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Sentenza 18 novembre 2024
Sentenza 18 novembre 2024
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Sul provvedimento
| Citazione : | Cass. pen., sez. VI, sentenza 18/11/2024, n. 42293 |
|---|---|
| Giurisdizione : | Corte di Cassazione |
| Numero : | 42293 |
| Data del deposito : | 18 novembre 2024 |
Testo completo
SENTENZA sul ricorso proposto da AN LO, nato a [...] il [...] avverso l'ordinanza del 9 aprile 2024 emessa dal Tribunale di Palermo;
visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;
udita la relazione svolta dal consigliere Fabrizio D'Arcangelo; udite le conclusioni del Pubblico Ministero, in persona del Procuratore generale EL IC, che ha chiesto di dichiarare inammissibile il ricorso;
udite le conclusioni del difensore, avvocato Debora Speciale, che ha insistito per l'accoglimento dei motivi di ricorso. RITENUTO IN FATTO 1. Con l'ordinanza impugnata il Tribunale di Palermo, previa esclusione della circostanza aggravante di cui al sesto comma dell'art. 416-bis cod. pen., contestata in relazione al delitto di cui al capo 1) dell'imputazione cautelare, ha Penale Sent. Sez. 6 Num. 42293 Anno 2024 Presidente: FIDELBO GIORGIO Relatore: D'ARCANGELO FABRIZIO Data Udienza: 02/10/2024 rigettato la richiesta di riesame proposta da LO AN e ha confermato l'ordinanza del Giudice per le indagini preliminari presso il Tribunale di Caltanissetta, che in data 18 marzo 2024 ha applicato nei suoi confronti la misura coercitiva della custodia cautelare in carcere. In questo provvedimento il Giudice per le indagini preliminari ha ritenuto AN gravemente indiziato della commissione dei delitti di cui agli artt. 416- bis cod. pen., quale promotore e organizzatore dell'associazione criminale mafiosa Cosa nostra nella famiglia di Corso Calatafimi (capo 1) e di plurimi episodi di estorsione aggravata, contestati ai capi 2), 3), 4), 5) e 7). 2. L'avvocato Debora Speciale, difensore di LO AN, ricorre avverso tale ordinanza e ne chiede l'annullamento, proponendo tre motivi di ricorso. 2.1. Con il primo motivo, il difensore deduce l'inosservanza dell'art. 416-bis cod. proc. pen. e il vizio di motivazione con riferimento all'assenza di un quadro indiziario relativo alla sussistenza del reato associativo contestato al ricorrente. Il Tribunale del riesame avrebbe, infatti, ritenuto dimostrata la sussistenza di gravi indizi di colpevolezza nei confronti del ricorrente, quale capo della famiglia di Via Calatafimi, sulla base di intercettazioni dal carattere assolutamente neutro, non corroborate dalle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia. Gli elementi posti a fondamento della valutazione del Tribunale sarebbero meramente suggestivi e, dunque, strutturalmente inidonei a dimostrare l'effettivo svolgimento di un ruolo specifico di AN all'interno di Cosa nostra. Il ricorrente sarebbe, infatti, estraneo a tutte le estorsioni contestate nel presente procedimento e gli incontri osservati dagli inquirenti sarebbero meri "incontri muti", dei quali, peraltro, non sarebbe stato possibile accertare l'oggetto e la finalità. Da tali elementi indiziari, dunque, non risulterebbe dimostrato il ruolo dinamico e funzionale assunto dal ricorrente all'interno della cosca;
per quanto indicato dal Tribunale, peraltro, AN non avrebbe svolto il ruolo di comando o di reggente della famiglia, ma si sarebbe limitato ad aver coadiuvato chi svolgeva questo ruolo. Ad avviso del difensore, inoltre, non sarebbe emerso che il ricorrente: - ricoprisse una qualche carica formale, o comunque riconoscibile, all'interno di Cosa nostra;
- sovraintendesse all'attività del sodalizio, impartendo direttive o ordini;
- avesse potere decisionale sulle questioni rilevanti per il sodalizio;
- che tali attribuzioni si manifestassero all'esterno del sodalizio criminoso. Anche la vicenda, valorizzata dal Tribunale del riesame, relativa al pestaggio di AN AN non dovrebbe essere letta in un'ottica interna al sodalizio 2 criminoso, ma solo quale punizione inflitta ad un vicino di casa, che avrebbe assunto un comportamento violento e irrispettoso nei confronti della moglie. 2.2. Con il secondo motivo, il difensore eccepisce la contraddittorietà e la manifesta illogicità della motivazione in ordine ai delitti di estorsione aggravata contestati ai capi 2), 3), 4), 5) e 7) dell'imputazione cautelare. Il Tribunale del riesame si sarebbe, infatti, limitato a riportare stralci di conversazioni intercettate, che, tuttavia, sarebbero del tutto inidonei a fondare la sussistenza di gravi indizi di colpevolezza nei confronti del ricorrente. Nelle intercettazioni eseguite e nei servizi di osservazione svolti presso gli esercizi commerciali delle vittime, infatti, non sarebbe mai emerso un diretto intervento del AN o una sua richiesta di tipo estorsivo. Anche nel corso delle intercettazioni tra AN e MA, sarebbero stati captati meri commenti, che non indiziano la consumazione di alcuna estorsione;
del resto, i commercianti sentiti a sommarie informazioni non avrebbero suffragato tale ricostruzione investigativa. 2.3. Con il terzo motivo, il difensore censura la violazione dell'art. 292, comma 2, lett. c), cod. proc. pen. e la nullità dell'ordinanza impugnata per carenza dell'autonoma valutazione delle esigenze cautelari nel titolo cautelare genetico. Il Giudice per le indagini preliminari avrebbe, infatti, apoditticamente ravvisato il pericolo di reiterazione del reato in ragione delle «modalità delle condotte» e del «contesto mafioso in cui sono inserite», ma tali affermazioni sarebbero puramente tautologiche. Parimenti sarebbe manifestamente illogica la motivazione relativa alla sussistenza del pericolo di inquinamento probatorio legato alla necessità di operare acquisizioni documentali, in quanto, a tal fine, sarebbe sufficiente procedere ad operazioni di perquisizione e sequestro senza limitare la libertà personale del ricorrente. CONSIDERATO IN DIRITTO 1. Il ricorso deve essere rigettato. 2. Con il primo motivo, il difensore deduce l'inosservanza dell'art. 416-bis cod. proc. pen. e il vizio di motivazione con riferimento all'assenza di un quadro indiziario relativo alla sussistenza del reato associativo contestato al ricorrente. 3. Il motivo è inammissibile, in quanto il difensore si confronta con gli elementi probatori posti dal Tribunale a fondamento del proprio apprezzamento, prospettandone una lettura alternativa. 3 Esula, infatti, dai poteri della Corte di cassazione quello di una "rilettura" degli elementi di fatto posti a fondamento della decisione, la cui valutazione è, in via esclusiva, riservata al giudice di merito, senza che possa integrare il vizio di legittimità la mera prospettazione di una diversa, e per il ricorrente più adeguata, valutazione delle risultanze processuali (Sez. U, n. 22242 del 27/01/2011, Scibé, Rv. 249651, in motivazione;
Sez. U, n. 12 del 31/05/2000, Jakani, Rv. 216260). Il Tribunale del riesame ha, peraltro, non incongruamente rilevato, sulla base delle intercettazioni, ambientali e telefoniche, e dei servizi di osservazione eseguiti dagli inquirenti, che il ricorrente ha diretto e organizzato la famiglia mafiosa di Corso Calatafimi, occupandosi del sostentamento dei sodali detenuti, dell'organizzazione dell'attività estorsiva e del controllo delle attività economiche nel territorio di competenza, mediante i suoi uomini di fiducia Rosario Lo Nardo e PP MA, e ha partecipato a riunioni riservate con altri esponenti mafiosi, come ES e VI TE e HI BA. Nella valutazione non illogica del Tribunale del riesame, le intercettazione eseguite attestano il conferimento al ricorrente del ruolo direttivo della cosca, deliberato attraverso la dialettica e il consenso tra gli esponenti apicali delle famiglie di Rocca-Mezzo Monreale, e la successiva assunzione effettiva di questo ruolo nella gestione delle attività illecite della cosca. L'organicità del ricorrente a Cosa nostra è, peraltro, stata definitivamente accertata anche dalla sentenza della Corte di appello di Palermo, divenuta irrevocabile in data 23 giugno 2016, che ha condannato AN a otto anni di reclusione per aver fatto parte del mandamento di EL e per delitti di estorsione e di detenzione di armi. 4. Con il secondo motivo, il difensore deduce la contraddittorietà e la manifesta illogicità della motivazione in ordine ai delitti di estorsione aggravata contestati ai capi 2), 3), 4), 5) e 7) dell'imputazione cautelare. 5. Il motivo è aspecifico, in quanto non si confronta con la motivazione dell'ordinanza impugnata, ma si limita a sollecitare una diversa lettura degli elementi di prova posti a fondamento dell'ordinanza impugnata. In tema di misure cautelari personali, il ricorso per cassazione che deduca insussistenza dei gravi indizi di colpevolezza, è, tuttavia, ammissibile solo se denuncia la violazione di specifiche norme di legge o la manifesta illogicità della motivazione del provvedimento, ma non anche quando propone censure che riguardano la ricostruzione dei fatti, o che si risolvono in una diversa valutazione degli elementi esaminati dal giudice di merito (ex plurimis: Sez. 2, n. 31553 del 17/05/2017, Paviglianiti, Rv. 270628 - 01). 4 6. Con il terzo motivo, il difensore deduce la violazione dell'art. 292, comma 2, lett. c), cod. proc. pen. e la nullità dell'ordinanza impugnata per carenza dell'autonoma valutazione delle esigenze cautelari da parte del Giudice per le indagini preliminari. 7. Il motivo è infondato. Il vizio della motivazione denunciato dal ricorrente, a tacere della genericità della censura proposta sul punto, è, infatti, insussistente. Il Giudice per le indagini preliminari, infatti, con motivazione aderente alle risultanze delle indagini e autonoma rispetto alla richiesta del Pubblico Ministero, ha rilevato come non sia ravvisabile alcun elemento atto a superar la doppia presunzione di sussistenza delle esigenze cautelari sancita dall'art. 275, comma 3, cod. proc. pen. per i delitti contestati e come le risultanze delle indagini abbiano dimostrato l'elevata pericolosità sociale del ricorrente, che ha svolto per un ampio lasso di tempo le funzioni di reggente di una cosca mafiosa, dirigendone tutte le attività illecite. Il ricorrente, infatti, in questo lasso di tempo si è occupato del sostentamento dei sodali detenuti e di vessare i commercianti che operavano nel territorio di sua competenza, non esitando anche a programmare eventuali atti incendiari e a ricorrere alla violenza al fine di ristabilire l'ordine mafioso. Tali circostanze, dunque, nella valutazione non illogica del Giudice per le indagini preliminari, fondano una prognosi di pericolosità del ricorrente non diversamente contenibile se non a mezzo della misura coercitiva della custodia cautelare in carcere. 8. Alla stregua di tali rilievi, il ricorso deve essere rigettato. Il ricorrente deve, pertanto, essere condannato, ai sensi dell'art. 616 cod. proc. pen., al pagamento delle spese del procedimento.
P.Q.M.
Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali. Manda alla Cancelleria per gli adempimenti di cui all'art. 94, comma 1-ter, disp. att. cod. proc. pen. Così deciso in Roma, il 2/10/2024.
visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;
udita la relazione svolta dal consigliere Fabrizio D'Arcangelo; udite le conclusioni del Pubblico Ministero, in persona del Procuratore generale EL IC, che ha chiesto di dichiarare inammissibile il ricorso;
udite le conclusioni del difensore, avvocato Debora Speciale, che ha insistito per l'accoglimento dei motivi di ricorso. RITENUTO IN FATTO 1. Con l'ordinanza impugnata il Tribunale di Palermo, previa esclusione della circostanza aggravante di cui al sesto comma dell'art. 416-bis cod. pen., contestata in relazione al delitto di cui al capo 1) dell'imputazione cautelare, ha Penale Sent. Sez. 6 Num. 42293 Anno 2024 Presidente: FIDELBO GIORGIO Relatore: D'ARCANGELO FABRIZIO Data Udienza: 02/10/2024 rigettato la richiesta di riesame proposta da LO AN e ha confermato l'ordinanza del Giudice per le indagini preliminari presso il Tribunale di Caltanissetta, che in data 18 marzo 2024 ha applicato nei suoi confronti la misura coercitiva della custodia cautelare in carcere. In questo provvedimento il Giudice per le indagini preliminari ha ritenuto AN gravemente indiziato della commissione dei delitti di cui agli artt. 416- bis cod. pen., quale promotore e organizzatore dell'associazione criminale mafiosa Cosa nostra nella famiglia di Corso Calatafimi (capo 1) e di plurimi episodi di estorsione aggravata, contestati ai capi 2), 3), 4), 5) e 7). 2. L'avvocato Debora Speciale, difensore di LO AN, ricorre avverso tale ordinanza e ne chiede l'annullamento, proponendo tre motivi di ricorso. 2.1. Con il primo motivo, il difensore deduce l'inosservanza dell'art. 416-bis cod. proc. pen. e il vizio di motivazione con riferimento all'assenza di un quadro indiziario relativo alla sussistenza del reato associativo contestato al ricorrente. Il Tribunale del riesame avrebbe, infatti, ritenuto dimostrata la sussistenza di gravi indizi di colpevolezza nei confronti del ricorrente, quale capo della famiglia di Via Calatafimi, sulla base di intercettazioni dal carattere assolutamente neutro, non corroborate dalle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia. Gli elementi posti a fondamento della valutazione del Tribunale sarebbero meramente suggestivi e, dunque, strutturalmente inidonei a dimostrare l'effettivo svolgimento di un ruolo specifico di AN all'interno di Cosa nostra. Il ricorrente sarebbe, infatti, estraneo a tutte le estorsioni contestate nel presente procedimento e gli incontri osservati dagli inquirenti sarebbero meri "incontri muti", dei quali, peraltro, non sarebbe stato possibile accertare l'oggetto e la finalità. Da tali elementi indiziari, dunque, non risulterebbe dimostrato il ruolo dinamico e funzionale assunto dal ricorrente all'interno della cosca;
per quanto indicato dal Tribunale, peraltro, AN non avrebbe svolto il ruolo di comando o di reggente della famiglia, ma si sarebbe limitato ad aver coadiuvato chi svolgeva questo ruolo. Ad avviso del difensore, inoltre, non sarebbe emerso che il ricorrente: - ricoprisse una qualche carica formale, o comunque riconoscibile, all'interno di Cosa nostra;
- sovraintendesse all'attività del sodalizio, impartendo direttive o ordini;
- avesse potere decisionale sulle questioni rilevanti per il sodalizio;
- che tali attribuzioni si manifestassero all'esterno del sodalizio criminoso. Anche la vicenda, valorizzata dal Tribunale del riesame, relativa al pestaggio di AN AN non dovrebbe essere letta in un'ottica interna al sodalizio 2 criminoso, ma solo quale punizione inflitta ad un vicino di casa, che avrebbe assunto un comportamento violento e irrispettoso nei confronti della moglie. 2.2. Con il secondo motivo, il difensore eccepisce la contraddittorietà e la manifesta illogicità della motivazione in ordine ai delitti di estorsione aggravata contestati ai capi 2), 3), 4), 5) e 7) dell'imputazione cautelare. Il Tribunale del riesame si sarebbe, infatti, limitato a riportare stralci di conversazioni intercettate, che, tuttavia, sarebbero del tutto inidonei a fondare la sussistenza di gravi indizi di colpevolezza nei confronti del ricorrente. Nelle intercettazioni eseguite e nei servizi di osservazione svolti presso gli esercizi commerciali delle vittime, infatti, non sarebbe mai emerso un diretto intervento del AN o una sua richiesta di tipo estorsivo. Anche nel corso delle intercettazioni tra AN e MA, sarebbero stati captati meri commenti, che non indiziano la consumazione di alcuna estorsione;
del resto, i commercianti sentiti a sommarie informazioni non avrebbero suffragato tale ricostruzione investigativa. 2.3. Con il terzo motivo, il difensore censura la violazione dell'art. 292, comma 2, lett. c), cod. proc. pen. e la nullità dell'ordinanza impugnata per carenza dell'autonoma valutazione delle esigenze cautelari nel titolo cautelare genetico. Il Giudice per le indagini preliminari avrebbe, infatti, apoditticamente ravvisato il pericolo di reiterazione del reato in ragione delle «modalità delle condotte» e del «contesto mafioso in cui sono inserite», ma tali affermazioni sarebbero puramente tautologiche. Parimenti sarebbe manifestamente illogica la motivazione relativa alla sussistenza del pericolo di inquinamento probatorio legato alla necessità di operare acquisizioni documentali, in quanto, a tal fine, sarebbe sufficiente procedere ad operazioni di perquisizione e sequestro senza limitare la libertà personale del ricorrente. CONSIDERATO IN DIRITTO 1. Il ricorso deve essere rigettato. 2. Con il primo motivo, il difensore deduce l'inosservanza dell'art. 416-bis cod. proc. pen. e il vizio di motivazione con riferimento all'assenza di un quadro indiziario relativo alla sussistenza del reato associativo contestato al ricorrente. 3. Il motivo è inammissibile, in quanto il difensore si confronta con gli elementi probatori posti dal Tribunale a fondamento del proprio apprezzamento, prospettandone una lettura alternativa. 3 Esula, infatti, dai poteri della Corte di cassazione quello di una "rilettura" degli elementi di fatto posti a fondamento della decisione, la cui valutazione è, in via esclusiva, riservata al giudice di merito, senza che possa integrare il vizio di legittimità la mera prospettazione di una diversa, e per il ricorrente più adeguata, valutazione delle risultanze processuali (Sez. U, n. 22242 del 27/01/2011, Scibé, Rv. 249651, in motivazione;
Sez. U, n. 12 del 31/05/2000, Jakani, Rv. 216260). Il Tribunale del riesame ha, peraltro, non incongruamente rilevato, sulla base delle intercettazioni, ambientali e telefoniche, e dei servizi di osservazione eseguiti dagli inquirenti, che il ricorrente ha diretto e organizzato la famiglia mafiosa di Corso Calatafimi, occupandosi del sostentamento dei sodali detenuti, dell'organizzazione dell'attività estorsiva e del controllo delle attività economiche nel territorio di competenza, mediante i suoi uomini di fiducia Rosario Lo Nardo e PP MA, e ha partecipato a riunioni riservate con altri esponenti mafiosi, come ES e VI TE e HI BA. Nella valutazione non illogica del Tribunale del riesame, le intercettazione eseguite attestano il conferimento al ricorrente del ruolo direttivo della cosca, deliberato attraverso la dialettica e il consenso tra gli esponenti apicali delle famiglie di Rocca-Mezzo Monreale, e la successiva assunzione effettiva di questo ruolo nella gestione delle attività illecite della cosca. L'organicità del ricorrente a Cosa nostra è, peraltro, stata definitivamente accertata anche dalla sentenza della Corte di appello di Palermo, divenuta irrevocabile in data 23 giugno 2016, che ha condannato AN a otto anni di reclusione per aver fatto parte del mandamento di EL e per delitti di estorsione e di detenzione di armi. 4. Con il secondo motivo, il difensore deduce la contraddittorietà e la manifesta illogicità della motivazione in ordine ai delitti di estorsione aggravata contestati ai capi 2), 3), 4), 5) e 7) dell'imputazione cautelare. 5. Il motivo è aspecifico, in quanto non si confronta con la motivazione dell'ordinanza impugnata, ma si limita a sollecitare una diversa lettura degli elementi di prova posti a fondamento dell'ordinanza impugnata. In tema di misure cautelari personali, il ricorso per cassazione che deduca insussistenza dei gravi indizi di colpevolezza, è, tuttavia, ammissibile solo se denuncia la violazione di specifiche norme di legge o la manifesta illogicità della motivazione del provvedimento, ma non anche quando propone censure che riguardano la ricostruzione dei fatti, o che si risolvono in una diversa valutazione degli elementi esaminati dal giudice di merito (ex plurimis: Sez. 2, n. 31553 del 17/05/2017, Paviglianiti, Rv. 270628 - 01). 4 6. Con il terzo motivo, il difensore deduce la violazione dell'art. 292, comma 2, lett. c), cod. proc. pen. e la nullità dell'ordinanza impugnata per carenza dell'autonoma valutazione delle esigenze cautelari da parte del Giudice per le indagini preliminari. 7. Il motivo è infondato. Il vizio della motivazione denunciato dal ricorrente, a tacere della genericità della censura proposta sul punto, è, infatti, insussistente. Il Giudice per le indagini preliminari, infatti, con motivazione aderente alle risultanze delle indagini e autonoma rispetto alla richiesta del Pubblico Ministero, ha rilevato come non sia ravvisabile alcun elemento atto a superar la doppia presunzione di sussistenza delle esigenze cautelari sancita dall'art. 275, comma 3, cod. proc. pen. per i delitti contestati e come le risultanze delle indagini abbiano dimostrato l'elevata pericolosità sociale del ricorrente, che ha svolto per un ampio lasso di tempo le funzioni di reggente di una cosca mafiosa, dirigendone tutte le attività illecite. Il ricorrente, infatti, in questo lasso di tempo si è occupato del sostentamento dei sodali detenuti e di vessare i commercianti che operavano nel territorio di sua competenza, non esitando anche a programmare eventuali atti incendiari e a ricorrere alla violenza al fine di ristabilire l'ordine mafioso. Tali circostanze, dunque, nella valutazione non illogica del Giudice per le indagini preliminari, fondano una prognosi di pericolosità del ricorrente non diversamente contenibile se non a mezzo della misura coercitiva della custodia cautelare in carcere. 8. Alla stregua di tali rilievi, il ricorso deve essere rigettato. Il ricorrente deve, pertanto, essere condannato, ai sensi dell'art. 616 cod. proc. pen., al pagamento delle spese del procedimento.
P.Q.M.
Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali. Manda alla Cancelleria per gli adempimenti di cui all'art. 94, comma 1-ter, disp. att. cod. proc. pen. Così deciso in Roma, il 2/10/2024.