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Sentenza 6 ottobre 2025
Sentenza 6 ottobre 2025
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Sul provvedimento
| Citazione : | Cass. pen., sez. I, sentenza 06/10/2025, n. 32867 |
|---|---|
| Giurisdizione : | Corte di Cassazione |
| Numero : | 32867 |
| Data del deposito : | 6 ottobre 2025 |
Testo completo
SENTENZA sul ricorso proposto da: IA LI nato a [...] il [...] avverso l’ordinanza del 21/05/2024 della CORTE APPELLO di CATANZARO udita la relazione svolta dal Consigliere FRANCESCO ALIFFI;
lette le conclusioni del PG VALENTINA MANUALI che ha chiesto dichiararsi inammissibile il ricorso. RITENUTO IN FATTO 1. La Corte di appello di Catanzaro ha dichiarato inammissibile l’istanza con cui LI AC aveva chiesto applicarsi la disciplina di cui all’art. 669 cod. proc. pen. sul rilievo di essere stato giudicato, in violazione del principio del bis in idem, penalmente responsabile dello stesso reato previsto dall’art. 416 bis cod. pen. da due diverse sentenze di condanna emesse dalla Corte d’appello di Catanzaro: la prima in data 12 luglio 2018, nel procedimento denominato “Plinius 2”; la seconda in data 28 maggio 2021, nel procedimento denominato “Frontiera” A ragione della decisione, la Corte distrettuale osserva che non può ravvisarsi identità del fatto. Penale Sent. Sez. 1 Num. 32867 Anno 2025 Presidente: DE MARZO GIUSEPPE Relatore: ALIFFI FRANCESCO Data Udienza: 30/09/2025 2 Le due sentenze indicate dal condannati hanno riconosciuto AC partecipe di due organizzazioni mafiose che, pure operando in contesti territoriali limitrofi, erano, tuttavia, distinte. AC, infatti, è stato riconosciuto colpevole: - nell’ambito del processo “Plinius 2”, per avere partecipato all’associazione di tipo mafioso denominato clan “LE Stummo”, operante in Scalea con condotta commessa dal 2012 al 14/05/2015; - in esito al processo “Frontiera”, per avere partecipato, con funzioni organizzative, all’associazione di tipo mafioso denominata “clan Muto”, con condotta perdurante proseguita fino alla sentenza di primo grado emessa il 04 luglio 2019. Aggiunge il Giudice dell’esecuzione che la Corte di cassazione, con la sentenza n. 48084 del 2022 emessa nel processo “Frontiera”, ha già esaminato e ritenuto infondata l’eccezione di violazione del divieto del ne bis in idem sollevata nell’interesse di AC. Al riguardo, questa Corte aveva evidenziato che la questione non era stata dedotta con motivi di appello, che la dedotta preclusione da precedente giudicato non poteva essere rilevata esercitando i poteri di sindacato attribuiti al Giudice di legittimità, cui non è consentito svolgere accertamenti di fatto e che, in ogni caso, dal confronto tra le imputazioni dei due procedimenti, si evinceva la partecipazione di AC ad organismi associativi diversi, con condotte commesse in periodi non coincidenti. 2. Ricorre AC, per il tramite del difensore di fiducia, articolando un unico motivo con cui denuncia, violazione di legge e vizio di motivazione in relazione agli artt. 125 e 669 cod. proc. pen. 2.1. Lamenta che la Corte di appello ha erroneamente interpretato il contenuto della sentenza della Corte di cassazione, incappando in un palese vizio di contraddittorietà e logicità della motivazione rilevante ai sensi dell’art. 125 cod. proc. pen. Il Giudice di legittimità non ha sostenuto l’infondatezza dell’eccezione di ne bis in idem, ma si è limitato a precisare che gli era preclusa l’analisi inerente al merito della controversia. È, pertanto, frutto di un vero e proprio travisamento l’affermazione dell’ordinanza impugnata secondo cui i giudici di legittimità avrebbero escluso la presenza nel caso in esame della violazione del divieto di un secondo giudizio;
al contrario, il supremo Collegio ha evidenziato che il sollecitato vaglio sulla violazione del principio del ne bis in idem poteva essere legittimamente effettuato in sede di giudizio di esecuzione. 3 2.2. L’ordinanza impugnata ha erroneamente ritenuto non configurabile la violazione del divieto di cui all’art. 669 cod. proc. pen. Dalla disamina delle risultanze probatorie formatesi nel procedimento “Plinius 2” e nel procedimento “Frontiera” emerge una sostanziale identità delle condotte addebitate al ricorrente: - la sentenza del procedimento “Plinius 2” ha riconosciuto l’appartenenza di AC all’associazione mafiosa “LE Stummo” quale “collante della ‘ndrina di Scalea nella ‘ndrina cetrarese di Muto, con condotte poste in essere nei periodi compresi tra il 2012 e il 14 maggio 2015”, ritenendo, quindi, accertato il ruolo di “sovrintendente” assunto “in qualità di referente del clan “Muto” di Cetraro” attivatosi sia “per dirimere le controversie createsi fra le due fazioni” sia per “indicare definitivamente LE EL quale referente con funzione di capo sul territorio di Scalea”; - nella sentenza del procedimento “Frontiera” risulta, invece, accertata la partecipazione di AC, nella qualità di promotore / organizzatore, all’associazione di ‘ndrangheta denominata clan “Muto”, operante non solo nel territorio ricompreso fra i comuni di UA PI e AN NI EL ma anche lungo la fascia tirrenica lucana e nella valle del Diano, con lo specifico compito di sovrintendere al traffico di narcotici e di sostituire ai dirigenti in caso di scarcerazione, specie per controllare i comuni più importanti del territorio della cosca. Gli elementi probatori utilizzati in entrambi i procedimenti sono identici e si fermano cronologicamente all’anno 2014; d’altra parte, negli anni successivi al periodo coperto da giudicato della sentenza “Plinius 2”, AC è rimasto sempre detenuto in carcere e non vi è prova che abbia svolto un ruolo attivo in favore dei clan. Le condotte associative sono sovrapponibili perché in entrambe le vicende si contesta a AC il ruolo di organizzatore della ndrina “LE Stummo”, operante a Scalea, per conto del clan di riferimento “Muto”; non rileva che nell’ambito del procedimento “Plinius 2” la condotta è stata contestata sino a tutto l’anno 2015 e che nel procedimento “Frontiera” la permanenza risulta accertata fino al 2017 perché le condotte concretamente ascritte a AC, in entrambi i procedimenti, si sono protratte fino al 2014. La responsabilità di AC è stata, quindi, giudicata due volte in relazione alla partecipazione alla medesima compagine associativa in palese violazione della ratio del divieto del bis in idem sostanziale, che, come ricordato dalla giurisprudenza di legittimità ed eurounitaria nelle sentenze analiticamente richiamate, è quella di evitare che possano esserci “doppie valutazioni delle stesse note di disvalore del fatto nei confronti della stessa persona”. 4 CONSIDERATO IN DIRITTO 1. Non sussiste il denunciato vizio motivazionale. Il Giudice investito dell’incidente di esecuzione non ha attribuito un valore “probatorio” decisivo alla sentenza della Corte di cassazione n. 48084 del 2022 che ha definito il procedimento “Frontiera”; si è limitata ad utilizzare le argomentazioni, di natura esclusivamente giuridica e processuale, poste dalla citata pronuncia a sostegno del rigetto delle eccezione di ne bis in idem per rafforzare il suo giudizio sfavorevole al ricorrente espresso, invece, sulla base di accertamenti di fatto, preclusi in sede di legittimità. Come sollecitato dal difensore, da Corte distrettuale ha esaminato le condotte partecipative accertate a carico del ricorrente nei due separati procedimenti di cognizione, pervenendo, attraverso un percorso motivazionale, tutt’altro che illogico o arbitrario, alla conclusione che AC è stato condannato per la partecipazione a due associazioni ndranghetistiche (il clan “LE Stummo” ed il clan “Muto”), rimaste nel periodo di interesse distinte, nonostante agissero in cooperazione tra loro, per struttura organizzativa e composizione, per il territorio in cui operavano (il clan “LE Stummo” a Scalea ed il clan “Muto” nei comuni di UA PI, e AN NI EL con importante influenza lungo la fascia tirrenica lucana e nella valle del Diano). Per di più, AC aveva in concreto disimpegnato nei due sodalizi un ruolo diverso (partecipe del clan “LE Stummo” promotore / organizzatore del clan “Muto”) in periodi temporali non coincidenti (fino al 2015 nel clan “LE Stummo” e fino al luglio 2019 nel clan “Muto”). 2. Il delineato apparato argomentativo, oltre ad essere privo di alcun profilo di illogicità, è anche ineccepibile sul piano giuridico. È pacifico approdo della giurisprudenza di legittimità che ai fini della preclusione connessa al principio del "ne bis in idem", l’identità del fatto sussiste solo quando vi sia corrispondenza storico-naturalistica nella configurazione del reato, da considerare in tutti i suoi elementi costitutivi (condotta, evento, nesso causale) e con riguardo alle circostanze di tempo, di luogo e di persona (ex multis, Sez. 5, n. 32352 del 07/03/2014, Tanzi, Rv. 261937 – 01). Con particolare riferimento alla preclusione derivante dal giudicato per il reato di cui all’art. 416-bis cod. pen., si è affermato che "l’identità del fatto rilevante ai fini dell’operatività del principio del "ne bis in idem", sussiste allorché nel secondo giudizio venga contestata al condannato la partecipazione ad una consorteria criminale avente la medesima sfera operativa e di interessi, la stessa compagine sociale ed i medesimi organi di vertice (Sez. 6, n. 48691 del 05/10/2016, Laudani, Rv. 268226 - 01) e che invece non sussiste qualora, in relazione a periodi diversi, 5 siano contestati all’imputato due diversi reati permanenti anche se nell’ambito della stessa associazione (Sez. 6, n. 49921 del 25/01/2018, Costantino Rv. 274287). 3. Al rigetto del ricorso segue la condanna del proponente al pagamento delle spese processuali.
P.Q.M.
Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali. Così deciso, in Roma 30 settembre 2025. Il Consigliere estensore Il Presidente AN FF PP De AR
lette le conclusioni del PG VALENTINA MANUALI che ha chiesto dichiararsi inammissibile il ricorso. RITENUTO IN FATTO 1. La Corte di appello di Catanzaro ha dichiarato inammissibile l’istanza con cui LI AC aveva chiesto applicarsi la disciplina di cui all’art. 669 cod. proc. pen. sul rilievo di essere stato giudicato, in violazione del principio del bis in idem, penalmente responsabile dello stesso reato previsto dall’art. 416 bis cod. pen. da due diverse sentenze di condanna emesse dalla Corte d’appello di Catanzaro: la prima in data 12 luglio 2018, nel procedimento denominato “Plinius 2”; la seconda in data 28 maggio 2021, nel procedimento denominato “Frontiera” A ragione della decisione, la Corte distrettuale osserva che non può ravvisarsi identità del fatto. Penale Sent. Sez. 1 Num. 32867 Anno 2025 Presidente: DE MARZO GIUSEPPE Relatore: ALIFFI FRANCESCO Data Udienza: 30/09/2025 2 Le due sentenze indicate dal condannati hanno riconosciuto AC partecipe di due organizzazioni mafiose che, pure operando in contesti territoriali limitrofi, erano, tuttavia, distinte. AC, infatti, è stato riconosciuto colpevole: - nell’ambito del processo “Plinius 2”, per avere partecipato all’associazione di tipo mafioso denominato clan “LE Stummo”, operante in Scalea con condotta commessa dal 2012 al 14/05/2015; - in esito al processo “Frontiera”, per avere partecipato, con funzioni organizzative, all’associazione di tipo mafioso denominata “clan Muto”, con condotta perdurante proseguita fino alla sentenza di primo grado emessa il 04 luglio 2019. Aggiunge il Giudice dell’esecuzione che la Corte di cassazione, con la sentenza n. 48084 del 2022 emessa nel processo “Frontiera”, ha già esaminato e ritenuto infondata l’eccezione di violazione del divieto del ne bis in idem sollevata nell’interesse di AC. Al riguardo, questa Corte aveva evidenziato che la questione non era stata dedotta con motivi di appello, che la dedotta preclusione da precedente giudicato non poteva essere rilevata esercitando i poteri di sindacato attribuiti al Giudice di legittimità, cui non è consentito svolgere accertamenti di fatto e che, in ogni caso, dal confronto tra le imputazioni dei due procedimenti, si evinceva la partecipazione di AC ad organismi associativi diversi, con condotte commesse in periodi non coincidenti. 2. Ricorre AC, per il tramite del difensore di fiducia, articolando un unico motivo con cui denuncia, violazione di legge e vizio di motivazione in relazione agli artt. 125 e 669 cod. proc. pen. 2.1. Lamenta che la Corte di appello ha erroneamente interpretato il contenuto della sentenza della Corte di cassazione, incappando in un palese vizio di contraddittorietà e logicità della motivazione rilevante ai sensi dell’art. 125 cod. proc. pen. Il Giudice di legittimità non ha sostenuto l’infondatezza dell’eccezione di ne bis in idem, ma si è limitato a precisare che gli era preclusa l’analisi inerente al merito della controversia. È, pertanto, frutto di un vero e proprio travisamento l’affermazione dell’ordinanza impugnata secondo cui i giudici di legittimità avrebbero escluso la presenza nel caso in esame della violazione del divieto di un secondo giudizio;
al contrario, il supremo Collegio ha evidenziato che il sollecitato vaglio sulla violazione del principio del ne bis in idem poteva essere legittimamente effettuato in sede di giudizio di esecuzione. 3 2.2. L’ordinanza impugnata ha erroneamente ritenuto non configurabile la violazione del divieto di cui all’art. 669 cod. proc. pen. Dalla disamina delle risultanze probatorie formatesi nel procedimento “Plinius 2” e nel procedimento “Frontiera” emerge una sostanziale identità delle condotte addebitate al ricorrente: - la sentenza del procedimento “Plinius 2” ha riconosciuto l’appartenenza di AC all’associazione mafiosa “LE Stummo” quale “collante della ‘ndrina di Scalea nella ‘ndrina cetrarese di Muto, con condotte poste in essere nei periodi compresi tra il 2012 e il 14 maggio 2015”, ritenendo, quindi, accertato il ruolo di “sovrintendente” assunto “in qualità di referente del clan “Muto” di Cetraro” attivatosi sia “per dirimere le controversie createsi fra le due fazioni” sia per “indicare definitivamente LE EL quale referente con funzione di capo sul territorio di Scalea”; - nella sentenza del procedimento “Frontiera” risulta, invece, accertata la partecipazione di AC, nella qualità di promotore / organizzatore, all’associazione di ‘ndrangheta denominata clan “Muto”, operante non solo nel territorio ricompreso fra i comuni di UA PI e AN NI EL ma anche lungo la fascia tirrenica lucana e nella valle del Diano, con lo specifico compito di sovrintendere al traffico di narcotici e di sostituire ai dirigenti in caso di scarcerazione, specie per controllare i comuni più importanti del territorio della cosca. Gli elementi probatori utilizzati in entrambi i procedimenti sono identici e si fermano cronologicamente all’anno 2014; d’altra parte, negli anni successivi al periodo coperto da giudicato della sentenza “Plinius 2”, AC è rimasto sempre detenuto in carcere e non vi è prova che abbia svolto un ruolo attivo in favore dei clan. Le condotte associative sono sovrapponibili perché in entrambe le vicende si contesta a AC il ruolo di organizzatore della ndrina “LE Stummo”, operante a Scalea, per conto del clan di riferimento “Muto”; non rileva che nell’ambito del procedimento “Plinius 2” la condotta è stata contestata sino a tutto l’anno 2015 e che nel procedimento “Frontiera” la permanenza risulta accertata fino al 2017 perché le condotte concretamente ascritte a AC, in entrambi i procedimenti, si sono protratte fino al 2014. La responsabilità di AC è stata, quindi, giudicata due volte in relazione alla partecipazione alla medesima compagine associativa in palese violazione della ratio del divieto del bis in idem sostanziale, che, come ricordato dalla giurisprudenza di legittimità ed eurounitaria nelle sentenze analiticamente richiamate, è quella di evitare che possano esserci “doppie valutazioni delle stesse note di disvalore del fatto nei confronti della stessa persona”. 4 CONSIDERATO IN DIRITTO 1. Non sussiste il denunciato vizio motivazionale. Il Giudice investito dell’incidente di esecuzione non ha attribuito un valore “probatorio” decisivo alla sentenza della Corte di cassazione n. 48084 del 2022 che ha definito il procedimento “Frontiera”; si è limitata ad utilizzare le argomentazioni, di natura esclusivamente giuridica e processuale, poste dalla citata pronuncia a sostegno del rigetto delle eccezione di ne bis in idem per rafforzare il suo giudizio sfavorevole al ricorrente espresso, invece, sulla base di accertamenti di fatto, preclusi in sede di legittimità. Come sollecitato dal difensore, da Corte distrettuale ha esaminato le condotte partecipative accertate a carico del ricorrente nei due separati procedimenti di cognizione, pervenendo, attraverso un percorso motivazionale, tutt’altro che illogico o arbitrario, alla conclusione che AC è stato condannato per la partecipazione a due associazioni ndranghetistiche (il clan “LE Stummo” ed il clan “Muto”), rimaste nel periodo di interesse distinte, nonostante agissero in cooperazione tra loro, per struttura organizzativa e composizione, per il territorio in cui operavano (il clan “LE Stummo” a Scalea ed il clan “Muto” nei comuni di UA PI, e AN NI EL con importante influenza lungo la fascia tirrenica lucana e nella valle del Diano). Per di più, AC aveva in concreto disimpegnato nei due sodalizi un ruolo diverso (partecipe del clan “LE Stummo” promotore / organizzatore del clan “Muto”) in periodi temporali non coincidenti (fino al 2015 nel clan “LE Stummo” e fino al luglio 2019 nel clan “Muto”). 2. Il delineato apparato argomentativo, oltre ad essere privo di alcun profilo di illogicità, è anche ineccepibile sul piano giuridico. È pacifico approdo della giurisprudenza di legittimità che ai fini della preclusione connessa al principio del "ne bis in idem", l’identità del fatto sussiste solo quando vi sia corrispondenza storico-naturalistica nella configurazione del reato, da considerare in tutti i suoi elementi costitutivi (condotta, evento, nesso causale) e con riguardo alle circostanze di tempo, di luogo e di persona (ex multis, Sez. 5, n. 32352 del 07/03/2014, Tanzi, Rv. 261937 – 01). Con particolare riferimento alla preclusione derivante dal giudicato per il reato di cui all’art. 416-bis cod. pen., si è affermato che "l’identità del fatto rilevante ai fini dell’operatività del principio del "ne bis in idem", sussiste allorché nel secondo giudizio venga contestata al condannato la partecipazione ad una consorteria criminale avente la medesima sfera operativa e di interessi, la stessa compagine sociale ed i medesimi organi di vertice (Sez. 6, n. 48691 del 05/10/2016, Laudani, Rv. 268226 - 01) e che invece non sussiste qualora, in relazione a periodi diversi, 5 siano contestati all’imputato due diversi reati permanenti anche se nell’ambito della stessa associazione (Sez. 6, n. 49921 del 25/01/2018, Costantino Rv. 274287). 3. Al rigetto del ricorso segue la condanna del proponente al pagamento delle spese processuali.
P.Q.M.
Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali. Così deciso, in Roma 30 settembre 2025. Il Consigliere estensore Il Presidente AN FF PP De AR