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Sentenza 8 ottobre 2025
Sentenza 8 ottobre 2025
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Sul provvedimento
| Citazione : | Trib. Lecce, sentenza 08/10/2025, n. 2430 |
|---|---|
| Giurisdizione : | Trib. Lecce |
| Numero : | 2430 |
| Data del deposito : | 8 ottobre 2025 |
Testo completo
REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
TRIBUNALE DI LECCE
Il Giudice del Lavoro NZ H. OV ha pronunciato la seguente
SENTENZA
nella causa iscritta al n.3261.2024 R.A.C.L., promossa da:
Parte_1
con il proc. avv. Viola dom.
CONTRO
[...]
CP_1
Parte ricorrente ha adito, ex art.445 bis cpc, questo Giudice, chiedendo il riconoscimento della sussistenza delle condizioni di salute utili al riconoscimento del proprio diritto alla corresponsione dell'indennità di accompagnamento di cui alla legge n.18 del 1980; il tutto con vittoria di spese e di competenze da distrarsi a favore della difesa antistataria.
CP_ Fissata l'udienza di discussione, si è costituita chiedendo il rigetto del ricorso.
Ciò detto, giova ricordare come l'indennità di accompagnamento spetti ai mutilati ed invalidi civili totalmente inabili per affezioni fisiche o psichiche di cui agli artt.2 e 12 della l.30.3.71 n.118, nei cui confronti le commissioni sanitarie abbiano accertato che si trovano nell'impossibilità di deambulare senza l'aiuto permanente di un accompagnatore o, non essendo in grado di compiere gli atti quotidiani della vita, abbisognano di un'assistenza continua. I suddetti requisiti (impossibilità di deambulazione e necessità di assistenza continua per inidoneità al compimento degli atti della vita quotidiana) sono qualificati quali alternativi dalla giurisprudenza maggioritaria, sicchè ciascuno di essi è di per sé sufficiente a fondare l'attribuzione del beneficio in oggetto. Ai fini della valutazione di dette situazioni non rilevano episodici contesti, ma è richiesta la verifica della loro inerenza costante al soggetto, non in rapporto ad una soltanto delle possibili esplicazioni del vivere quotidiano (quali per esempio il portarsi fuori dalla propria abitazione), ovvero alla necessità di assistenza determinata da patologie particolari e finalizzata al compimento di alcuni, specifici, atti della vita quotidiana.
La nozione di permanenza di cui supra comporta l'impossibilità di riconoscere il suddetto diritto nelle ipotesi in cui l'incapacità a deambulare o a compiere gli atti quotidiani della vita si presenta come effetto di una malattia a rapida evoluzione;
invero, in presenza di gravi patologie, tali da rendere l'individuo inabile al 100% e da fare ragionevolmente prevedere che la morte sopraggiunga proprio in dipendenza delle stesse, finchè l'evento letale sia "certus an” ma incertus non può negarsi la necessità di un'assistenza permanente, destinata a protrarsi a tempo indeterminato, salvo che sia possibile formulare un giudizio prognostico in ordine all'inevitabile sopravvenienza della morte in un ambito temporale ben preciso e ristretto, al punto che la "continua assistenza" risulti finalizzata non già a consentire il compimento degli atti quotidiani bensì a fronteggiare un'emergenza terapeutica. Il giudizio sulla tendenziale "permanenza" dello stato invalidante deve avvenire con riguardo al momento della presentazione della domanda e non ex post, in relazione al verificarsi del decesso poco dopo il riconoscimento dello stato invalidante, atteso che per numerose patologie il decesso è evento sempre possibile ma non necessariamente imminente, onde il breve lasso di tempo intercorso tra l'insorgere dello stato invalidante e il decesso non dimostra, di per sè, la rapida evolutività della malattia. D'altra parte, la ricorrenza del presupposto della necessità di un aiuto permanente rimane esclusa in presenza di malattie suscettibili di stabilizzazione ad un livello tale da consentire all'assistito una residua capacità di svolgere le attività fondamentali.
La nozione di incapacità a compiere gli atti quotidiani della vita comprende chiunque, pur potendo spostarsi nell'ambito domestico o fuori, non sia per la natura della malattia in grado di provvedere alla propria persona o ai bisogni della vita quotidiana, ossia non possa sopravvivere senza l'aiuto costante del prossimo, riferendosi la nozione di soggetti che "abbisognano di un'assistenza continua", cui all'art. 1 della legge n. 18/1980, anche a coloro che, a causa di disturbi psichici, non siano in grado di gestirsi autonomamente per le necessità della vita quotidiana. Nè è incompatibile con la attribuibilità della suddetta prestazione la circostanza che l'invalido psichico, in caso di patologie di particolare gravità, possa avere bisogno di altre forme di tutela (come il controllo continuo con eventuale ricovero in appositi istituti), visto che tali forme di tutela operano su un piano e con funzione ben diversa dalla finalità economica propria dell'indennità di accompagnamento. In materia di patologie psichiche e pur sempre ai fini dell'attribuzione dell'indennità di accompagnamento deve sussistere la necessità di una assistenza continua per il compimento degli atti necessari della vita quotidiana e non esclusivamente finalizzata alla prevenzione o al contenimento di possibili ed episodiche manifestazioni violente o comunque pericolose di una malattia psichica.
Peraltro, giova evidenziare come le condizioni di cui all'art.1 della legge 11.2.80 n.18 siano richieste anche per gli ultrasessantacinquenni. Né varrebbe a coonestare un assunto contrario il richiamo all'art.6 dlgs n.509 del 1988, in base al quale, ai soli fini dell'assistenza socio\sanitaria e della concessione dell'indennità di accompagnamento, si considerano mutilati ed invalidi civili i soggetti ultrasessantacinquenni i quali abbiano difficoltà persistenti a svolgere i compiti e le funzioni proprie della loro età. Infatti, detta norma non vale a configurare un'autonoma ipotesi di attribuzione dell'indennità, ponendo semmai soltanto le condizioni affinché i suddetti soggetti possano essere considerati invalidi o mutilati, in analogia del resto con l'art.2, II comma, l.118\1971 prima della novella. Soluzione questa in linea con l'insegnamento della Corte Suprema che in più occasioni è intervenuta in materia evidenziando come una siffatta definizione di invalidità è resa necessaria (in caso di infradiciottenni ed ultrasessantacinquenni) dall'impossibilità di far riferimento alla riduzione della capacità lavorativa [Cass.931 del 1999, 1339 del 1993; cfr. del resto anche Cass.6180 del 2000].
Il diritto all'indennità non può essere concesso a favore degli invalidi civili gravi ricoverati gratuitamente nelle strutture pubbliche;
non è subordinato ad alcun limite reddituale e decorre dal primo giorno del mese successivo a quello nel quale venne presentata la domanda o a quello nel quale è stata accertata l'insorgenza della inabilità totale;
tale decorrenza vale a configurare la consistenza stessa del diritto riconosciuto dalla legge e non rappresenta affatto uno "spatium deliberandi" concesso all'ente assistenziale in ipotetica analogia con il criterio dei centoventi giorni dalla domanda amministrativa, previsto in via generale dall'art. 7 della legge 11 agosto 1973, n. 533, perchè si verifichi la mora relativamente alla corresponsione degli interessi legali. Del resto, nella ipotesi di istanza di riconoscimento del diritto a tale beneficio, una volta che l'invalido abbia fornito la dimostrazione della sussistenza delle patologie legittimanti la erogazione della prestazione, automaticamente la decorrenza di essa deve collocarsi, a norma dell'art. 3, terzo comma, della legge n. 18 del 1980, al primo giorno successivo alla presentazione della domanda, restando invece a carico dell'amministrazione onerata della prestazione di provare la eventuale diversa data di insorgenza dello stato inabilitante.
Ebbene, il ctu ha accertato che la parte ricorrente non sia (in considerazione dalle patologie in consulenza tecnica d'ufficio meglio individuate) abbisognevole di accompagnamento, ma solo invalida al 100%.
Tanto premesso in linea di diritto, ritiene il giudicante che nel merito le risultanze della c.t.u. medico-legale possono condividersi in questa sede e fornire la base per la decisione, atteso che è emerso che siano state tratte a seguito di opportuni accertamenti diagnostici e di un'accurata disamina condotta con iter logico ineccepibile e facendo ricorso a corretti criteri tecnici, cosicché si presentano complete, precise e persuasive e sicuramente non minate dalle opposte argomentazioni svolte dalla parte interessata.
Occorre pertanto rigettare il ricorso.
Spese irripetibili.
Pqm
Il Giudice,
definitivamente pronunziando, rigetta il ricorso.
CP_ Pone le spese di consulenza tecnica d'ufficio siccome liquidate a carico di
Spese per il resto irripetibili.
Lecce, 08/10/2025
NZ OV
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
TRIBUNALE DI LECCE
Il Giudice del Lavoro NZ H. OV ha pronunciato la seguente
SENTENZA
nella causa iscritta al n.3261.2024 R.A.C.L., promossa da:
Parte_1
con il proc. avv. Viola dom.
CONTRO
[...]
CP_1
Parte ricorrente ha adito, ex art.445 bis cpc, questo Giudice, chiedendo il riconoscimento della sussistenza delle condizioni di salute utili al riconoscimento del proprio diritto alla corresponsione dell'indennità di accompagnamento di cui alla legge n.18 del 1980; il tutto con vittoria di spese e di competenze da distrarsi a favore della difesa antistataria.
CP_ Fissata l'udienza di discussione, si è costituita chiedendo il rigetto del ricorso.
Ciò detto, giova ricordare come l'indennità di accompagnamento spetti ai mutilati ed invalidi civili totalmente inabili per affezioni fisiche o psichiche di cui agli artt.2 e 12 della l.30.3.71 n.118, nei cui confronti le commissioni sanitarie abbiano accertato che si trovano nell'impossibilità di deambulare senza l'aiuto permanente di un accompagnatore o, non essendo in grado di compiere gli atti quotidiani della vita, abbisognano di un'assistenza continua. I suddetti requisiti (impossibilità di deambulazione e necessità di assistenza continua per inidoneità al compimento degli atti della vita quotidiana) sono qualificati quali alternativi dalla giurisprudenza maggioritaria, sicchè ciascuno di essi è di per sé sufficiente a fondare l'attribuzione del beneficio in oggetto. Ai fini della valutazione di dette situazioni non rilevano episodici contesti, ma è richiesta la verifica della loro inerenza costante al soggetto, non in rapporto ad una soltanto delle possibili esplicazioni del vivere quotidiano (quali per esempio il portarsi fuori dalla propria abitazione), ovvero alla necessità di assistenza determinata da patologie particolari e finalizzata al compimento di alcuni, specifici, atti della vita quotidiana.
La nozione di permanenza di cui supra comporta l'impossibilità di riconoscere il suddetto diritto nelle ipotesi in cui l'incapacità a deambulare o a compiere gli atti quotidiani della vita si presenta come effetto di una malattia a rapida evoluzione;
invero, in presenza di gravi patologie, tali da rendere l'individuo inabile al 100% e da fare ragionevolmente prevedere che la morte sopraggiunga proprio in dipendenza delle stesse, finchè l'evento letale sia "certus an” ma incertus non può negarsi la necessità di un'assistenza permanente, destinata a protrarsi a tempo indeterminato, salvo che sia possibile formulare un giudizio prognostico in ordine all'inevitabile sopravvenienza della morte in un ambito temporale ben preciso e ristretto, al punto che la "continua assistenza" risulti finalizzata non già a consentire il compimento degli atti quotidiani bensì a fronteggiare un'emergenza terapeutica. Il giudizio sulla tendenziale "permanenza" dello stato invalidante deve avvenire con riguardo al momento della presentazione della domanda e non ex post, in relazione al verificarsi del decesso poco dopo il riconoscimento dello stato invalidante, atteso che per numerose patologie il decesso è evento sempre possibile ma non necessariamente imminente, onde il breve lasso di tempo intercorso tra l'insorgere dello stato invalidante e il decesso non dimostra, di per sè, la rapida evolutività della malattia. D'altra parte, la ricorrenza del presupposto della necessità di un aiuto permanente rimane esclusa in presenza di malattie suscettibili di stabilizzazione ad un livello tale da consentire all'assistito una residua capacità di svolgere le attività fondamentali.
La nozione di incapacità a compiere gli atti quotidiani della vita comprende chiunque, pur potendo spostarsi nell'ambito domestico o fuori, non sia per la natura della malattia in grado di provvedere alla propria persona o ai bisogni della vita quotidiana, ossia non possa sopravvivere senza l'aiuto costante del prossimo, riferendosi la nozione di soggetti che "abbisognano di un'assistenza continua", cui all'art. 1 della legge n. 18/1980, anche a coloro che, a causa di disturbi psichici, non siano in grado di gestirsi autonomamente per le necessità della vita quotidiana. Nè è incompatibile con la attribuibilità della suddetta prestazione la circostanza che l'invalido psichico, in caso di patologie di particolare gravità, possa avere bisogno di altre forme di tutela (come il controllo continuo con eventuale ricovero in appositi istituti), visto che tali forme di tutela operano su un piano e con funzione ben diversa dalla finalità economica propria dell'indennità di accompagnamento. In materia di patologie psichiche e pur sempre ai fini dell'attribuzione dell'indennità di accompagnamento deve sussistere la necessità di una assistenza continua per il compimento degli atti necessari della vita quotidiana e non esclusivamente finalizzata alla prevenzione o al contenimento di possibili ed episodiche manifestazioni violente o comunque pericolose di una malattia psichica.
Peraltro, giova evidenziare come le condizioni di cui all'art.1 della legge 11.2.80 n.18 siano richieste anche per gli ultrasessantacinquenni. Né varrebbe a coonestare un assunto contrario il richiamo all'art.6 dlgs n.509 del 1988, in base al quale, ai soli fini dell'assistenza socio\sanitaria e della concessione dell'indennità di accompagnamento, si considerano mutilati ed invalidi civili i soggetti ultrasessantacinquenni i quali abbiano difficoltà persistenti a svolgere i compiti e le funzioni proprie della loro età. Infatti, detta norma non vale a configurare un'autonoma ipotesi di attribuzione dell'indennità, ponendo semmai soltanto le condizioni affinché i suddetti soggetti possano essere considerati invalidi o mutilati, in analogia del resto con l'art.2, II comma, l.118\1971 prima della novella. Soluzione questa in linea con l'insegnamento della Corte Suprema che in più occasioni è intervenuta in materia evidenziando come una siffatta definizione di invalidità è resa necessaria (in caso di infradiciottenni ed ultrasessantacinquenni) dall'impossibilità di far riferimento alla riduzione della capacità lavorativa [Cass.931 del 1999, 1339 del 1993; cfr. del resto anche Cass.6180 del 2000].
Il diritto all'indennità non può essere concesso a favore degli invalidi civili gravi ricoverati gratuitamente nelle strutture pubbliche;
non è subordinato ad alcun limite reddituale e decorre dal primo giorno del mese successivo a quello nel quale venne presentata la domanda o a quello nel quale è stata accertata l'insorgenza della inabilità totale;
tale decorrenza vale a configurare la consistenza stessa del diritto riconosciuto dalla legge e non rappresenta affatto uno "spatium deliberandi" concesso all'ente assistenziale in ipotetica analogia con il criterio dei centoventi giorni dalla domanda amministrativa, previsto in via generale dall'art. 7 della legge 11 agosto 1973, n. 533, perchè si verifichi la mora relativamente alla corresponsione degli interessi legali. Del resto, nella ipotesi di istanza di riconoscimento del diritto a tale beneficio, una volta che l'invalido abbia fornito la dimostrazione della sussistenza delle patologie legittimanti la erogazione della prestazione, automaticamente la decorrenza di essa deve collocarsi, a norma dell'art. 3, terzo comma, della legge n. 18 del 1980, al primo giorno successivo alla presentazione della domanda, restando invece a carico dell'amministrazione onerata della prestazione di provare la eventuale diversa data di insorgenza dello stato inabilitante.
Ebbene, il ctu ha accertato che la parte ricorrente non sia (in considerazione dalle patologie in consulenza tecnica d'ufficio meglio individuate) abbisognevole di accompagnamento, ma solo invalida al 100%.
Tanto premesso in linea di diritto, ritiene il giudicante che nel merito le risultanze della c.t.u. medico-legale possono condividersi in questa sede e fornire la base per la decisione, atteso che è emerso che siano state tratte a seguito di opportuni accertamenti diagnostici e di un'accurata disamina condotta con iter logico ineccepibile e facendo ricorso a corretti criteri tecnici, cosicché si presentano complete, precise e persuasive e sicuramente non minate dalle opposte argomentazioni svolte dalla parte interessata.
Occorre pertanto rigettare il ricorso.
Spese irripetibili.
Pqm
Il Giudice,
definitivamente pronunziando, rigetta il ricorso.
CP_ Pone le spese di consulenza tecnica d'ufficio siccome liquidate a carico di
Spese per il resto irripetibili.
Lecce, 08/10/2025
NZ OV