Sentenza 21 febbraio 2013
Massime • 1
Integra il reato di esercizio abusivo della professione l'attività di colui che curi la gestione dei servizi e degli adempimenti in materia di lavoro, previdenza ed assistenza sociale (nella specie, occupandosi in particolare della compilazione della busta paga per conto di numerose aziende) in mancanza del titolo di consulente del lavoro e dell'iscrizione al relativo albo professionale, a nulla rilevando la sua qualità di socio di una società partecipata da un'associazione di categoria, che può eccezionalmente provvedere a tali compiti solo mediante suoi dipendenti, a norma dell'art. 1, comma quarto, legge 2 novembre 1979, n. 12 senza possibilità di delega a terzi.
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Sul provvedimento
| Citazione : | Cass. pen., sez. VI, sentenza 21/02/2013, n. 9725 |
|---|---|
| Giurisdizione : | Corte di Cassazione |
| Numero : | 9725 |
| Data del deposito : | 21 febbraio 2013 |
Testo completo
Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati: Udienza pubblica
Dott. DE ROBERTO Giovanni - Presidente - del 21/02/2013
Dott. CORTESE Arturo - Consigliere - SENTENZA
Dott. LANZA Luigi - Consigliere - N. 367
Dott. CONTI Giovanni - Consigliere - REGISTRO GENERALE
Dott. APRILE Ercole - rel. Consigliere - N. 25871/2012
ha pronunciato la seguente:
SENTENZA
sul ricorso proposto da:
NE ON, nata a [...] il [...];
avverso la sentenza del 16/05/2011 della Corte di appello di Firenze;
visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;
udita la relazione svolta dal Consigliere Ercole Aprile;
udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore generale Dott. FODARONI Maria Giuseppina, che ha concluso chiedendo l'inammissibilità/il rigetto del ricorso;
udito per l'imputata l'avv. Alessandra Giovagnoli, in sostituzione dell'avv. Antonio Benvenuti, che ha concluso chiedendo l'annullamento della sentenza impugnata.
RITENUTO IN FATTO
1. Con la sentenza sopra indicata la Corte di appello di Firenze confermava la pronuncia di primo grado del 28/09/2010 con la quale il Tribunale della stessa città aveva condannato NE ON alla pena di giustizia, condizionalmente sospesa, in relazione al reato di cui all'art. 348 c.p., per avere, in Montelupo Fiorentino fino al 27/11/2003, quale titolare del Centro Servizi del terziario s.a.s., esercitato la professione di consulente del lavoro senza essere iscritta nel relativo albo professionale ovvero senza aver conseguito la relativa abilitazione professionale, in particolare provvedendo a compilare le buste paga dei dipendenti di ventisette aziende.
Rilevava la Corte di appello come le emergenze processuali avessero provato con certezza la colpevolezza dell'imputata in ordine al reato ascrittole, essendo irrilevante che la s.a.s., di cui ella socio accomandatario titolare del 99% di quote, fosse partecipata all'1% da un'associazione artigiana, la AL, asseritamente abilitata per legge a curare gli adempimenti previdenziali dei lavoratori subordinati.
2. Avverso tale ordinanza ha presentato ricorso NE ON, con atto sottoscritto dal suo difensore avv. Antonio Benvenuti, la quale ha denunciato la carenza di motivazione, per avere la Corte territoriale omesso di pronunziarsi sullo specifico motivo di doglianza formulato con l'atto di appello circa l'assenza dell'essenziale elemento costitutivo del reato contestato, e, in ogni caso, la violazione di legge, per non avere tenuto conto che la disciplina in materia abilitava la AL a svolgere quella attività, associazione di categoria rispetto alla quale la società della NE altro non era se non una "articolazione". CONSIDERATO IN DIRITTO
1. Ritiene la Corte che il ricorso sia inammissibile, perché manifestamente infondati i relativi motivi.
2. I giudici di merito, con motivazione completa e priva di vizi di manifesta illogicità, hanno congruamente spiegato come non potesse "scriminare" ovvero altrimenti rendere penalmente irrilevante la condotta posta in essere dalla imputata NE la circostanza che la stessa svolgesse quella attività professionale - riservata, per legge, ai consulenti del lavoro, senza averne conseguito l'abilitazione - quale socia accomandataria di una società in accomandita semplice partecipata, nella veste di accomandante, da una associazione di categoria abilitata per legge alla cura degli adempimenti previdenziali relativi ai lavoratori subordinati delle ditte associate.
È vero che la L. n. 12 del 1979, art. 1, comma 4, contenente le norme per l'ordinamento della professione di consulente del lavoro, prevede che le imprese considerate artigiane ai sensi della L. n. 860 del 1956, nonché le altre piccole imprese, anche in forma cooperativa, possono affidare l'esecuzione degli adempimenti in materia di lavoro, previdenza ed assistenza sociale dei lavoratori dipendenti a servizi istituiti dalle rispettive associazioni di categoria, ma deve escludersi che le medesime attività possano essere da tali associazioni di categoria "delegate", in qualsiasi maniera, a terzi, pena l'aggiramento delle suddette norme stabilite a tutela dell'interesse a che ai cittadini possano essere garantite determinate prestazioni professionali solo da soggetti che hanno un minimo di standard di qualificazione.
Nè conduce ad una differente conclusione il fatto che il predetto art. 1 comma 4 preveda che le citate associazioni di categoria possano e non debbano affidare quei servizi anche a consulenti del lavoro, in quanto condizione indefettibile per la operatività di tale disposizione è che gli adempimenti lavori stivi, previdenziali e assistenziali dei lavoratori delle imprese associate, siano in ogni caso curati da dipendenti dell'associazione di categoria: situazione evidentemente diversa da quella oggi in esame nella quale - come correttamente messo in risalto dalla Corte distrettuale - l'associazione di categoria era socio accomandante, per giunta con una percentuale di partecipazione dell'1%, di una società facente capo esclusivamente all'imputata NE, accomandarla con una partecipazione al 99%, cui era direttamente riferibile la gestione di quei servizi il cui esercizio è riservato per legge a specifiche categorie professionali.
Deve, dunque, affermarsi il principio di diritto per il quale "sussistono gli estremi del reato di esercizio abusivo di una professione laddove la gestione dei servizi e degli adempimenti in materia di lavoro, previdenza ed assistenza sociale venga curata, non da dipendenti di un'associazione di categoria, cui la L. n. 12 del 1979, art. 1, comma 4, (contenente le norme per l'ordinamento della professione del lavoro) eccezionalmente riconosce la possibilità di quella gestione, ma da un soggetto privo del titolo di consulente del lavoro, ovvero non iscritto al relativo albo professionale, che sia socio di una società solo partecipata da una di quelle associazioni di categoria".
3. Il reato si è formalmente prescritto, essendo decorso il termine massimo di sette anni e mezzo, ma alla dichiarazione di estinzione è di ostacolo l'accertata inammissibilità del gravame. Sul punto questo Collegio non ha motivo per disattendere il consolidato principio di diritto secondo il quale l'inammissibilità del ricorso per cassazione, non consentendo il formarsi di un valido rapporto di impugnazione, preclude ogni possibilità sia di far valere sia di rilevare di ufficio, ai sensi dell'art. 129 c.p.p., l'estinzione del reato per prescrizione (così, da ultimo, Sez. U, n. 23428 de. 22/03/2005, Bracale, Rv. 231164; Sez. U, n. 32 del 22/11/2000, De Luca, RV. 217266).
4 Alla declaratoria di inammissibilità del ricorso consegue, a norma dell'art. 616 c.p.p., la condanna della ricorrente al pagamento in favore dell'erario delle spese del presente procedimento ed a quello in favore della Cassa delle ammende di una somma, che si stima equo fissare nell'importo indicato nel dispositivo che segue.
P.Q.M.
Dichiara inammissibile il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di Euro 1.000,00 in favore della Cassa delle ammende.
Così deciso in Roma, il 21 febbraio 2013.
Depositato in Cancelleria il 28 febbraio 2013