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Sentenza 7 maggio 2025
Sentenza 7 maggio 2025
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Sul provvedimento
| Citazione : | Trib. Bologna, sentenza 07/05/2025, n. 1131 |
|---|---|
| Giurisdizione : | Trib. Bologna |
| Numero : | 1131 |
| Data del deposito : | 7 maggio 2025 |
Testo completo
TRIBUNALE ORDINARIO DI BOLOGNA Sezione Specializzata in materia di Immigrazione, Protezione internazionale e Libera circolazione cittadini UE
il Tribunale in composizione collegiale nelle persone dei seguenti magistrati: dott. Marco Gattuso Presidente dott. M. Cristina Borgo Giudice dott. Rada V. Scifo Giudice Relatore
Nella causa civile iscritta al RG n. 16799/2023 promossa da: (Cod. Fisc.: ), nato in [...] il [...], Parte_1 C.F._1 all'Avv. David o eletto presso il suo studio legale in 48121 Ravenna, Via IV Novembre 5 ; RICORRENTE contro ; Controparte_1 RESISTENTE CONTUMACE
CONCLUSIONI: parte ricorrente ha concluso come da note depositate il 25 marzo 2025.
All'esito della discussione all'udienza del 31 marzo 2025, sostituita con trattazione scritta ai sensi dell'art. 127 ter c.p.c. ha pronunciato la seguente
SENTENZA ai sensi degli artt. 281 undecies, terdecies c.p.c., 19 ter D.lvo 150/2011
Con ricorso tempestivamente depositato, il ricorrente, cittadino nigeriano nato nel 1992, ha impugnato il provvedimento del Questore di Ravenna con il quale è stata rigettata la richiesta di protezione speciale di cui all'art. 19, D. L.vo 25 luglio 1998 n. 286 presentata in data 16.11.2022, chiedendo altresì la sospensione dell'esecutorietà del provvedimento impugnato.
La motivazione del provvedimento impugnato si fonda sul parere sfavorevole reso dalla Commissione Territoriale, la quale non ha ravvisato la sussistenza di elementi per ritenere sussistente un radicamento sul territorio;
inoltre ha evidenziato che il ricorrente era stato denunciato nel 2015 in relazione ad un sodalizio criminale relativo alla commissione di truffe volte all'ottenimento di permessi di soggiorno ai danni di enti pubblici.
Avverso tale provvedimento ha proposto ricorso l'istante, evidenziando il proficuo percorso di integrazione nel territorio italiano e l'esistenza di importanti legami familiari sul territorio, essendo egli padre di una bambina nata nel 2022.
Il , nonostante la regolarità della notifica, non si è costituito in giudizio. Controparte_1
All'udienza del 4.6.2024 è stato sentito il ricorrente, il quale, in lingua italiana, ha reso le seguenti dichiarazioni: “D. Quando è arrivato in Italia? R. Nel 2014. D. Ha parenti in patria? R. No, sono tutti morti. Avevo i genitori e mia sorella. D. Quando è arrivato in Italia è stato ospite di un centro di accoglienza? R. Si, in Calabria. D. Quanto tempo è rimasto in Calabria? R. Circa tre anni. D. Nel 2017 poi è arrivato a Ravenna? R. Sì, abitavo con un mio amico. D. Ha vissuto anche in altri posti? R. No. A Mestre adesso abitano mia figlia e sua mamma. D. Lei e la mamma della bambina avete ancora una relazione? R. Sì sì. D. Riesce a vedere la bambina? R. Si, vado il sabato a trovarle. D. Dove vive la sua fidanzata? E' in accoglienza? R. No, vive da sola con la bambina. D. Contribuisce al mantenimento di sua figlia? R. Sì, mando mensilmente alla madre circa 300-400 euro. D. Quando ha cominciato a lavorare lei? R. Nel 2018. D. Aveva lavorato anche prima? R. No. D. Attualmente lavora? R. Ho un contratto a termine che scade a giugno 2024. D. Ha avuto altri titoli di soggiorno? R. La protezione sussidiaria, ho versato copia del permesso in atti. D. Dopo non ha chiesto il rinnovo? R. Ho presentato richiesta ma era già scaduto il termine per proporre rinnovo. D. Ha dei precedenti penali? R. Solo quello pendente presso il Tribunale di Padova che riguarda il reato di tentativo di falso. D. Ha commesso altri reati? R. No. D. E' mai stato arrestato? E' mai stato in carcere? R. No”. All'esito della suddetta udienza è stato confermato il provvedimento di sospensione dell'efficacia esecutiva del provvedimento impugnato e la causa è stata delegata al GOP per la sua trattazione. All'esito dell'istruttoria, il procedimento è stato rimesso al giudice titolare e fissato per la precisazione delle conclusioni e la discussione orale all'udienza del 31 marzo 2025, sostituita con trattazione scritta ai sensi dell'art. 127 ter c.p.c. Scaduto il suddetto termine, la causa è stata portata al Collegio per la decisone.
*** Quanto all'istituto della protezione speciale ex art. 19, comma 1.1. seconda parte D. L.vo 25 luglio 1998 n. 286, va osservato preliminarmente come il legislatore sia intervenuto nel 2020 riformando, con l'art. 1 del D.L. 21 ottobre 2020, n. 130, convertito con L. 137/2020, il comma 1.1 dell'art. 19 D.lgs 286/98. Com'è altresì noto, il Decreto-Legge 10 marzo 2023, n. 20 (Disposizioni urgenti in materia di flussi di ingresso legale dei lavoratori stranieri e di prevenzione e contrasto all'immigrazione irregolare), convertito con modificazioni dalla L. 5 maggio 2023, n. 50, intervenendo nuovamente sul testo normativo ha quindi previsto all'art. 7, secondo comma che «per le istanze presentate fino alla data di entrata in vigore del presente decreto, ovvero nei casi in cui lo straniero abbia già ricevuto l'invito alla presentazione dell'istanza da parte della Questura competente, continua ad applicarsi la disciplina previgente», sicché, trattandosi di domanda presentata nel novembre 2022, non possono esservi dubbi in ordine all'applicabilità nella presente causa della forma di protezione complementare stabilita in forza del comma 1.1 dell'art. 19 D.lgs 286/98, come formulata in seguito all'art. 1 del D.L. 21 ottobre 2020, n. 130, convertito con L. 137/2020. Il testo da applicare nella formulazione prevista nel 2020 prevede che «non sono ammessi il respingimento o l'espulsione o l'estradizione di una persona verso uno Stato qualora esistano fondati motivi di ritenere che essa rischi di essere sottoposta a tortura o a trattamenti inumani o degradanti o qualora ricorrano gli obblighi di cui all'articolo 5, comma 6. Nella valutazione di tali motivi si tiene conto anche dell'esistenza, in tale Stato, di violazioni sistematiche e gravi di diritti umani. Non sono altresì ammessi il respingimento o l'espulsione di una persona verso uno Stato qualora esistano fondati motivi di ritenere che l'allontanamento dal territorio nazionale comporti una violazione del diritto al rispetto della sua vita privata e familiare, a meno che esso sia necessario per ragioni di sicurezza nazionale, di ordine e sicurezza pubblica nonché' di protezione della salute nel rispetto della Convenzione relativa allo statuto dei rifugiati, firmata a Ginevra il 28 luglio 1951, resa esecutiva dalla legge 24 luglio 1954, n. 722, e della Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea. Ai fini della valutazione del rischio di violazione di cui al periodo precedente, si tiene conto della natura e della effettività dei vincoli familiari dell'interessato, del suo effettivo inserimento sociale in Italia, della durata del suo soggiorno nel territorio nazionale nonché dell'esistenza di legami familiari, culturali o sociali con il suo Paese d'origine». Al comma 1.2, è stato quindi previsto che nei casi del comma 1 e comma 1.1 il Questore rilasci, previo parere della Commissione Territoriale, un permesso denominato per «protezione speciale». Infine, differentemente da quanto disposto in seguito al d.l. 113/2018, col d.l. 130/2020 il legislatore ha previsto che il permesso per protezione speciale abbia durata biennale (e non più annuale) e che sia convertibile in permesso di soggiorno per motivi di lavoro.
Ciò posto, è evidente come la protezione speciale per il fondato timore di violazione della vita privata e familiare, contemplata nella normativa nella formulazione applicabile ratione temporis, configuri in buona misura l'esito del percorso di sistemazione interpretativa avente ad oggetto la precedente protezione umanitaria, elaborato prima dell'intervento legislativo del 2018 dalla giurisprudenza di merito e di legittimità, sulla falsariga della giurisprudenza CEDU sul rispetto della vita privata e familiare di cui all'art. 8 CEDU, e, anzi, come per alcuni aspetti ne ampli la portata. A tale riguardo le Sezioni unite hanno chiarito la necessità di valorizzare il criterio del «diritto al rispetto della vita privata e familiare di cui all'art. 8 CEDU, quale prerequisito di una "vita dignitosa"; diritto, va aggiunto, che inscindibilmente è connesso alla dignità della persona, riconosciuto nell'articolo 3 Cost., ed al diritto di svolgere la propria personalità nelle formazioni sociali, riconosciuto nell'articolo 2 Cost.» (Corte di cassazione Sez. U, Sentenza n. 24413 del 09/09/2021). Per ritenere integrati i presupposti necessari al riconoscimento di tale forma di protezione complementare è dunque necessaria la prova di un pericolo di lesione dei diritti fondamentali della persona, derivante dalla comparazione fra la situazione nel paese di origine e l'effettiva integrazione nel tessuto sociale del paese ospitante, la quale può comprendere, ma non si esaurisce, nel suo inserimento lavorativo, dovendosi valorizzare, inevitabilmente, la necessità di preservare la vita privata e familiare del richiedente protezione, assicurati e garantiti, innanzitutto, dall'art. 8 della Convenzione EDU e dagli stessi artt. 2 e 3 in combinato disposto con l'art. 10, terzo comma della Costituzione. Dunque, già nel regime precedente alla riforma del 2020 dell'art. 19 (e dell'art. 5, comma 6 D.lgs 286/98, cui sono state aggiunte le parole «fatto salvo il rispetto degli obblighi costituzionali o internazionali dello Stato italiano»), quanto più la persona abbia consolidato in Italia la propria vita privata e familiare, tanto più deve assumersi che il suo subitaneo e coartato sradicamento comporterebbe una manifesta lesione dei suoi diritti fondamentali. Le Sezioni unite hanno invero efficacemente rilevato la necessità di verificare, caso per caso, «se il ritorno in Paesi d'origine rende probabile un significativo scadimento delle condizioni di vita privata e/o familiare sì da recare un vulnus al diritto riconosciuto dall'art. 8 della Convenzione EDU, sussiste un serio motivo di carattere umanitario, ai sensi dell'art. 5 T.U. cit., per riconoscere il permesso di soggiorno», sicché una volta accertata la sussistenza di una concreta rete di relazioni affettive e sociali ed «in presenza di un livello elevato d'integrazione effettiva nel nostro Paese - desumibile da indici socialmente rilevanti quali (…) la titolarità di un rapporto locatizio, la presenza di figli che frequentino asili o scuole, la partecipazione ad attività associative radicate nel territorio di insediamento - saranno le condizioni oggettive e soggettive nel Paese di origine ad assumere una rilevanza proporzionalmente minore» (sent. n. 24413/2021, cit.).
L'art. 19 nella sua formulazione applicabile ratione temporis a questo procedimento, richiede dunque l'accertamento di «fondati motivi di ritenere che l'allontanamento dal territorio nazionale comporti una violazione del diritto al rispetto della sua vita privata e familiare», a meno che il respingimento o l'espulsione sia necessaria «per ragioni di sicurezza nazionale, di ordine e sicurezza pubblica» (nonché, con espressione il cui significato è tuttora oggetto di dibattito, «di protezione della salute nel rispetto della Convenzione relativa allo statuto dei rifugiati, firmata a Ginevra il 28 luglio 1951, resa esecutiva dalla legge 24 luglio 1954, n. 722, e della Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea»). Ai fini della valutazione del rischio di violazione di cui al periodo precedente, la disposizione prescrive che si tenga conto «della natura e della effettività dei vincoli familiari dell'interessato, del suo effettivo inserimento sociale in Italia, della durata del suo soggiorno nel territorio nazionale nonché dell'esistenza di legami familiari, culturali o sociali con il suo Paese d'origine». Appare dunque evidente come la protezione speciale per il fondato timore di violazione della vita privata e familiare si inserisca appieno nel percorso già tracciato dalla Suprema Corte e, anzi, ne concreti un ulteriore ampliamento. Come sottolineato dalle SSUU «il decreto legge n. 130/2020 ha ancorato il divieto di respingimento od espulsione non più soltanto all'art. 3, ma anche all'art. 8, della Convenzione europea dei diritti dell'uomo, declinando la disposizione di detto articolo 8 in termini di tutela del "radicamento" del migrante nel territorio nazionale e qualificando tale radicamento come limite del potere statale di allontanamento dal territorio nazionale, superabile esclusivamente per ragioni, come si è visto, “di sicurezza nazionale, di ordine e sicurezza pubblica nonché di protezione della salute”» (Sentenza n. 24413/2021, cit.). Secondo le parole delle SSUU, dunque, ove sia accertato in concreto il pericolo di lesione del diritto al rispetto della vita privata e familiare, tale divieto di allontanamento può essere oggi superabile «esclusivamente» ove sia accertato, in concreto, che l'allontanamento sia «necessario» per ragioni di sicurezza nazionale, di ordine e sicurezza pubblica nonché di protezione della salute, le quali, com'è evidente, debbono essere ancorate a specifici elementi acquisiti in ordine alla condotta del ricorrente (sent. n. 24413/2021 cit., corsivo aggiunto). In una decisione con cui la Corte di cassazione ha annullato un provvedimento di questo Tribunale (emesso contestualmente all'entrata in vigore della riforma del dicembre 2020), a fronte dell'unico motivo di ricorso per cui «tanto minore è l'interesse dello Stato all'allontanamento dal territorio (perché, ad esempio, non vi sono problemi di pericolosità e perché si contribuisce all'economia del paese con il proprio lavoro), tanto minore deve essere il rigore con cui viene valutata la “vita privata”», la Corte di cassazione ha sottolineato come ai fini dell'accertamento dei presupposti della nuova protezione complementare non sia corretto richiedere «ai fini dello stabile insediamento e della tutela del diritto alla vita privata anche un lungo periodo trascorso sul territorio nazionale e l'acquisizione di una vera e propria identità sociale e di un legame significativo con lo Stato ospitante» (Corte di cassazione Sez. 6 - 1, Ordinanza n. 7861 del 10/03/2022). La Corte ha osservato al riguardo che «i parametri di aggancio al territorio italiano, o, se si preferisce, di “radicamento” sono tre. Il primo è familiare, espresso in relazione ai vincoli di tal genere esistenti in Italia, che debbono essere effettivi (termine, non a caso, utilizzato due volte nell'ambito dello stesso periodo) ed esprimersi quindi in una relazione intensa e concreta che accompagni il rapporto di coniugio o il legame di sangue, anche se la legge non ha preteso un rapporto di convivenza. Il secondo è sociale e si traduce nella necessità di un inserimento, ancora una volta richiesto nella sua dimensione di effettività. Il terzo parametro considerato dalla legge è la durata del soggiorno del richiedente asilo sul territorio nazionale ed esprime un concorrente elemento di valenza presuntiva (dello sradicamento dal contesto di provenienza e del radicamento in Italia), che sembra difficile potersi apprezzare in via autonoma». Come rammentato dalla Corte EDU nella nota sentenza c. Per_1 Italia 14 febbraio 2019 «si deve accettare che tutti i rapporti sociali tra gli immigrati stabilmente insediati e la comunità nella quale vivono facciano parte integrante della nozione di “vita privata” ai sensi dell'art.
8. Indipendentemente dall'esistenza o meno di una “vita familiare”, l'espulsione di uno straniero stabilmente insediato si traduce in una violazione del suo diritto al rispetto della sua vita privata». Ne consegue che a fronte di un soggiorno in Italia di circa tre anni, con un'attività lavorativa appena intrapresa, la Corte di cassazione ha ritenuto la necessità di verificare i diversi indici relativi al radicamento della vita privata del ricorrente e in siffatta prospettiva, la Corte di cassazione ha ritenuto che il Tribunale non avesse «valutato i molteplici elementi addotti dal ricorrente, sia in ordine alla durata del soggiorno in Italia (che risaliva all'aprile 2017), sia in ordine alla partecipazione a molteplici attività culturali, integrative e volontaristiche, sia alla partecipazione a corsi di lingua, sia soprattutto alle attività lavorative svolte a partire dal maggio 2019 e all'assunzione con contratto di lavoro a tempo indeterminato a partire dal 1.12.2020 e al reddito conseguentemente ricavato».
Venendo al caso di specie, dal compendio probatorio acquisito è emerso che il ricorrente è giunto sul territorio nazionale in data 06/04/2014 ed ha presentato una prima richiesta di protezione internazionale innanzi alla Commissione Territoriale di Crotone, la quale in data 09/12/2014 ha deciso di rigettare l'istanza. Successivamente, in data 11/05/2016 al richiedente è stato rilasciato dalla Questura di Catanzaro un permesso di soggiorno per protezione sussidiaria valido sino al 10/05/2021, non rinnovato. In data 16/11/2022 ha poi presentato alla Questura di Ravenna istanza finalizzata al rilascio del permesso di soggiorno per protezione speciale ai sensi dell'art. 19.2 del T.U.I., rigettata con il provvedimento in questa sede impugnato. Dalla documentazione in atti si rileva che il ricorrente ha iniziato a prestare regolare attività lavorativa nel 2018 e ha proseguito a lavorare con continuità fino al 2020; ha poi ripreso nel 2023 e ha continuato a lavorare fino all'attualità, essendo assunto nel settore agricolo con contratto che reca la scadenza del 31.12.2025. I redditi percepiti nel corso degli anni (nel 2018 circa €. 2.300,00; nel 2019 circa €. 10.200,00; 2020 circa €. 6.800,00; nel 2023 circa €. 8.000,00; nel 2024 circa € 7.800,00, cfr. estratto contributivo aggiornato al 12.03.2025) hanno comunque consentito al ricorrente di mantenersi autonomamente e di prendere un appartamento in locazione (cfr. doc. 10 contratto di locazione). Nel corso della sua permanenza in Italia, inoltre, ha iniziato una relazione sentimentale con una sua connazionale, , titolare di permesso di soggiorno di lungo periodo (cfr. permesso di Parte_2 soggiorno in a /04/2022 dalla loro relazione è nata a [...] una figlia, , Persona_2 che vive con la madre a Venezia. Il ricorrente ha dichiarato in udienza che la relazione con la madre della bambina prosegue, che egli contribuisce al mantenimento della minore (cfr. versamenti in atti) e che va a trovarle periodicamente. L'inserimento nel contesto italiano è confermato anche da una buona conoscenza della lingua, come si evince dal verbale dell'udienza in tribunale.
A fronte di tali circostanze, non emerge alcun elemento che induca ad assumere che nella specie l'espulsione si renda necessaria «per ragioni di sicurezza nazionale, di ordine e sicurezza pubblica». Infatti, da un lato, dalla lettura del certificato del casellario giudiziale e del certificato dei carichi pendenti in atti non si evince alcun pregiudizio;
dall'altro, quanto alla denuncia del 2015, indicata nel provvedimento impugnato, relativa al concorso in alterazione/contraffazione di documenti ai fini del rilascio di permessi di soggiorno, è stata prodotta unitamente al ricorso sentenza di non doversi procedere perché “i fatti non sussistono”, depositata dal Tribunale di Ravenna il 6.10.2023.
La ravvisata presenza di positivi riferimenti, unitamente al manifesto pregiudizio che verrebbe sicuramente patito dal ricorrente in ipotesi di subitaneo sradicamento dal territorio italiano e ai gravissimi disagi conseguenti alla ricerca di un nuovo radicamento nel territorio di origine, ormai lasciato da anni, inducono ad affermare dunque con certezza la sussistenza dei presupposti per il riconoscimento della protezione speciale, non potendosi dubitare della necessità di proteggere il ricorrente dal rischio di una certa e rilevante compromissione di suoi diritti fondamentali e inviolabili.
Riguardo al regime giuridico del permesso di soggiorno conseguente al riconoscimento della protezione speciale va rilevato per un verso come la stessa debba essere riconosciuta in forza dell'art. 19, comma 1 e 1.1 nella formulazione successiva al Decreto-Legge 10 marzo 2023, n. 20, convertito con modificazioni dalla L. 5 maggio 2023, n. 50, e come per altro verso il già ricordato art. 7, secondo comma preveda che «per le istanze presentate fino alla data di entrata in vigore del presente decreto, ovvero nei casi in cui lo straniero abbia già ricevuto l'invito alla presentazione dell'istanza da parte della Questura competente, continua ad applicarsi la disciplina previgente», sicché non possono esservi dubbi in ordine alla necessaria applicazione al detto permesso di soggiorno della disciplina previgente, sicché lo stesso ha durata di due anni, consente lo svolgimento di attività lavorativa, è rinnovabile ed è convertibile in permesso di soggiorno per motivi di lavoro.
Atteso che la presente decisione è fondata sulla valutazione ex nunc di elementi formatisi e comunque consolidatisi nel corso del giudizio e considerata la contumacia di parte resistente, nulla va disposto sulle spese di lite.
P.Q.M.
Ogni ulteriore domanda respinta, RICONOSCE al ricorrente il diritto alla protezione speciale ai sensi dell'art. 32, terzo comma D.Lvo 25/08 e 19, comma 1 e 1.1. D. L.vo 25 luglio 1998 n. 286; DISPONE di conseguenza la trasmissione degli atti al Questore competente per territorio per il rilascio del conseguente permesso di soggiorno per protezione speciale avente durata di due anni, rinnovabile e convertibile in permesso di soggiorno per motivi di lavoro;
NULLA sulle spese di lite. Così deciso in Bologna nella camera di consiglio della sezione in data 15.4.2025. Il Giudice est. Rada V. Scifo
Il Presidente Marco Gattuso
il Tribunale in composizione collegiale nelle persone dei seguenti magistrati: dott. Marco Gattuso Presidente dott. M. Cristina Borgo Giudice dott. Rada V. Scifo Giudice Relatore
Nella causa civile iscritta al RG n. 16799/2023 promossa da: (Cod. Fisc.: ), nato in [...] il [...], Parte_1 C.F._1 all'Avv. David o eletto presso il suo studio legale in 48121 Ravenna, Via IV Novembre 5 ; RICORRENTE contro ; Controparte_1 RESISTENTE CONTUMACE
CONCLUSIONI: parte ricorrente ha concluso come da note depositate il 25 marzo 2025.
All'esito della discussione all'udienza del 31 marzo 2025, sostituita con trattazione scritta ai sensi dell'art. 127 ter c.p.c. ha pronunciato la seguente
SENTENZA ai sensi degli artt. 281 undecies, terdecies c.p.c., 19 ter D.lvo 150/2011
Con ricorso tempestivamente depositato, il ricorrente, cittadino nigeriano nato nel 1992, ha impugnato il provvedimento del Questore di Ravenna con il quale è stata rigettata la richiesta di protezione speciale di cui all'art. 19, D. L.vo 25 luglio 1998 n. 286 presentata in data 16.11.2022, chiedendo altresì la sospensione dell'esecutorietà del provvedimento impugnato.
La motivazione del provvedimento impugnato si fonda sul parere sfavorevole reso dalla Commissione Territoriale, la quale non ha ravvisato la sussistenza di elementi per ritenere sussistente un radicamento sul territorio;
inoltre ha evidenziato che il ricorrente era stato denunciato nel 2015 in relazione ad un sodalizio criminale relativo alla commissione di truffe volte all'ottenimento di permessi di soggiorno ai danni di enti pubblici.
Avverso tale provvedimento ha proposto ricorso l'istante, evidenziando il proficuo percorso di integrazione nel territorio italiano e l'esistenza di importanti legami familiari sul territorio, essendo egli padre di una bambina nata nel 2022.
Il , nonostante la regolarità della notifica, non si è costituito in giudizio. Controparte_1
All'udienza del 4.6.2024 è stato sentito il ricorrente, il quale, in lingua italiana, ha reso le seguenti dichiarazioni: “D. Quando è arrivato in Italia? R. Nel 2014. D. Ha parenti in patria? R. No, sono tutti morti. Avevo i genitori e mia sorella. D. Quando è arrivato in Italia è stato ospite di un centro di accoglienza? R. Si, in Calabria. D. Quanto tempo è rimasto in Calabria? R. Circa tre anni. D. Nel 2017 poi è arrivato a Ravenna? R. Sì, abitavo con un mio amico. D. Ha vissuto anche in altri posti? R. No. A Mestre adesso abitano mia figlia e sua mamma. D. Lei e la mamma della bambina avete ancora una relazione? R. Sì sì. D. Riesce a vedere la bambina? R. Si, vado il sabato a trovarle. D. Dove vive la sua fidanzata? E' in accoglienza? R. No, vive da sola con la bambina. D. Contribuisce al mantenimento di sua figlia? R. Sì, mando mensilmente alla madre circa 300-400 euro. D. Quando ha cominciato a lavorare lei? R. Nel 2018. D. Aveva lavorato anche prima? R. No. D. Attualmente lavora? R. Ho un contratto a termine che scade a giugno 2024. D. Ha avuto altri titoli di soggiorno? R. La protezione sussidiaria, ho versato copia del permesso in atti. D. Dopo non ha chiesto il rinnovo? R. Ho presentato richiesta ma era già scaduto il termine per proporre rinnovo. D. Ha dei precedenti penali? R. Solo quello pendente presso il Tribunale di Padova che riguarda il reato di tentativo di falso. D. Ha commesso altri reati? R. No. D. E' mai stato arrestato? E' mai stato in carcere? R. No”. All'esito della suddetta udienza è stato confermato il provvedimento di sospensione dell'efficacia esecutiva del provvedimento impugnato e la causa è stata delegata al GOP per la sua trattazione. All'esito dell'istruttoria, il procedimento è stato rimesso al giudice titolare e fissato per la precisazione delle conclusioni e la discussione orale all'udienza del 31 marzo 2025, sostituita con trattazione scritta ai sensi dell'art. 127 ter c.p.c. Scaduto il suddetto termine, la causa è stata portata al Collegio per la decisone.
*** Quanto all'istituto della protezione speciale ex art. 19, comma 1.1. seconda parte D. L.vo 25 luglio 1998 n. 286, va osservato preliminarmente come il legislatore sia intervenuto nel 2020 riformando, con l'art. 1 del D.L. 21 ottobre 2020, n. 130, convertito con L. 137/2020, il comma 1.1 dell'art. 19 D.lgs 286/98. Com'è altresì noto, il Decreto-Legge 10 marzo 2023, n. 20 (Disposizioni urgenti in materia di flussi di ingresso legale dei lavoratori stranieri e di prevenzione e contrasto all'immigrazione irregolare), convertito con modificazioni dalla L. 5 maggio 2023, n. 50, intervenendo nuovamente sul testo normativo ha quindi previsto all'art. 7, secondo comma che «per le istanze presentate fino alla data di entrata in vigore del presente decreto, ovvero nei casi in cui lo straniero abbia già ricevuto l'invito alla presentazione dell'istanza da parte della Questura competente, continua ad applicarsi la disciplina previgente», sicché, trattandosi di domanda presentata nel novembre 2022, non possono esservi dubbi in ordine all'applicabilità nella presente causa della forma di protezione complementare stabilita in forza del comma 1.1 dell'art. 19 D.lgs 286/98, come formulata in seguito all'art. 1 del D.L. 21 ottobre 2020, n. 130, convertito con L. 137/2020. Il testo da applicare nella formulazione prevista nel 2020 prevede che «non sono ammessi il respingimento o l'espulsione o l'estradizione di una persona verso uno Stato qualora esistano fondati motivi di ritenere che essa rischi di essere sottoposta a tortura o a trattamenti inumani o degradanti o qualora ricorrano gli obblighi di cui all'articolo 5, comma 6. Nella valutazione di tali motivi si tiene conto anche dell'esistenza, in tale Stato, di violazioni sistematiche e gravi di diritti umani. Non sono altresì ammessi il respingimento o l'espulsione di una persona verso uno Stato qualora esistano fondati motivi di ritenere che l'allontanamento dal territorio nazionale comporti una violazione del diritto al rispetto della sua vita privata e familiare, a meno che esso sia necessario per ragioni di sicurezza nazionale, di ordine e sicurezza pubblica nonché' di protezione della salute nel rispetto della Convenzione relativa allo statuto dei rifugiati, firmata a Ginevra il 28 luglio 1951, resa esecutiva dalla legge 24 luglio 1954, n. 722, e della Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea. Ai fini della valutazione del rischio di violazione di cui al periodo precedente, si tiene conto della natura e della effettività dei vincoli familiari dell'interessato, del suo effettivo inserimento sociale in Italia, della durata del suo soggiorno nel territorio nazionale nonché dell'esistenza di legami familiari, culturali o sociali con il suo Paese d'origine». Al comma 1.2, è stato quindi previsto che nei casi del comma 1 e comma 1.1 il Questore rilasci, previo parere della Commissione Territoriale, un permesso denominato per «protezione speciale». Infine, differentemente da quanto disposto in seguito al d.l. 113/2018, col d.l. 130/2020 il legislatore ha previsto che il permesso per protezione speciale abbia durata biennale (e non più annuale) e che sia convertibile in permesso di soggiorno per motivi di lavoro.
Ciò posto, è evidente come la protezione speciale per il fondato timore di violazione della vita privata e familiare, contemplata nella normativa nella formulazione applicabile ratione temporis, configuri in buona misura l'esito del percorso di sistemazione interpretativa avente ad oggetto la precedente protezione umanitaria, elaborato prima dell'intervento legislativo del 2018 dalla giurisprudenza di merito e di legittimità, sulla falsariga della giurisprudenza CEDU sul rispetto della vita privata e familiare di cui all'art. 8 CEDU, e, anzi, come per alcuni aspetti ne ampli la portata. A tale riguardo le Sezioni unite hanno chiarito la necessità di valorizzare il criterio del «diritto al rispetto della vita privata e familiare di cui all'art. 8 CEDU, quale prerequisito di una "vita dignitosa"; diritto, va aggiunto, che inscindibilmente è connesso alla dignità della persona, riconosciuto nell'articolo 3 Cost., ed al diritto di svolgere la propria personalità nelle formazioni sociali, riconosciuto nell'articolo 2 Cost.» (Corte di cassazione Sez. U, Sentenza n. 24413 del 09/09/2021). Per ritenere integrati i presupposti necessari al riconoscimento di tale forma di protezione complementare è dunque necessaria la prova di un pericolo di lesione dei diritti fondamentali della persona, derivante dalla comparazione fra la situazione nel paese di origine e l'effettiva integrazione nel tessuto sociale del paese ospitante, la quale può comprendere, ma non si esaurisce, nel suo inserimento lavorativo, dovendosi valorizzare, inevitabilmente, la necessità di preservare la vita privata e familiare del richiedente protezione, assicurati e garantiti, innanzitutto, dall'art. 8 della Convenzione EDU e dagli stessi artt. 2 e 3 in combinato disposto con l'art. 10, terzo comma della Costituzione. Dunque, già nel regime precedente alla riforma del 2020 dell'art. 19 (e dell'art. 5, comma 6 D.lgs 286/98, cui sono state aggiunte le parole «fatto salvo il rispetto degli obblighi costituzionali o internazionali dello Stato italiano»), quanto più la persona abbia consolidato in Italia la propria vita privata e familiare, tanto più deve assumersi che il suo subitaneo e coartato sradicamento comporterebbe una manifesta lesione dei suoi diritti fondamentali. Le Sezioni unite hanno invero efficacemente rilevato la necessità di verificare, caso per caso, «se il ritorno in Paesi d'origine rende probabile un significativo scadimento delle condizioni di vita privata e/o familiare sì da recare un vulnus al diritto riconosciuto dall'art. 8 della Convenzione EDU, sussiste un serio motivo di carattere umanitario, ai sensi dell'art. 5 T.U. cit., per riconoscere il permesso di soggiorno», sicché una volta accertata la sussistenza di una concreta rete di relazioni affettive e sociali ed «in presenza di un livello elevato d'integrazione effettiva nel nostro Paese - desumibile da indici socialmente rilevanti quali (…) la titolarità di un rapporto locatizio, la presenza di figli che frequentino asili o scuole, la partecipazione ad attività associative radicate nel territorio di insediamento - saranno le condizioni oggettive e soggettive nel Paese di origine ad assumere una rilevanza proporzionalmente minore» (sent. n. 24413/2021, cit.).
L'art. 19 nella sua formulazione applicabile ratione temporis a questo procedimento, richiede dunque l'accertamento di «fondati motivi di ritenere che l'allontanamento dal territorio nazionale comporti una violazione del diritto al rispetto della sua vita privata e familiare», a meno che il respingimento o l'espulsione sia necessaria «per ragioni di sicurezza nazionale, di ordine e sicurezza pubblica» (nonché, con espressione il cui significato è tuttora oggetto di dibattito, «di protezione della salute nel rispetto della Convenzione relativa allo statuto dei rifugiati, firmata a Ginevra il 28 luglio 1951, resa esecutiva dalla legge 24 luglio 1954, n. 722, e della Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea»). Ai fini della valutazione del rischio di violazione di cui al periodo precedente, la disposizione prescrive che si tenga conto «della natura e della effettività dei vincoli familiari dell'interessato, del suo effettivo inserimento sociale in Italia, della durata del suo soggiorno nel territorio nazionale nonché dell'esistenza di legami familiari, culturali o sociali con il suo Paese d'origine». Appare dunque evidente come la protezione speciale per il fondato timore di violazione della vita privata e familiare si inserisca appieno nel percorso già tracciato dalla Suprema Corte e, anzi, ne concreti un ulteriore ampliamento. Come sottolineato dalle SSUU «il decreto legge n. 130/2020 ha ancorato il divieto di respingimento od espulsione non più soltanto all'art. 3, ma anche all'art. 8, della Convenzione europea dei diritti dell'uomo, declinando la disposizione di detto articolo 8 in termini di tutela del "radicamento" del migrante nel territorio nazionale e qualificando tale radicamento come limite del potere statale di allontanamento dal territorio nazionale, superabile esclusivamente per ragioni, come si è visto, “di sicurezza nazionale, di ordine e sicurezza pubblica nonché di protezione della salute”» (Sentenza n. 24413/2021, cit.). Secondo le parole delle SSUU, dunque, ove sia accertato in concreto il pericolo di lesione del diritto al rispetto della vita privata e familiare, tale divieto di allontanamento può essere oggi superabile «esclusivamente» ove sia accertato, in concreto, che l'allontanamento sia «necessario» per ragioni di sicurezza nazionale, di ordine e sicurezza pubblica nonché di protezione della salute, le quali, com'è evidente, debbono essere ancorate a specifici elementi acquisiti in ordine alla condotta del ricorrente (sent. n. 24413/2021 cit., corsivo aggiunto). In una decisione con cui la Corte di cassazione ha annullato un provvedimento di questo Tribunale (emesso contestualmente all'entrata in vigore della riforma del dicembre 2020), a fronte dell'unico motivo di ricorso per cui «tanto minore è l'interesse dello Stato all'allontanamento dal territorio (perché, ad esempio, non vi sono problemi di pericolosità e perché si contribuisce all'economia del paese con il proprio lavoro), tanto minore deve essere il rigore con cui viene valutata la “vita privata”», la Corte di cassazione ha sottolineato come ai fini dell'accertamento dei presupposti della nuova protezione complementare non sia corretto richiedere «ai fini dello stabile insediamento e della tutela del diritto alla vita privata anche un lungo periodo trascorso sul territorio nazionale e l'acquisizione di una vera e propria identità sociale e di un legame significativo con lo Stato ospitante» (Corte di cassazione Sez. 6 - 1, Ordinanza n. 7861 del 10/03/2022). La Corte ha osservato al riguardo che «i parametri di aggancio al territorio italiano, o, se si preferisce, di “radicamento” sono tre. Il primo è familiare, espresso in relazione ai vincoli di tal genere esistenti in Italia, che debbono essere effettivi (termine, non a caso, utilizzato due volte nell'ambito dello stesso periodo) ed esprimersi quindi in una relazione intensa e concreta che accompagni il rapporto di coniugio o il legame di sangue, anche se la legge non ha preteso un rapporto di convivenza. Il secondo è sociale e si traduce nella necessità di un inserimento, ancora una volta richiesto nella sua dimensione di effettività. Il terzo parametro considerato dalla legge è la durata del soggiorno del richiedente asilo sul territorio nazionale ed esprime un concorrente elemento di valenza presuntiva (dello sradicamento dal contesto di provenienza e del radicamento in Italia), che sembra difficile potersi apprezzare in via autonoma». Come rammentato dalla Corte EDU nella nota sentenza c. Per_1 Italia 14 febbraio 2019 «si deve accettare che tutti i rapporti sociali tra gli immigrati stabilmente insediati e la comunità nella quale vivono facciano parte integrante della nozione di “vita privata” ai sensi dell'art.
8. Indipendentemente dall'esistenza o meno di una “vita familiare”, l'espulsione di uno straniero stabilmente insediato si traduce in una violazione del suo diritto al rispetto della sua vita privata». Ne consegue che a fronte di un soggiorno in Italia di circa tre anni, con un'attività lavorativa appena intrapresa, la Corte di cassazione ha ritenuto la necessità di verificare i diversi indici relativi al radicamento della vita privata del ricorrente e in siffatta prospettiva, la Corte di cassazione ha ritenuto che il Tribunale non avesse «valutato i molteplici elementi addotti dal ricorrente, sia in ordine alla durata del soggiorno in Italia (che risaliva all'aprile 2017), sia in ordine alla partecipazione a molteplici attività culturali, integrative e volontaristiche, sia alla partecipazione a corsi di lingua, sia soprattutto alle attività lavorative svolte a partire dal maggio 2019 e all'assunzione con contratto di lavoro a tempo indeterminato a partire dal 1.12.2020 e al reddito conseguentemente ricavato».
Venendo al caso di specie, dal compendio probatorio acquisito è emerso che il ricorrente è giunto sul territorio nazionale in data 06/04/2014 ed ha presentato una prima richiesta di protezione internazionale innanzi alla Commissione Territoriale di Crotone, la quale in data 09/12/2014 ha deciso di rigettare l'istanza. Successivamente, in data 11/05/2016 al richiedente è stato rilasciato dalla Questura di Catanzaro un permesso di soggiorno per protezione sussidiaria valido sino al 10/05/2021, non rinnovato. In data 16/11/2022 ha poi presentato alla Questura di Ravenna istanza finalizzata al rilascio del permesso di soggiorno per protezione speciale ai sensi dell'art. 19.2 del T.U.I., rigettata con il provvedimento in questa sede impugnato. Dalla documentazione in atti si rileva che il ricorrente ha iniziato a prestare regolare attività lavorativa nel 2018 e ha proseguito a lavorare con continuità fino al 2020; ha poi ripreso nel 2023 e ha continuato a lavorare fino all'attualità, essendo assunto nel settore agricolo con contratto che reca la scadenza del 31.12.2025. I redditi percepiti nel corso degli anni (nel 2018 circa €. 2.300,00; nel 2019 circa €. 10.200,00; 2020 circa €. 6.800,00; nel 2023 circa €. 8.000,00; nel 2024 circa € 7.800,00, cfr. estratto contributivo aggiornato al 12.03.2025) hanno comunque consentito al ricorrente di mantenersi autonomamente e di prendere un appartamento in locazione (cfr. doc. 10 contratto di locazione). Nel corso della sua permanenza in Italia, inoltre, ha iniziato una relazione sentimentale con una sua connazionale, , titolare di permesso di soggiorno di lungo periodo (cfr. permesso di Parte_2 soggiorno in a /04/2022 dalla loro relazione è nata a [...] una figlia, , Persona_2 che vive con la madre a Venezia. Il ricorrente ha dichiarato in udienza che la relazione con la madre della bambina prosegue, che egli contribuisce al mantenimento della minore (cfr. versamenti in atti) e che va a trovarle periodicamente. L'inserimento nel contesto italiano è confermato anche da una buona conoscenza della lingua, come si evince dal verbale dell'udienza in tribunale.
A fronte di tali circostanze, non emerge alcun elemento che induca ad assumere che nella specie l'espulsione si renda necessaria «per ragioni di sicurezza nazionale, di ordine e sicurezza pubblica». Infatti, da un lato, dalla lettura del certificato del casellario giudiziale e del certificato dei carichi pendenti in atti non si evince alcun pregiudizio;
dall'altro, quanto alla denuncia del 2015, indicata nel provvedimento impugnato, relativa al concorso in alterazione/contraffazione di documenti ai fini del rilascio di permessi di soggiorno, è stata prodotta unitamente al ricorso sentenza di non doversi procedere perché “i fatti non sussistono”, depositata dal Tribunale di Ravenna il 6.10.2023.
La ravvisata presenza di positivi riferimenti, unitamente al manifesto pregiudizio che verrebbe sicuramente patito dal ricorrente in ipotesi di subitaneo sradicamento dal territorio italiano e ai gravissimi disagi conseguenti alla ricerca di un nuovo radicamento nel territorio di origine, ormai lasciato da anni, inducono ad affermare dunque con certezza la sussistenza dei presupposti per il riconoscimento della protezione speciale, non potendosi dubitare della necessità di proteggere il ricorrente dal rischio di una certa e rilevante compromissione di suoi diritti fondamentali e inviolabili.
Riguardo al regime giuridico del permesso di soggiorno conseguente al riconoscimento della protezione speciale va rilevato per un verso come la stessa debba essere riconosciuta in forza dell'art. 19, comma 1 e 1.1 nella formulazione successiva al Decreto-Legge 10 marzo 2023, n. 20, convertito con modificazioni dalla L. 5 maggio 2023, n. 50, e come per altro verso il già ricordato art. 7, secondo comma preveda che «per le istanze presentate fino alla data di entrata in vigore del presente decreto, ovvero nei casi in cui lo straniero abbia già ricevuto l'invito alla presentazione dell'istanza da parte della Questura competente, continua ad applicarsi la disciplina previgente», sicché non possono esservi dubbi in ordine alla necessaria applicazione al detto permesso di soggiorno della disciplina previgente, sicché lo stesso ha durata di due anni, consente lo svolgimento di attività lavorativa, è rinnovabile ed è convertibile in permesso di soggiorno per motivi di lavoro.
Atteso che la presente decisione è fondata sulla valutazione ex nunc di elementi formatisi e comunque consolidatisi nel corso del giudizio e considerata la contumacia di parte resistente, nulla va disposto sulle spese di lite.
P.Q.M.
Ogni ulteriore domanda respinta, RICONOSCE al ricorrente il diritto alla protezione speciale ai sensi dell'art. 32, terzo comma D.Lvo 25/08 e 19, comma 1 e 1.1. D. L.vo 25 luglio 1998 n. 286; DISPONE di conseguenza la trasmissione degli atti al Questore competente per territorio per il rilascio del conseguente permesso di soggiorno per protezione speciale avente durata di due anni, rinnovabile e convertibile in permesso di soggiorno per motivi di lavoro;
NULLA sulle spese di lite. Così deciso in Bologna nella camera di consiglio della sezione in data 15.4.2025. Il Giudice est. Rada V. Scifo
Il Presidente Marco Gattuso