Sentenza 17 dicembre 2008
Massime • 2
In tema di reati edilizi, l'amministratore di diritto di una società di capitali risponde a titolo di concorso dell'illecito commesso dall'amministratore di fatto se, per dolo o per negligenza, non ha impedito il verificarsi dell'evento. (In motivazione la Corte, nell'enunciare il predetto principio, ha precisato che la fonte normativa dell'obbligo giuridico di impedire l'evento è costituita dall'art. 2392 cod. civ.).
In tema di reati edilizi, anche un cassone di camion appoggiato al suolo integra, in difetto di titolo abilitativo, il reato di costruzione edilizia abusiva se destinato ad abitazione, deposito, servizio igienico o ad altro uso.
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Sul provvedimento
| Citazione : | Cass. pen., sez. III, sentenza 17/12/2008, n. 3475 |
|---|---|
| Giurisdizione : | Corte di Cassazione |
| Numero : | 3475 |
| Data del deposito : | 17 dicembre 2008 |
Testo completo
Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati: Udienza pubblica
Dott. ALTIERI Enrico - Presidente - del 17/12/2008
Dott. CORDOVA Agostino - Consigliere - SENTENZA
Dott. ONORATO Pierluigi - Consigliere - N. 2622
Dott. PETTI Ciro - Consigliere - REGISTRO GENERALE
Dott. FIALE Aldo - Consigliere - N. 21758/2008
ha pronunciato la seguente:
SENTENZA
sul ricorso proposto da:
TE LE, nata a [...] il 29 gennaio del 1979;
avverso la sentenza della Corte d'appello di Roma del 15 gennaio del 2008;
udita la relazione svolta dal Consigliere Dott. Petti Ciro;
sentito il P.M. nella persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. MONTAGNA Alfredo, il quale ha concluso per l'inammissibilità del ricorso;
sentito il difensore avv. Androni Antonio, quale sostituto processuale dell'avv. Federici Fabrizio, il quale ha concluso per l'accoglimento del ricorso;
letti il ricorso e la sentenza denunciata osserva quanto segue. IN FATTO
La Corte d'appello di Roma, con sentenza del 15 gennaio del 2008, confermava quella pronunciata dal tribunale di Velletri il 19 gennaio del 2007, con cui TE LE era stata condannata alla pena di giorni venti di arresto ed Euro 10.600 di ammenda, quale responsabile dei reati di cui al D.P.R. n. 380 del 2001, art. 44 lett. c); e D.Lgs. n. 490 del 1999, art. 163, per avere, in zona vincolata, realizzato alcune opere (livellamento del terreno, due prefabbricati, due strutture metalliche con copertura di materiale plastico, alcune insegne pubblicitarie e due celle frigorifere) senza il permesso di costruire e senza il nulla osta dell'autorità preposta alla tutela del vincolo. Fatto commesso il 7 novembre del 2003.
Secondo la ricostruzione fattuale contenuta nella sentenza impugnata TE LE, quale amministratrice della società TE MO, società a responsabilità limitata, che svolgeva l'attività di deposito di autovetture nuove ed usate, aveva chiesto ed ottenuto in concessione il suolo pubblico su cui svolgere l'attività a condizione che non fossero installate opere durevoli e fosse conservato lo stato dei luoghi, fatta eccezione per la normale pulizia e la sistemazione del terreno. Essa, invece, aveva realizzato le opere indicate nel capo d'imputazione senza alcuna autorizzazione. Tanto premesso, la Corte osservava che i prefabbricati e gli altri manufatti per la loro obiettiva destinazione a servizio della società non potevano considerarsi opere precarie;
che la prevenuta era responsabile, non solo perché formalmente era l'amministratrice della società, ma anche perché di fatto l'amministrava, come dimostrato dai contratti di cessione delle autovetture da lei sottoscritti, ed era la titolare della concessione in uso del suolo e, peraltro, aveva anche il dovere di impedire che si verificasse l'evento.
Ricorre per cassazione l'imputata deducendo:
1) la violazione della norma incriminatrice e dell'art. 27 Cost. perché il fatto le era stato addebitato solo per la sua qualità formale di amministratrice nonché manifesta illogicità della motivazione sul punto;
2) la violazione dell'art. 40 c.p., e art. 2392 c.c., per avere la Corte erroneamente ritenuto che essa avesse l'obbligo di impedire l'evento;
3) la violazione della norma incriminatrice trattandosi di opere precarie per le quali non era necessario il permesso di costruire;
4) travisamento del fatto o della prova essendo emerso proprio dalla testimonianza dei vigili urbani e segnatamente da quella del vigile urbano Barbalisca che non trattavasi di prefabbricati, ma di due cassoni di camion furgonati semplicemente appoggiati al suolo. IN DIRITTO
Questo collegio, premesso che allo stato il reato non si è prescritto perché alla scorsa udienza del 21 novembre del 2008, davanti a questa Corte diversamente costituita, il processo è stato rinviato per impedimento del difensore, per cui il termine prescrizionale che scadeva proprio il 21 novembre del 2008, per effetto di precedenti sospensioni intercorse nel giudizio di merito per complessivi mesi cinque e gg 14, è stato sospeso per ulteriori 60 giorni dalla cessazione dell'impedimento, rileva che il ricorso è comunque inammissibile sotto vari profili.
Anzitutto per l'aspecificità dei motivi.
L'art. 581 c.p.p., lett. c), dispone che i motivi d'impugnazione debbano contenere: " l'indicazione specifica delle ragioni di diritto e degli elementi di fatto che sorreggono ogni singola richiesta". Il legislatore del 1988 ha ribadito l'esigenza di specificazione delle doglianze per garantire un minimo di serietà all'impugnazione pretendendo che i motivi siano correlati a ciascuna richiesta mediante l'indicazione chiara e precisa delle censure che si intendono muovere ai capi o ai punti della sentenza impugnata nonché delle ragioni di diritto e degli elementi fattuali che sorreggono ogni singola richiesta. Secondo l'orientamento di questa Corte, si considerano aspecifici i motivi che ripropongono le stesse ragioni già discusse e ritenute infondate dal giudice del gravame. La mancanza di specificità del motivo invero deve essere apprezzata, non solo per la sua genericità, come indeterminatezza, ma anche per la mancanza di correlazione tra le ragioni argomentate della decisione impugnata e quelle poste a fondamento dell'impugnazione, questa non potendo ignorare le esplicitazioni del giudice censurato, senza cadere nel vizio di aspecificità conducente a mente dell'art. 591, comma 1, lett. c) all'inammissibilità (Cass 18 settembre 1997 Ahemtovic;
Cass. sez. 2^, 6 maggio 2003 Curcillo). Nella fattispecie la ricorrente si limita a riproporre censure già avanzate alla sentenza di primo grado e puntualmente respinte dalla Corte territoriale senza indicare in maniera specifica i vizi del ragionamento del giudice censurato.
In secondo luogo per la manifesta infondatezza dei motivi. Con riferimento ai primi due motivi, che vanno esaminati congiuntamente perché strettamente connessi, si osserva che il riferimento alla giurisprudenza di questa Corte sulla responsabilità del comproprietario dell'area su cui da altri viene realizzato un manufatto abusivo non è pertinente poiché la posizione della prevenuta non è assimilabile al comproprietario dell'area estraneo materialmente all'abuso. Essa infatti non era la proprietaria dell'area, ma al contrario era la rappresentante legale della società che aveva chiesto la concessione del suolo su cui svolgere l'attività. Era quindi responsabile degli atti compiuti per conto della società. Inoltre era la titolare della concessione comunale che le era stata rilasciata a condizione che non fosse modificato lo stato dei luoghi. Quindi, quale titolare della concessione, era personalmente responsabile delle modificazioni apportate allo stato dei luoghi. Inoltre sottoscriveva personalmente gli atti di cessione delle autovetture In definitiva svolgeva tutti i compiti che la legge attribuisce al legale rappresentante di una società. Non è quindi vero che il fatto le sia stato addebitato unicamente per la sua qualifica formale. D'altra parte ad abundantiam si è sottolineato che era responsabile anche per non avere impedito l'evento che aveva il preciso dovere d'impedire, sia per l'impegno assunto nei confronti del comune che per la sua qualità di amministratrice. Invero, l'obbligo di impedire l'evento, può dipendere oltre che dalla legge, dal contratto, da un atto amministrativo ed in genere dall'assunzione di un preciso obbligo, quale può essere quello di non modificare lo stato dei luoghi da parte del concessionario di un suolo pubblico. Inoltre proprio dalla lettura dell'art. 2392 c.c., richiamato dalla ricorrente, si desume che la prevenuta aveva l'obbligo di impedire che fossero realizzate strutture in contrasto con le condizioni imposte con la concessione del suolo. Invero, l'art. 2392 c.c., comma 2, come modificato con il D.Lgs. n 6 del 2003, dispone che gli amministratori (a parte le conseguenze di ordine penale) sono comunque solidalmente responsabili civilmente se, essendo consapevoli di fatti pregiudizievoli (per la società o per i terzi), non hanno fatto quanto potevano per impedirne il compimento o eliminare o attenuare le conseguenze dannose. La costruzione di opere abusive, a parte eventuali danni nei confronti dei terzi e del comune, comportava per la società il rischio della risoluzione del rapporto concessorio con conseguente danno per la società stessa. Non è vero quindi che non avesse alcun obbligo di impedire l'evento. Al contrario, una volta avuto contezza dell'installazione di quei manufatti, aveva il dovere di intervenire per farli rimuovere. In definitiva l'amministratore di una società di capitali ha il dovere di garantire l'integrità del patrimonio sociale e deve intervenire tutte le volte in cui tale integrità può essere compromessa. La commissione di reati da parte di amministratori può esporre la società al rischio di azioni risarcitorie nei suoi confronti. I giudici del merito hanno ritenuto che la prevenuta non fosse solo formalmente l'amministratrice della società ma anche colei che di fatto la gestiva. In ogni caso, quand'anche i reati fossero stati commessi dal padre, amministratore di fatto, come si insinua nel ricorso, sarebbe ugualmente evidente la responsabilità dalla prevenuta a norma dell'art. 40 c.p., come ipotizzato ad abundantiam dalla Corte Territoriale. Più volte questa Corte ha affermato la responsabilità dell'amministratore di diritto per concorso in bancarotta fraudolenta materialmente commessa dall'amministratore di fatto se, essendo a conoscenza del fatto, non ha impedito l'evento (cfr. Cass 14745 e 10 465 del 1999) Nella fattispecie, trattandosi di contravvenzione, non è neppure necessario il dolo essendo sufficiente la semplice negligenza ossia il fatto di avere omesso di vigilare sull'attività svolta dall'amministratore di fatto. In definitiva l'amministratore di diritto di una società di capitali risponde di concorso nei reati edilizi commessi dall'amministratore di fatto se per dolo o per negligenza non ha impedito che l'evento si verificasse. Ma nella fattispecie i giudici del merito, con motivazione adeguata, hanno ritenuto la prevenuta direttamente responsabile dell'evento. Le altre considerazioni sono state svolte ad abundantiam per sottolineare che la TE era comunque responsabile anche se per ipotesi la società di fatto fosse stata amministrata da altri.
Anche il terzo motivo è manifestamente infondato A norma del D.P.R. 6 giugno 2001, n. 380, art. 3, n. 5, si considera nuova costruzione per la quale è necessario il permesso di costruire anche l'installazione di manufatti leggeri prefabbricati, e di strutture di qualsiasi genere, quali roulottes, campers, case mobili, imbarcazioni che siano utilizzati, come abitazioni, ambiente di lavoro, oppure come depositi, magazzini e simili che non siano diretti a soddisfare esigenze meramente temporanee.
La temporaneità deve desumersi da elementi obiettivi e non dalle caratteristiche del manufatto o dall'intenzione soggettiva del costruttore. Nella fattispecie la Corte territoriale ha escluso la temporaneità con motivazione adeguata avendo sottolineato che trattatasi di manufatti posti a servizio dell'attività svolta dalla società la quale non era temporanea. Inoltre il D.Lgs. n 42 del 2004, art. 181, già D.Lgs. n. 490 del 1999, art. 163, fatta eccezione per gli interventi di cui al Decreto n. 42 del 2004, art. 149, vieta senza la prescritta autorizzazione o in difformità da essa lavori di qualsiasi genere su beni paesaggistici. La norma non distingue tra difformità totale o parziale dall'autorizzazione o tra opere precarie e non precarie, ma richiede solo che l'intervento sia astrattamente idoneo a ledere il bene protetto. Quindi anche una struttura provvisoria, se idonea astrattamente a ledere il bene tutelato dalla norma, richiede il nulla osta dell'autorità preposta alla tutela del vincolo.
Del pari inammissibile è anche il quarto motivo per la sua manifesta infondatezza, perché anche i "cassoni di camion" se adibiti ad abitazione, depositi, servizi igienici ecc rientrano nella previsione di cui al D.P.R. 6 giugno 2001, n. 380, art.
3. Dall'inammissibilità del ricorso discende l'obbligo di pagare le spese processuali e di versare una somma, che stimasi equo determinare in Euro 1000,00, in favore della Cassa delle Ammende, non sussistendo alcuna ipotesi di carenza di colpa della ricorrente nella determinazione della causa d'inammissibilità secondo l'orientamento espresso dalla Corte Costituzionale con la sentenza n. 186 del 2000.
P.Q.M.
LA CORTE Letto l'art. 616 c.p.p.. Dichiara inammissibile il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento delle spese processuali ed al versamento della somma di Euro 1000,00 in favore della Cassa delle Ammende.
Così deciso in Roma, il 17 dicembre 2008.
Depositato in Cancelleria il 26 gennaio 2009