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Sentenza 3 dicembre 2025
Sentenza 3 dicembre 2025
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Sul provvedimento
| Citazione : | Cass. pen., sez. VI, sentenza 03/12/2025, n. 39004 |
|---|---|
| Giurisdizione : | Corte di Cassazione |
| Numero : | 39004 |
| Data del deposito : | 3 dicembre 2025 |
Testo completo
SENTENZA sui ricorsi proposti da: 1. ZA MA, nato a [...] il [...] 2. CE GO, nata a [...] il [...] 3. D'ER NA DA, nata a [...] il [...] 4. AD ON, nato a [...] il [...] 5. AD AL, nato a [...] il [...] avverso il decreto del 29/10/2024 della Corte di appello di Torino visti gli atti, il provvedimento denunziato e i ricorsi;
udita la relazione svolta dal Consigliere Federica Tondin;
lette le richieste del Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore generale ET Ceniccola, che ha concluso chiedendo che sia dichiarato inammissibile il ricorso presentato nell'interesse di ZA MA e che siano rigettati i ricorsi presentati nell'interesse di D'ER NA DA, CE GO, AD ON, AD AL;
letta la memoria di replica depositata dagli Avvocati Gianni Russano e Natascia Taormina, difensori di CE GO, AD AL e AD ON. Penale Sent. Sez. 6 Num. 39004 Anno 2025 Presidente: DE AMICIS GAETANO Relatore: TONDIN FEDERICA Data Udienza: 16/09/2025 RITENUTO IN FATTO 1. Con il decreto in epigrafe indicato la Corte di appello di Torino, in parziale riforma del decreto del Tribunale di Torino del 11/10/2023, ha ridotto ad anni quattro la durata della misura di prevenzione personale della sorveglianza speciale applicata MA ZA, confermando nel resto il provvedimento, che aveva disposto la confisca di una serie di beni, intestati a lui e a terzi. 2. Avverso il suddetto decreto hanno proposto ricorso per cassazione i difensori di MA ZA e dei terzi interessati GO CE, NA DA D'ER, ON AD e AL AD, per i motivi di seguito sintetizzati. 2.1. Ricorso di MA ZA. Nell'interesse di MA ZA sono stati dedotti i seguenti motivi di ricorso: 2.1.1. Violazione degli artt. 4, comma 1, lett. a) e 10, comma 3, d. Igs. n. 159 del 2011, in quanto la pericolosità qualificata del ricorrente sarebbe stata erroneamente ritenuta sussistere in virtù di una affiliazione alla locale di Volpiano verificatasi in epoca antecedente al 27/02/1991, mentre, secondo le sentenze che l'hanno accertata, tale affiliazione risale ad epoca successiva (1994). 2.1.2. Violazione di legge in relazione agli artt. 24 e 10, comma 3, d. Igs. n. 159 del 2011 per difetto di correlazione temporale tra gli acquisti effettuati dal ricorrente e la manifestazione di pericolosità, in riferimento: a) alla Bros s.r.I., nata dalla fusione tra la Fra.Gi.Do di ZA & c. s.a.s. e la Lobster s.a.s di ZA TE, società costituite rispettivamente il 29/06/1984 e il 09/10/1991, ossia prima della manifestazione di pericolosità della ricorrente;
b) all'immobile sito nel Comune di Chivasso, viale Cavour n. 2 e 4, di proprietà di MA ZA e IL NA acquistato nel 1998, tra l'altro con l'investimento della somma di 50.000.000 di lire che ciascuno dei fratelli ZA aveva ricevuto dalla Fra.Gi.Do di ZA & c. s.a.s. in occasione della vendita, effettuata nel 1991, di terreni di Volpiano e, dunque, con risorse lecite siccome provenienti da cessioni antecedenti alla manifestazione della pericolosità. 2.2. Ricorsi di GO CE, ON AD e AL AD. Va premesso che MA ZA è stato coniugato con IL NA fino al 2015 (anno del divorzio) e che, dal 2017, ha convissuto con GO CE e con i due figli da lei avuti dal precedente matrimonio, AL AD e ON AD. Nell'interesse dei predetti terzi vengono dedotti i seguenti motivi di ricorso. 2.2.1. Violazione di legge in relazione agli artt. 19, 20, 24 e 26 d. Igs. n. 159 del 2011. 2 Viene contestata la ricostruzione contenuta nel decreto impugnato in merito, in primo luogo, all'assegno circolare tratto sul conto corrente di ON AD e consegnato in pagamento dell'azienda ceduta da Drink and Food al ristorante Belmonte s.a.s., che erroneamente il decreto impugnato qualificherebbe come anticipo effettuato in favore di MA ZA, presunto socio occulto. In secondo luogo, quanto alle vicende societarie, si rileva che, mediante la produzione di documenti, di dichiarazioni di terzi e della consulenza tecnica di parte, la difesa avrebbe dimostrato la sussistenza della provvista lecita in capo ai ricorrenti al momento degli acquisti, il carattere reale e non fittizio di tutte le operazioni e, infine, la circostanza che la società Extreme s.a.s. era gestita esclusivamente dai soci senza alcuna ingerenza di MA ZA. Si contesta, inoltre, la valutazione di inattendibilità dei dipendenti di Extreme s.a.s. e la sottovalutazione delle dichiarazioni rese dalla commercialista e dal consulente del lavoro, secondo cui il loro punto di riferimento erano GO CE e ON AD e non MA ZA. Si deduce, poi, che molti conti correnti sono stati accesi prima del 2017, anno in cui GO CE è entrata a far parte del nucleo familiare di MA ZA, e che quelli aperti in costanza di convivenza non erano nella disponibilità di quest'ultimo. CE GO e i figli avevano, infatti, risorse finanziarie derivanti dall'attività lavorativa svolta, da regalie fatte da prossimi congiunti, come in parte documentato, nonché dalla vendita di mobili e suppellettili. Si rileva, infine: a) che il veicolo Volvo XC 60 acquistato nel 2017 da GO CE è un bene di modico valore, non sproporzionato con i redditi dichiarati dal nucleo familiare;
b) che la carta prepagata di Poste italiane a lei intestata è stata ricaricata con denaro provento della sua attività lavorativa;
c) che l'autovettura BMW è stata acquistata da ON AD con denaro proprio, come dimostrato dalla consulenza tecnica di parte, in un momento in cui non era un familiare di MA ZA, avendo traferito la propria residenza con la madre solo a fine luglio 2017. 2.2.2. Inosservanza e erronea applicazione dell'art. 24 d. Igs. n. 159 del 2011 in quanto l'amministratore giudiziario è stato immesso nel possesso dei beni con decreto n. 16 del 18/05/2022 mentre il decreto di confisca è stato depositato dal Tribunale di Torino in data 09/01/2024 ossia ben oltre il termine di un anno e sei mesi previsto dalla suddetta norma. Nella memoria di replica alle conclusioni del pubblico ministero, che aveva sottolineato che la doglianza non era stata sollevata in appello, i ricorrenti hanno rilevato che il termine di un anno e sei mesi è previsto anche per la definizione del giudizio di appello avverso il decreto di confisca emesso in primo grado (art. 27, comma 6, d.lgs. n.1 59 del 2011), sicché il suo superamento, determinando 3 l'inefficacia del provvedimento ablatorio e il conseguente obbligo di restituzione dei beni, preclude la prosecuzione del giudizio. Per questo motivo sussisterebbe l'interesse del terzo a far constare il decorso di tale termine. 2.2.3. Violazione degli artt. 19 e 20 d. Igs. n. 159 del 2011 con riferimento alla provenienza dei cespiti di ZA MA. Sotto questo profilo i terzi rilevano che erroneamente la Corte avrebbe ritenuto rilevante la massiccia evasione fiscale e contributiva addebitabile a MA ZA, alla luce del principio di diritto stabilito dalle Sezioni unite (sentenza n. 8052 del 23/02/2024) secondo cui il divieto previsto dall'art. 240-bis cod. pen., introdotto dall'art. 31 legge 17 ottobre 2017, n. 161, di giustificazione della legittima provenienza dei beni oggetto della confisca c.d. allargata, o del sequestro ad essa finalizzato, sul presupposto che il denaro utilizzato per acquistarli sia provento o reimpiego dell'evasione fiscale, si applica anche ai beni acquistati prima della sua entrata in vigore, ad eccezione di quelli acquisiti nel periodo compreso tra il 29 maggio 2014, data della sentenza delle Sezioni unite n. 33451 del 29/05/2014, Repaci, e il 19 novembre 2017, data di entrata in vigore della legge n. 161 del 2017. 3. Ricorso depositato nell'interesse di NA DA D'ER. Nell'interesse di NA DA D'ER, moglie di EP ZA, viene proposto un unico motivo di ricorso per violazione degli artt. 24 e 26 d.lgs. n. 159 del 2011, in quanto la provvista per l'acquisto dei beni sequestrati alla ricorrente sarebbe di provenienza lecita. Sotto tale profilo si rileva che il prezzo dell'immobile sito in Chivasso, via San Marco n. 22, acquistato il 01/06/2011, è stato pagato, per euro 20.000, con un assegno proveniente dal padre della ricorrente, per euro 35.000, con quanto depositato in un libretto di risparmio della stessa e, per la restante parte, con lo smobilizzo di un buono postale, ove sono confluiti i bonifici relativi agli stipendi percepiti dalla ricorrente nonché donazioni del padre e investimenti di titoli acquisiti nelle annualità precedenti. In riferimento alle quote societarie della Green s.r.I., proprietaria dell'immobile di Volpiano via Umberto I, n. 11, si rileva che la provvista è derivata dalla vendita di un immobile sito in Chivasso, via Torino, acquistato con denaro ricevuto dal padre. Con il prezzo di vendita - pari a 163.000 euro- sono state acquisite, dapprima, le quote e, poi, l'immobile sito in Volpiano. Errata sarebbe, dunque, la deduzione della Corte di appello là dove ha ritenuto che l'immissione di denaro costituisca un mero conferimento al patrimonio sociale rimanendo in capo alla ricorrente un semplice diritto di credito. 4 Con riferimento all'immobile sito in Chivasso, via De Gasperi 53, in comproprietà con il marito, si rileva che l'importo pagato di 50.000.000 di lire deriva dalla vendita di un immobile e, per la restante parte, da un mutuo contratto con Unicredit. 4. Disposta la trattazione scritta del procedimento, in mancanza di richiesta nei termini ivi previsti di discussione orale, il Procuratore generale ha depositato conclusioni scritte, come in epigrafe indicate. CONSIDERATO IN DIRITTO 1. È opportuno premettere che, ai sensi dell'art. 10, comma 3, d. Igs. n. 159 del 2001, richiamato, per le misure di carattere reale, dall'art. 27, comma 2, nel procedimento di prevenzione, il ricorso per cassazione è ammesso soltanto per violazione di legge, nozione in cui va ricompresa la motivazione inesistente o meramente apparente del provvedimento, che ricorre quando il decreto omette del tutto di confrontarsi con un elemento potenzialmente decisivo nel senso che, singolarmente considerato, sarebbe tale da poter determinare un esito opposto del giudizio. (Sez. 6, n. 21525, del 18/06/2020, Mulé, Rv. 279284 - 01). La motivazione del tutto mancante oppure apparente e, dunque, inesistente, è ravvisabile soltanto quando essa sia del tutto avulsa dalle risultanze processuali o si avvalga di argomentazioni di puro genere o di asserzioni apodittiche o di proposizioni prive di efficacia dimostrativa, cioè, in tutti i casi in cui il ragionamento espresso dal giudice a sostegno della decisione adottata sia soltanto fittizio e perciò sostanzialmente inesistente (Sez. 5, n. 9677 del 14/07/2014, dep. 05/03/2015, PG in proc. Vassallo, Rv. 263100 - 01); in altri termini, «il vizio di motivazione apparente sussiste solo quando il giudice non dia in realtà conto del percorso logico seguito per pervenire alla conclusione che adotta, argomentando per clausole di stile o affermazioni generiche non pertinenti allo specifico caso sottoposto alla sua valutazione» (Sez. 6, n. 31390 del 08/07/2011, D'Amato, Rv. 250686), ossia «allorché la motivazione adottata non risponda ai requisiti minimi di esistenza, completezza e logicità del discorso argomentativo su cui si è fondata la decisione, mancando di specifici momenti esplicativi anche in relazione alle critiche pertinenti dedotte dalle parti» (Sez. 6, n. 49153 del 12/11/2015, Mascolo, Rv. 265244). 2. Il ricorso di MA ZA è infondato e va rigettato. 5 2.1. Il primo motivo, relativo al periodo di manifestazione della pericolosità del ricorrente, è infondato. Secondo il provvedimento impugnato l'adesione all'associazione di stampo mafioso è stata accertata dal Tribunale di Ivrea, con sentenza confermata in appello, almeno dagli anni '90 del secolo scorso. Tale circostanza emerge anche dalla sentenza allegata al ricorso (pagg. 120 e segg.). 2.2. Il secondo motivo di ricorso, con cui si deduce il difetto di correlazione temporale tra gli acquisti effettuati dal ricorrente e la manifestazione di pericolosità qualificata del ricorrente, è inammissibile perché, quantunque rubricato come violazione di legge, censura la motivazione del provvedimento impugnato, che non è né inesistente né apparente. 2.2.1. Va premesso che, con riferimento alla pericolosità qualificata, le Sezioni unite hanno chiarito che «fermo restando il principio che la pericolosità (rectius l'ambito cronologico della sua esplicazione) è "misura" dell'ablazione, la proiezione temporale di tale qualità non sempre è circoscrivibile in un determinato arco temporale. Tuttavia, nell'ipotesi in cui la pericolosità investa, come accade ordinariamente, l'intero percorso esistenziale del proposto e ricorrano i requisiti di legge, è pienamente legittima l'apprensione di tutte le componenti patrimoniali ed utilità, di presumibile illecita provenienza, delle quali non risulti, in alcun modo, giustificato il legittimo possesso. Resta ovviamente salva - come per la pericolosità generica - la facoltà dell'interessato di fornire prova contraria e liberatoria, attraverso la dimostrazione della legittimità degli acquisti in virtù di impiego di lecite fonti reddituali. Con l'imprescindibile corollario che una prova siffatta, specie per gli acquisti risalenti nel tempo, non deve rispondere, neppure in questo caso, ai rigorosi canoni probatori del giudizio petitorio, con il rischio di assurgere al rango di probatio diabolica, potendo (...) anche affidarsi a mere allegazioni, ossia a riscontrabili prospettazioni di fatti e situazioni che rendano, ragionevolmente, ipotizzabile la legittima provenienza dei beni in contestazione» (Sez. U, n. 4880 del 26/06/2014 - dep. 2015, Spinelli, Rv. 262605). In questa prospettiva, si è puntualizzato che il provvedimento ablativo deve essere sempre rispettoso del principio di equità e contemperare il principio costituzionale di cui all'art. 42 Cost. con le generali esigenze di prevenzione e di difesa sociale, sicché esso deve colpire solo i beni di accertata provenienza illecita o quelli di cui non sia giustificata la (lecita) provenienza: tali non sono, certamente, quelli acquisiti nel periodo in cui nessun rimprovero di pericolosità è stato mosso al proposto, ovvero quelli acquisiti - anche in epoca sospetta - con fondi di accertata provenienza lecita. 2.2.2. Il ricorrente contesta la correlazione temporale tra manifestazione della pericolosità sociale e acquisti in riferimento alla Bros s.r.l. -nata dalla fusione di 6 due società costituite in epoca antecedente al 1991- - e all'immobile sito nel Comune di Chivasso, viale Cavour n. 2 e 4, acquistato con risorse lecite siccome provenienti da cessioni anch'esse precedenti al 1991. Il motivo riproduce quello dedotto innanzi alla Corte di appello, con cui il ricorrente aveva censurato il provvedimento di primo grado nella parte in cui aveva disposto la confisca «indistinta di tutti i beni sottoposti a sequestro anticipato, senza alcun riferimento alla necessaria correlazione temporale tra pericolosità e l'acquisto di ogni singolo bene». La Corte di appello ha respinto la censura, rilevando che, contrariamente a quanto sostenuto dalla difesa, il decreto conteneva, in riferimento ai singoli beni oggetto di ablazione, compiuta motivazione in ordine alla data dell'acquisizione, sempre ricadente nel periodo di manifestazione della pericolosità, e della sproporzione in cui versava il nucleo familiare. Tale motivazione, non inesistente né apparente, non può essere oggetto di censura. 3. Ricorsi di GO CE, AL AD e ON AD. 3.1. Il primo motivo di ricorso è inammissibile perché, quantunque rubricato come violazione di legge, censura la motivazione del decreto impugnato, riproponendo le censure già proposte in appello, in relazione alla provenienza delle somme utilizzate per l'acquisto dei singoli cespiti confiscati, delle somme depositate su conti postali, nonché alla gestione della società Estreme s.a.s. Tutte le deduzioni difensive, però, sono state analiticamente esaminate dal provvedimento impugnato, che, con motivazione logica e niente affatto apparente, ha ricostruito le singole operazioni economiche, con valutazione di cui, con il ricorso, si chiede in sostanza la revisione in senso più favorevole per i ricorrenti. Dal decreto impugnato emerge, in particolare, quanto segueò A) Quanto a Extreme s.a.s., che la società è stata costituita tra GO CE e i figli pochi giorni prima dell'acquisto dal "Ristorante Belmonte" s.a.s. del bar "La Corte" al prezzo di 12.000 euro, che non risulta mai essere stato corrisposto. La società "Ristorante Belmonte" aveva acquistato il bar "la Corte" pochi anni prima, per far fronte ad una importante esposizione debitoria. A seguito della cessione del bar alla neocostituita società, "Ristorante Belmonte" s.a.s. è stata completamente svuotata, mentre l'attività del bar è proseguita apparentemente in capo a terzi, al riparo da aggressioni dei creditori. Rispetto all'operazione di acquisizione da parte di Extreme s.a.s., effettuata nel biennio antecedente alla proposta di misura di prevenzione, opera la presunzione di cui all'art. 26, comma 2, d. Igs. n. 159 del 2011. 7 La fittizietà della intestazione, secondo la ricostruzione della Corte di appello, emerge chiaramente dal contenuto dei dialoghi intercettati e riportati a pag. 37 e 38. Inammissibili, sul punto, sono dunque le censure afferenti la sottovalutazione delle dichiarazioni rese dai testi escussi in sede di indagini difensive, trattandosi di questioni non proponibili in sede di legittimità. B) Riguardo all'assegno circolare tratto sul conto di ON AD: - che nei mesi successivi al suo incasso, sul conto corrente da cui è stato tratto, si registrano versamenti in contanti esattamente corrispondenti all'importo di 10.000 euro, tanto che alla fine del 2019 risulta ricostituito il saldo precedente;
- la sequenza di tali movimenti è considerata tanto più significativa quanto più nel 2020 non constano ulteriori versamenti, cosa che porta a ritenere che ON AD abbia anticipato la somma di 10.000 euro e ne abbia poi ottenuto la restituzione. C) Quanto al veicolo Volvo XC 60, acquistato nel 2017 da GO CE, che le disponibilità economiche della ricorrente non consentivano l'acquisto (pag. 52» D) Quanto alla carta prepagata di Poste italiane intestata a GO CE, che è stata ricaricata con denaro contante, non prelevato dai conti, e sulla cui provenienza nessuna allegazione specifica è stata fornita dalla ricorrente. Peraltro, nel periodo in cui sono state effettuate le ricariche, la ricorrente non aveva fonti di reddito, cosa che ha portato a ritenere che il denaro provenisse dal proposto, con lei convivente. 3.1.1. Il decreto impugnato, ha poi, minuziosamente ricostruito la situazione patrimoniale del nucleo familiare di GO CE e dei figli in epoca antecedente al 2017, situazione tanto precaria da rendere necessario per garantirne la sopravvivenza il ricorso all'aiuto delle famiglie di origine (pag. 33 e 34), nonché la provenienza delle somme utilizzate per il pagamento dell'autovettura BMW intestata a ON AD, con riferimento a tutti i versamenti effettuati sul conto corrente, incompatibili con il reddito e ingiustificati. In conclusione, quindi, il primo motivo di ricorso è inammissibile, perché afferente a vizi della motivazione, tutt'altro che apparente, del provvedimento impugnato. 3.2. Il secondo motivo è inammissibile. Va premesso che la censura relativa alla violazione dell'art. 27, comma 6, d. Igs. n. 159 del 2011, contenuta nella memoria di replica, è inammissibile perché tardiva e comunque è manifestamente infondata, in quanto il giudizio di appello avverso il decreto di confisca del 09/01/2024 è stato celebrato il 29/10/2024, ossia entro il termine di durata massima previsto dalla norma citata (un anno e sei mesi). 8 3.3. Inammissibile per carenza di interesse è, invece, il motivo di ricorso relativo alla violazione dell'art. 24 d. I.gs. n. 159 del 2011. Non vi è dubbio, infatti, che, come sostenuto dalla difesa, il termine di cui all'art. 24, comma 2, d. Igs. n. 159 del 2011 sia perentorio e che al suo maturare senza che sia intervenuta confisca consegua l'obbligo di procedere alla restituzione dei beni sequestrati agli aventi diritto. Tuttavia, la confisca di prevenzione non presuppone indefettibilmente il sequestro e così i due vincoli possono susseguirsi sugli stessi beni, ovvero può intervenire direttamente il provvedimento ablatorio definitivo senza essere stato preceduto dal sequestro (art. 27, comma 1 d. Igs. n. 159 del 2011; sul punto: Sez. U., n. 20215 del 27/04/2015, PM in proc. Yang Xinjao, Rv. 269590). Pertanto, l'intervenuta confisca comporta l'irrilevanza di ogni vicenda procedurale antecedente, ferma la possibilità di richieste risarcitorie derivanti dall'obiettiva illegittimità della procedura, peraltro conclusa, afferente il sequestro (Sez. 5, n. 20138 del 21/02/2024, Terrazzino, Rv. 286533 - 01). 3.4. Il terzo motivo di ricorso, con cui i terzi contestano profili diversi dalla fittizietà dell'intestazione, e segnatamente l'illecita provenienza della provvista utilizzata da MA ZA per l'acquisto dei beni sequestrati, è infondato. Le Sezioni unite di questa Corte, componendo un contrasto sul punto, hanno infatti, affermato che in caso di confisca di prevenzione avente ad oggetto beni ritenuti fittiziamente intestati a un terzo, quest'ultimo può rivendicare esclusivamente l'effettiva titolarità dei beni confiscati, senza poter prospettare l'insussistenza dei presupposti applicativi della misura, deducibile soltanto dal proposto (sentenza n. 30355 del 27/03/2025, Putignano, Rv. 288300 - 01). 3.5. In conclusione, i ricorsi di GO CE, AL AD e ON AD vanno rigettati con conseguente condanna di ricorrenti al pagamento delle spese processuali. 4. Ricorso di NA DA D'ER. Il ricorso proposto nell'interesse di NA DA D'ER è infondato. La Corte ha diffusamente argomentato in ordine alla deduzione relativa alla provvista per l'acquisto dell'immobile di via san Marco 22, rilevando che i risparmi cui si riferisce la ricorrente sono stati accumulati in periodo di sperequazione, quindi, se è vero che la somma risulta accantonata dalla ricorrente, è anche vero che dal conto non risultano spese familiari, pertanto, si tratta di un accumulo fittizio in periodo di sperequazione. Le medesime considerazioni valgono, secondo il decreto impugnato, per la somma derivante dalla dismissione del libretto di risparmio. 9 In riferimento alle quote societarie della Green s.r.l. e all'acquisto dell'immobile in Volpiano, dal decreto emerge che negli anni in cui sono state poste in essere tali operazioni vi è sempre stato un saldo negativo tra entrate e uscite. Dalla analitica ricostruzione (pag. 28) emerge, altresì, che i finanziamenti a favore di Green s.r.l. hanno ecceduto le risorse a disposizione della ricorrente, così deponendo nel senso di un contributo economico del marito. La stessa cessione delle quote, considerato il momento in cui è stata posta in essere, è stata qualificata come operazione fittizia mirata a preservare il patrimonio familiare (cfr. intercettazioni citate a pag. 29). Dai dialoghi captati si deduce in modo chiaro, ad avviso dei Gtiudici di merito, che la ricorrente non era nemmeno consapevole di cosa fosse la società Green s.r.I., di cui era socio di maggioranza e finanziatrice, e che detta società non solo era gestita dal marito, ma a lui apparteneva. Con riferimento all'immobile sito in Chivasso, la Corte di appello ha, poi, rilevato che la somma con cui è stato acquistato, costituente il ricavato della vendita di altro immobile, non può ritenersi provvista lecita, in quanto il bene venduto era stato acquisito in un periodo rientrante nella accertata pericolosità (1991) ed era frutto di sperequazione tra entrate e uscite, così come i ratei di mutuo successivamente pagati. In ogni caso, va rilevato che le censure dedotte attengono essenzialmente alla ricostruzione dei fatti contenuta nel decreto impugnato, che non può essere oggetto di sindacato in sede di legittimità, in quanto, nel procedimento di prevenzione, il ricorso per cassazione è ammesso soltanto per violazione di legge. In conclusione, il ricorso di NA SA d'ER va rigettato, con conseguente condanna della ricorrente al pagamento delle spese processuali.
P.Q.M.
Rigetta i ricorsi e condanna i ricorrenti al pagamento delle spese processuali. Così deciso il 16/09/2025
udita la relazione svolta dal Consigliere Federica Tondin;
lette le richieste del Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore generale ET Ceniccola, che ha concluso chiedendo che sia dichiarato inammissibile il ricorso presentato nell'interesse di ZA MA e che siano rigettati i ricorsi presentati nell'interesse di D'ER NA DA, CE GO, AD ON, AD AL;
letta la memoria di replica depositata dagli Avvocati Gianni Russano e Natascia Taormina, difensori di CE GO, AD AL e AD ON. Penale Sent. Sez. 6 Num. 39004 Anno 2025 Presidente: DE AMICIS GAETANO Relatore: TONDIN FEDERICA Data Udienza: 16/09/2025 RITENUTO IN FATTO 1. Con il decreto in epigrafe indicato la Corte di appello di Torino, in parziale riforma del decreto del Tribunale di Torino del 11/10/2023, ha ridotto ad anni quattro la durata della misura di prevenzione personale della sorveglianza speciale applicata MA ZA, confermando nel resto il provvedimento, che aveva disposto la confisca di una serie di beni, intestati a lui e a terzi. 2. Avverso il suddetto decreto hanno proposto ricorso per cassazione i difensori di MA ZA e dei terzi interessati GO CE, NA DA D'ER, ON AD e AL AD, per i motivi di seguito sintetizzati. 2.1. Ricorso di MA ZA. Nell'interesse di MA ZA sono stati dedotti i seguenti motivi di ricorso: 2.1.1. Violazione degli artt. 4, comma 1, lett. a) e 10, comma 3, d. Igs. n. 159 del 2011, in quanto la pericolosità qualificata del ricorrente sarebbe stata erroneamente ritenuta sussistere in virtù di una affiliazione alla locale di Volpiano verificatasi in epoca antecedente al 27/02/1991, mentre, secondo le sentenze che l'hanno accertata, tale affiliazione risale ad epoca successiva (1994). 2.1.2. Violazione di legge in relazione agli artt. 24 e 10, comma 3, d. Igs. n. 159 del 2011 per difetto di correlazione temporale tra gli acquisti effettuati dal ricorrente e la manifestazione di pericolosità, in riferimento: a) alla Bros s.r.I., nata dalla fusione tra la Fra.Gi.Do di ZA & c. s.a.s. e la Lobster s.a.s di ZA TE, società costituite rispettivamente il 29/06/1984 e il 09/10/1991, ossia prima della manifestazione di pericolosità della ricorrente;
b) all'immobile sito nel Comune di Chivasso, viale Cavour n. 2 e 4, di proprietà di MA ZA e IL NA acquistato nel 1998, tra l'altro con l'investimento della somma di 50.000.000 di lire che ciascuno dei fratelli ZA aveva ricevuto dalla Fra.Gi.Do di ZA & c. s.a.s. in occasione della vendita, effettuata nel 1991, di terreni di Volpiano e, dunque, con risorse lecite siccome provenienti da cessioni antecedenti alla manifestazione della pericolosità. 2.2. Ricorsi di GO CE, ON AD e AL AD. Va premesso che MA ZA è stato coniugato con IL NA fino al 2015 (anno del divorzio) e che, dal 2017, ha convissuto con GO CE e con i due figli da lei avuti dal precedente matrimonio, AL AD e ON AD. Nell'interesse dei predetti terzi vengono dedotti i seguenti motivi di ricorso. 2.2.1. Violazione di legge in relazione agli artt. 19, 20, 24 e 26 d. Igs. n. 159 del 2011. 2 Viene contestata la ricostruzione contenuta nel decreto impugnato in merito, in primo luogo, all'assegno circolare tratto sul conto corrente di ON AD e consegnato in pagamento dell'azienda ceduta da Drink and Food al ristorante Belmonte s.a.s., che erroneamente il decreto impugnato qualificherebbe come anticipo effettuato in favore di MA ZA, presunto socio occulto. In secondo luogo, quanto alle vicende societarie, si rileva che, mediante la produzione di documenti, di dichiarazioni di terzi e della consulenza tecnica di parte, la difesa avrebbe dimostrato la sussistenza della provvista lecita in capo ai ricorrenti al momento degli acquisti, il carattere reale e non fittizio di tutte le operazioni e, infine, la circostanza che la società Extreme s.a.s. era gestita esclusivamente dai soci senza alcuna ingerenza di MA ZA. Si contesta, inoltre, la valutazione di inattendibilità dei dipendenti di Extreme s.a.s. e la sottovalutazione delle dichiarazioni rese dalla commercialista e dal consulente del lavoro, secondo cui il loro punto di riferimento erano GO CE e ON AD e non MA ZA. Si deduce, poi, che molti conti correnti sono stati accesi prima del 2017, anno in cui GO CE è entrata a far parte del nucleo familiare di MA ZA, e che quelli aperti in costanza di convivenza non erano nella disponibilità di quest'ultimo. CE GO e i figli avevano, infatti, risorse finanziarie derivanti dall'attività lavorativa svolta, da regalie fatte da prossimi congiunti, come in parte documentato, nonché dalla vendita di mobili e suppellettili. Si rileva, infine: a) che il veicolo Volvo XC 60 acquistato nel 2017 da GO CE è un bene di modico valore, non sproporzionato con i redditi dichiarati dal nucleo familiare;
b) che la carta prepagata di Poste italiane a lei intestata è stata ricaricata con denaro provento della sua attività lavorativa;
c) che l'autovettura BMW è stata acquistata da ON AD con denaro proprio, come dimostrato dalla consulenza tecnica di parte, in un momento in cui non era un familiare di MA ZA, avendo traferito la propria residenza con la madre solo a fine luglio 2017. 2.2.2. Inosservanza e erronea applicazione dell'art. 24 d. Igs. n. 159 del 2011 in quanto l'amministratore giudiziario è stato immesso nel possesso dei beni con decreto n. 16 del 18/05/2022 mentre il decreto di confisca è stato depositato dal Tribunale di Torino in data 09/01/2024 ossia ben oltre il termine di un anno e sei mesi previsto dalla suddetta norma. Nella memoria di replica alle conclusioni del pubblico ministero, che aveva sottolineato che la doglianza non era stata sollevata in appello, i ricorrenti hanno rilevato che il termine di un anno e sei mesi è previsto anche per la definizione del giudizio di appello avverso il decreto di confisca emesso in primo grado (art. 27, comma 6, d.lgs. n.1 59 del 2011), sicché il suo superamento, determinando 3 l'inefficacia del provvedimento ablatorio e il conseguente obbligo di restituzione dei beni, preclude la prosecuzione del giudizio. Per questo motivo sussisterebbe l'interesse del terzo a far constare il decorso di tale termine. 2.2.3. Violazione degli artt. 19 e 20 d. Igs. n. 159 del 2011 con riferimento alla provenienza dei cespiti di ZA MA. Sotto questo profilo i terzi rilevano che erroneamente la Corte avrebbe ritenuto rilevante la massiccia evasione fiscale e contributiva addebitabile a MA ZA, alla luce del principio di diritto stabilito dalle Sezioni unite (sentenza n. 8052 del 23/02/2024) secondo cui il divieto previsto dall'art. 240-bis cod. pen., introdotto dall'art. 31 legge 17 ottobre 2017, n. 161, di giustificazione della legittima provenienza dei beni oggetto della confisca c.d. allargata, o del sequestro ad essa finalizzato, sul presupposto che il denaro utilizzato per acquistarli sia provento o reimpiego dell'evasione fiscale, si applica anche ai beni acquistati prima della sua entrata in vigore, ad eccezione di quelli acquisiti nel periodo compreso tra il 29 maggio 2014, data della sentenza delle Sezioni unite n. 33451 del 29/05/2014, Repaci, e il 19 novembre 2017, data di entrata in vigore della legge n. 161 del 2017. 3. Ricorso depositato nell'interesse di NA DA D'ER. Nell'interesse di NA DA D'ER, moglie di EP ZA, viene proposto un unico motivo di ricorso per violazione degli artt. 24 e 26 d.lgs. n. 159 del 2011, in quanto la provvista per l'acquisto dei beni sequestrati alla ricorrente sarebbe di provenienza lecita. Sotto tale profilo si rileva che il prezzo dell'immobile sito in Chivasso, via San Marco n. 22, acquistato il 01/06/2011, è stato pagato, per euro 20.000, con un assegno proveniente dal padre della ricorrente, per euro 35.000, con quanto depositato in un libretto di risparmio della stessa e, per la restante parte, con lo smobilizzo di un buono postale, ove sono confluiti i bonifici relativi agli stipendi percepiti dalla ricorrente nonché donazioni del padre e investimenti di titoli acquisiti nelle annualità precedenti. In riferimento alle quote societarie della Green s.r.I., proprietaria dell'immobile di Volpiano via Umberto I, n. 11, si rileva che la provvista è derivata dalla vendita di un immobile sito in Chivasso, via Torino, acquistato con denaro ricevuto dal padre. Con il prezzo di vendita - pari a 163.000 euro- sono state acquisite, dapprima, le quote e, poi, l'immobile sito in Volpiano. Errata sarebbe, dunque, la deduzione della Corte di appello là dove ha ritenuto che l'immissione di denaro costituisca un mero conferimento al patrimonio sociale rimanendo in capo alla ricorrente un semplice diritto di credito. 4 Con riferimento all'immobile sito in Chivasso, via De Gasperi 53, in comproprietà con il marito, si rileva che l'importo pagato di 50.000.000 di lire deriva dalla vendita di un immobile e, per la restante parte, da un mutuo contratto con Unicredit. 4. Disposta la trattazione scritta del procedimento, in mancanza di richiesta nei termini ivi previsti di discussione orale, il Procuratore generale ha depositato conclusioni scritte, come in epigrafe indicate. CONSIDERATO IN DIRITTO 1. È opportuno premettere che, ai sensi dell'art. 10, comma 3, d. Igs. n. 159 del 2001, richiamato, per le misure di carattere reale, dall'art. 27, comma 2, nel procedimento di prevenzione, il ricorso per cassazione è ammesso soltanto per violazione di legge, nozione in cui va ricompresa la motivazione inesistente o meramente apparente del provvedimento, che ricorre quando il decreto omette del tutto di confrontarsi con un elemento potenzialmente decisivo nel senso che, singolarmente considerato, sarebbe tale da poter determinare un esito opposto del giudizio. (Sez. 6, n. 21525, del 18/06/2020, Mulé, Rv. 279284 - 01). La motivazione del tutto mancante oppure apparente e, dunque, inesistente, è ravvisabile soltanto quando essa sia del tutto avulsa dalle risultanze processuali o si avvalga di argomentazioni di puro genere o di asserzioni apodittiche o di proposizioni prive di efficacia dimostrativa, cioè, in tutti i casi in cui il ragionamento espresso dal giudice a sostegno della decisione adottata sia soltanto fittizio e perciò sostanzialmente inesistente (Sez. 5, n. 9677 del 14/07/2014, dep. 05/03/2015, PG in proc. Vassallo, Rv. 263100 - 01); in altri termini, «il vizio di motivazione apparente sussiste solo quando il giudice non dia in realtà conto del percorso logico seguito per pervenire alla conclusione che adotta, argomentando per clausole di stile o affermazioni generiche non pertinenti allo specifico caso sottoposto alla sua valutazione» (Sez. 6, n. 31390 del 08/07/2011, D'Amato, Rv. 250686), ossia «allorché la motivazione adottata non risponda ai requisiti minimi di esistenza, completezza e logicità del discorso argomentativo su cui si è fondata la decisione, mancando di specifici momenti esplicativi anche in relazione alle critiche pertinenti dedotte dalle parti» (Sez. 6, n. 49153 del 12/11/2015, Mascolo, Rv. 265244). 2. Il ricorso di MA ZA è infondato e va rigettato. 5 2.1. Il primo motivo, relativo al periodo di manifestazione della pericolosità del ricorrente, è infondato. Secondo il provvedimento impugnato l'adesione all'associazione di stampo mafioso è stata accertata dal Tribunale di Ivrea, con sentenza confermata in appello, almeno dagli anni '90 del secolo scorso. Tale circostanza emerge anche dalla sentenza allegata al ricorso (pagg. 120 e segg.). 2.2. Il secondo motivo di ricorso, con cui si deduce il difetto di correlazione temporale tra gli acquisti effettuati dal ricorrente e la manifestazione di pericolosità qualificata del ricorrente, è inammissibile perché, quantunque rubricato come violazione di legge, censura la motivazione del provvedimento impugnato, che non è né inesistente né apparente. 2.2.1. Va premesso che, con riferimento alla pericolosità qualificata, le Sezioni unite hanno chiarito che «fermo restando il principio che la pericolosità (rectius l'ambito cronologico della sua esplicazione) è "misura" dell'ablazione, la proiezione temporale di tale qualità non sempre è circoscrivibile in un determinato arco temporale. Tuttavia, nell'ipotesi in cui la pericolosità investa, come accade ordinariamente, l'intero percorso esistenziale del proposto e ricorrano i requisiti di legge, è pienamente legittima l'apprensione di tutte le componenti patrimoniali ed utilità, di presumibile illecita provenienza, delle quali non risulti, in alcun modo, giustificato il legittimo possesso. Resta ovviamente salva - come per la pericolosità generica - la facoltà dell'interessato di fornire prova contraria e liberatoria, attraverso la dimostrazione della legittimità degli acquisti in virtù di impiego di lecite fonti reddituali. Con l'imprescindibile corollario che una prova siffatta, specie per gli acquisti risalenti nel tempo, non deve rispondere, neppure in questo caso, ai rigorosi canoni probatori del giudizio petitorio, con il rischio di assurgere al rango di probatio diabolica, potendo (...) anche affidarsi a mere allegazioni, ossia a riscontrabili prospettazioni di fatti e situazioni che rendano, ragionevolmente, ipotizzabile la legittima provenienza dei beni in contestazione» (Sez. U, n. 4880 del 26/06/2014 - dep. 2015, Spinelli, Rv. 262605). In questa prospettiva, si è puntualizzato che il provvedimento ablativo deve essere sempre rispettoso del principio di equità e contemperare il principio costituzionale di cui all'art. 42 Cost. con le generali esigenze di prevenzione e di difesa sociale, sicché esso deve colpire solo i beni di accertata provenienza illecita o quelli di cui non sia giustificata la (lecita) provenienza: tali non sono, certamente, quelli acquisiti nel periodo in cui nessun rimprovero di pericolosità è stato mosso al proposto, ovvero quelli acquisiti - anche in epoca sospetta - con fondi di accertata provenienza lecita. 2.2.2. Il ricorrente contesta la correlazione temporale tra manifestazione della pericolosità sociale e acquisti in riferimento alla Bros s.r.l. -nata dalla fusione di 6 due società costituite in epoca antecedente al 1991- - e all'immobile sito nel Comune di Chivasso, viale Cavour n. 2 e 4, acquistato con risorse lecite siccome provenienti da cessioni anch'esse precedenti al 1991. Il motivo riproduce quello dedotto innanzi alla Corte di appello, con cui il ricorrente aveva censurato il provvedimento di primo grado nella parte in cui aveva disposto la confisca «indistinta di tutti i beni sottoposti a sequestro anticipato, senza alcun riferimento alla necessaria correlazione temporale tra pericolosità e l'acquisto di ogni singolo bene». La Corte di appello ha respinto la censura, rilevando che, contrariamente a quanto sostenuto dalla difesa, il decreto conteneva, in riferimento ai singoli beni oggetto di ablazione, compiuta motivazione in ordine alla data dell'acquisizione, sempre ricadente nel periodo di manifestazione della pericolosità, e della sproporzione in cui versava il nucleo familiare. Tale motivazione, non inesistente né apparente, non può essere oggetto di censura. 3. Ricorsi di GO CE, AL AD e ON AD. 3.1. Il primo motivo di ricorso è inammissibile perché, quantunque rubricato come violazione di legge, censura la motivazione del decreto impugnato, riproponendo le censure già proposte in appello, in relazione alla provenienza delle somme utilizzate per l'acquisto dei singoli cespiti confiscati, delle somme depositate su conti postali, nonché alla gestione della società Estreme s.a.s. Tutte le deduzioni difensive, però, sono state analiticamente esaminate dal provvedimento impugnato, che, con motivazione logica e niente affatto apparente, ha ricostruito le singole operazioni economiche, con valutazione di cui, con il ricorso, si chiede in sostanza la revisione in senso più favorevole per i ricorrenti. Dal decreto impugnato emerge, in particolare, quanto segueò A) Quanto a Extreme s.a.s., che la società è stata costituita tra GO CE e i figli pochi giorni prima dell'acquisto dal "Ristorante Belmonte" s.a.s. del bar "La Corte" al prezzo di 12.000 euro, che non risulta mai essere stato corrisposto. La società "Ristorante Belmonte" aveva acquistato il bar "la Corte" pochi anni prima, per far fronte ad una importante esposizione debitoria. A seguito della cessione del bar alla neocostituita società, "Ristorante Belmonte" s.a.s. è stata completamente svuotata, mentre l'attività del bar è proseguita apparentemente in capo a terzi, al riparo da aggressioni dei creditori. Rispetto all'operazione di acquisizione da parte di Extreme s.a.s., effettuata nel biennio antecedente alla proposta di misura di prevenzione, opera la presunzione di cui all'art. 26, comma 2, d. Igs. n. 159 del 2011. 7 La fittizietà della intestazione, secondo la ricostruzione della Corte di appello, emerge chiaramente dal contenuto dei dialoghi intercettati e riportati a pag. 37 e 38. Inammissibili, sul punto, sono dunque le censure afferenti la sottovalutazione delle dichiarazioni rese dai testi escussi in sede di indagini difensive, trattandosi di questioni non proponibili in sede di legittimità. B) Riguardo all'assegno circolare tratto sul conto di ON AD: - che nei mesi successivi al suo incasso, sul conto corrente da cui è stato tratto, si registrano versamenti in contanti esattamente corrispondenti all'importo di 10.000 euro, tanto che alla fine del 2019 risulta ricostituito il saldo precedente;
- la sequenza di tali movimenti è considerata tanto più significativa quanto più nel 2020 non constano ulteriori versamenti, cosa che porta a ritenere che ON AD abbia anticipato la somma di 10.000 euro e ne abbia poi ottenuto la restituzione. C) Quanto al veicolo Volvo XC 60, acquistato nel 2017 da GO CE, che le disponibilità economiche della ricorrente non consentivano l'acquisto (pag. 52» D) Quanto alla carta prepagata di Poste italiane intestata a GO CE, che è stata ricaricata con denaro contante, non prelevato dai conti, e sulla cui provenienza nessuna allegazione specifica è stata fornita dalla ricorrente. Peraltro, nel periodo in cui sono state effettuate le ricariche, la ricorrente non aveva fonti di reddito, cosa che ha portato a ritenere che il denaro provenisse dal proposto, con lei convivente. 3.1.1. Il decreto impugnato, ha poi, minuziosamente ricostruito la situazione patrimoniale del nucleo familiare di GO CE e dei figli in epoca antecedente al 2017, situazione tanto precaria da rendere necessario per garantirne la sopravvivenza il ricorso all'aiuto delle famiglie di origine (pag. 33 e 34), nonché la provenienza delle somme utilizzate per il pagamento dell'autovettura BMW intestata a ON AD, con riferimento a tutti i versamenti effettuati sul conto corrente, incompatibili con il reddito e ingiustificati. In conclusione, quindi, il primo motivo di ricorso è inammissibile, perché afferente a vizi della motivazione, tutt'altro che apparente, del provvedimento impugnato. 3.2. Il secondo motivo è inammissibile. Va premesso che la censura relativa alla violazione dell'art. 27, comma 6, d. Igs. n. 159 del 2011, contenuta nella memoria di replica, è inammissibile perché tardiva e comunque è manifestamente infondata, in quanto il giudizio di appello avverso il decreto di confisca del 09/01/2024 è stato celebrato il 29/10/2024, ossia entro il termine di durata massima previsto dalla norma citata (un anno e sei mesi). 8 3.3. Inammissibile per carenza di interesse è, invece, il motivo di ricorso relativo alla violazione dell'art. 24 d. I.gs. n. 159 del 2011. Non vi è dubbio, infatti, che, come sostenuto dalla difesa, il termine di cui all'art. 24, comma 2, d. Igs. n. 159 del 2011 sia perentorio e che al suo maturare senza che sia intervenuta confisca consegua l'obbligo di procedere alla restituzione dei beni sequestrati agli aventi diritto. Tuttavia, la confisca di prevenzione non presuppone indefettibilmente il sequestro e così i due vincoli possono susseguirsi sugli stessi beni, ovvero può intervenire direttamente il provvedimento ablatorio definitivo senza essere stato preceduto dal sequestro (art. 27, comma 1 d. Igs. n. 159 del 2011; sul punto: Sez. U., n. 20215 del 27/04/2015, PM in proc. Yang Xinjao, Rv. 269590). Pertanto, l'intervenuta confisca comporta l'irrilevanza di ogni vicenda procedurale antecedente, ferma la possibilità di richieste risarcitorie derivanti dall'obiettiva illegittimità della procedura, peraltro conclusa, afferente il sequestro (Sez. 5, n. 20138 del 21/02/2024, Terrazzino, Rv. 286533 - 01). 3.4. Il terzo motivo di ricorso, con cui i terzi contestano profili diversi dalla fittizietà dell'intestazione, e segnatamente l'illecita provenienza della provvista utilizzata da MA ZA per l'acquisto dei beni sequestrati, è infondato. Le Sezioni unite di questa Corte, componendo un contrasto sul punto, hanno infatti, affermato che in caso di confisca di prevenzione avente ad oggetto beni ritenuti fittiziamente intestati a un terzo, quest'ultimo può rivendicare esclusivamente l'effettiva titolarità dei beni confiscati, senza poter prospettare l'insussistenza dei presupposti applicativi della misura, deducibile soltanto dal proposto (sentenza n. 30355 del 27/03/2025, Putignano, Rv. 288300 - 01). 3.5. In conclusione, i ricorsi di GO CE, AL AD e ON AD vanno rigettati con conseguente condanna di ricorrenti al pagamento delle spese processuali. 4. Ricorso di NA DA D'ER. Il ricorso proposto nell'interesse di NA DA D'ER è infondato. La Corte ha diffusamente argomentato in ordine alla deduzione relativa alla provvista per l'acquisto dell'immobile di via san Marco 22, rilevando che i risparmi cui si riferisce la ricorrente sono stati accumulati in periodo di sperequazione, quindi, se è vero che la somma risulta accantonata dalla ricorrente, è anche vero che dal conto non risultano spese familiari, pertanto, si tratta di un accumulo fittizio in periodo di sperequazione. Le medesime considerazioni valgono, secondo il decreto impugnato, per la somma derivante dalla dismissione del libretto di risparmio. 9 In riferimento alle quote societarie della Green s.r.l. e all'acquisto dell'immobile in Volpiano, dal decreto emerge che negli anni in cui sono state poste in essere tali operazioni vi è sempre stato un saldo negativo tra entrate e uscite. Dalla analitica ricostruzione (pag. 28) emerge, altresì, che i finanziamenti a favore di Green s.r.l. hanno ecceduto le risorse a disposizione della ricorrente, così deponendo nel senso di un contributo economico del marito. La stessa cessione delle quote, considerato il momento in cui è stata posta in essere, è stata qualificata come operazione fittizia mirata a preservare il patrimonio familiare (cfr. intercettazioni citate a pag. 29). Dai dialoghi captati si deduce in modo chiaro, ad avviso dei Gtiudici di merito, che la ricorrente non era nemmeno consapevole di cosa fosse la società Green s.r.I., di cui era socio di maggioranza e finanziatrice, e che detta società non solo era gestita dal marito, ma a lui apparteneva. Con riferimento all'immobile sito in Chivasso, la Corte di appello ha, poi, rilevato che la somma con cui è stato acquistato, costituente il ricavato della vendita di altro immobile, non può ritenersi provvista lecita, in quanto il bene venduto era stato acquisito in un periodo rientrante nella accertata pericolosità (1991) ed era frutto di sperequazione tra entrate e uscite, così come i ratei di mutuo successivamente pagati. In ogni caso, va rilevato che le censure dedotte attengono essenzialmente alla ricostruzione dei fatti contenuta nel decreto impugnato, che non può essere oggetto di sindacato in sede di legittimità, in quanto, nel procedimento di prevenzione, il ricorso per cassazione è ammesso soltanto per violazione di legge. In conclusione, il ricorso di NA SA d'ER va rigettato, con conseguente condanna della ricorrente al pagamento delle spese processuali.
P.Q.M.
Rigetta i ricorsi e condanna i ricorrenti al pagamento delle spese processuali. Così deciso il 16/09/2025