protezione umanitaria, occorre operare una valutazione comparativa tra la situazione soggettiva e oggettiva del richiedente con riferimento al paese di origine e la situazione d'integrazione raggiunta in Italia, attribuendo alla condizione del richiedente nel paese di provenienza un peso tanto minore quanto maggiore risulti il grado di integrazione che il richiedente dimostri di aver raggiunto nella società italiana, fermo restando che situazioni di deprivazione dei diritti umani di particolare gravità nel paese originario possono fondare il diritto alla protezione umanitaria anche in assenza di un apprezzabile livello di integrazione in Italia;
qualora poi si accerti che tale livello è stato raggiunto e che il ritorno nel paese d'origine renda probabile un significativo scadimento delle condizioni di vita privata e/o familiare tali da recare un "vulnus" al diritto riconosciuto dall'art. 8 della Convenzione EDU, sussiste un serio motivo di carattere umanitario, ai sensi dell'art. 5, comma 6, del d.lgs. n. 286 del 1998, per riconoscere il permesso di soggiorno” (sent. n. 24413/2021 cit.). Per ritenere integrati i presupposti necessari al riconoscimento di tale forma di protezione complementare è, dunque, necessaria la prova di un pericolo di lesione dei diritti fondamentali della persona, derivante dalla comparazione fra la situazione nel Paese di origine e l'effettiva integrazione nel tessuto sociale del Paese ospitante, la quale può comprendere, ma non si esaurisce, nel suo inserimento lavorativo, dovendosi valorizzare, inevitabilmente, la necessità di preservare la vita privata e familiare del richiedente protezione, assicurati e garantiti, innanzitutto, dall'art. 8 della Convenzione EDU e dagli stessi artt. 2 e 3 in combinato disposto con l'art. 10, terzo comma della Costituzione. Dunque, già nel regime precedente alla recente riforma dell'art. 19 (e dell'art. 5, comma 6 D.lgs. 286/98, cui sono state aggiunte le parole “fatto salvo il rispetto degli obblighi costituzionali o internazionali dello Stato italiano”), quanto più la persona abbia consolidato in Italia la propria vita privata e familiare, tanto più deve assumersi che il suo subitaneo e coartato sradicamento comporterebbe una manifesta lesione dei suoi diritti fondamentali. A tale riguardo le Sezioni unite hanno invero efficacemente rilevato la necessità di verificare, caso per caso, “se il ritorno in Paesi d'origine rende probabile un significativo scadimento delle condizioni di vita privata e/o familiare sì da recare un vulnus al diritto riconosciuto dall'art. 8 della Convenzione EDU, sussiste un serio motivo di carattere umanitario, ai sensi dell'art. 5 T.U. cit., per riconoscere il permesso di soggiorno”, sicché una volta accertata la sussistenza di una concreta rete di relazioni affettive e sociali ed “in presenza di un livello elevato d'integrazione effettiva nel nostro Paese - desumibile da indici socialmente rilevanti quali (…) la titolarità di un rapporto locatizio, la presenza di figli che frequentino asili o scuole, la partecipazione ad attività associative radicate nel territorio di insediamento - saranno le condizioni oggettive e soggettive nel Paese di origine ad assumere una rilevanza proporzionalmente minore” (sent. n. 24413/2021, cit.). L'art. 19 nella sua formulazione stabilita con la riforma del 2020, come detto applicabile ratione temporis a questo procedimento, richiede l'accertamento di “fondati motivi di ritenere che l'allontanamento dal territorio nazionale comporti una violazione del diritto al rispetto della sua vita privata e familiare”, a meno che il respingimento o l'espulsione sia necessaria “per ragioni di sicurezza nazionale, di ordine e sicurezza pubblica” nonché, con espressione il cui significato è tuttora oggetto di dibattito, “di protezione della salute nel rispetto della Convenzione relativa allo statuto dei rifugiati, firmata a Ginevra il 28 luglio 1951, resa esecutiva dalla legge 24 luglio 1954, n. 722, e della Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea”. Ai fini della valutazione del rischio di violazione di cui al periodo precedente, la disposizione prescrive quindi che si tenga conto “della natura e della effettività dei vincoli familiari dell'interessato, del suo effettivo inserimento sociale in Italia, della durata del suo soggiorno nel territorio nazionale nonché dell'esistenza di legami familiari, culturali o sociali con il suo Paese d'origine”. Appare dunque evidente, con riguardo a tale forma di protezione speciale per il fondato timore di violazione della vita privata e familiare, come la stessa si inserisca appieno nel percorso già tracciato dalla Suprema Corte e, anzi, come segnalato dalla stessa Corte di Cassazione nell'ordinanza di rimessione alle SS.UU. in relazione al quadro normativo precedente, verosimilmente ne concreti un ulteriore ampliamento, quanto meno nelle ipotesi in cui la tutela che si fondi sul grado d'integrazione (nell'ordinanza si legge, invero, che l'art. 19 nella formulazione attuale prevede “una misura che pare configurarsi più ampia di quella della protezione umanitaria per integrazione sociale, come elaborata dalla giurisprudenza di questa Corte. Soprattutto, la norma individua chiaramente i fattori di comparazione, in un'ottica di bilanciamento tra le "ragioni di sicurezza nazionale ovvero di ordine e sicurezza pubblica", da un lato, e le condizioni soggettive ed oggettive del cittadino straniero in dettaglio declinate, dall'altro, valorizzando, come ostativi al rimpatrio, la "solidità" dei legami con il nostro paese e l'affievolimento di quelli con il paese di origine”, sicché “mediante un percorso evolutivo ulteriore rispetto a quello tracciato dalle Sezioni Unite del 2019, ma sempre col sostegno dell'art. 8 CEDU e nel solco di principi già affermati, peraltro valorizzato dal legislatore nel d.l. n. 130 del 2020, può ritenersi che, nelle ipotesi considerate e a date condizioni, il vulnus possa conseguire direttamente, anche, proprio dall'allontanamento del cittadino straniero dal paese di accoglienza”, osservando che in questi casi “l'allontanamento può configurarsi come evento idoneo a provocare la lesione dei diritti umani fondamentali che connotano il "radicamento" dello straniero nel paese di accoglienza e dei quali il richiedente risulterebbe privato nel paese di origine. Dunque, la vulnerabilità, in questa ipotesi, può scaturire dallo "sradicamento" del cittadino straniero che, col tempo, abbia trovato nel paese ospitante una stabile condizione di vita, da intendersi riferita non solo all'inserimento lavorativo, che è indice indubbiamente significativo, ma anche ad altri ambiti relazionali rientranti nell'alveo applicativo dell'art. 8”, Corte di Cassazione Sez. 6 - 1, Ordinanza interlocutoria n. 28316 del 2020). A tale riguardo appare di rilievo che le SS.UU., investite come detto della questione di massima importanza, pur escludendo che le “ricadute sistematiche dei nova recati dal citato decreto legge n. 130 del 2020” possano dare luogo in via diretta a una revisione del criterio di comparazione applicabile nelle controversie in cui deve applicarsi la precedente cd. protezione umanitaria, ha pure avuto modo di evidenziare la novità contenuta nella nuova forma di protezione speciale, sottolineando che “il decreto legge n. 130/2020 ha ancorato il divieto di respingimento od espulsione non più soltanto all'art. 3, ma anche all'art. 8, della Convenzione europea dei diritti dell'uomo, declinando la disposizione di detto articolo 8 in termini di tutela del "radicamento" del migrante nel territorio nazionale e qualificando tale radicamento come limite del potere statale di allontanamento dal territorio nazionale, superabile esclusivamente per ragioni, come si è visto, di sicurezza nazionale, di ordine e sicurezza pubblica nonché di protezione della salute” (sentenza n. 24413/2021, cit.). Secondo le parole delle SS.UU., dunque, ove sia accertato in concreto il pericolo di lesione del diritto al rispetto della vita privata e familiare, tale divieto di allontanamento può essere oggi “superabile esclusivamente” ove sia accertato, in concreto, che l'allontanamento sia “necessario” per “ragioni di sicurezza nazionale, di ordine e sicurezza pubblica nonché di protezione della salute”, le quali, com'è evidente, debbono essere ancorate a specifici elementi acquisiti in ordine alla condotta del ricorrente (sent. n. 24413/2021 cit.). In una recente decisione con cui la Corte di Cassazione ha annullato un provvedimento di questo Tribunale (emesso contestualmente all'entrata in vigore della riforma del dicembre 2020), a fronte dell'unico motivo di ricorso per cui “tanto minore è l'interesse dello Stato all'allontanamento dal territorio (perché, ad esempio, non vi sono problemi di pericolosità e perché si contribuisce all'economia del paese con il proprio lavoro), tanto minore deve essere il rigore con cui viene valutata la vita privata”, la Corte di Cassazione ha condivisibilmente sottolineato come ai fini dell'accertamento dei presupposti della nuova protezione complementare non sia corretto richiedere
“ai fini dello stabile insediamento e della tutela del diritto alla vita privata anche un lungo periodo trascorso sul territorio nazionale e l'acquisizione di una vera e propria identità sociale e di un legame significativo con lo Stato ospitante” (Corte di Cassazione Sez. 6 - 1, Ordinanza n. 7861 del 10/03/2022). La Corte di Cassazione ha osservato al riguardo che “i parametri di aggancio al territorio italiano, o, se si preferisce, di “radicamento” sono tre. Il primo è familiare, espresso in relazione ai vincoli di tal genere esistenti in Italia, che debbono essere effettivi (termine, non a caso, utilizzato due volte nell'ambito dello stesso periodo) ed esprimersi quindi in una relazione intensa e concreta che accompagni il rapporto di coniugio o il legame di sangue, anche se la legge non ha preteso un rapporto di convivenza. Il secondo è sociale e si traduce nella necessità di un inserimento, ancora una volta richiesto nella sua dimensione di effettività. Il terzo parametro considerato dalla legge è la durata del soggiorno del richiedente asilo sul territorio nazionale ed esprime un concorrente elemento di valenza presuntiva (dello sradicamento dal contesto di provenienza e del radicamento in Italia), che sembra difficile potersi apprezzare in via autonoma”. Come rammentato dalla Corte EDU nella nota sentenza c. Italia 14 febbraio 2019 “si deve Per_2 accettare che tutti i rapporti sociali tra gli immigrati stabilmente insediati e la comunità nella quale vivono facciano parte integrante della nozione di “vita privata” ai sensi dell'art.
8. Indipendentemente dall'esistenza o meno di una “vita familiare”, l'espulsione di uno straniero stabilmente insediato si traduce in una violazione del suo diritto al rispetto della sua vita privata”. Ne consegue che a fronte di un soggiorno in Italia di circa tre anni, con un'attività lavorativa appena intrapresa, la Corte di Cassazione ha ritenuto la necessità di verificare i diversi indici relativi al radicamento della vita privata del ricorrente [in siffatta prospettiva, la Corte di Cassazione ha ritenuto che il Tribunale non avesse “valutato i molteplici elementi addotti dal ricorrente, sia in ordine alla durata del soggiorno in Italia (che risaliva all'aprile 2017), sia in ordine alla partecipazione a molteplici attività culturali, integrative e volontaristiche, sia alla partecipazione a corsi di lingua, sia soprattutto alle attività lavorative svolte a partire dal maggio 2019 e all'assunzione con contratto di lavoro a tempo indeterminato a partire dal 1.12.2020 e al reddito conseguentemente ricavato”]. La vita privata, infatti, intesa come manifestazione dell'individualità ampia ed insuscettibile di esatta delimitazione, è connotata da una pluralità di proiezioni, fra le quali certamente vi è: il diritto allo sviluppo della personalità mediante intreccio di relazioni con altri (Corte Europea dei Diritti dell'Uomo - sentenza Niemetz c. Germania -16 dicembre 1992); il diritto all'identità sociale ed alla stabilità dei riferimenti del singolo presso una data collettività (Corte Europea dei Diritti dell'Uomo
- sentenza Pretty c. Regno Unito - 29 aprile 2002); il domicilio che designa lo spazio fisico in cui si svolge la vita privata e familiare del singolo (Corte Europea dei Diritti dell'Uomo - sentenza Giacomelli c. Italia - 2 novembre 2006). È infatti nel corso della vita lavorativa che la maggior parte delle persone ha una significativa, se non la più grande, opportunità di sviluppare relazioni con il mondo esterno (Corte Europea dei Diritti dell'Uomo - sentenza Niemietz vs. Germany - 16 December 1992: “There appears, furthermore, to be no reason of principle why this understanding of the notion of "private life" should be taken to exclude activities of a professional or business nature since it is, after all, in the course of their working lives that the majority of people have a significant, if not the greatest, opportunity of developing relationships with the outside world”). Non può dubitarsi dunque che la disposizione de qua riconosca il diritto soggettivo al rilascio del detto permesso di soggiorno per protezione speciale nell'ipotesi in cui sia accertato il rischio che l'allontanamento della persona possa determinare una violazione del suo diritto alla vita privata e familiare, affermando la necessità di verificare se il subitaneo sradicamento comporti il pericolo di una grave deprivazione dei suoi diritti umani, intesa in termini di diritto alla vita privata e familiare e alla stessa identità e dignità personale.
Orbene, venendo al caso di specie, si deve osservare come nei nove anni trascorsi sul territorio italiano (e ciò al netto dei tre anni dal 2018 al 2021 trascorsi in Francia come ammesso in sede giudiziale), e in particolare negli ultimi 4 anni trascorsi in Italia dal 2021, il ricorrente abbia radicato qui la propria vita privata, sia per l'attività lavorativa svolta che per le relazioni – affettive, amicali, nei rapporti di lavoro e sociali – inevitabilmente intrecciate con tutti i suoi contatti sociali. L'inserimento nel contesto italiano è confermato, pur in assenza di idonee attestazioni, anche da una buona conoscenza della lingua, ma come evincibile dallo svolgimento della sua audizione in sede giudiziale senza l'ausilio del mediatore linguistico, e trova riscontro nella documentazione prodotta, da cui si ha conferma che il ricorrente vive in un appartamento ospite di un conoscente connazionale (v. doc. 19- comunicazione di ospitalità della nota di deposito del 24.9.25). Dalla documentazione in atti si rileva, soprattutto, l'attività lavorativa svolta: il ricorrente iniziava a lavorare nel 2023 e da ultimo sta lavorando con regolare contratto inizialmente a far data dall'1.4.2024 a tempo determinato presso la presso la società S.O.S. srl con sede legale a Treviso, con mansioni di facchino (v. docc.
6-8 ricorso), contratto poi trasformatosi in contratto a tempo indeterminato dall'1.4.2025 (v. doc. 13 della nota di deposito dell'8.5.25), riuscendo a percepire anche buoni guadagni (v. CUD 2025 in atti per redditi nell'anno 2024 pari ad euro 13.332,32: doc. n. 15 della nota di deposito dell'8.5.25; estratto conto previdenziale : doc. 17 citata nota di CP_3 deposito). Appare, dunque, particolarmente significativo riguardo al suo radicamento nel contesto italiano che il medesimo abbia perfezionato da ultimo contratti in regola che, inizialmente a tempo determinato, siano stati via via prorogati dallo stesso datore di lavoro fino alla trasformazione a tempo indeterminato (v. docc. 14-copie buste-paga mesi febbraio-marzo 2025 e 17-estratto conto previdenziale del 6.5.25 nota di deposito dell'8.5.25; v. da ultimo copia busta-paga agosto 2025 CP_3 doc. 20 della nota di deposito del 24.9.25). Il ricorrente poteva contare su redditi pari ad euro 2.000,00 circa per il 2023, euro 15.000,00 circa per il 2024 ed euro 4.200,00 circa per il 2025 fino al 28.2.2025, come risulta dall'estratto prodotto. CP_3 Per altro verso, non può dubitarsi che alla durata del soggiorno in Italia corrisponda un progressivo sfilacciamento dei legami con il paese d'origine, senza che possa assumere rilievo dirimente la presenza e i rapporti, per lo più telefonici, con i familiari ivi rimasti. A fronte di tali circostanze, non emerge alcun elemento che induca ad assumere che nella specie l'espulsione si renda necessaria «per ragioni di sicurezza nazionale, di ordine e sicurezza pubblica». Il ricorrente difatti non ha a suo carico né precedenti né pendenze penali, come si rileva dalla lettura del certificato del casellario giudiziale e dal certificato dei carichi pendenti in atti (v. doc. 16 nota di deposito dell'8.5.25 e doc. 23 nota di deposito del 10.11.25). La ravvisata presenza di positivi riferimenti, unitamente al manifesto pregiudizio che verrebbe sicuramente patito dal ricorrente in ipotesi di subitaneo sradicamento dal territorio italiano e ai gravissimi disagi conseguenti alla ricerca di un nuovo radicamento nel territorio di origine, ormai lasciato da anni, inducono ad affermare dunque con certezza la sussistenza dei presupposti per il riconoscimento della protezione speciale, non potendosi dubitare della necessità di proteggere il ricorrente dal rischio di una certa e rilevante compromissione di suoi diritti fondamentali e inviolabili. Sussistono, in conclusione, le condizioni per il rilascio del permesso di soggiorno per protezione speciale. Appare quindi che la conseguita autonomia economica del ricorrente, la buona rete di relazioni sociali da lui costruita negli anni di permanenza sul territorio italiano, la conoscenza della lingua italiana, che gli consente di partecipare pienamente alla vita della comunità, integrino una consolidata vita privata in Italia, la cui lesione non è consentita ai sensi dell'art. 8 CEDU e dell'art. 19 co.
1.1 T.U.I. in mancanza di pericoli per l'ordine e la sicurezza pubblica derivanti dalle condotte del ricorrente. Sussistono, in conclusione, le condizioni per il rilascio del permesso di soggiorno per protezione speciale. Riguardo al regime giuridico del permesso di soggiorno conseguente al riconoscimento della protezione speciale va rilevato per un verso come la stessa debba essere riconosciuta in forza dell'art. 19, comma 1 e 1.1 nella formulazione successiva al Decreto-Legge 10 marzo 2023, n. 20, convertito con modificazioni dalla L. 5 maggio 2023, n. 50, e come per altro verso il già ricordato art. 7, secondo comma preveda che “per le istanze presentate fino alla data di entrata in vigore del presente decreto, ovvero nei casi in cui lo straniero abbia già ricevuto l'invito alla presentazione dell'istanza da parte della Questura competente, continua ad applicarsi la disciplina previgente”, sicché non possono esservi dubbi in ordine alla necessaria applicazione al detto permesso di soggiorno della disciplina previgente, sicché lo stesso ha durata di due anni, consente lo svolgimento di attività lavorativa, è rinnovabile ed è convertibile in permesso di soggiorno per motivi di lavoro. Atteso che la presente decisione è fondata sulla valutazione ex nunc di elementi formatisi e comunque consolidatisi nel corso del giudizio, sussistono nella specie i presupposti di cui all'art. 92, secondo comma, c.p.c. per l'integrale compensazione delle spese di lite.
P.Q.M.
Il Tribunale, respinta ogni contraria istanza ed eccezione, definitivamente pronunciando così dispone: RICONOSCE al ricorrente Signor il diritto al permesso per protezione Parte_1 speciale ai sensi dell'art. 32, co. 3, D.lgs. 25/2008 e 19, co. 1 e 1.1., D.lgs. 286/1998 e DISPONE di conseguenza la trasmissione degli atti al Questore competente per territorio per il rilascio del conseguente permesso di soggiorno per protezione speciale avente durata di due anni, rinnovabile e convertibile in permesso di soggiorno per motivi di lavoro; DICHIARA integralmente compensate le spese di lite. Così deciso in Bologna nella camera di consiglio della Sezione Protezione Internazionale del 27.11.2025.
Il Giudice estensore Il Presidente Dott. Maria Cristina Borgo Dott. Marco Gattuso
REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
TRIBUNALE ORDINARIO DI BOLOGNA
Sezione Specializzata in materia di Immigrazione, Protezione internazionale
e Libera circolazione cittadini UE
Il Tribunale in composizione collegiale nelle persone dei seguenti magistrati:
Dott. Marco Gattuso Presidente
Dott.ssa Maria Cristina Borgo Giudice Relatore
Dott.ssa Rada Vincenza Scifo Giudice
Nella causa civile iscritta al n. r.g. 3357/2025 promossa da:
nato in [...] il [...], C.U.I. non in atti, rappresentato e difeso Parte_1 dall'Avv. Chiara Bellini del Foro di Vicenza, con studio professionale in Vicenza, Viale S. Agostino n. 134;
RICORRENTE contro
, rappresentato e difeso dall'AVVOCATURA DELLO STATO Controparte_1
QUESTURA DI PARMA
RESISTENTE all'esito della camera di consiglio ha pronunciato la seguente
SENTENZA ai sensi degli artt. 281-undecies, terdecies, 275-bis c.p.c. e 19-ter D.lgs. 150/2011 sulle seguenti conclusioni delle parti: la parte ricorrente concludeva in ultimo come da ricorso;
la parte resistente concludeva, in memoria di costituzione, per il rigetto del ricorso.
Con ricorso tempestivamente depositato in data 14.3.2025 il Signor cittadino Parte_1 della Nigeria, nato in [...] in data [...], impugnava il provvedimento del Questore di Parma del 9.11. 2024, notificato il 19.02.2025, con il quale era stata rigettata la richiesta di protezione speciale di cui all'art. 19 D.lgs. 25 luglio 1998 n. 286, come modificato con il D.L. 21 ottobre 2020, n. 130, convertito con L. 137/2020; chiedeva, altresì, la sospensione dell'esecutorietà del provvedimento impugnato. Nel provvedimento di rifiuto della Questura si legge che la Commissione Territoriale di Bologna con provvedimento del 4.01.2024 aveva formulato parere sfavorevole al rilascio del richiesto permesso di soggiorno per protezione speciale, che il parere della CT risultava vincolante, che non vi era necessità di assegnare il termine di cui all'art. 10 bis L. 241/1990, che non vi erano cause di inespellibilità, con conseguente rifiuto del suddetto permesso di soggiorno per protezione speciale ex art. 19, comma 1.2, TUI. Il ricorrente deduceva l'illegittimità del provvedimento del Questore, chiedendo il riconoscimento di Contr un permesso di soggiorno per protezione speciale ex art.19, comma 1.1., affermando di essere giunto in Italia nel 2017, di vivere in autonomia in ospitalità e di svolgere regolare attività lavorativa. Con decreto del 18.3.2025 veniva sospesa inaudita altera parte l'efficacia esecutiva del provvedimento impugnato, come confermato con provvedimento del 30.04.2025. Il si costituiva in giudizio con memoria depositata in data 17.4.2025, chiedendo Controparte_1 la reiezione del ricorso, rilevando l'insussistenza dei presupposti comprovanti un effettivo inserimento sociale del ricorrente in Italia. All'udienza del 5.9.2025, celebrata dinanzi al GOP delegato, il ricorrente dichiarava in lingua italiana: Part ADR: io parlo italiano, poi inglese e il mio dialetto benin. ADR: io lavoro come facchino per la la ditta si trova a Busseto, in provincia di Parma e io vado a lavorare lì. Dopo un anno che lavoravo lì ad aprile di quest'anno il contratto mi è stato trasformato a tempo indeterminato;
è un contratto full-time, di 8 ore al giorno anche qualcuna di più, lavoro dal lunedì al venerdì, guadagno al mese in media 1500,00 euro circa. ADR: io abito in via della Repubblica, a Fornovo in provincia di Parma in una casa con altri due ragazzi;
io ho una stanza singola, pago 250,00 euro al mese di affitto. Io non ho il contratto, pago i 250,00 euro direttamente ad uno dei ragazzi che vivono con me. ADR: no, non mi è stato restituito il cedolino dopo la sospensiva, ho provato ad andare due volte alla Questura di Parma ma non mi è stato ancora comunicato la data in cui devo presentarmi per il ritiro. L'avv. Bellini conferma tale ultima circostanza. ADR: sto bene in salute. ADR: sono fidanzato da un anno con una ragazza nigeriana che ha il permesso di soggiorno per lavoro. Si chiama . Persona_1 Vorremmo sposarci e rimanere in Italia. Non ho figli né in Nigeria né in Italia. ADR: io sono arrivato in Italia nel 2017, ho presentato domanda di asilo a Latina, la CT di Roma ha rifiutato la mia domanda e poi non ho fatto più nulla, non ho fatto il ricorso. Così sono andato in Francia per trovare lavoro, credo nel 2018. Sono rimasto tre anni, ho lavorato in agricoltura a Limoges;
ho presentato domanda di asilo anche in Francia che però mi ha negato la protezione perché mi è stato detto che era l'Italia che doveva decidere;
così sono rientrato in Italia nel 2021 a Parma. ADR: Sono tornato a Parma perché avevo lì alcuni amici nigeriani come me;
allora ho fatto di nuovo domanda di protezione speciale tramite un Caf e poi sono andato all'Ufficio Immigrazione della Questura di Parma. L'avv. Bellini dichiara di non avere alcuna documentazione inerente alla domanda di protezione speciale presentata dal ricorrente in sede amministrativa. ADR: quando nel 2017 sono stato nel centro di accoglienza per 3-4 mesi ho seguito il corso di italiano A1 ma non ho il certificato. ADR: io sono nato e cresciuto a Benin City, in Edo State, in Nigeria, dove vivono ancora i miei genitori, due fratelli e due sorelle. Io sono il quarto figlio. Io sono in contatto telefonico con tutti loro. Ogni mese mando soldi a casa, circa 200,00 euro con l'app TAP TAP;
se riesco a trovare traccia di questi soldi li consegno all'avvocato per il tribunale. ADR: quando non lavoro, gioco a calcio con gli amici e passo il tempo anche con la mia fidanzata. Vado anche in palestra. ADR dell'avv. Bellini: vorrei formarmi una famiglia con , comprare una casa e avere dei figli. ADR: stiamo aspettando Per_1 di avere i documenti e in particolare il mio passaporto che ha ancora la Questura di Parma. ADR: voglio aggiungere che voglio rimanere in Italia e far crescere i figli che avrò con qui per un Per_1 futuro migliore”. All'udienza dell'1.10.2025, celebrata ex art. 281 sexies c.p.c., il Procuratore della parte ricorrente, riportandosi alla documentazione prodotta, precisava che “ il ricorrente ha vissuto in Italia diversi anni dove giungeva nel 2017, poi è subito nel 2018 andato in Francia per tre anni circa dove lavorava in agricoltura, e dal 2021 è di nuovo in Italia in provincia di Parma dove vive tuttora;
vive in autonomia insieme ad altri connazionali;
ha sempre lavorato dal 2023 e sta tuttora lavorando con un contratto a tempo indeterminato full time iniziato in data 1.4.2024 come contratto a tempo determinato poi trasformatosi in contratto a tempo indeterminato in data 31.3.2025, con buoni guadagni;
è incensurato come risulta dal certificato del Casellario;
riserva di depositare il certificato dei carichi pendenti su Parma;
parla italiano;
in Nigeria ha la sua famiglia d'origine cui invia denaro;
in Italia ha una fidanzata con cui vorrebbe costruire una famiglia”. Il giudice provvedeva a fissare nuova udienza a trattazione scritta ex art. 127 ter per la sola comparizione dei procuratori delle parti per il giorno 19.11.2025, per il deposito del certificato dei carichi pendenti del ricorrente, deposito, quest'ultimo effettuato unitamente a note scritte conclusive della sola parte ricorrente in data 10.11.2025. La causa veniva così rimessa al Collegio per la decisione.
*** Oggetto del ricorso è il provvedimento del Questore di Parma del 9.11.2024, con il quale veniva negato al ricorrente il rilascio di un permesso di soggiorno per protezione speciale ex art.19, comma Contr 1.1., a seguito di domanda presentata dal ricorrente in data non evincibile dagli atti, ma, comunque, antecedente all'11.3.2023, data di entrata in vigore del d.l. 20/2023 convertito con modificazioni dalla legge n. 50/2023. (v. sul punto il parere CT Bologna: doc. 2 ricorso, che dà atto di tale circostanza). Sul punto, va osservato preliminarmente come il legislatore sia intervenuto nel 2020 riformando integralmente (con l'art. 1 del D.L. 21 ottobre 2020, n. 130, convertito con L. 137/2020) il comma 1.1 dell'art. 19 D.lgs. 286/1998, prevedendo che “non sono ammessi il respingimento o l'espulsione
o l'estradizione di una persona verso uno Stato qualora esistano fondati motivi di ritenere che essa rischi di essere sottoposta a tortura o a trattamenti inumani o degradanti o qualora ricorrano gli obblighi di cui all'articolo 5, comma 6. Nella valutazione di tali motivi si tiene conto anche dell'esistenza, in tale Stato, di violazioni sistematiche e gravi di diritti umani. Non sono altresì ammessi il respingimento o l'espulsione di una persona verso uno Stato qualora esistano fondati motivi di ritenere che l'allontanamento dal territorio nazionale comporti una violazione del diritto al rispetto della sua vita privata e familiare, a meno che esso sia necessario per ragioni di sicurezza nazionale, di ordine e sicurezza pubblica nonché di protezione della salute nel rispetto della Convenzione relativa allo statuto dei rifugiati, firmata a Ginevra il 28 luglio 1951, resa esecutiva dalla legge 24 luglio 1954, n. 722, e della Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea. Ai fini della valutazione del rischio di violazione di cui al periodo precedente, si tiene conto della natura e della effettività dei vincoli familiari dell'interessato, del suo effettivo inserimento sociale in Italia, della durata del suo soggiorno nel territorio nazionale nonché dell'esistenza di legami familiari, culturali o sociali con il suo Paese d'origine”. Al comma 1.2, è stato quindi previsto che nei casi del comma 1 e comma 1.1 il Questore rilasci, previo parere della Commissione Territoriale, un permesso denominato per «protezione speciale». Infine, differentemente da quanto disposto in seguito al D.l. 113/2018, con D.l. 130/2020 il legislatore ha previsto che il permesso per protezione speciale abbia durata biennale (e non più annuale) e che sia convertibile in permesso di soggiorno per motivi di lavoro. Com'è altresì noto, il Decreto-Legge 10 marzo 2023, n. 20 (Disposizioni urgenti in materia di flussi di ingresso legale dei lavoratori stranieri e di prevenzione e contrasto all'immigrazione irregolare), convertito con modificazioni dalla L. 5 maggio 2023, n. 50, prevede all'art. 7, secondo comma che
“per le istanze presentate fino alla data di entrata in vigore del presente decreto, ovvero nei casi in cui lo straniero abbia già ricevuto l'invito alla presentazione dell'istanza da parte della Questura competente, continua ad applicarsi la disciplina previgente”, sicché non possono esservi dubbi in ordine all'applicabilità nella presente causa della forma di protezione complementare stabilita in forza del comma 1.1 dell'art. 19 D.lgs. 286/98, come formulata in seguito all'art. 1 del D.L. 21 ottobre 2020, n. 130, convertito con L. 137/2020. Ciò posto, è evidente come la protezione speciale per il fondato timore di violazione della vita privata e familiare, contemplata nella nuova normativa configuri in buona misura l'esito del percorso di sistemazione interpretativa avente ad oggetto la precedente protezione umanitaria, elaborato prima dell'intervento legislativo del 2018 dalla giurisprudenza di merito e di legittimità, sulla falsariga della giurisprudenza CEDU sul rispetto della vita privata e familiare di cui all'art. 8 CEDU, e, anzi, come per alcuni aspetti ne ampli la portata. Con riguardo al quadro normativo antecedente alla riforma del 2020 (ancora applicabile ai procedimenti pendenti avanti alla Corte di Cassazione), le Sezioni unite, sul solco delle pronunce che hanno aperto ad un giudizio di comparazione attenuata (in particolare Sez. U., Sentenza n. 29459 del 13/11/2019 e la fondamentale Sez. I, Sentenza n. 4455 del 23/02/2018, per cui “il parametro dell'inserimento sociale e lavorativo dello straniero in Italia può essere valorizzato come presupposto della protezione umanitaria non come fattore esclusivo, bensì come circostanza che può concorrere a determinare una situazione di vulnerabilità personale”) e superando, dunque, le pregresse
“oscillazioni interpretative registratesi nella giurisprudenza”, di legittimità e di merito, hanno inteso da ultimo “definire più precisamente i contorni della comparazione che il giudice è chiamato a compiere, davanti ad una domanda di permesso di soggiorno per motivi umanitari, tra la situazione che il richiedente lascerebbe in Italia e quella che egli troverebbe nel suo Paese di origine”, chiarendo la necessità di valorizzare il criterio del “diritto al rispetto della vita privata e familiare di cui all'art. 8 CEDU, quale prerequisito di una "vita dignitosa"; diritto, va aggiunto, che inscindibilmente è connesso alla dignità della persona, riconosciuto nell'articolo 3 Cost., ed al diritto di svolgere la propria personalità nelle formazioni sociali, riconosciuto nell'articolo 2 Cost.” (Corte di Cassazione Sez. U., Sentenza n. 24413 del 09/09/2021). A tale riguardo hanno quindi osservato che “in base alla normativa del testo unico sull'immigrazione anteriore alle modifiche introdotte dal D.l. n. 113/2018, ai fini del riconoscimento della protezione umanitaria, occorre operare una valutazione comparativa tra la situazione soggettiva e oggettiva del richiedente con riferimento al paese di origine e la situazione d'integrazione raggiunta in Italia, attribuendo alla condizione del richiedente nel paese di provenienza un peso tanto minore quanto maggiore risulti il grado di integrazione che il richiedente dimostri di aver raggiunto nella società italiana, fermo restando che situazioni di deprivazione dei diritti umani di particolare gravità nel paese originario possono fondare il diritto alla protezione umanitaria anche in assenza di un apprezzabile livello di integrazione in Italia;
qualora poi si accerti che tale livello è stato raggiunto e che il ritorno nel paese d'origine renda probabile un significativo scadimento delle condizioni di vita privata e/o familiare tali da recare un "vulnus" al diritto riconosciuto dall'art. 8 della Convenzione EDU, sussiste un serio motivo di carattere umanitario, ai sensi dell'art. 5, comma 6, del d.lgs. n. 286 del 1998, per riconoscere il permesso di soggiorno” (sent. n. 24413/2021 cit.). Per ritenere integrati i presupposti necessari al riconoscimento di tale forma di protezione complementare è, dunque, necessaria la prova di un pericolo di lesione dei diritti fondamentali della persona, derivante dalla comparazione fra la situazione nel Paese di origine e l'effettiva integrazione nel tessuto sociale del Paese ospitante, la quale può comprendere, ma non si esaurisce, nel suo inserimento lavorativo, dovendosi valorizzare, inevitabilmente, la necessità di preservare la vita privata e familiare del richiedente protezione, assicurati e garantiti, innanzitutto, dall'art. 8 della Convenzione EDU e dagli stessi artt. 2 e 3 in combinato disposto con l'art. 10, terzo comma della Costituzione. Dunque, già nel regime precedente alla recente riforma dell'art. 19 (e dell'art. 5, comma 6 D.lgs. 286/98, cui sono state aggiunte le parole “fatto salvo il rispetto degli obblighi costituzionali o internazionali dello Stato italiano”), quanto più la persona abbia consolidato in Italia la propria vita privata e familiare, tanto più deve assumersi che il suo subitaneo e coartato sradicamento comporterebbe una manifesta lesione dei suoi diritti fondamentali. A tale riguardo le Sezioni unite hanno invero efficacemente rilevato la necessità di verificare, caso per caso, “se il ritorno in Paesi d'origine rende probabile un significativo scadimento delle condizioni di vita privata e/o familiare sì da recare un vulnus al diritto riconosciuto dall'art. 8 della Convenzione EDU, sussiste un serio motivo di carattere umanitario, ai sensi dell'art. 5 T.U. cit., per riconoscere il permesso di soggiorno”, sicché una volta accertata la sussistenza di una concreta rete di relazioni affettive e sociali ed “in presenza di un livello elevato d'integrazione effettiva nel nostro Paese - desumibile da indici socialmente rilevanti quali (…) la titolarità di un rapporto locatizio, la presenza di figli che frequentino asili o scuole, la partecipazione ad attività associative radicate nel territorio di insediamento - saranno le condizioni oggettive e soggettive nel Paese di origine ad assumere una rilevanza proporzionalmente minore” (sent. n. 24413/2021, cit.). L'art. 19 nella sua formulazione stabilita con la riforma del 2020, come detto applicabile ratione temporis a questo procedimento, richiede l'accertamento di “fondati motivi di ritenere che l'allontanamento dal territorio nazionale comporti una violazione del diritto al rispetto della sua vita privata e familiare”, a meno che il respingimento o l'espulsione sia necessaria “per ragioni di sicurezza nazionale, di ordine e sicurezza pubblica” nonché, con espressione il cui significato è tuttora oggetto di dibattito, “di protezione della salute nel rispetto della Convenzione relativa allo statuto dei rifugiati, firmata a Ginevra il 28 luglio 1951, resa esecutiva dalla legge 24 luglio 1954, n. 722, e della Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea”. Ai fini della valutazione del rischio di violazione di cui al periodo precedente, la disposizione prescrive quindi che si tenga conto “della natura e della effettività dei vincoli familiari dell'interessato, del suo effettivo inserimento sociale in Italia, della durata del suo soggiorno nel territorio nazionale nonché dell'esistenza di legami familiari, culturali o sociali con il suo Paese d'origine”. Appare dunque evidente, con riguardo a tale forma di protezione speciale per il fondato timore di violazione della vita privata e familiare, come la stessa si inserisca appieno nel percorso già tracciato dalla Suprema Corte e, anzi, come segnalato dalla stessa Corte di Cassazione nell'ordinanza di rimessione alle SS.UU. in relazione al quadro normativo precedente, verosimilmente ne concreti un ulteriore ampliamento, quanto meno nelle ipotesi in cui la tutela che si fondi sul grado d'integrazione (nell'ordinanza si legge, invero, che l'art. 19 nella formulazione attuale prevede “una misura che pare configurarsi più ampia di quella della protezione umanitaria per integrazione sociale, come elaborata dalla giurisprudenza di questa Corte. Soprattutto, la norma individua chiaramente i fattori di comparazione, in un'ottica di bilanciamento tra le "ragioni di sicurezza nazionale ovvero di ordine e sicurezza pubblica", da un lato, e le condizioni soggettive ed oggettive del cittadino straniero in dettaglio declinate, dall'altro, valorizzando, come ostativi al rimpatrio, la "solidità" dei legami con il nostro paese e l'affievolimento di quelli con il paese di origine”, sicché “mediante un percorso evolutivo ulteriore rispetto a quello tracciato dalle Sezioni Unite del 2019, ma sempre col sostegno dell'art. 8 CEDU e nel solco di principi già affermati, peraltro valorizzato dal legislatore nel d.l. n. 130 del 2020, può ritenersi che, nelle ipotesi considerate e a date condizioni, il vulnus possa conseguire direttamente, anche, proprio dall'allontanamento del cittadino straniero dal paese di accoglienza”, osservando che in questi casi “l'allontanamento può configurarsi come evento idoneo a provocare la lesione dei diritti umani fondamentali che connotano il "radicamento" dello straniero nel paese di accoglienza e dei quali il richiedente risulterebbe privato nel paese di origine. Dunque, la vulnerabilità, in questa ipotesi, può scaturire dallo "sradicamento" del cittadino straniero che, col tempo, abbia trovato nel paese ospitante una stabile condizione di vita, da intendersi riferita non solo all'inserimento lavorativo, che è indice indubbiamente significativo, ma anche ad altri ambiti relazionali rientranti nell'alveo applicativo dell'art. 8”, Corte di Cassazione Sez. 6 - 1, Ordinanza interlocutoria n. 28316 del 2020). A tale riguardo appare di rilievo che le SS.UU., investite come detto della questione di massima importanza, pur escludendo che le “ricadute sistematiche dei nova recati dal citato decreto legge n. 130 del 2020” possano dare luogo in via diretta a una revisione del criterio di comparazione applicabile nelle controversie in cui deve applicarsi la precedente cd. protezione umanitaria, ha pure avuto modo di evidenziare la novità contenuta nella nuova forma di protezione speciale, sottolineando che “il decreto legge n. 130/2020 ha ancorato il divieto di respingimento od espulsione non più soltanto all'art. 3, ma anche all'art. 8, della Convenzione europea dei diritti dell'uomo, declinando la disposizione di detto articolo 8 in termini di tutela del "radicamento" del migrante nel territorio nazionale e qualificando tale radicamento come limite del potere statale di allontanamento dal territorio nazionale, superabile esclusivamente per ragioni, come si è visto, di sicurezza nazionale, di ordine e sicurezza pubblica nonché di protezione della salute” (sentenza n. 24413/2021, cit.). Secondo le parole delle SS.UU., dunque, ove sia accertato in concreto il pericolo di lesione del diritto al rispetto della vita privata e familiare, tale divieto di allontanamento può essere oggi “superabile esclusivamente” ove sia accertato, in concreto, che l'allontanamento sia “necessario” per “ragioni di sicurezza nazionale, di ordine e sicurezza pubblica nonché di protezione della salute”, le quali, com'è evidente, debbono essere ancorate a specifici elementi acquisiti in ordine alla condotta del ricorrente (sent. n. 24413/2021 cit.). In una recente decisione con cui la Corte di Cassazione ha annullato un provvedimento di questo Tribunale (emesso contestualmente all'entrata in vigore della riforma del dicembre 2020), a fronte dell'unico motivo di ricorso per cui “tanto minore è l'interesse dello Stato all'allontanamento dal territorio (perché, ad esempio, non vi sono problemi di pericolosità e perché si contribuisce all'economia del paese con il proprio lavoro), tanto minore deve essere il rigore con cui viene valutata la vita privata”, la Corte di Cassazione ha condivisibilmente sottolineato come ai fini dell'accertamento dei presupposti della nuova protezione complementare non sia corretto richiedere
“ai fini dello stabile insediamento e della tutela del diritto alla vita privata anche un lungo periodo trascorso sul territorio nazionale e l'acquisizione di una vera e propria identità sociale e di un legame significativo con lo Stato ospitante” (Corte di Cassazione Sez. 6 - 1, Ordinanza n. 7861 del 10/03/2022). La Corte di Cassazione ha osservato al riguardo che “i parametri di aggancio al territorio italiano, o, se si preferisce, di “radicamento” sono tre. Il primo è familiare, espresso in relazione ai vincoli di tal genere esistenti in Italia, che debbono essere effettivi (termine, non a caso, utilizzato due volte nell'ambito dello stesso periodo) ed esprimersi quindi in una relazione intensa e concreta che accompagni il rapporto di coniugio o il legame di sangue, anche se la legge non ha preteso un rapporto di convivenza. Il secondo è sociale e si traduce nella necessità di un inserimento, ancora una volta richiesto nella sua dimensione di effettività. Il terzo parametro considerato dalla legge è la durata del soggiorno del richiedente asilo sul territorio nazionale ed esprime un concorrente elemento di valenza presuntiva (dello sradicamento dal contesto di provenienza e del radicamento in Italia), che sembra difficile potersi apprezzare in via autonoma”. Come rammentato dalla Corte EDU nella nota sentenza c. Italia 14 febbraio 2019 “si deve Per_2 accettare che tutti i rapporti sociali tra gli immigrati stabilmente insediati e la comunità nella quale vivono facciano parte integrante della nozione di “vita privata” ai sensi dell'art.
8. Indipendentemente dall'esistenza o meno di una “vita familiare”, l'espulsione di uno straniero stabilmente insediato si traduce in una violazione del suo diritto al rispetto della sua vita privata”. Ne consegue che a fronte di un soggiorno in Italia di circa tre anni, con un'attività lavorativa appena intrapresa, la Corte di Cassazione ha ritenuto la necessità di verificare i diversi indici relativi al radicamento della vita privata del ricorrente [in siffatta prospettiva, la Corte di Cassazione ha ritenuto che il Tribunale non avesse “valutato i molteplici elementi addotti dal ricorrente, sia in ordine alla durata del soggiorno in Italia (che risaliva all'aprile 2017), sia in ordine alla partecipazione a molteplici attività culturali, integrative e volontaristiche, sia alla partecipazione a corsi di lingua, sia soprattutto alle attività lavorative svolte a partire dal maggio 2019 e all'assunzione con contratto di lavoro a tempo indeterminato a partire dal 1.12.2020 e al reddito conseguentemente ricavato”]. La vita privata, infatti, intesa come manifestazione dell'individualità ampia ed insuscettibile di esatta delimitazione, è connotata da una pluralità di proiezioni, fra le quali certamente vi è: il diritto allo sviluppo della personalità mediante intreccio di relazioni con altri (Corte Europea dei Diritti dell'Uomo - sentenza Niemetz c. Germania -16 dicembre 1992); il diritto all'identità sociale ed alla stabilità dei riferimenti del singolo presso una data collettività (Corte Europea dei Diritti dell'Uomo
- sentenza Pretty c. Regno Unito - 29 aprile 2002); il domicilio che designa lo spazio fisico in cui si svolge la vita privata e familiare del singolo (Corte Europea dei Diritti dell'Uomo - sentenza Giacomelli c. Italia - 2 novembre 2006). È infatti nel corso della vita lavorativa che la maggior parte delle persone ha una significativa, se non la più grande, opportunità di sviluppare relazioni con il mondo esterno (Corte Europea dei Diritti dell'Uomo - sentenza Niemietz vs. Germany - 16 December 1992: “There appears, furthermore, to be no reason of principle why this understanding of the notion of "private life" should be taken to exclude activities of a professional or business nature since it is, after all, in the course of their working lives that the majority of people have a significant, if not the greatest, opportunity of developing relationships with the outside world”). Non può dubitarsi dunque che la disposizione de qua riconosca il diritto soggettivo al rilascio del detto permesso di soggiorno per protezione speciale nell'ipotesi in cui sia accertato il rischio che l'allontanamento della persona possa determinare una violazione del suo diritto alla vita privata e familiare, affermando la necessità di verificare se il subitaneo sradicamento comporti il pericolo di una grave deprivazione dei suoi diritti umani, intesa in termini di diritto alla vita privata e familiare e alla stessa identità e dignità personale.
Orbene, venendo al caso di specie, si deve osservare come nei nove anni trascorsi sul territorio italiano (e ciò al netto dei tre anni dal 2018 al 2021 trascorsi in Francia come ammesso in sede giudiziale), e in particolare negli ultimi 4 anni trascorsi in Italia dal 2021, il ricorrente abbia radicato qui la propria vita privata, sia per l'attività lavorativa svolta che per le relazioni – affettive, amicali, nei rapporti di lavoro e sociali – inevitabilmente intrecciate con tutti i suoi contatti sociali. L'inserimento nel contesto italiano è confermato, pur in assenza di idonee attestazioni, anche da una buona conoscenza della lingua, ma come evincibile dallo svolgimento della sua audizione in sede giudiziale senza l'ausilio del mediatore linguistico, e trova riscontro nella documentazione prodotta, da cui si ha conferma che il ricorrente vive in un appartamento ospite di un conoscente connazionale (v. doc. 19- comunicazione di ospitalità della nota di deposito del 24.9.25). Dalla documentazione in atti si rileva, soprattutto, l'attività lavorativa svolta: il ricorrente iniziava a lavorare nel 2023 e da ultimo sta lavorando con regolare contratto inizialmente a far data dall'1.4.2024 a tempo determinato presso la presso la società S.O.S. srl con sede legale a Treviso, con mansioni di facchino (v. docc.
6-8 ricorso), contratto poi trasformatosi in contratto a tempo indeterminato dall'1.4.2025 (v. doc. 13 della nota di deposito dell'8.5.25), riuscendo a percepire anche buoni guadagni (v. CUD 2025 in atti per redditi nell'anno 2024 pari ad euro 13.332,32: doc. n. 15 della nota di deposito dell'8.5.25; estratto conto previdenziale : doc. 17 citata nota di CP_3 deposito). Appare, dunque, particolarmente significativo riguardo al suo radicamento nel contesto italiano che il medesimo abbia perfezionato da ultimo contratti in regola che, inizialmente a tempo determinato, siano stati via via prorogati dallo stesso datore di lavoro fino alla trasformazione a tempo indeterminato (v. docc. 14-copie buste-paga mesi febbraio-marzo 2025 e 17-estratto conto previdenziale del 6.5.25 nota di deposito dell'8.5.25; v. da ultimo copia busta-paga agosto 2025 CP_3 doc. 20 della nota di deposito del 24.9.25). Il ricorrente poteva contare su redditi pari ad euro 2.000,00 circa per il 2023, euro 15.000,00 circa per il 2024 ed euro 4.200,00 circa per il 2025 fino al 28.2.2025, come risulta dall'estratto prodotto. CP_3 Per altro verso, non può dubitarsi che alla durata del soggiorno in Italia corrisponda un progressivo sfilacciamento dei legami con il paese d'origine, senza che possa assumere rilievo dirimente la presenza e i rapporti, per lo più telefonici, con i familiari ivi rimasti. A fronte di tali circostanze, non emerge alcun elemento che induca ad assumere che nella specie l'espulsione si renda necessaria «per ragioni di sicurezza nazionale, di ordine e sicurezza pubblica». Il ricorrente difatti non ha a suo carico né precedenti né pendenze penali, come si rileva dalla lettura del certificato del casellario giudiziale e dal certificato dei carichi pendenti in atti (v. doc. 16 nota di deposito dell'8.5.25 e doc. 23 nota di deposito del 10.11.25). La ravvisata presenza di positivi riferimenti, unitamente al manifesto pregiudizio che verrebbe sicuramente patito dal ricorrente in ipotesi di subitaneo sradicamento dal territorio italiano e ai gravissimi disagi conseguenti alla ricerca di un nuovo radicamento nel territorio di origine, ormai lasciato da anni, inducono ad affermare dunque con certezza la sussistenza dei presupposti per il riconoscimento della protezione speciale, non potendosi dubitare della necessità di proteggere il ricorrente dal rischio di una certa e rilevante compromissione di suoi diritti fondamentali e inviolabili. Sussistono, in conclusione, le condizioni per il rilascio del permesso di soggiorno per protezione speciale. Appare quindi che la conseguita autonomia economica del ricorrente, la buona rete di relazioni sociali da lui costruita negli anni di permanenza sul territorio italiano, la conoscenza della lingua italiana, che gli consente di partecipare pienamente alla vita della comunità, integrino una consolidata vita privata in Italia, la cui lesione non è consentita ai sensi dell'art. 8 CEDU e dell'art. 19 co.
1.1 T.U.I. in mancanza di pericoli per l'ordine e la sicurezza pubblica derivanti dalle condotte del ricorrente. Sussistono, in conclusione, le condizioni per il rilascio del permesso di soggiorno per protezione speciale. Riguardo al regime giuridico del permesso di soggiorno conseguente al riconoscimento della protezione speciale va rilevato per un verso come la stessa debba essere riconosciuta in forza dell'art. 19, comma 1 e 1.1 nella formulazione successiva al Decreto-Legge 10 marzo 2023, n. 20, convertito con modificazioni dalla L. 5 maggio 2023, n. 50, e come per altro verso il già ricordato art. 7, secondo comma preveda che “per le istanze presentate fino alla data di entrata in vigore del presente decreto, ovvero nei casi in cui lo straniero abbia già ricevuto l'invito alla presentazione dell'istanza da parte della Questura competente, continua ad applicarsi la disciplina previgente”, sicché non possono esservi dubbi in ordine alla necessaria applicazione al detto permesso di soggiorno della disciplina previgente, sicché lo stesso ha durata di due anni, consente lo svolgimento di attività lavorativa, è rinnovabile ed è convertibile in permesso di soggiorno per motivi di lavoro. Atteso che la presente decisione è fondata sulla valutazione ex nunc di elementi formatisi e comunque consolidatisi nel corso del giudizio, sussistono nella specie i presupposti di cui all'art. 92, secondo comma, c.p.c. per l'integrale compensazione delle spese di lite.
P.Q.M.
Il Tribunale, respinta ogni contraria istanza ed eccezione, definitivamente pronunciando così dispone: RICONOSCE al ricorrente Signor il diritto al permesso per protezione Parte_1 speciale ai sensi dell'art. 32, co. 3, D.lgs. 25/2008 e 19, co. 1 e 1.1., D.lgs. 286/1998 e DISPONE di conseguenza la trasmissione degli atti al Questore competente per territorio per il rilascio del conseguente permesso di soggiorno per protezione speciale avente durata di due anni, rinnovabile e convertibile in permesso di soggiorno per motivi di lavoro; DICHIARA integralmente compensate le spese di lite. Così deciso in Bologna nella camera di consiglio della Sezione Protezione Internazionale del 27.11.2025.
Il Giudice estensore Il Presidente Dott. Maria Cristina Borgo Dott. Marco Gattuso