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Sentenza 19 dicembre 2025
Sentenza 19 dicembre 2025
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Sul provvedimento
| Citazione : | Trib. Reggio Calabria, sentenza 19/12/2025, n. 1923 |
|---|---|
| Giurisdizione : | Trib. Reggio Calabria |
| Numero : | 1923 |
| Data del deposito : | 19 dicembre 2025 |
Testo completo
TRIBUNALE CIVILE DI REGGIO CALABRIA SECONDA SEZIONE CIVILE - Settore Lavoro e Previdenza
REPUBBLICA ITALIANA IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
Il Tribunale di Reggio Calabria, in funzione di giudice del lavoro ed in composizione monocratica nella persona del giudice dr.ssa Paola Gargano, lette le note scritte disposte in luogo dell'udienza del 19 dicembre 2025, ha pronunciato nella causa iscritta al n. R.G. 3820/2024 la seguente
S E N T E N Z A
tra (C.F. ), in persona del legale Parte_1 P.IVA_1 rappresentante p.t., rappresentata e difesa dall'avv. Giulietta Catalano, con cui elettivamente domicilia in Rende (CS), alla Piazza della Libertà n. 30, giusta procura in atti;
-ricorrente- contro
, in persona del legale Controparte_1 rappresentante p.t., rappresentato e difeso dall'avv. Ettore Triolo, con cui elettivamente domicilia in Reggio Calabria, al viale Calabria n. 82, giusta procura in atti;
-resistente-
Avente ad oggetto: opposizione ad avviso di addebito
FATTO E DIRITTO Con ricorso depositato in data 23 luglio 2024, la società ricorrente in epigrafe proponeva opposizione avverso l'avviso di addebito n. 39420240001041892000, notificato da in data 12.07.2024 ed avente ad CP_1 oggetto l'omesso versamento dei contributi dovuti alla gestione aziende con lavoratori dipendenti per il periodo 09/2023 - 12/2023, per un totale di € 4.451,21. Nello specifico, deduceva il difetto di motivazione nonché l'illegittimità dell'avviso, per aver regolarmente adempiuto ai propri obblighi contributivi. Tanto premesso, conveniva innanzi al Tribunale di Reggio Calabria, in funzione di Giudice del lavoro, l' chiedendo di: “2) Accertare e dichiarare CP_1
l'illegittimità e/o la nullità dell'avviso di addebito 394 2024 0001041892 000 emesso dall' in persona del legale rappresentante pro tempore, formato il 24/06/2024 e CP_1 notificato in data 12/07/2024, per indeterminatezza della pretesa e, per l'effetto, dichiarare non dovute le somme recate nello stesso;
3) Dichiarare l'illegittimità e/o nullità dell'avviso di addebito dell'avviso di addebito 394 2024 0001041892 000 emesso dall' in persona CP_1 del legale rappresentante pro tempore, formato il 24/06/2024 e notificato in data 12/07/2024per insussistenza del debito recato nello stesso”; vinte le spese di lite, con distrazione. Si costituiva in giudizio l' rilevando di aver adottato un CP_1 provvedimento di annullamento in autotutela dell'opposto avviso di addebito, a seguito della sentenza n. 146/2025 emessa da questo Tribunale in data 28.01.2025. Concludeva, pertanto, chiedendo la declaratoria di cessazione della materia del contendere, con compensazione delle spese di lite. Parte ricorrente, con note del 10.12.2025, aderiva alla richiesta di cessazione della materia del contendere, chiedendo la condanna dell' alla CP_1 refusione delle spese di lite. Acquisita, dunque, la documentazione prodotta e le note di trattazione scritta depositate dalle parti costituite, la causa veniva riservata in decisione.
******** 1. In ragione del riconoscimento del diritto preteso dall'istante, così come dedotto dall' deve essere dichiarata la cessazione della materia del CP_1 contendere. Tale formula, largamente diffusa, pur non trovando previsione nel codice di rito, indica un vero e proprio istituto processuale di cui la giurisprudenza della Cassazione ha definito i confini. La cessazione della materia del contendere può definirsi come quella situazione obiettiva che si viene a creare per il sopravvenire di ragioni di fatto che estinguono la situazione giuridica posta a fondamento della domanda, sicché viene a mancare la stessa “materia” su cui si fonda la controversia. La Suprema Corte (cfr. Cass. S.U. n. 1048/2000) ha precisato che la cessazione della materia del contendere del giudizio civile costituisce un'ipotesi di estinzione del processo da pronunciarsi con sentenza, d'ufficio o su istanza di parte, ogniqualvolta viene meno l'interesse delle parti alla naturale definizione del giudizio. È noto che l'interesse ad agire consiste nell'esigenza di ottenere un risultato utile giuridicamente apprezzabile e non conseguibile senza l'intervento del giudice, la verifica della cui esistenza si risolve nel quesito se l'istante possa conseguire attraverso il processo il risultato che si è ripromesso, a prescindere dall'esame del merito della controversia e della stessa ammissibilità della domanda sotto altri e diversi profili (cfr. Cass. n. 486/1998). Tale interesse deve sussistere al momento in cui il giudice pronuncia la decisione e il suo difetto è rilevabile d'ufficio in ogni stato e grado del procedimento, in quanto esso costituisce un requisito per la trattazione del merito della domanda (cfr. Cass. civ., sez. lav. n. 5593/1999). Gli eventi generatori della cessazione della materia del contendere possono essere di natura fattuale come pure discendere da atti posti in essere dalla volontà di una o di entrambe le parti. In particolare, in materia di contenzioso ordinario, la cessazione della materia del contendere è stata ravvisata in una molteplicità di situazioni, quali: l'integrale adempimento o, più in generale, il completo soddisfacimento della pretesa dell'attore; il riconoscimento dell'avversa pretesa;
la successione di leggi;
lo scioglimento consensuale del contratto di cui è stata chiesta la risoluzione per inadempimento;
la morte di uno dei coniugi nel processo di separazione personale;
la transazione stipulata tra le parti dopo l'inizio del processo. Le varie ipotesi individuate non sono fra loro comparabili se non per un unico elemento costituito dal fatto che è venuto meno l'interesse delle parti ad una decisione sulla domanda giudiziale, come proposta o come venuta ad evolversi nel corso del giudizio, sulla base di attività dalle parti stesse poste in essere nelle varie fasi processuali per le più diverse ragioni, o di eventi incidenti sulle parti in conseguenza della natura personalissima ed intrasmissibile della posizione soggettiva dedotta, in ordine ai quali - anche se enunciati o risultanti dagli atti - non viene chiesto al giudice alcun accertamento, diverso da quello del venir meno dell'interesse alla pronuncia (cfr. Cass. S.U. n. 368/2000; Cass. S.U. n. 1048/2000). La deroga al principio per cui il processo dovrebbe restare insensibile ai fatti sopravvenuti dopo la proposizione della domanda si giustifica alla luce del principio di economia dei mezzi processuali. Affinché il processo possa concludersi per cessazione della materia del contendere devono ricorrere congiuntamente i seguenti presupposti: l'evento generatore deve essere sopravvenuto alla proposizione della domanda giudiziale, altrimenti la medesima sarebbe improponibile ab origine per difetto di interesse all'azione; occorre, poi, che il fatto sopravvenuto abbia determinato l'integrale eliminazione della materia della lite;
deve trattarsi di situazione riconosciuta ed ammessa da entrambe le parti, nel senso che il fatto di cessazione deve aver eliminato ogni posizione di contrasto e risultare pacifico in tutte le sue componenti, anche per quanto attiene alla rilevanza giuridica delle vicende sopraggiunte (cfr. ex multis, Cass., 7.3.97, n. 2038; Cass., 22.1.97, n. 622; Cass., 7.5.95, n. 12614; Cass., 16.9.95, n. 9781; Cass., 11.4.95, n. 4151). La pronuncia, che può essere adottata dal giudice anche d'ufficio (cfr. Cass., 7.12.95, n. 12614; Cass., 7.5.93, n. 5286; Cass., 21.5.87, n. 4630), deve assumere la forma di sentenza, perché solo la sentenza è in grado di tutelare, al contempo, il convenuto da eventuali giudizi successivi fondati sulla stessa domanda (essendo idonea a passare in giudicato), ed a permettere all'attore di contestare la declaratoria nei limiti imposti dalla disciplina delle impugnazioni.
1.1 Alla stregua delle osservazioni sopra esposte si rileva, nel caso di specie, l'avvenuto riconoscimento del diritto della ricorrente da parte dell' CP_1 essendo stata annullato, in via di autotutela, l'avviso impugnato (cfr. all. . CP_1
Pertanto, essendo venuto meno l'interesse delle parti a proseguire il giudizio, viene meno anche l'obbligo del giudice di pronunciare sull'oggetto della controversia.
2. Residua la questione delle spese, da regolarsi secondo il principio della soccombenza virtuale, fatta altresì salva la facoltà di valutare se sussistono gravi motivi di totale o parziale compensazione (v. Cass. n. 3148/2016; Cass. n. 11494/2004). Nel caso de quo è pacifico che l'annullamento dell'atto impugnato da parte dell' sia intervenuto in data successiva rispetto alla notifica del ricorso CP_1 introduttivo e solo a seguito del riconoscimento delle giuste ragioni della società ricorrente, espresse nella sentenza n. 146/2025 del 28.01.2025 (RG 4601/2023), in un caso analogo, afferente a precedenti periodi contributivi. Tanto premesso, la correttezza del comportamento della parte convenuta che ha annullato l'avviso opposto in prima udienza, evitando le lungaggini del giudizio, induce a compensare tra le parti le spese di lite per la metà ed a condannare l' al pagamento della residua metà, liquidata nella misura di CP_1 cui al dispositivo, ai sensi del D.M. 55/2014 -così come aggiornato dal D.M. 147/2022-, considerata equa in assenza di qualsivoglia attività istruttoria/trattazione.
P.Q.M.
Il Tribunale di Reggio Calabria, quale giudice del lavoro e della previdenza, definitivamente pronunciando, ogni contraria istanza disattesa, così provvede:
- dichiara cessata tra le parti la materia del contendere;
- condanna l' in persona del l.r.p.t., al pagamento in favore della CP_1 società ricorrente della metà delle spese di giudizio, che liquida in complessivi
€ 443,00 a titolo di compensi professionali, oltre rimborso spese generali, IVA e CPA come per legge, con distrazione in favore del procuratore dichiaratosi antistatario;
- compensa tra le parti la residua metà. Reggio Calabria, 19 dicembre 2025
Il G.O.P.
dr.ssa Paola Gargano