CASS
Sentenza 9 settembre 2025
Sentenza 9 settembre 2025
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Sul provvedimento
| Citazione : | Cass. pen., sez. I, sentenza 09/09/2025, n. 30443 |
|---|---|
| Giurisdizione : | Corte di Cassazione |
| Numero : | 30443 |
| Data del deposito : | 9 settembre 2025 |
Testo completo
SENTENZA sul ricorso proposto da: PROCURATORE GENERALE PRESSO CORTE D'APPELLO DI ROMA nel procedimento a carico di: LI LO nato a [...] il [...] inoltre: COMUNE DI LATINA avverso la sentenza del 10/10/2024 della CORTE ASSISE APPELLO di ROMA visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;
udita la relazione svolta dal Consigliere FILIPPO CASA;
udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore generale GABRIELE MAZZOTTA, che ha concluso chiedendo il rigetto del ricorso;
uditi i difensori: avvocato IRACE CAMILLO, che ha concluso chiedendo dichiararsi l'inammissibilità del ricorso;
avvocato CARDILLO CUPO PASQUALE, che ha concluso chiedendo il rigetto del ricorso;
Penale Sent. Sez. 1 Num. 30443 Anno 2025 Presidente: DE MARZO GIUSEPPE Relatore: CASA FILIPPO Data Udienza: 14/05/2025 RITENUTO IN FATTO 1. Con sentenza emessa in data 27 novembre 2023, la Corte di assise di Latina dichiarava GE LI responsabile del delitto di omicidio volontario premeditato in danno di IC DR IU, commesso a OR AB (LT) 1'8 marzo 2014 in concorso con AN RA, MI RA e NU DR IN - già giudicati separatamente e condannati con sentenze irrevocabili - e, esclusa l'aggravante di cui all'art. 416-bis.l. cod. pen., concesse le attenuanti generiche, ritenute equivalenti alle residue contestate aggravanti (della premeditazione e della recidiva), lo condannava alla pena di ventuno anni di reclusione, con le pene accessorie di legge e le statuizioni civili. Con la medesima sentenza il coimputato RE LI veniva assolto per non aver commesso il fatto. L'affermazione di penale responsabilità dell'imputato veniva fondata dalla Corte di Latina sulle dichiarazioni accusatorie rese dai collaboratori di giustizia NA GL e GO IC, siccome corroborate da plurimi elementi di riscontro. GE LI aveva assecondato la volontà, esternatagli da AN RA, di uccidere il IU, con il quale era maturato un contrasto legato a un giro di prostituzione, approvando l'omicidio e dando ad esso, al contempo, un contributo materiale essenziale. Quanto al primo aspetto, il consenso di LI all'omicidio doveva considerarsi essenziale per i fratelli RA, avendo costoro la necessità, per commettere un delitto così grave nel territorio di Latina, di avere l'assenso e il supporto di una personalità criminale pari a quella dell'imputato, con il quale AN RA aveva uno stretto rapporto collegato al traffico di stupefacenti. Inoltre, i due RA avevano necessità di un aiuto concreto che si era sviluppato, anzitutto, nel reperimento delle armi e della vettura, rubate, usate per l'omicidio e ritirate proprio nel quartiere "Q4", di cui GE LI era capo zona. Ancora, l'imputato aveva dato un supporto anche prima e dopo l'omicidio. In primo luogo, incontrando i RA, a OR AB, subito prima dell'agguato, incontro che non avrebbe potuto avere ad oggetto altro che l'imminente delitto;
in secondo luogo, LI, in ausilio all'azione dei tre esecutori materiali, si era posto con la sua autovettura Smart "Brabus" bianca nelle immediate vicinanze del luogo dove poi sarebbe stato commesso l'omicidio, per successivamente transitarvi, dopo l'agguato, al fine di intervenire in caso di necessità. 2 Pur non essendo l'omicidio del IU strettamente legato alle sue attività criminali, le ragioni del coinvolgimento in esso di GE LI dovevano ricondursi, come riferito anche dai due collaboratori, alla sua volontà di affermare il proprio potere criminale e violento, dando un supporto all'azione di AN RA, un ragazzo che lavorava per lui o che, comunque, si riforniva da lui di sostanze stupefacenti. In particolare, l'imputato, allora ventottenne, voleva affermarsi come criminale di primo piano, dimostrando di essere capace di usare le armi, in una città dove agivano anche altre organizzazioni aduse a mezzi violenti, come quella facente capo ai DI SILVIO. 2. Con sentenza resa in data 10 ottobre 2024, la Corte di assise di appello di Roma assolveva l'imputato dal reato ascrittogli per non aver commesso il fatto. Ricordava la Corte di secondo grado che gli elementi, pure riportati nella sentenza appellata, relativi alla fornitura delle armi e alle videoregistrazioni circa il passaggio della Smart bianca, esistevano anche in epoca antecedente a quella in cui erano state rese le dichiarazioni dei due collaboratori di giustizia IC e GL, elementi che, però, non furono ritenuti sufficienti dalla Procura della Repubblica a sostenere l'accusa in giudizio. Di conseguenza, le propalazioni dei dichiaranti avrebbero dovuto necessariamente dar prova della partecipazione del LI all'omicidio del IU, concordando fra loro, al fine di avvalorare gli elementi probatori già valutati come insufficienti. Tuttavia, diversamente da quanto sostenuto dai primi giudici, tali dichiarazioni risultavano inficiate da plurime contraddizioni e non erano suffragate da significativi elementi di riscontro. Una prima contraddizione veniva rilevata tra quanto dichiarato da GL nell'interrogatorio al P.M. del 30 gennaio 2020, in cui il collaborante riferì di aver saputo dallo stesso LI del coinvolgimento di quest'ultimo nell'omicidio come staffettista, e quanto narrato in dibattimento, due anni dopo, a proposito del fatto che la Smart bianca era presente sul luogo del delitto, ma di ignorare chi la guidasse. Altra contraddizione veniva stigmatizzata con riguardo a quanto riferito al GL da EL LL a proposito del "tiro a bersaglio" cui i fratelli LI si sarebbero dedicati all'indirizzo del cadavere del IU prima che venisse scaraventato in un pozzo, circostanza drasticamente smentita dall'esito della perizia medico-legale dalla quale non risultava alcuna traccia di colpi inferti post mortem al cadavere della vittima. 3 Tra l'altro, LL aveva seccamente smentito il narrato del GL, così come il IN, il quale aveva escluso la presenza dei LI nel luogo e nel momento in cui venne occultato il corpo del IU. Venendo alle dichiarazioni rese da GO IC, la Corte di secondo grado evidenziava, da un lato, la smentita proveniente dal GL a proposito della partecipazione di costui alla riunione in cui si deliberò l'omicidio in questione;
dall'altro, il contrasto tra la versione resa in sede di interrogatorio e quella offerta a dibattimento circa la presenza nella riunione deliberativa di RE LI e di Francesco VIOLA. Ulteriore divergenza veniva registrata nel narrato del IC, a proposito dell'iniziativa di realizzare l'omicidio, prima attribuita ai LI e poi ai RA. Altra discordanza si rilevava a proposito del contesto temporale della riunione prodromica al delitto, a dibattimento descritta come avvenuta lo stesso giorno dell'omicidio e in sede di interrogatorio collocata due o tre giorni prima. Ancora, la circostanza dell'avvenuta conoscenza, da parte del LI, della ripresa filmata della sua vettura Smart "Brabus" il giorno dell'omicidio, ad opera del poliziotto Carlo NINNOLINO per il tramite di RI PASINI, risultava smentita dall'assoluzione del NINNOLINO dal reato di cui agli artt. 110, 326 cod. pen. Infine, circa l'apporto materiale fornito dal LI al fatto omicidiario, IC riferiva che l'imputato era transitato nelle vicinanze del luogo del delitto a bordo della sua vettura, ma, non essendo presente sul posto, nulla poteva dire sulla esatta dinamica dei fatti e, quindi, sul contributo concreto fornito dall'imputato medesimo. In conclusione, a parere della Corte di assise di appello, le dichiarazioni analizzate non presentavano quei caratteri di precisione, costanza e coerenza tali da giustificare una valutazione di attendibilità intrinseca. Gli stessi giudici di merito valutavano diversamente, sminuendone l'efficacia dimostrativa, gli elementi di riscontro estrinseci al dichiarato dei due propalanti viceversa apprezzati in modo positivo dalla Corte di assise di Latina. Dalla lettura delle dichiarazioni rese dal coimputato NU DR IN, poteva ritenersi, al più, che fosse effettivamente avvenuto, nell'imminenza del crimine, l'incontro in OR AB fra i fratelli RA e i fratelli LI, ma non se ne conosceva il contenuto, non avendovi il IN partecipato e, anzi, avendo egli escluso di aver parlato ai LI dell'intento di "dare una lezione" al IU. Ciononostante, rilevavano i giudici dell'appello, i primi giudici avevano ritenuto che in quell'incontro, di cui non era chiaro neppure il luogo di svolgimento 4 per le contraddittorie informazioni fornite dal IN sul punto, si fosse discussa la pianificazione dell'omicidio del IU (pag. 45 della sentenza di primo grado), pur in assenza di prove certe, come lasciava intendere l'uso degli aggettivi "improbabile" e "inverosimile" riferiti all'ipotizzata ragione alternativa dell'incontro (parlare, cioè, di fatti di droga). Sul punto, pertanto, le affermazioni del Collegio di Latina si basavano sul solo narrato dei due collaboranti, in assenza di riscontri esterni, tanto meno provenienti dalle parole di IN. Nell'atto di appello si era, inoltre, data rilevanza ai tabulati telefonici del LI, sottolineandosi che, mentre tra AN RA e IN risultavano annotate varie telefonate, nessuna chiamata risultava effettuata tra il primo e il LI. Ad ulteriore smentita di IC e GL si ponevano le dichiarazioni dei testi OL e AK, i quali avevano escluso la presenza dei LI nel giorno dell'omicidio o, comunque, non li avevano visti. Quanto, poi, al passaggio alle ore 16.35 sul luogo del delitto di una vettura bianca, compatibile, a parere del primo giudice, con la Smart bianca modello "Brabus" in uso al LI, la Corte dell'appello richiamava la testimonianza resa dall'Assistente Capo GISMONDI sulla impossibilità di stabilire con certezza il modello della vettura ripresa dalle telecamere presenti sul posto, non vedendosi neppure il colore del tettino, che, con riguardo alla vettura del LI, era di colore nero;
informazione, quest'ultima, che il collaborante IC non aveva mai riferito. Rilevava, inoltre, la Corte di Roma, mutuando una deduzione difensiva, che tra il momento di esecuzione dell'aggressione (ore 16.31) e quello del passaggio della vettura bianca (ore 16.35.51) erano intercorsi quattro minuti, un lasso di tempo, cioè, eccessivamente esteso per ipotizzare un coinvolgimento del LI nel fatto onnicidiario. D'altro canto, la difesa aveva evidenziato che nel senso di marcia degli aggressori risultarono sopraggiungere 14 autovetture anticipanti quella bianca, dovendo considerarsi, sul punto, rilevante la deposizione resa dal teste CANDELOTTI a proposito del fatto che la Dacia Sandero su cui viaggiavano gli esecutori materiali dell'omicidio non fosse seguita da altro veicolo. Anche il IN, sull'argomento, aveva detto di aver visto una Smart bianca, ma di non essere in grado di indicare chi vi fosse all'interno. Con riferimento alla fornitura delle armi ai RA da parte del LI, la Corte distrettuale osservava, in base alle informazioni offerte dal IN e dallo stesso AN RA, che costui ed il fratello avevano sempre avuto disponibilità 5 di armi, avendo il RA precisato che le armi medesime, nell'occorso, non erano state loro procurate dal LI. Tale fornitura veniva addebitata al LI dai primi giudici solo sulla base del dichiarato del IC, tuttavia, ancora una volta, inficiato da contraddizioni a proposito del fatto di averle viste o meno (negato a dibattimento all'udienza del 6 dicembre 2022, affermato in sede di interrogatorio del P.M. reso il 17 gennaio 2020). Rimarcava, ancora, la Corte di merito che le armi usate per l'omicidio - per come evidenziato dalla difesa - vennero fatte rinvenire presso la Casa-Famiglia "Il Fanciullino", ivi nascoste dal RA e dal IN;
pertanto, non si era registrata alcuna restituzione delle armi medesime al LI, come sarebbe stato logico se fosse stato l'imputato a prestarle (pag. 5 atto di appello avv. Irace). Inoltre, a parere della difesa, tale ritrovamento conduceva a smentire il dichiarato del collaborante GL (sul punto smentito anche dalla perizia e dal teste Petillo) a proposito dell'avere il LI, dopo il delitto, infierito a colpi di pistola sul cadavere della vittima, in quanto, se ciò fosse stato vero, le armi sarebbero state dagli stessi fratelli LI portate con loro. Diversamente da quanto ritenuto dalla Corte di assise di Latina, neppure dalla conversazione intercorsa tra l'imputato e tale AN IP potevano evincersi elementi di riscontro del narrato dei collaboratori di giustizia. Dalle espressioni usate dal LI, dall'uso della voce verbale "hanno" anziché "abbiamo", dalla risposta "non lo so" alla frase del IP secondo cui anche il IU avrebbe sparato per reagire all'agguato omicida, emergeva non tanto il coinvolgimento dell'imputato nell'omicidio, quanto la sua conoscenza dei relativi particolari, compresi quelli inerenti all'occultamento del cadavere. Ad avviso dei giudici del gravame, l'analisi della conversazione lasciava comprendere che LI aveva il timore di essere indagato per un altro e diverso delitto;
non sapendo di essere intercettato, se effettivamente avesse partecipato all'omicidio, egli avrebbe parlato in termini differenti con il suo confidente IP, soprattutto tenendo conto del movente che lo avrebbe portato a prendervi parte, ossia l'affermazione della sua forza nel territorio di Latina. Al contrario di quanto sostenuto dai primi giudici, la Corte di assise di appello di Roma, in conclusione, affermava che le dichiarazioni rese dai collaboranti GL e IC risultavano, non suffragate, bensì smentite dai cosiddetti elementi di riscontro esterni, con il che veniva messo fortemente in dubbio il coinvolgimento di GE LI nell'omicidio del IU sia sotto il profilo materiale che sotto quello morale. Tenuto conto che proprio in virtù delle dichiarazioni dei due collaboratori si era proceduto alla riapertura delle indagini, le divergenze e le discrasie emerse 6 dalle stesse, apprezzate anche in relazione alla compiuta analisi dei riscontri esterni, portavano a reputarle inattendibili e, perciò, inidonee a giustificare, al di là di ogni ragionevole dubbio, l'affermazione di penale responsabilità dell'imputato. 3. Ha proposto ricorso per cassazione il Procuratore generale della Repubblica presso la Corte di appello di Roma, deducendo, con un unico e articolato motivo, erronea interpretazione e applicazione dell'art. 192 cod. proc. pen. - art. 606, lett. b), cod. proc. pen. Richiamate Sez. U, Troise (n. 14800 del 21/12/2017, dep. 2018, Rv. 272430 - 01), il Procuratore ricorrente denuncia, in primo luogo, l'inottemperanza in cui sarebbe incorsa la Corte di secondo grado all'obbligo motivazionale rafforzato, avendo omesso detta Corte di apprezzare nel loro complesso tutte le acquisizioni probatorie alla luce delle considerazioni svolte dai giudici di primo grado. Il ricorrente censura, poi, una serie di punti della sentenza che presenterebbero particolari criticità. Iniziando dalle dichiarazioni rese dal coimputato IN, sarebbe errata la valutazione, operata dai giudici del gravame, circa l'inidoneità delle stesse a fungere da elemento di riscontro del narrato dei collaboranti IC e GL. La Corte di secondo grado non avrebbe fornito, sul punto, adeguata spiegazione, né sembrava rilevabile una contraddizione nel narrato del IC o ritenere significativo e decisivo che non fosse nella disponibilità dell'imputato il luogo di rinvenimento delle armi, peraltro ubicato nel quartiere "Q4" appartenente alla zona di operatività criminale del LI. La Corte di Roma avrebbe, poi, trascurato il valore fortemente indiziario della visita effettuata dall'imputato ai fratelli RA poco prima del fatto omicidiario, ritenendo che neppure su questa circostanza potessero assurgere a elemento di riscontro le dichiarazioni rese dal IN. Così come avrebbe erroneamente individuato nella perizia medico legale, che aveva escluso che il corpo del IU fosse stato attinto da colpi di pistola post mortem, un elemento di smentita della dichiarazione resa dal GL circa il fatto che i fratelli LI avevano sparato sul cadavere prima di gettarlo in una cisterna, posto che si trattava di una dichiarazione de relato da tale LL. Ancora, i giudici dell'appello avrebbero trascurato il contenuto della conversazione intercettata tra il LI e AN IP, la cui completa lettura avrebbe, invece, consentito l'individuazione di significativi elementi di riscontro alle accuse dei collaboranti. 7 In particolare, LI si mostrava informato nel dettaglio sulle modalità esecutive del delitto e riferiva al IP di essere assillato dai due fratelli RA su quest'omicidio, dovendo tale insistenza spiegarsi, evidentemente, con la necessità di un'approvazione e di un sostegno senza i quali il fatto non avrebbe potuto essere consumato. Anche la conoscenza del movente dell'omicidio, dei contrasti tra gli autori materiali e la vittima, dei loro rapporti pregressi e delle loro vicende personali non potevano che giustificarsi, secondo il Procuratore ricorrente, con il coinvolgimento dell'imputato nei fatti. Nella stessa direzione militavano, inoltre: la preoccupazione mostrata dal LI e, al contempo, la consapevolezza che un'eventuale chiamata in correità del IN avrebbe avuto bisogno dei necessari riscontri;
la mancata esplicita negazione, nel dialogo, di una sua partecipazione ai fatti;
il rammarico di essersi fatto coinvolgere da persone prive di adeguato spessore criminale;
la contrarietà espressa per la condotta del legale del IN, che non aveva efficacemente dissuaso il suo assistito dal rendere dichiarazioni auto ed etero accusatorie;
la sicurezza di essere scagionato da GE AK, la quale avrebbe detto di essersi trovata con lui al momento del delitto. A quest'ultimo riguardo, osserva il Procuratore ricorrente che se la AK era sicuramente sul luogo del delitto quando esso avvenne e se LI si trovava con lei, era evidente che anche l'imputato andava collocato nei pressi del luogo dell'esecuzione. Infine, la Corte dell'appello avrebbe trascurato lo stretto rapporto intercorrente tra AN RA e GE LI, come emerso dal contenuto della corrispondenza rinvenuta nella cella del primo in data 17 febbraio 2021, che confortava la ricostruzione offerta dalla Corte di Latina sul coinvolgimento nell'omicidio del LI medesimo. Nella sintesi conclusiva, il Procuratore ricorrente segnala che i collaboratori IC e GL erano stati ritenuti attendibili in altri procedimenti e che la Corte di assise di appello avrebbe dovuto fornire una motivazione più puntuale sulle ragioni che l'avevano indotta a discostarsi dai precedenti giudizi, anche perché nessuna anomalia o incoerenza aveva inficiato il percorso collaborativo dei predetti, così da compromettere l'attendibilità del loro narrato nella vicenda in esame, del tutto scevro da ragioni di risentimento o rancore nei confronti del VA LI . 4. Il Procuratore generale di questa Corte, dapprima con memoria scritta, poi in sede di trattazione orale, ha concluso per il rigetto del ricorso. 8 5. L'avv. CARDILLO CUPO ha fatto pervenire memoria nell'interesse di GE LI, con la quale ha chiesto dichiararsi inammissibile il ricorso del P.G. per il suo carattere sostanzialmente rivalutativo degli elementi di prova. CONSIDERATO IN DIRITTO 1. Il ricorso va dichiarato inammissibile per le ragioni che seguono. 2. Occorre premettere, in breve, e per quanto d'interesse, che, ai fini della corretta valutazione della chiamata in reità o in correità, la metodologia alla quale il giudice di merito deve conformarsi permane quella indicata da Sez. U, n. 1653 del 21/10/1992, dep. 1993, Marino, Rv. 192465 - 01, nel senso che il giudice deve, in primo luogo, sciogliere il problema della credibilità del dichiarante (confitente e accusatore) in relazione, tra l'altro, alla sua personalità, alle sue condizioni socio- economiche e familiari, al suo passato, ai rapporti con i chiamati in correità ed alla genesi remota e prossima della sua risoluzione alla confessione ed alla accusa dei coautori e complici;
in secondo luogo, deve verificare l'intrinseca consistenza, e le caratteristiche delle dichiarazioni del chiamante, alla luce di criteri quali, tra gli altri, quelli della precisione, della coerenza, della costanza, della spontaneità; infine egli deve esaminare i riscontri cosiddetti esterni. L'esame del giudice deve esser compiuto seguendo l'indicato ordine logico perché non si può procedere ad una valutazione unitaria della chiamata in correità e degli "altri elementi di prova che ne confermano l'attendibilità" se prima non si chiariscono gli eventuali dubbi che si addensino sulla chiamata in sé, indipendentemente dagli elementi di verifica esterni ad essa. Tali principi sono stati, come noto, precisati, con specifico riferimento alla dichiarazione de relato, da Sez. U, n. 20804 del 29/11/2012, dep. 2013, Aquilina, Rv. 255143 - 01. In particolare, si è affermato che la chiamata in correità o in reità de relato, anche se non asseverata dalla fonte diretta, il cui esame risulti impossibile, può avere come unico riscontro, ai fini della prova di responsabilità penale dell'accusato, altra o altre chiamate di analogo tenore. Per il conseguimento del fine precisato si richiedono: a) la valutazione positiva della credibilità soggettiva di ciascun dichiarante e dell'attendibilità intrinseca di ogni singola dichiarazione, in base ai criteri della specificità, della coerenza, della costanza, della spontaneità; b) l'accertamento dei rapporti personali tra il dichiarante e la fonte diretta, per inferirne dati sintomatici della corrispondenza al vero di quanto dalla seconda confidato al primo;
c) la convergenza delle varie chiamate, che devono riscontrarsi reciprocamente in ,i 9 maniera individualizzante in relazione a circostanze rilevanti del thema probandum;
d) l'indipendenza delle chiamate, nel senso che non devono rivelarsi frutto di eventuali intese fraudolente;
e) l'autonomia genetica delle chiamate, vale a dire la loro derivazione da fonti d'informazione diverse. È stato, inoltre, chiarito, in tema di valutazione delle dichiarazioni rese dal collaboratore di giustizia già esaminato in altro procedimento, che il giudice, pur non essendo vincolato dalle valutazioni positive espresse in precedenti sentenze irrevocabili, deve, comunque, tenerne conto fornendo una puntuale motivazione ove intenda discostarsi dal precedente giudizio (Sez. 2, n. 13604 del 28/10/2020, dep. 2021, Torcasio, Rv. 281127 - 04; Sez. 1, n. 8218 del 29/01/2019, Nicolamarino, Rv. 274917 - 02). Va, infine, ricordato che, nel giudizio di appello, la riforma in senso assolutorio di una sentenza di condanna non richiede che la prospettazione difensiva sia tale da superare ogni ragionevole dubbio, ma è sufficiente che essa rappresenti, sulla base degli elementi raccolti, una diversa e plausibile ricostruzione del fatto rispetto a quella fatta propria dal giudice di primo grado, che renda non certa la colpevolezza e deponga per un esito liberatorio (v. sul punto la recente Sez. 5, n. 16414 del 21/03/2025, Nicastri, Rv. 287858 - 01). 3. Ad avviso del Collegio, la Corte di merito si è puntualmente attenuta ai richiamati principi nella valutazione delle dichiarazioni rese dai collaboratori di giustizia NA GL (de relato) e GO IC (diretta per la fase della pianificazione, de relato per quella dell'esecuzione dell'omicidio), dando puntuale conto delle ragioni per le quali, diversamente dai giudici di primo grado, non le ha ritenute attendibili. Tali dichiarazioni, costituenti il "novum" sulla base del quale, a distanza di diversi anni dalla prima archiviazione, vennero riaperte le indagini sull'omicidio IU, sono state analizzate con cura dai giudici dell'appello, che hanno argomentato, nei termini già riferiti nella superiore esposizione in fatto (par. 2.) e che qui si richiamano integralmente, in modo non manifestamente illogico e, comunque, nei limiti della plausibile opinabilità di apprezzamento, sulle numerose contraddizioni, incertezze e incongruenze che hanno costellato il narrato dei propalanti, spiegando, inoltre, diffusamente, come non potessero valutarsi alla stregua di riscontri esterni gli elementi viceversa qualificati come tali dalla Corte di assise di Latina: valutazione, peraltro, quest'ultima, effettuata con eccesso di zelo dalla Corte di secondo grado, non essendo stato, in ogni caso, superato il preliminare vaglio di attendibilità intrinseca delle accuse. Il giudice di appello, nella specie, ha, quindi, offerto una motivazione puntuale e adeguata, fornendo, come richiesto da Sez. U, Troise, una razionalea 10 9( giustificazione della difforme conclusione adottata (Sez. U, n. 14800 del 21/12/2017, dep. 2018, Troise, Rv. 272430 - 01). A fronte di un adeguato costrutto motivazionale, le considerazioni opposte dal ricorrente, pur potendo costituire (almeno in astratto) una ricostruzione altrettanto persuasiva dei fatti, si risolvono in un'interpretazione alternativa delle fonti di prova, se non in un'insistenza sul valore non conferente dei diversi profili d'inattendibilità dei propalanti rappresentati nella sentenza impugnata. In tale percorso critico proposto con il ricorso non si rintracciano, per il vero, censure suscettibili di essere catalogate in uno dei motivi di impugnazione tassativamente indicati nel codice di rito, in particolare mancando la segnalazione sia di effettive violazioni di legge penale processuale e/o sostanziale sia di vizi motivazionali nelle forme dell'insufficienza, contraddittorietà e manifesta illogicità. D'altro canto, non è superfluo ribadire che l'indagine di legittimità è necessariamente circoscritta a riscontrare l'esistenza di un logico apparato argomentativo svolto dal giudice di merito, senza possibilità di verificare l'adeguatezza delle argomentazioni di cui il predetto giudice si è avvalso per sostanziare il suo convincimento, o la loro rispondenza alle acquisizioni processuali. Non compete, infatti, come noto, alla Corte di Cassazione la rilettura degli elementi di fatto, già vagliati e posti a fondamento della decisione impugnata, non potendo integrare il vizio di legittimità soltanto una diversa ricostruzione delle risultanze processuali, semmai prospettata in maniera più utile per il ricorrente (Sez. U, n. 47289 del 24/9/2003, Petrella, Rv. 226074 - 01). Generico e, comunque, manifestamente infondato è il rilievo sulla pretesa carenza di adeguata motivazione sull'attendibilità dei collaboranti che altri processi avevano vagliato positivamente. Come efficacemente messo in luce in sede di requisitoria dal Procuratore generale di questa Corte, la divergente valutazione, in termini di inattendibilità, è stata operata, nel presente processo, dalla Corte di assise di appello di Roma in ordine a una vicenda storico-fattuale del tutto differente e indipendente dalle vicende già definitivamente giudicate. Si tratta, pertanto, di una valutazione non suscettibile di essere in alcun modo pregiudicata e condizionata dalle precedenti verifiche di attendibilità, necessariamente circoscritte agli specifici oggetti di giudizio, dovendosi aver riguardo esclusivamente alla corretta applicazione del criterio legale di valutazione fissato dall'art. 192, comma 3, cod. proc. pen., che nel caso in esame, come già detto, è stato pienamente rispettato. 4. Per le esposte ragioni, il ricorso va, in conclusione, dichiarato inammissibile. 11
P.Q.M.
Dichiara inammissibile il ricorso. Così deciso in Roma, il 14 maggio 2025 Il Consigliere estensore Il Presidente
udita la relazione svolta dal Consigliere FILIPPO CASA;
udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore generale GABRIELE MAZZOTTA, che ha concluso chiedendo il rigetto del ricorso;
uditi i difensori: avvocato IRACE CAMILLO, che ha concluso chiedendo dichiararsi l'inammissibilità del ricorso;
avvocato CARDILLO CUPO PASQUALE, che ha concluso chiedendo il rigetto del ricorso;
Penale Sent. Sez. 1 Num. 30443 Anno 2025 Presidente: DE MARZO GIUSEPPE Relatore: CASA FILIPPO Data Udienza: 14/05/2025 RITENUTO IN FATTO 1. Con sentenza emessa in data 27 novembre 2023, la Corte di assise di Latina dichiarava GE LI responsabile del delitto di omicidio volontario premeditato in danno di IC DR IU, commesso a OR AB (LT) 1'8 marzo 2014 in concorso con AN RA, MI RA e NU DR IN - già giudicati separatamente e condannati con sentenze irrevocabili - e, esclusa l'aggravante di cui all'art. 416-bis.l. cod. pen., concesse le attenuanti generiche, ritenute equivalenti alle residue contestate aggravanti (della premeditazione e della recidiva), lo condannava alla pena di ventuno anni di reclusione, con le pene accessorie di legge e le statuizioni civili. Con la medesima sentenza il coimputato RE LI veniva assolto per non aver commesso il fatto. L'affermazione di penale responsabilità dell'imputato veniva fondata dalla Corte di Latina sulle dichiarazioni accusatorie rese dai collaboratori di giustizia NA GL e GO IC, siccome corroborate da plurimi elementi di riscontro. GE LI aveva assecondato la volontà, esternatagli da AN RA, di uccidere il IU, con il quale era maturato un contrasto legato a un giro di prostituzione, approvando l'omicidio e dando ad esso, al contempo, un contributo materiale essenziale. Quanto al primo aspetto, il consenso di LI all'omicidio doveva considerarsi essenziale per i fratelli RA, avendo costoro la necessità, per commettere un delitto così grave nel territorio di Latina, di avere l'assenso e il supporto di una personalità criminale pari a quella dell'imputato, con il quale AN RA aveva uno stretto rapporto collegato al traffico di stupefacenti. Inoltre, i due RA avevano necessità di un aiuto concreto che si era sviluppato, anzitutto, nel reperimento delle armi e della vettura, rubate, usate per l'omicidio e ritirate proprio nel quartiere "Q4", di cui GE LI era capo zona. Ancora, l'imputato aveva dato un supporto anche prima e dopo l'omicidio. In primo luogo, incontrando i RA, a OR AB, subito prima dell'agguato, incontro che non avrebbe potuto avere ad oggetto altro che l'imminente delitto;
in secondo luogo, LI, in ausilio all'azione dei tre esecutori materiali, si era posto con la sua autovettura Smart "Brabus" bianca nelle immediate vicinanze del luogo dove poi sarebbe stato commesso l'omicidio, per successivamente transitarvi, dopo l'agguato, al fine di intervenire in caso di necessità. 2 Pur non essendo l'omicidio del IU strettamente legato alle sue attività criminali, le ragioni del coinvolgimento in esso di GE LI dovevano ricondursi, come riferito anche dai due collaboratori, alla sua volontà di affermare il proprio potere criminale e violento, dando un supporto all'azione di AN RA, un ragazzo che lavorava per lui o che, comunque, si riforniva da lui di sostanze stupefacenti. In particolare, l'imputato, allora ventottenne, voleva affermarsi come criminale di primo piano, dimostrando di essere capace di usare le armi, in una città dove agivano anche altre organizzazioni aduse a mezzi violenti, come quella facente capo ai DI SILVIO. 2. Con sentenza resa in data 10 ottobre 2024, la Corte di assise di appello di Roma assolveva l'imputato dal reato ascrittogli per non aver commesso il fatto. Ricordava la Corte di secondo grado che gli elementi, pure riportati nella sentenza appellata, relativi alla fornitura delle armi e alle videoregistrazioni circa il passaggio della Smart bianca, esistevano anche in epoca antecedente a quella in cui erano state rese le dichiarazioni dei due collaboratori di giustizia IC e GL, elementi che, però, non furono ritenuti sufficienti dalla Procura della Repubblica a sostenere l'accusa in giudizio. Di conseguenza, le propalazioni dei dichiaranti avrebbero dovuto necessariamente dar prova della partecipazione del LI all'omicidio del IU, concordando fra loro, al fine di avvalorare gli elementi probatori già valutati come insufficienti. Tuttavia, diversamente da quanto sostenuto dai primi giudici, tali dichiarazioni risultavano inficiate da plurime contraddizioni e non erano suffragate da significativi elementi di riscontro. Una prima contraddizione veniva rilevata tra quanto dichiarato da GL nell'interrogatorio al P.M. del 30 gennaio 2020, in cui il collaborante riferì di aver saputo dallo stesso LI del coinvolgimento di quest'ultimo nell'omicidio come staffettista, e quanto narrato in dibattimento, due anni dopo, a proposito del fatto che la Smart bianca era presente sul luogo del delitto, ma di ignorare chi la guidasse. Altra contraddizione veniva stigmatizzata con riguardo a quanto riferito al GL da EL LL a proposito del "tiro a bersaglio" cui i fratelli LI si sarebbero dedicati all'indirizzo del cadavere del IU prima che venisse scaraventato in un pozzo, circostanza drasticamente smentita dall'esito della perizia medico-legale dalla quale non risultava alcuna traccia di colpi inferti post mortem al cadavere della vittima. 3 Tra l'altro, LL aveva seccamente smentito il narrato del GL, così come il IN, il quale aveva escluso la presenza dei LI nel luogo e nel momento in cui venne occultato il corpo del IU. Venendo alle dichiarazioni rese da GO IC, la Corte di secondo grado evidenziava, da un lato, la smentita proveniente dal GL a proposito della partecipazione di costui alla riunione in cui si deliberò l'omicidio in questione;
dall'altro, il contrasto tra la versione resa in sede di interrogatorio e quella offerta a dibattimento circa la presenza nella riunione deliberativa di RE LI e di Francesco VIOLA. Ulteriore divergenza veniva registrata nel narrato del IC, a proposito dell'iniziativa di realizzare l'omicidio, prima attribuita ai LI e poi ai RA. Altra discordanza si rilevava a proposito del contesto temporale della riunione prodromica al delitto, a dibattimento descritta come avvenuta lo stesso giorno dell'omicidio e in sede di interrogatorio collocata due o tre giorni prima. Ancora, la circostanza dell'avvenuta conoscenza, da parte del LI, della ripresa filmata della sua vettura Smart "Brabus" il giorno dell'omicidio, ad opera del poliziotto Carlo NINNOLINO per il tramite di RI PASINI, risultava smentita dall'assoluzione del NINNOLINO dal reato di cui agli artt. 110, 326 cod. pen. Infine, circa l'apporto materiale fornito dal LI al fatto omicidiario, IC riferiva che l'imputato era transitato nelle vicinanze del luogo del delitto a bordo della sua vettura, ma, non essendo presente sul posto, nulla poteva dire sulla esatta dinamica dei fatti e, quindi, sul contributo concreto fornito dall'imputato medesimo. In conclusione, a parere della Corte di assise di appello, le dichiarazioni analizzate non presentavano quei caratteri di precisione, costanza e coerenza tali da giustificare una valutazione di attendibilità intrinseca. Gli stessi giudici di merito valutavano diversamente, sminuendone l'efficacia dimostrativa, gli elementi di riscontro estrinseci al dichiarato dei due propalanti viceversa apprezzati in modo positivo dalla Corte di assise di Latina. Dalla lettura delle dichiarazioni rese dal coimputato NU DR IN, poteva ritenersi, al più, che fosse effettivamente avvenuto, nell'imminenza del crimine, l'incontro in OR AB fra i fratelli RA e i fratelli LI, ma non se ne conosceva il contenuto, non avendovi il IN partecipato e, anzi, avendo egli escluso di aver parlato ai LI dell'intento di "dare una lezione" al IU. Ciononostante, rilevavano i giudici dell'appello, i primi giudici avevano ritenuto che in quell'incontro, di cui non era chiaro neppure il luogo di svolgimento 4 per le contraddittorie informazioni fornite dal IN sul punto, si fosse discussa la pianificazione dell'omicidio del IU (pag. 45 della sentenza di primo grado), pur in assenza di prove certe, come lasciava intendere l'uso degli aggettivi "improbabile" e "inverosimile" riferiti all'ipotizzata ragione alternativa dell'incontro (parlare, cioè, di fatti di droga). Sul punto, pertanto, le affermazioni del Collegio di Latina si basavano sul solo narrato dei due collaboranti, in assenza di riscontri esterni, tanto meno provenienti dalle parole di IN. Nell'atto di appello si era, inoltre, data rilevanza ai tabulati telefonici del LI, sottolineandosi che, mentre tra AN RA e IN risultavano annotate varie telefonate, nessuna chiamata risultava effettuata tra il primo e il LI. Ad ulteriore smentita di IC e GL si ponevano le dichiarazioni dei testi OL e AK, i quali avevano escluso la presenza dei LI nel giorno dell'omicidio o, comunque, non li avevano visti. Quanto, poi, al passaggio alle ore 16.35 sul luogo del delitto di una vettura bianca, compatibile, a parere del primo giudice, con la Smart bianca modello "Brabus" in uso al LI, la Corte dell'appello richiamava la testimonianza resa dall'Assistente Capo GISMONDI sulla impossibilità di stabilire con certezza il modello della vettura ripresa dalle telecamere presenti sul posto, non vedendosi neppure il colore del tettino, che, con riguardo alla vettura del LI, era di colore nero;
informazione, quest'ultima, che il collaborante IC non aveva mai riferito. Rilevava, inoltre, la Corte di Roma, mutuando una deduzione difensiva, che tra il momento di esecuzione dell'aggressione (ore 16.31) e quello del passaggio della vettura bianca (ore 16.35.51) erano intercorsi quattro minuti, un lasso di tempo, cioè, eccessivamente esteso per ipotizzare un coinvolgimento del LI nel fatto onnicidiario. D'altro canto, la difesa aveva evidenziato che nel senso di marcia degli aggressori risultarono sopraggiungere 14 autovetture anticipanti quella bianca, dovendo considerarsi, sul punto, rilevante la deposizione resa dal teste CANDELOTTI a proposito del fatto che la Dacia Sandero su cui viaggiavano gli esecutori materiali dell'omicidio non fosse seguita da altro veicolo. Anche il IN, sull'argomento, aveva detto di aver visto una Smart bianca, ma di non essere in grado di indicare chi vi fosse all'interno. Con riferimento alla fornitura delle armi ai RA da parte del LI, la Corte distrettuale osservava, in base alle informazioni offerte dal IN e dallo stesso AN RA, che costui ed il fratello avevano sempre avuto disponibilità 5 di armi, avendo il RA precisato che le armi medesime, nell'occorso, non erano state loro procurate dal LI. Tale fornitura veniva addebitata al LI dai primi giudici solo sulla base del dichiarato del IC, tuttavia, ancora una volta, inficiato da contraddizioni a proposito del fatto di averle viste o meno (negato a dibattimento all'udienza del 6 dicembre 2022, affermato in sede di interrogatorio del P.M. reso il 17 gennaio 2020). Rimarcava, ancora, la Corte di merito che le armi usate per l'omicidio - per come evidenziato dalla difesa - vennero fatte rinvenire presso la Casa-Famiglia "Il Fanciullino", ivi nascoste dal RA e dal IN;
pertanto, non si era registrata alcuna restituzione delle armi medesime al LI, come sarebbe stato logico se fosse stato l'imputato a prestarle (pag. 5 atto di appello avv. Irace). Inoltre, a parere della difesa, tale ritrovamento conduceva a smentire il dichiarato del collaborante GL (sul punto smentito anche dalla perizia e dal teste Petillo) a proposito dell'avere il LI, dopo il delitto, infierito a colpi di pistola sul cadavere della vittima, in quanto, se ciò fosse stato vero, le armi sarebbero state dagli stessi fratelli LI portate con loro. Diversamente da quanto ritenuto dalla Corte di assise di Latina, neppure dalla conversazione intercorsa tra l'imputato e tale AN IP potevano evincersi elementi di riscontro del narrato dei collaboratori di giustizia. Dalle espressioni usate dal LI, dall'uso della voce verbale "hanno" anziché "abbiamo", dalla risposta "non lo so" alla frase del IP secondo cui anche il IU avrebbe sparato per reagire all'agguato omicida, emergeva non tanto il coinvolgimento dell'imputato nell'omicidio, quanto la sua conoscenza dei relativi particolari, compresi quelli inerenti all'occultamento del cadavere. Ad avviso dei giudici del gravame, l'analisi della conversazione lasciava comprendere che LI aveva il timore di essere indagato per un altro e diverso delitto;
non sapendo di essere intercettato, se effettivamente avesse partecipato all'omicidio, egli avrebbe parlato in termini differenti con il suo confidente IP, soprattutto tenendo conto del movente che lo avrebbe portato a prendervi parte, ossia l'affermazione della sua forza nel territorio di Latina. Al contrario di quanto sostenuto dai primi giudici, la Corte di assise di appello di Roma, in conclusione, affermava che le dichiarazioni rese dai collaboranti GL e IC risultavano, non suffragate, bensì smentite dai cosiddetti elementi di riscontro esterni, con il che veniva messo fortemente in dubbio il coinvolgimento di GE LI nell'omicidio del IU sia sotto il profilo materiale che sotto quello morale. Tenuto conto che proprio in virtù delle dichiarazioni dei due collaboratori si era proceduto alla riapertura delle indagini, le divergenze e le discrasie emerse 6 dalle stesse, apprezzate anche in relazione alla compiuta analisi dei riscontri esterni, portavano a reputarle inattendibili e, perciò, inidonee a giustificare, al di là di ogni ragionevole dubbio, l'affermazione di penale responsabilità dell'imputato. 3. Ha proposto ricorso per cassazione il Procuratore generale della Repubblica presso la Corte di appello di Roma, deducendo, con un unico e articolato motivo, erronea interpretazione e applicazione dell'art. 192 cod. proc. pen. - art. 606, lett. b), cod. proc. pen. Richiamate Sez. U, Troise (n. 14800 del 21/12/2017, dep. 2018, Rv. 272430 - 01), il Procuratore ricorrente denuncia, in primo luogo, l'inottemperanza in cui sarebbe incorsa la Corte di secondo grado all'obbligo motivazionale rafforzato, avendo omesso detta Corte di apprezzare nel loro complesso tutte le acquisizioni probatorie alla luce delle considerazioni svolte dai giudici di primo grado. Il ricorrente censura, poi, una serie di punti della sentenza che presenterebbero particolari criticità. Iniziando dalle dichiarazioni rese dal coimputato IN, sarebbe errata la valutazione, operata dai giudici del gravame, circa l'inidoneità delle stesse a fungere da elemento di riscontro del narrato dei collaboranti IC e GL. La Corte di secondo grado non avrebbe fornito, sul punto, adeguata spiegazione, né sembrava rilevabile una contraddizione nel narrato del IC o ritenere significativo e decisivo che non fosse nella disponibilità dell'imputato il luogo di rinvenimento delle armi, peraltro ubicato nel quartiere "Q4" appartenente alla zona di operatività criminale del LI. La Corte di Roma avrebbe, poi, trascurato il valore fortemente indiziario della visita effettuata dall'imputato ai fratelli RA poco prima del fatto omicidiario, ritenendo che neppure su questa circostanza potessero assurgere a elemento di riscontro le dichiarazioni rese dal IN. Così come avrebbe erroneamente individuato nella perizia medico legale, che aveva escluso che il corpo del IU fosse stato attinto da colpi di pistola post mortem, un elemento di smentita della dichiarazione resa dal GL circa il fatto che i fratelli LI avevano sparato sul cadavere prima di gettarlo in una cisterna, posto che si trattava di una dichiarazione de relato da tale LL. Ancora, i giudici dell'appello avrebbero trascurato il contenuto della conversazione intercettata tra il LI e AN IP, la cui completa lettura avrebbe, invece, consentito l'individuazione di significativi elementi di riscontro alle accuse dei collaboranti. 7 In particolare, LI si mostrava informato nel dettaglio sulle modalità esecutive del delitto e riferiva al IP di essere assillato dai due fratelli RA su quest'omicidio, dovendo tale insistenza spiegarsi, evidentemente, con la necessità di un'approvazione e di un sostegno senza i quali il fatto non avrebbe potuto essere consumato. Anche la conoscenza del movente dell'omicidio, dei contrasti tra gli autori materiali e la vittima, dei loro rapporti pregressi e delle loro vicende personali non potevano che giustificarsi, secondo il Procuratore ricorrente, con il coinvolgimento dell'imputato nei fatti. Nella stessa direzione militavano, inoltre: la preoccupazione mostrata dal LI e, al contempo, la consapevolezza che un'eventuale chiamata in correità del IN avrebbe avuto bisogno dei necessari riscontri;
la mancata esplicita negazione, nel dialogo, di una sua partecipazione ai fatti;
il rammarico di essersi fatto coinvolgere da persone prive di adeguato spessore criminale;
la contrarietà espressa per la condotta del legale del IN, che non aveva efficacemente dissuaso il suo assistito dal rendere dichiarazioni auto ed etero accusatorie;
la sicurezza di essere scagionato da GE AK, la quale avrebbe detto di essersi trovata con lui al momento del delitto. A quest'ultimo riguardo, osserva il Procuratore ricorrente che se la AK era sicuramente sul luogo del delitto quando esso avvenne e se LI si trovava con lei, era evidente che anche l'imputato andava collocato nei pressi del luogo dell'esecuzione. Infine, la Corte dell'appello avrebbe trascurato lo stretto rapporto intercorrente tra AN RA e GE LI, come emerso dal contenuto della corrispondenza rinvenuta nella cella del primo in data 17 febbraio 2021, che confortava la ricostruzione offerta dalla Corte di Latina sul coinvolgimento nell'omicidio del LI medesimo. Nella sintesi conclusiva, il Procuratore ricorrente segnala che i collaboratori IC e GL erano stati ritenuti attendibili in altri procedimenti e che la Corte di assise di appello avrebbe dovuto fornire una motivazione più puntuale sulle ragioni che l'avevano indotta a discostarsi dai precedenti giudizi, anche perché nessuna anomalia o incoerenza aveva inficiato il percorso collaborativo dei predetti, così da compromettere l'attendibilità del loro narrato nella vicenda in esame, del tutto scevro da ragioni di risentimento o rancore nei confronti del VA LI . 4. Il Procuratore generale di questa Corte, dapprima con memoria scritta, poi in sede di trattazione orale, ha concluso per il rigetto del ricorso. 8 5. L'avv. CARDILLO CUPO ha fatto pervenire memoria nell'interesse di GE LI, con la quale ha chiesto dichiararsi inammissibile il ricorso del P.G. per il suo carattere sostanzialmente rivalutativo degli elementi di prova. CONSIDERATO IN DIRITTO 1. Il ricorso va dichiarato inammissibile per le ragioni che seguono. 2. Occorre premettere, in breve, e per quanto d'interesse, che, ai fini della corretta valutazione della chiamata in reità o in correità, la metodologia alla quale il giudice di merito deve conformarsi permane quella indicata da Sez. U, n. 1653 del 21/10/1992, dep. 1993, Marino, Rv. 192465 - 01, nel senso che il giudice deve, in primo luogo, sciogliere il problema della credibilità del dichiarante (confitente e accusatore) in relazione, tra l'altro, alla sua personalità, alle sue condizioni socio- economiche e familiari, al suo passato, ai rapporti con i chiamati in correità ed alla genesi remota e prossima della sua risoluzione alla confessione ed alla accusa dei coautori e complici;
in secondo luogo, deve verificare l'intrinseca consistenza, e le caratteristiche delle dichiarazioni del chiamante, alla luce di criteri quali, tra gli altri, quelli della precisione, della coerenza, della costanza, della spontaneità; infine egli deve esaminare i riscontri cosiddetti esterni. L'esame del giudice deve esser compiuto seguendo l'indicato ordine logico perché non si può procedere ad una valutazione unitaria della chiamata in correità e degli "altri elementi di prova che ne confermano l'attendibilità" se prima non si chiariscono gli eventuali dubbi che si addensino sulla chiamata in sé, indipendentemente dagli elementi di verifica esterni ad essa. Tali principi sono stati, come noto, precisati, con specifico riferimento alla dichiarazione de relato, da Sez. U, n. 20804 del 29/11/2012, dep. 2013, Aquilina, Rv. 255143 - 01. In particolare, si è affermato che la chiamata in correità o in reità de relato, anche se non asseverata dalla fonte diretta, il cui esame risulti impossibile, può avere come unico riscontro, ai fini della prova di responsabilità penale dell'accusato, altra o altre chiamate di analogo tenore. Per il conseguimento del fine precisato si richiedono: a) la valutazione positiva della credibilità soggettiva di ciascun dichiarante e dell'attendibilità intrinseca di ogni singola dichiarazione, in base ai criteri della specificità, della coerenza, della costanza, della spontaneità; b) l'accertamento dei rapporti personali tra il dichiarante e la fonte diretta, per inferirne dati sintomatici della corrispondenza al vero di quanto dalla seconda confidato al primo;
c) la convergenza delle varie chiamate, che devono riscontrarsi reciprocamente in ,i 9 maniera individualizzante in relazione a circostanze rilevanti del thema probandum;
d) l'indipendenza delle chiamate, nel senso che non devono rivelarsi frutto di eventuali intese fraudolente;
e) l'autonomia genetica delle chiamate, vale a dire la loro derivazione da fonti d'informazione diverse. È stato, inoltre, chiarito, in tema di valutazione delle dichiarazioni rese dal collaboratore di giustizia già esaminato in altro procedimento, che il giudice, pur non essendo vincolato dalle valutazioni positive espresse in precedenti sentenze irrevocabili, deve, comunque, tenerne conto fornendo una puntuale motivazione ove intenda discostarsi dal precedente giudizio (Sez. 2, n. 13604 del 28/10/2020, dep. 2021, Torcasio, Rv. 281127 - 04; Sez. 1, n. 8218 del 29/01/2019, Nicolamarino, Rv. 274917 - 02). Va, infine, ricordato che, nel giudizio di appello, la riforma in senso assolutorio di una sentenza di condanna non richiede che la prospettazione difensiva sia tale da superare ogni ragionevole dubbio, ma è sufficiente che essa rappresenti, sulla base degli elementi raccolti, una diversa e plausibile ricostruzione del fatto rispetto a quella fatta propria dal giudice di primo grado, che renda non certa la colpevolezza e deponga per un esito liberatorio (v. sul punto la recente Sez. 5, n. 16414 del 21/03/2025, Nicastri, Rv. 287858 - 01). 3. Ad avviso del Collegio, la Corte di merito si è puntualmente attenuta ai richiamati principi nella valutazione delle dichiarazioni rese dai collaboratori di giustizia NA GL (de relato) e GO IC (diretta per la fase della pianificazione, de relato per quella dell'esecuzione dell'omicidio), dando puntuale conto delle ragioni per le quali, diversamente dai giudici di primo grado, non le ha ritenute attendibili. Tali dichiarazioni, costituenti il "novum" sulla base del quale, a distanza di diversi anni dalla prima archiviazione, vennero riaperte le indagini sull'omicidio IU, sono state analizzate con cura dai giudici dell'appello, che hanno argomentato, nei termini già riferiti nella superiore esposizione in fatto (par. 2.) e che qui si richiamano integralmente, in modo non manifestamente illogico e, comunque, nei limiti della plausibile opinabilità di apprezzamento, sulle numerose contraddizioni, incertezze e incongruenze che hanno costellato il narrato dei propalanti, spiegando, inoltre, diffusamente, come non potessero valutarsi alla stregua di riscontri esterni gli elementi viceversa qualificati come tali dalla Corte di assise di Latina: valutazione, peraltro, quest'ultima, effettuata con eccesso di zelo dalla Corte di secondo grado, non essendo stato, in ogni caso, superato il preliminare vaglio di attendibilità intrinseca delle accuse. Il giudice di appello, nella specie, ha, quindi, offerto una motivazione puntuale e adeguata, fornendo, come richiesto da Sez. U, Troise, una razionalea 10 9( giustificazione della difforme conclusione adottata (Sez. U, n. 14800 del 21/12/2017, dep. 2018, Troise, Rv. 272430 - 01). A fronte di un adeguato costrutto motivazionale, le considerazioni opposte dal ricorrente, pur potendo costituire (almeno in astratto) una ricostruzione altrettanto persuasiva dei fatti, si risolvono in un'interpretazione alternativa delle fonti di prova, se non in un'insistenza sul valore non conferente dei diversi profili d'inattendibilità dei propalanti rappresentati nella sentenza impugnata. In tale percorso critico proposto con il ricorso non si rintracciano, per il vero, censure suscettibili di essere catalogate in uno dei motivi di impugnazione tassativamente indicati nel codice di rito, in particolare mancando la segnalazione sia di effettive violazioni di legge penale processuale e/o sostanziale sia di vizi motivazionali nelle forme dell'insufficienza, contraddittorietà e manifesta illogicità. D'altro canto, non è superfluo ribadire che l'indagine di legittimità è necessariamente circoscritta a riscontrare l'esistenza di un logico apparato argomentativo svolto dal giudice di merito, senza possibilità di verificare l'adeguatezza delle argomentazioni di cui il predetto giudice si è avvalso per sostanziare il suo convincimento, o la loro rispondenza alle acquisizioni processuali. Non compete, infatti, come noto, alla Corte di Cassazione la rilettura degli elementi di fatto, già vagliati e posti a fondamento della decisione impugnata, non potendo integrare il vizio di legittimità soltanto una diversa ricostruzione delle risultanze processuali, semmai prospettata in maniera più utile per il ricorrente (Sez. U, n. 47289 del 24/9/2003, Petrella, Rv. 226074 - 01). Generico e, comunque, manifestamente infondato è il rilievo sulla pretesa carenza di adeguata motivazione sull'attendibilità dei collaboranti che altri processi avevano vagliato positivamente. Come efficacemente messo in luce in sede di requisitoria dal Procuratore generale di questa Corte, la divergente valutazione, in termini di inattendibilità, è stata operata, nel presente processo, dalla Corte di assise di appello di Roma in ordine a una vicenda storico-fattuale del tutto differente e indipendente dalle vicende già definitivamente giudicate. Si tratta, pertanto, di una valutazione non suscettibile di essere in alcun modo pregiudicata e condizionata dalle precedenti verifiche di attendibilità, necessariamente circoscritte agli specifici oggetti di giudizio, dovendosi aver riguardo esclusivamente alla corretta applicazione del criterio legale di valutazione fissato dall'art. 192, comma 3, cod. proc. pen., che nel caso in esame, come già detto, è stato pienamente rispettato. 4. Per le esposte ragioni, il ricorso va, in conclusione, dichiarato inammissibile. 11
P.Q.M.
Dichiara inammissibile il ricorso. Così deciso in Roma, il 14 maggio 2025 Il Consigliere estensore Il Presidente