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Sentenza 10 maggio 2024
Sentenza 10 maggio 2024
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Sul provvedimento
| Citazione : | Cass. pen., sez. VI, sentenza 10/05/2024, n. 18589 |
|---|---|
| Giurisdizione : | Corte di Cassazione |
| Numero : | 18589 |
| Data del deposito : | 10 maggio 2024 |
Testo completo
SENTENZA sui ricorsi proposti da SA IL, nato a [...] il [...] TE RO, nata in [...] il [...] avverso la sentenza del 24/5/2023 emessa dalla Corte di appello di Sassari visti gli atti, la sentenza e il ricorso;
udita la relazione del consigliere Paolo Di Geronimo;
lette le conclusioni formulate dal Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore generale Raffaele Piccirillo, che ha chiesto di dichiarare inammissibili i ricorsi. RITENUTO IN FATTO 1. Con l'impugnata sentenza, la Corte di appello confermava la condanna degli imputati per i reati di resistenza a pubblico ufficiale e lesioni personali aggravate, commesse ai danni degli agenti di polizia intervenuti presso la loro abitazione, a Penale Sent. Sez. 6 Num. 18589 Anno 2024 Presidente: GIORDANO EMILIA ANNA Relatore: DI GERONIMO PAOLO Data Udienza: 26/03/2024 seguito della segnalazione di una lite in famiglia. 2. Avverso tale sentenza, i ricorrenti hanno formulato tre motivi di impugnazione che possono essere congiuntamente esaminati. In particolare, si assume che l'imputato SA non avrebbe aggredito gli agenti, bensì sarebbe stato da questi colpito e costretto a terra, nel tentativo vano di ammanettarlo. A seguito di tale condotta violenta e delle grida di dolore conseguenti, sarebbero intervenuti a difesa di SA la moglie TE e la madre DE, le quali avrebbero tentato di difendere il figlio dall'aggressione in corso. Si assume che la ricostruzione dei fatti, essenzialmente compiuta sulla base delle dichiarazioni degli agenti, non sarebbe attendibile, sussistendo circostanziati dubbi in ordine al fatto che i predetti sarebbero stati aggrediti. In ogni caso, non sarebbe configurabile il reato di resistenza a pubblico ufficiale, posto che non è specificato quale atto d'ufficio sarebbe stato impedito dalla condotta di SA, il quale si era limitato a reagire verbalmente ad un atto indebito, posto che gli agenti lo avevano costretto a rimanere nella propria camera da letto, senza alcuna apparente ragione. Parimenti insussistente sarebbero i reati contestati alla TE, la quale non solo non aveva colpito alcuno degli agenti intervenuti, ma, nel momento in cui era scesa in strada per rassicurare gli operanti in ordine al fatto che il marito si era calmato, veniva costretta a salire sull'autovettura di servizio, in difetto di qualsivoglia elemento che ne consentisse l'arresto. 3. Il ricorso è stato trattato con rito cartolare. CONSIDERATO IN DIRITTO 1. I ricorsi sono manifestamente infondati. 2. I motivi di ricorso sono formulati in modo da non consentire l'esatta individuazione di un vizio della motivazione insito nella sentenza impugnata, risolvendosi nella contrapposizione della ricostruzione del fatto sostenuta dalla difesa rispetto a quella recepita nelle conformi sentenze di merito. I giudici di merito hanno chiarito che l'intervento presso l'abitazione degli imputati era conseguito ad una richiesta formulata dalla DE, madre di SA. Giunti in loco, gli agenti provvedevano a collocare SA nella propria stanza, al fine di separarlo dalla madre ed evitare possibili aggressioni, nel mentre 2 tentavano di ricostruire la problematica per la quale era stato chiesto il loro intervento. In tale frangente, SA assumeva la condotta violenta descritta in motivazione, cui conseguiva il necessario tentativo degli agenti di bloccarlo, a fronte di ciò, interveniva in ausilio del marito la TE e, successivamente, anche la DE. Dopo aver sedato temporaneamente gli aggressori ed avendo richiesto rinforzi, oltre che l'intervento di un'ambulanza, gli agenti si recavano in strada ad attendere i colleghi. Ciononostante, l'aggressione proseguiva in modo verbale da parte di SA, il quale minacciava ripetutamente gli operanti. Nel contempo, la TE era scesa per strada ed aveva opposto resistenza al tentativo degli agenti di farla salire nell'autovettura di servizio. La TE, una volta collocata nell'autovettura, sferrava pugni e calci, cagionando il danneggiamento della stessa. Subito dopo veniva bloccato anche SA, il quale aveva nuovamente tentato di aggredire gli agenti intervenuti. Orbene, rispetto alla ricostruzione operata dai giudici di merito, i ricorrenti propongono una rilettura del materiale probatorio, palesando ricostruzioni alternative che, per consolidata giurisprudenza, si traducono nella proposizione di doglianze inammissibili in sede di legittimità. 2.1. Le uniche doglianze astrattamente suscettibili di valutazione in sede di legittimità attengono alla ritenuta insussistenza di un "atto d'ufficio" il cui compimento sarebbe stato impedito, nonché nella verifica dell'arbitrarietà della condotta dei pubblici agenti. Entrambe le questioni sono manifestamente infondate. Per quanto attiene al primo aspetto, è sufficiente sottolineare come gli agenti si siano recati presso l'abitazione di SA su richiesta della madre, intimorita dallo stato di agitazione del figlio, presumibilmente indotto dall'abuso di alcol. In tale contesto, l'operato degli agenti era chiaramente volto a tutelare l'incolumità fisica del soggetto che aveva richiesto il loro intervento, ragion per cui del tutto legittimamente avevano provveduto a collocare SA nella sua camera da letto, al fine di impedire il contatto con la madre e compiere quegli inevitabili accertamenti preliminari alla verifica di quanto accaduto e della necessità di adottare ulteriori provvedimenti. In buona sostanza, gli operanti si trovavano nel pieno e legittimo esercizio della loro funzione che è stata violentemente ostacolata dagli imputati. Le ragioni sopra richiamate consentono anche di escludere la sussistenza della scriminante della reazione agli atti arbitrari del pubblico ufficiale, posto che alcuna 3 illegittimità è ravvisabile nella condotta tenuta dagli agenti, sia nella fase precedente l'aggressione all'interno dell'abitazione, sia in quella successiva svoltasi per strada. In entrambi i casi, infatti, gli agenti si sono limitati a tentare di impedire il compimento di atti di violenza, peraltro subendo a loro volta una violenta aggressione che ha comportato lesioni documentalmente accertate. 3. Alla luce di tali considerazioni, i ricorsi devono essere dichiarati inammissibili con conseguente condanna dei ricorrenti al pagamento delle spese processuali e della somma di euro tremila ciascuno in favore della Cassa delle ammende.
P.Q.M.
Dichiara inammissibili i ricorsi e condanna i ricorrenti al pagamento delle spese processuali e della somma di euro tremila in favore della Cassa delle ammende. Così deciso il 26 marzo 2024 Il Consigliere estensore La Presidente
udita la relazione del consigliere Paolo Di Geronimo;
lette le conclusioni formulate dal Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore generale Raffaele Piccirillo, che ha chiesto di dichiarare inammissibili i ricorsi. RITENUTO IN FATTO 1. Con l'impugnata sentenza, la Corte di appello confermava la condanna degli imputati per i reati di resistenza a pubblico ufficiale e lesioni personali aggravate, commesse ai danni degli agenti di polizia intervenuti presso la loro abitazione, a Penale Sent. Sez. 6 Num. 18589 Anno 2024 Presidente: GIORDANO EMILIA ANNA Relatore: DI GERONIMO PAOLO Data Udienza: 26/03/2024 seguito della segnalazione di una lite in famiglia. 2. Avverso tale sentenza, i ricorrenti hanno formulato tre motivi di impugnazione che possono essere congiuntamente esaminati. In particolare, si assume che l'imputato SA non avrebbe aggredito gli agenti, bensì sarebbe stato da questi colpito e costretto a terra, nel tentativo vano di ammanettarlo. A seguito di tale condotta violenta e delle grida di dolore conseguenti, sarebbero intervenuti a difesa di SA la moglie TE e la madre DE, le quali avrebbero tentato di difendere il figlio dall'aggressione in corso. Si assume che la ricostruzione dei fatti, essenzialmente compiuta sulla base delle dichiarazioni degli agenti, non sarebbe attendibile, sussistendo circostanziati dubbi in ordine al fatto che i predetti sarebbero stati aggrediti. In ogni caso, non sarebbe configurabile il reato di resistenza a pubblico ufficiale, posto che non è specificato quale atto d'ufficio sarebbe stato impedito dalla condotta di SA, il quale si era limitato a reagire verbalmente ad un atto indebito, posto che gli agenti lo avevano costretto a rimanere nella propria camera da letto, senza alcuna apparente ragione. Parimenti insussistente sarebbero i reati contestati alla TE, la quale non solo non aveva colpito alcuno degli agenti intervenuti, ma, nel momento in cui era scesa in strada per rassicurare gli operanti in ordine al fatto che il marito si era calmato, veniva costretta a salire sull'autovettura di servizio, in difetto di qualsivoglia elemento che ne consentisse l'arresto. 3. Il ricorso è stato trattato con rito cartolare. CONSIDERATO IN DIRITTO 1. I ricorsi sono manifestamente infondati. 2. I motivi di ricorso sono formulati in modo da non consentire l'esatta individuazione di un vizio della motivazione insito nella sentenza impugnata, risolvendosi nella contrapposizione della ricostruzione del fatto sostenuta dalla difesa rispetto a quella recepita nelle conformi sentenze di merito. I giudici di merito hanno chiarito che l'intervento presso l'abitazione degli imputati era conseguito ad una richiesta formulata dalla DE, madre di SA. Giunti in loco, gli agenti provvedevano a collocare SA nella propria stanza, al fine di separarlo dalla madre ed evitare possibili aggressioni, nel mentre 2 tentavano di ricostruire la problematica per la quale era stato chiesto il loro intervento. In tale frangente, SA assumeva la condotta violenta descritta in motivazione, cui conseguiva il necessario tentativo degli agenti di bloccarlo, a fronte di ciò, interveniva in ausilio del marito la TE e, successivamente, anche la DE. Dopo aver sedato temporaneamente gli aggressori ed avendo richiesto rinforzi, oltre che l'intervento di un'ambulanza, gli agenti si recavano in strada ad attendere i colleghi. Ciononostante, l'aggressione proseguiva in modo verbale da parte di SA, il quale minacciava ripetutamente gli operanti. Nel contempo, la TE era scesa per strada ed aveva opposto resistenza al tentativo degli agenti di farla salire nell'autovettura di servizio. La TE, una volta collocata nell'autovettura, sferrava pugni e calci, cagionando il danneggiamento della stessa. Subito dopo veniva bloccato anche SA, il quale aveva nuovamente tentato di aggredire gli agenti intervenuti. Orbene, rispetto alla ricostruzione operata dai giudici di merito, i ricorrenti propongono una rilettura del materiale probatorio, palesando ricostruzioni alternative che, per consolidata giurisprudenza, si traducono nella proposizione di doglianze inammissibili in sede di legittimità. 2.1. Le uniche doglianze astrattamente suscettibili di valutazione in sede di legittimità attengono alla ritenuta insussistenza di un "atto d'ufficio" il cui compimento sarebbe stato impedito, nonché nella verifica dell'arbitrarietà della condotta dei pubblici agenti. Entrambe le questioni sono manifestamente infondate. Per quanto attiene al primo aspetto, è sufficiente sottolineare come gli agenti si siano recati presso l'abitazione di SA su richiesta della madre, intimorita dallo stato di agitazione del figlio, presumibilmente indotto dall'abuso di alcol. In tale contesto, l'operato degli agenti era chiaramente volto a tutelare l'incolumità fisica del soggetto che aveva richiesto il loro intervento, ragion per cui del tutto legittimamente avevano provveduto a collocare SA nella sua camera da letto, al fine di impedire il contatto con la madre e compiere quegli inevitabili accertamenti preliminari alla verifica di quanto accaduto e della necessità di adottare ulteriori provvedimenti. In buona sostanza, gli operanti si trovavano nel pieno e legittimo esercizio della loro funzione che è stata violentemente ostacolata dagli imputati. Le ragioni sopra richiamate consentono anche di escludere la sussistenza della scriminante della reazione agli atti arbitrari del pubblico ufficiale, posto che alcuna 3 illegittimità è ravvisabile nella condotta tenuta dagli agenti, sia nella fase precedente l'aggressione all'interno dell'abitazione, sia in quella successiva svoltasi per strada. In entrambi i casi, infatti, gli agenti si sono limitati a tentare di impedire il compimento di atti di violenza, peraltro subendo a loro volta una violenta aggressione che ha comportato lesioni documentalmente accertate. 3. Alla luce di tali considerazioni, i ricorsi devono essere dichiarati inammissibili con conseguente condanna dei ricorrenti al pagamento delle spese processuali e della somma di euro tremila ciascuno in favore della Cassa delle ammende.
P.Q.M.
Dichiara inammissibili i ricorsi e condanna i ricorrenti al pagamento delle spese processuali e della somma di euro tremila in favore della Cassa delle ammende. Così deciso il 26 marzo 2024 Il Consigliere estensore La Presidente