Ordinanza collegiale 18 giugno 2025
Ordinanza collegiale 18 giugno 2025
Ordinanza collegiale 25 novembre 2025
Ordinanza collegiale 25 novembre 2025
Sentenza 7 aprile 2026
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Sul provvedimento
| Citazione : | TAR Roma, sez. 5B, sentenza 07/04/2026, n. 6246 |
|---|---|
| Giurisdizione : | Tribunale amministrativo regionale - Roma |
| Numero : | 6246 |
| Data del deposito : | 7 aprile 2026 |
| Fonte ufficiale : |
Testo completo
N. 06246/2026 REG.PROV.COLL.
N. 01029/2022 REG.RIC.
N. 01031/2022 REG.RIC.
REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
Il Tribunale Amministrativo Regionale per il Lazio
(Sezione Quinta Bis)
ha pronunciato la presente
SENTENZA
sul ricorso numero di registro generale 1029 del 2022, proposto da -OMISSIS-, rappresentata e difesa dall'avvocato Massimiliano Montemagno, con domicilio digitale come da PEC da Registri di Giustizia;
contro
Ministero dell'Interno, in persona del Ministro in carica, rappresentato e difeso dall'Avvocatura Generale dello Stato, domiciliataria ex lege in Roma, via dei Portoghesi, 12;
sul ricorso numero di registro generale 1031 del 2022, proposto da -OMISSIS-, rappresentata e difesa dall'avvocato Massimiliano Montemagno, con domicilio digitale come da PEC da Registri di Giustizia;
contro
Ministero dell'Interno, in persona del Ministro in carica, rappresentato e difeso dall'Avvocatura Generale dello Stato, domiciliataria ex lege in Roma, via dei Portoghesi, 12;
per l'annullamento
quanto al ricorso n. 1029 del 2022:
del provvedimento del Ministero dell’Interno n. -OMISSIS- del 02/01/2021, notificato in data 16/12/2021 con il quale si respinge l’istanza di concessione della cittadinanza italiana, di cui si allega copia del provvedimento impugnato;
ogni altro atto, prodromico, preparatorio, connesso e/o consequenziale, esecutivo o meno, anche sconosciuto;
quanto al ricorso n. 1031 del 2022:
del provvedimento del Ministero dell’Interno n. -OMISSIS- del 07/10/2021, notificato in data 16/12/2021 con il quale si respinge l’istanza di concessione della cittadinanza italiana, di cui si allega copia del provvedimento impugnato;
ogni altro atto, prodromico, preparatorio, connesso e/o consequenziale, esecutivo o meno, anche sconosciuto
Visti i ricorsi e i relativi allegati;
Visto l'atto di costituzione in giudizio del Ministero dell'Interno;
Visti tutti gli atti della causa;
Relatore nell'udienza pubblica del giorno 11 febbraio 2026 la dott.ssa IE GI e uditi per le parti i difensori come specificato nel verbale;
Ritenuto e considerato in fatto e diritto quanto segue.
FATTO
Con i ricorsi meglio specificati in epigrafe, da riunire per esigenze di trattazione congiunta, sono stati impugnati i provvedimenti (d.m. 20 gennaio 2021, oggetto del ricorso RG n. 1029/2020, e d.m. 7 ottobre 2021, oggetto del ricorso RG n. 1031/2020) con cui il Ministero dell’interno ha rigettato le istanze di concessione della cittadinanza italiana presentate, ai sensi dell'art. 9, comma 1, lettera f) della L. 5.02.92 n. 91, rispettivamente in data 30 luglio e 5 febbraio 2016, dalle ricorrenti, appartenenti al medesimo nucleo familiare, in quanto figlia e madre.
Il diniego, in entrambi i casi, si fonda sulla circostanza della mancata prova da parte delle interessate della produzione di un reddito, proprio o del proprio nucleo familiare, uguale e superiore a quello fissato nei parametri assunti a riferimento dal Ministero dell’interno.
Il gravame è affidato ad un unico complesso motivo di ricorso: Violazione ed erronea applicazione della legge 5 febbraio 1992 n. 91 e succ. mod. e integrazioni, D.P.R 12 ottobre 1993 n. 572 e D.P.R. 18 aprile 1994 n. 362 nonché, eccesso di potere sotto il profilo del difetto di istruttoria, ingiustizia grave per erronea valutazione dei fatti, manifesta illogicità ed irrazionalità.
Il diniego sarebbe illegittimo in ragione dell’asserita capienza reddituale del nucleo familiare, assicurata dai redditi della ricorrente nel ricorso RG n. 1031/2020, madre della ricorrente nel ricorso RG n. 1029/2020, che produce in giudizio anche le buste paghe del fratello, divenuto cittadino italiano.
Il Ministero dell’interno, costituito in giudizio per resistere al ricorso, ha depositato documenti del fascicolo del procedimento e una relazione difensiva, contestando nel merito le censure ex adverso svolte e concludendo per il rigetto della domanda di annullamento del decreto impugnato.
All’udienza pubblica del giorno 11 febbraio 2026 i ricorsi sono stati trattenuti in decisione.
DIRITTO
Il ricorso è infondato.
Si controverte sul mancato riconoscimento della cittadinanza italiana per naturalizzazione di cui alla legge n. 91 del 1992, articolo 9, comma 1, lett. f), per indisponibilità di adeguati mezzi economici di sostentamento.
Al riguardo, il Collegio ritiene opportuno un preliminare richiamo ai principali punti d’arrivo della giurisprudenza in materia di autosufficienza reddituale dell’aspirante cittadino (cfr. TAR Lazio, sez. V bis, n. 1590/22, 1698/22, 1724/22, 2945/22, 3692/22, 4619/22; n. 7980/2022; n. 7889/2022; n. 7888/2022).
L'acquisizione dello status di cittadino italiano per naturalizzazione è oggetto di un provvedimento di concessione, che presuppone l'esplicarsi di un'amplissima discrezionalità in capo all'Amministrazione e non riguarda un circoscritto rapporto rilevante nelle relazioni tra privati o nella relazione con la PA, ma rileva piuttosto sul piano politico, in quanto comporta l’attribuzione di una frazione di sovranità.
In questo procedimento la p.a. esercita un potere valutativo che si traduce in un apprezzamento di opportunità in ordine al definitivo inserimento dell'istante all'interno della comunità nazionale (cfr. TAR Lazio, Roma, Sez. V bis, sentenza n. 1590/2022, Sez. I ter, sentenza n. 3227/2021 e sentenze ivi richiamate), ciò in quanto al conferimento dello status civitatis è collegata una capacità giuridica speciale propria del cittadino che comporta non solo diritti, ma anche doveri nei confronti dello Stato-comunità, con implicazioni d’ordine politico-amministrativo.
L’amministrazione ha pertanto il compito di verificare che nel soggetto istante risiedano e si concentrino le qualità ritenute necessarie per ottenere la cittadinanza, quali l’assenza di precedenti penali, la sussistenza di redditi sufficienti a sostenersi, una condotta di vita che esprime integrazione sociale e rispetto dei valori di convivenza civile.
In tal modo, l'inserimento dello straniero nella comunità nazionale è considerato legittimo quando l'Amministrazione ritenga che quest'ultimo possieda ogni requisito atto ad inserirsi in modo duraturo nella comunità, mediante un giudizio prognostico che escluda che il richiedente possa successivamente creare problemi all’ordine e alla sicurezza nazionale, disattendere le regole di civile convivenza, violare i valori identitari dello Stato, gravare sulla finanza pubblica (cfr., ex multis , Tar Lazio, Roma, Sez. V bis, sentenza n. 2945/2022; Sez. I ter, sentenza n. 12006/2021 e sez. II quater, sentenza n. 12568 del 2009).
Il requisito in esame impone al richiedente lo status civitatis di dimostrare la disponibilità di adeguati mezzi economici di sostentamento nonché il regolare adempimento degli obblighi fiscali e la possibilità di adempiere ai doveri di solidarietà economica e sociale (cfr., da ultimo, TAR Lazio, Sez I ter, n. 13690/2021; id., n. 1902/2018; Cons. Stato Sez. I, parere n. 240/2021; id., n. 2152/2020; Sez. III, n. 1726/2019: cfr. Consiglio di Stato, sez. VI, n. 766/2011 e 974/2011).
L’accertamento del possesso di adeguati mezzi di sostentamento dell’istante non è solo funzionale a soddisfare primarie esigenze di sicurezza pubblica, considerata la naturale propensione a deviare del soggetto sfornito di adeguata capacità reddituale (cfr. Cons. Stato, sez. VI, 3 febbraio 2011, n. 766; id., 16 febbraio 2011, n. 974) – ratio che è alla base delle norme che prescrivono il possesso di tale requisito per l’ingresso in Italia, per il rinnovo del permesso di soggiorno e per il rilascio della carta di soggiorno – ma è anche funzionale ad assicurare che lo straniero possa conseguire l’utile inserimento nella collettività nazionale, con tutti i diritti e i doveri che competono ai suoi membri, cui verrebbe ad essere assoggettato; in particolare, tra gli altri, al dovere di solidarietà sociale di concorrere con i propri mezzi, attraverso il prelievo fiscale, a finanziare la spesa pubblica, funzionale all’erogazione dei servizi pubblici essenziali (cfr., ex multis , Tar Lazio, I ter, 31 dicembre 2021, n. 13690; id., 19 febbraio 2018, n. 1902; Cons. Stato, sez. III, 18 marzo 2019, n. 1726).
La valutazione del requisito reddituale va effettuata tenendo conto sia di quello già maturato al momento della presentazione della domanda (cfr., TAR Lazio, sez. I ter, 14 gennaio 2021, n. 507; id., 31 dicembre 2021, n. 13690) – che deve essere corredata dalla dichiarazione dei redditi dell’ultimo triennio, come prescritto dal DM 22.11.1994, adottato in attuazione dell’art. 1 co. 4 del DPR 18 aprile 1994, n. 362 – sia di quello successivo, dovendo essere mantenuto fino al momento del giuramento, come previsto dall’art. 4, co. 7, DPR 12.10. 1993, n. 572 (cfr. Consiglio di Stato sez. I, parere n. 240/2021; TAR Lazio, sez. V bis, n. 1724/2022; sez. I ter, n. 507/2021 e n. 13690/2021, cit.; sez. II quater, 2 febbraio 2015, n. 1833; id., 13 maggio 2014, n. 4959; id., 3 marzo 2014, n. 2450; id., 18 febbraio 2014, n. 1956; id., 10 dicembre 2013, n. 10647 nel senso che lo straniero deve dimostrare di possedere una certa stabilità e continuità nel possesso del requisito; questo non viene meno in caso di flessioni meramente transitorie e suscettibili di recupero in breve tempo cfr. da ultimo, Cons. Stato, sez. III, 14 gennaio 2015, n. 60; idem, sez. I, n. 1791/2021 e 1959/20; TAR Lazio, sez. I ter, n. 6979/2021).
Il legislatore, tuttavia, non ha fissato una soglia di reddito minima, rimettendone l’individuazione all’Amministrazione sulla base di parametri indefettibili di garanzia dell’autosufficienza economica del richiedente e della sua reale capacità di partecipare alla spesa pubblica necessaria ad assicurare i servizi pubblici essenziali in Italia.
A tal fine, l’Amministrazione ha attinto alla legislazione vigente in materia di esenzione totale dalla partecipazione alla spesa sanitaria in favore del cittadino italiano titolare di pensione di vecchiaia, secondo quanto specificato nella Circolare del Ministero dell'Interno DLCI K.60.1 del 5 gennaio 2007. In particolare, l'art. 3 del decreto-legge n. 382/1989 stabilisce che sono esentati dalla partecipazione alla spesa sanitaria i titolari di pensione di vecchiaia con reddito imponibile fino a € 8.263,31, incrementato fino a € 11.362,05 di reddito complessivo in presenza del coniuge a carico e in ragione di ulteriori € 516,00 per ogni figlio a carico.
Del parametro cui si conforma l’Amministrazione si è compiutamente occupata questo Tribunale da ultimo con le due recenti sentenze nn. 14163 e 14172 del 25 settembre 2023 della Sezione V bis, sottolineando che esso individua una soglia ritenuta congrua dalla giurisprudenza in materia, in quanto “ indicatore di un livello di adeguatezza reddituale che consente al richiedente di mantenere adeguatamente e continuativamente sé e la famiglia senza gravare (in negativo) sulla comunità nazionale ” (cfr. ex multis : Cons. Stato, Sez. IV, 17 luglio 2000, n. 3958; T.A.R. Lazio - Roma, sez. II, 2.2.2015, n. 1833).
Sulla legittimità del parametro in questione, in assenza di base normativa, la giurisprudenza ha ancora affermato che “ non può convenirsi con le affermazioni di cui al ricorso, secondo le quali l’amministrazione non potrebbe considerare “indefettibile” la soglia reddituale, in quanto essa non è precisata da atti aventi rango primario. Quello che conta, invero, è che il requisito reddituale minimo integri una delle condizioni che devono risultare soddisfatte ai fini dell’acquisizione dello status di cittadino italiano, come pacificamente imposto dalle previsioni del d.m. 22 novembre 1994, prima richiamato. Va da sé che, a tal fine, una soglia minima deve essere individuata a fini di certezza, allo scopo di evitare arbitrarie e divergenti valutazioni da parte dell’amministrazione, e tale soglia è, allo stato, quella già più sopra ricostruita, considerata valido parametro anche dalla costante giurisprudenza ” (TAR Lazio, sez. V bis, n. 9582/2023).
Peraltro, come già ricordato sopra, la soglia in contestazione, recepita dalla Circolare del Ministero dell'interno DLCI K.60.1 del 5 gennaio 2007, è stata costantemente ritenuta congrua dalla giurisprudenza in materia (cfr. ex multis : Cons. Stato, Sez. IV, 17 luglio 2000, n. 3958; T.A.R. Lazio, sez. II quater, n. 1833/2015) “ in quanto con un reddito inferiore si potrebbe usufruire di eventuali provvidenze previste per i cittadini in stato di indigenza, che graverebbero ulteriormente sul bilancio dello Stato ” (TAR Lazio, Sez. I ter, n. 2650/2002; TAR Liguria, sez. II, n. 4/2005).
A ben vedere si tratta delle stesse ragioni per cui è stata già da tempo risalente ritenuta legittima la prescrizione di soglie reddituali minime già solo al fine di autorizzare l’ingresso ed il soggiorno sul territorio nazionale, ai sensi dell’art. 6, comma 5, d.lgs. 286/1998, per cui “ il possesso di un reddito minimo – idoneo al sostentamento dello straniero e del suo nucleo familiare – costituisce un requisito soggettivo non eludibile ai fini del rilascio e del rinnovo del permesso di soggiorno, in quanto attinente alla sostenibilità dell’ingresso dello straniero nella comunità nazionale, al suo inserimento nel contesto lavorativo e alla capacità di contribuire con il proprio impegno allo sviluppo economico e sociale del paese al quale ha chiesto di ospitarlo; il requisito reddituale è infatti finalizzato ad evitare l’inserimento nella comunità nazionale di soggetti che non siano in grado di offrire un’adeguata contropartita in termini di lavoro e, quindi, di formazione del prodotto nazionale e partecipazione fiscale alla spesa pubblica e che, in sintesi, finiscono per gravare sul pubblico erario come beneficiari a vario titolo di contributi e di assistenza sociale e sanitaria, in quanto indigenti; d’altro canto la dimostrazione di un reddito di lavoro o di altra fonte lecita di sostentamento è garanzia che il cittadino extracomunitario non si dedichi ad attività illecite o criminose ” (cfr. di recente, tra tante, Cons. Stato, sez. II, n. 4026/2021; cfr. Cons. Stato, Sez. III, n. 3141/2020, n. 8839/2019, Cons. Stato, sez. I, parere n. 2176/2016 su affare 377/2016; Cons. St., sez. III, n. 2645/2015 e 2335/2015; Cons. Stato, sez. VI, n. 5994/2010).
Quindi, se la fissazione del requisito economico e delle relative soglie reddituali minime è necessaria per consentire allo straniero il semplice ingresso ed il temporaneo soggiorno sul territorio nazionale, a maggior ragione si richiede che tali condizioni siano soddisfatte per conseguire la cittadinanza dello Stato ospite sulla base della mera considerazione che “il più contiene il meno”: a tale riguardo è appena il caso di ricordare che si tratta di attribuire uno status che include, tra l’altro, il diritto di incolato, con conseguente permanente collegamento del soggetto al territorio del Paese di appartenenza.
Si tratta pertanto di un punto di arrivo ormai pacifico (vedi, da ultimo, tra tante, Cons. St., sez. III, nn. 3143, 4754 e 4767 del 2023) che la Sezione ha da subito recepito (TAR Lazio, sez. V bis, n.1590/2022, 1698/2022, 1724/2022, 2945/2022, nonché, di recente, n. 11028/2022, 11187/2022, 8273/2023, 9570/2023, 9582/2023, 11964/2023, 12386/2023), evidenziandone la validità anche dal punto di vista storico-comparatistico, dato che “ il requisito dell’autonomia reddituale costituisce una condizione prescritta dalla legislazione in materia dei diversi Stati membri dell’Unione Europa, configurandosi come principio comune ai diversi ordinamenti giuridici ” (TAR Lazio, sez. V bis, n. 11028/2022; 16321/2022, 1993/2023, 4268/2023, 10747/2023).
A tale riguardo va peraltro osservato che, anche a livello sovranazionale, il possesso del requisito in contestazione è prescritto dalla normativa comunitaria sulla cittadinanza dell’Unione per l’esercizio del diritto di soggiorno nei territori degli Stati Membri, che, al fine di evitare il fenomeno del cd. “turismo sociale”, è sottoposto alla condizione “ di disporre, per se stesso e per i propri familiari, di risorse economiche sufficienti, affinché non divenga un onere a carico dell’assistenza sociale dello Stato Membro ospitante durante il periodo di soggiorno, e di un’assicurazione malattia che copra tutti i rischi nello Stato Membro ospitante ” (art. 7 Direttiva 2004/38/CE), per la ragione che “ i beneficiari non devono costituire un onere eccessivo per le finanze pubbliche dello Stato ospitante ” (considerando n. 10 della citata Direttiva).
L’autosufficienza reddituale, in uno con la possibilità di adempiere ai doveri di solidarietà economica e l’adempimento degli obblighi fiscali, pertanto, contrariamente a quanto deduce parte ricorrente, rileva ex se quale elemento tangibile dell’effettiva appartenenza alla comunità nazionale del richiedente la cittadinanza.
Dall’esame degli atti relativi all’odierna controversia, alla luce del quadro normativo e giurisprudenziale illustrato, non emergono elementi in grado di scalfire la valutazione negativa cui è pervenuta l’Amministrazione resistente circa il possesso del requisito reddituale in capo alle ricorrenti.
In particolare, nel corso dell’attività istruttoria è stato accertata per ambedue le richiedenti lo status la mancata dimostrazione della produzione di redditi propri o del proprio nucleo familiare uguali o superiori a quelli fissati nei detti parametri assunti dal Ministero dell’Interno.
Sicché la p.a. ha adottato il decreto di diniego, puntualmente preceduto dalla comunicazione di cui all’art. 10- bis della legge n. 241/1990, rispettivamente in data 23 settembre e 5 maggio 2020, con cui veniva preannunciata l'emissione di un provvedimento negativo.
Entrambe le richiedenti non hanno riscontrato la suddetta comunicazione.
In sede di giudizio le interessate hanno fornito, a sostegno dell’asserita capacità reddituale superiore ai parametri richiesti, elementi documentali volti a dimostrare che la madre per l’annualità 2020 ha percepito un reddito lordo pari ad euro 13.120,60 (v. CUD di cui all’All. 3 di entrambi i ricorsi), sufficiente ad assicurare anche il sostentamento della figlia, la quale, peraltro, ha prodotto (All. 2 ricorso RG n. 1029/2020) anche le buste paga di novembre e dicembre 2021 del fratello divenuto cittadino italiano, tuttavia, non menzionato nella domanda di cittadinanza quale componente del nucleo familiare.
Orbene, in disparte ogni considerazione sulla circostanza che il requisito della capienza reddituale deve essere continuativo e sussistere in sede di attualizzazione sino al momento del giuramento, non potendo ritenersi sufficiente ai fini del conseguimento dello status la disponibilità di adeguati mezzi economici di sostentamento limitata ad un circoscritto frangente temporale, è in ogni caso principio generale desumibile dall’art. 2697 c.c. quello secondo cui grava su colui che aspira al conseguimento di un diritto o di un beneficio, in questo caso lo status di cittadino, l’onere di dimostrare la sussistenza dei requisiti richiesti per ottenerlo.
Il dovere di un’istruttoria compiuta e accurata da parte dell’Amministrazione non può estendersi sino a considerare elementi di fatto non allegati, che rientrano nella disponibilità dell’istante e la cui acquisizione per l’Amministrazione è meno agevole ed il cui onere di produzione grava sull’interessato (Consiglio di Stato, sez. I, parere 11 luglio 2022, n. 1223).
Nel caso di specie, ut supra rilevato, le interessate non hanno fornito il proprio apporto all’istruttoria procedimentale, atteso il mancato riscontro all’invito, di cui alla comunicazione ex art. 10- bis legge n. 241/1990, di presentare eventuali argomenti atti a confutare gli elementi preclusivi riscontrati e attesa altresì la mancata indicazione fin dalla presentazione della domanda del cumulo del reddito con quello prodotto da altro soggetto eventualmente appartenente al nucleo familiare.
Sulla scorta degli argomenti che precedono, il Collegio ritiene che non possono essere mosse fondate censure all’ agere dell’autorità procedente.
In ogni caso, il Collegio rileva che l'avversato diniego non impedisce di reiterare la domanda per l’acquisto dello status da parte delle ricorrenti, a condizione, ovviamente, che il nucleo familiare abbia conseguito e mantenuto il livello reddituale minimo prescritto nel triennio precedente all’istanza, conservandolo fino al momento della decisione e persino fino al giuramento.
Sussistono giustificate ragioni, tenuto conto della peculiarità della fattispecie trattata, per disporre la compensazione delle spese di lite.
P.Q.M.
Il Tribunale Amministrativo Regionale per il Lazio (Sezione Quinta Bis), definitivamente pronunciando sui ricorsi riuniti, come in epigrafe proposti, previa riunione, li respinge.
Spese compensate.
Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall'autorità amministrativa.
Ritenuto che sussistano i presupposti di cui all'articolo 52, commi 1 e 2, del decreto legislativo 30 giugno 2003, n. 196 (e degli articoli 5 e 6 del Regolamento (UE) 2016/679 del Parlamento europeo e del Consiglio del 27 aprile 2016), a tutela dei diritti o della dignità della parte interessata, manda alla Segreteria di procedere all'oscuramento delle generalità.
Così deciso in Roma nella camera di consiglio del giorno 11 febbraio 2026 con l'intervento dei magistrati:
IA ET, Presidente
Gianluca Verico, Primo Referendario
IE GI, Primo Referendario, Estensore
| L'ESTENSORE | IL PRESIDENTE |
| IE GI | IA ET |
IL SEGRETARIO
In caso di diffusione omettere le generalità e gli altri dati identificativi dei soggetti interessati nei termini indicati.