CASS
Sentenza 19 novembre 2025
Sentenza 19 novembre 2025
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Sul provvedimento
| Citazione : | Cass. pen., sez. VI, sentenza 19/11/2025, n. 37728 |
|---|---|
| Giurisdizione : | Corte di Cassazione |
| Numero : | 37728 |
| Data del deposito : | 19 novembre 2025 |
Testo completo
SENTENZA sul ricorso proposto dal Procuratore generale presso la Corte di appello di Milano nel procedimento nei confronti di MO MA, nato a [...] il [...] avverso la sentenza del 09/01/2025 della Corte di appello di Milano Visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;
udita la relazione svolta dal Consigliere Giuseppina Anna Rosaria Pacilli;
udito il Sostituto Procuratore Generale Flavia Alemi, che ha concluso chiedendo di accogliere il ricorso;
uditi gli Avv.ti Giusi Campo e Salvatore Lorenzo Campo, difensori di MA MO, che hanno chiesto di rigettare il ricorso. RITENUTO IN FATTO 1. Con sentenza del 9 gennaio 2025 la Corte di appello di Milano, in riforma della pronuncia emessa il 6 dicembre 2023 dal Tribunale di Busto Arsizio, ha Penale Sent. Sez. 6 Num. 37728 Anno 2025 Presidente: CRISCUOLO ANNA Relatore: PACILLI GIUSEPPINA ANNA ROSARIA Data Udienza: 18/09/2025 assolto MA MO dal reato di cui all'art. 2 D.Ivo n. 74/2000, perché il fatto non costituisce reato, e dal reato di cui agli artt. 319, 320 e 321 cod. pen., perché il fatto non sussiste. 2. Avverso la sentenza di appello ha proposto ricorso per cassazione il Sostituto Procuratore generale presso la Corte di appello di Milano, che dedotto i motivi di seguito indicati. 2.1. Motivazione illogica e contraddittoria per travisamento della prova dichiarativa. La Corte di appello ha ritenuto che il teste assistito AN QU avrebbe affermato che MA MO non aveva alcuna intenzione di corrispondere a RA i 6000 euro di cui alle fatture incriminate. Ciò non sarebbe vero perché QU avrebbe riferito che MO non voleva pagare NI RA direttamente. Ciò perché doveva mascherare la retribuzione della sua attività contraria ai doveri d'ufficio. Secondo la Corte territoriale, la circostanza che MO non volesse pagare RA sarebbe stata confermata dal teste ES NG, genero e dipendente dell'imputato e amico di RA, come da lui dichiarato, ma, leggendo la deposizione di NG, non emergerebbe tale conferma. Secondo la Corte di appello, anche il teste AN GL avrebbe dichiarato che RA aveva difficoltà a ottenere il pagamento delle sue spettanze da MO, ma si tratterebbe di una pura invenzione della Corte, come si evince dalla lettura della relativa trascrizione. Gli ulteriori elementi fattuali valorizzati per affermare che MO fosse all'oscuro della fittizietà della fattura emessa da QU sarebbero travolti dalla dimostrata inesistenza degli elementi presupposti. In definitiva, la Corte d'appello avrebbe ritenuto non inverosimile la ricostruzione fattuale proposta dalla difesa sulla scorta di prove dichiarative la cui dimostrata inesistenza lascerebbe intatto l'impianto motivazionale ineccepibile della sentenza di primo grado. 2.2. Motivazione illogica e contraddittoria per violazione del più rigoroso obbligo di motivazione in caso di ribaltamento di sentenza di condanna. La Corte territoriale non avrebbe speso una parola: - sulla contestualità temporale tra la dazione e il recesso della società MO, prodromico all'illegittimo affidamento diretto del servizio alla società MO;
- sulla contestualità temporale e la sostanziale identità di importo tra la fattura rilasciata da QUa alla società MO e da quest'ultimo ad NI RA;
- sull'assoluta carenza di documentazione relativa alle operazioni fatturate;
- sulla annotazione manuale "comm. RA", apposta sull'estratto conto della società MO in corrispondenza della disposizione di pagamento della fattura emessa da QU, interpretabile solo come commessa RA. In ogni 2 caso, se il pagamento verso RA fosse stato lecito, non vi sarebbe stata alcuna ragione per interporre un soggetto terzo, in modo da occultare la destinazione finale a RA del denaro in questione, anche a fronte della falsità della fattura emessa da RA a favore dello studio tecnico QU;
- sul rinvenimento nella chiavetta USB, sequestrata a RA, della fattura emessa da QU alla società MO: anomalia spiegabile solo nella prospettiva accusatoria;
sull'esplicita dichiarazione di QU che la fattura era stata da lui ricevuta al solo fine di giustificare la trasmissione del denaro a RA, con conseguente esclusione dell'inconsapevolezza dell'imputato MO. 3. Sono pervenute memorie depositate nell'interesse di MA MO con cui si è chiesto il rigetto del ricorso. CONSIDERATO IN DIRITTO 1. Il ricorso è fondato. 2. Secondo l'ipotesi accusatoria, ritenuta provata dal Giudice di primo grado, NI RA, amministratore unico della società in house SIECO s.r.I., della quale il comune di Cassano Magnago è socio di maggioranza, aveva ricevuto utilità da MA MO in cambio di lavori affidati alla società di quest'ultimo. Tali utilità erano state elargite tramite una triangolazione di fatture per prestazioni inesistenti: AN QU, titolare dello studio tecnico QU, aveva emesso nei confronti della società di MO una fattura per euro 6.412,80, ricevendone il relativo pagamento. Subito dopo, QU aveva ricevuto e pagato a RA una fattura dello stesso importo, anch'essa relativa a prestazioni inesistenti. Secondo il Giudice di primo grado, l'emissione della fattura da parte di RA a QU era stata solo un modo per veicolare, nascondendolo, il pagamento della tangente da parte di MO in favore di RA, a retribuzione sinallagmatica dell'illegittimo affidamento del servizio pubblico di raccolta della carta. Deponeva in tal senso, innanzitutto, «la contestualità temporale fra i due atti esecutivi, ossia tra la dazione, l'utilità percepita e l'atto contrario». QU, nel corso del suo esame, aveva riferito che la richiesta di RA di emettere la fattura gli era stata formulata circa un mese e mezzo prima dell'emissione della stessa e, quindi, nello stesso contesto temporale in cui RA aveva presentato la disdetta a Comieco, preliminare all'affidamento del 3 servizio pubblico all'imputato. Era, dunque, «evidente la contiguità temporale tra l'atto contrario e la predisposizione delle modalità di acquisizione della relativa utilità». Tale lettura era confermata dalla dicitura "comm. RA", apposta in corrispondenza del bonifico risultante dall'estratto conto della società di MO, «che non poteva che essere interpretata come "commessa RA"», essendo smentita «la tesi della difesa sul fatto che la dicitura indicasse lavori commissionati da RA (nessuna documentazione relativa ai lavori effettivamente svolti da QU per conto della società MO tramite RA è mai stata rinvenuta)». Ad ogni modo, «qualora il pagamento verso RA fosse stato lecito, non vi sarebbe stata alcuna ragione di interporre un soggetto terzo in modo da occultare la destinazione finale a RA del denaro in questione, anche a fronte della falsità della fattura emessa da RA in favore dello studio tecnico QU». La Corte territoriale ha ribaltato la decisione, avendo ritenuto che fosse insufficiente la prova dell'accordo sinallagmatico tra la presunta dazione e l'atto contrario ai doveri d'ufficio, posto, peraltro, che «la stessa sentenza, in primo grado, afferma che l'accordo e la dazione illeciti sarebbero dimostrati solo da elementi indiziari». Secondo la menzionata Corte, tra la versione della difesa, «lineare e piana, e quella farraginosa dell'accusa» doveva privilegiarsi la prima e, quindi, ritenere che MA MO «non sapesse che AN QU non aveva prestato alcuna attività in suo favore e, fidandosi di quanto riferito da RA e, comunque, dopo varie resistenze, si risolse a pagare la fattura falsa emessa dall'ingegnere, non essendosi affatto avveduto della sua falsità, avendo creduto a quanto rappresentato da RA, senza sapere che i denari sarebbero ritornati a costui e, comunque, non certo per pagargli una tangente per le commesse ricevute da SIECO». In particolare, la Corte di appello ha osservato che il teste assistito QU aveva affermato, come confermato anche da ES NG, genero dell'imputato, che, in realtà, MO «non aveva alcuna intenzione di corrispondere a RA i 6.000 euro di cui alle fatture incriminate»; proprio per tale motivo — e, cioè, per la difficoltà di RA di ottenere da MO quelle che il primo riteneva essere proprie legittime spettanze, ulteriori rispetto ai 16.000 euro già pagatigli in dipendenza dell'incarico di direttore dei lavori che gli era stato affidato presso un cantiere edile della società MO (circostanza quest'ultima confermata dal teste arch. GL, direttore tecnico della ditta Bianchi, appaltatrice dei lavori presso la MO) — «RA si indusse a 4 fingere con MO di aver affidato all'ing. QU un incarico relativo ad una non meglio specificata valutazione immobiliare (effettuata empiricamente quanto inattendibilmente con un mero sopralluogo esterno) e, inoltre, convinse QU a fargli il favore di fingere anch'egli di aver lavorato per lui e, dunque, di aver svolto attività nell'interesse della ditta MO». QU aveva aggiunto di avere per tale motivo, ossia per fare il predetto favore a RA, emesso la fattura incriminata verso la ditta MO (fattura certamente falsa perché non riferibile ad alcuna attività effettiva) e, subito dopo averne ottenuto il pagamento da MO, di aver girato i danari a RA, meno alcune centinaia di euro trattenute a proprio compenso dietro emissione di altra fattura verso lo stesso QU, sempre falsa per operazioni inesistenti. La Corte territoriale ha osservato come la farraginosità e la tracciabilità del meccanismo (doppia fattura, bonifici bancari) mal si conciliassero con l'intento di occultare una tangente di importo modesto, specie a fronte di rapporti professionali pregressi che avrebbero consentito modalità di pagamento più semplici e meno rischiose. 3. Siffatte argomentazioni della sentenza impugnata non resistono ai rilievi critici della Parte pubblica ricorrente. 3.1. Va ricordato che le Sezioni Unite di questa Corte hanno affermato che il giudice di appello, che riformi in senso assolutorio la sentenza di condanna di primo grado, non ha l'obbligo di rinnovare l'istruzione dibattimentale mediante l'esame dei soggetti che hanno reso dichiarazioni ritenute decisive, ma deve offrire una motivazione puntuale e adeguata, che fornisca una razionale giustificazione della difforme conclusione adottata, anche riassumendo, se necessario, la prova dichiarativa decisiva. (Sez. U. n. 14800 del 21/12/2017, dep.2018, PG. in proc. Troise, Rv. 272430; da ultimo Sez. 4 n. 24439 del 16/06/2021, Frigerio c. Vollero, Rv. 281404 - 01; Sez. 5, n. 7815 del 08/01/2025, N., Rv. 287634 - 01). La sentenza delle Sezioni Unite Troise, premesso che per la condanna è richiesta la certezza della colpevolezza mentre per l'assoluzione è sufficiente il plausibile dubbio processuale, ha chiarito che l'obbligo motivazionale gravante sul giudice, in caso di totale riforma in grado di appello, si atteggia diversamente a seconda che si verta nell'ipotesi di sovvertimento della sentenza assolutoria ovvero in quella della totale riforma di una sentenza di condanna. Mentre nel «primo caso, infatti, al giudice d'appello si impone l'obbligo di argomentare circa la plausibilità del diverso apprezzamento come l'unico ricostruibile al di là di ogni ragionevole dubbio, in ragione di evidenti vizi logici o inadeguatezze probatorie che abbiano inficiato la permanente sostenibilità del primo giudizio, per il 5 ribaltamento della sentenza di condanna, al contrario, il giudice d'appello può limitarsi a giustificare la perdurante sostenibilità di ricostruzioni alternative del fatto, sulla base di un'operazione di tipo essenzialmente demolitivo. Per potere sostenere ricostruzioni alternative del fatto a fondamento di un ribaltamento in senso assolutorio, tuttavia, è necessario che le stesse siano rigorosamente ancorate «alle risultanze processuali, assunte nella loro oggettiva consistenza». Se è vero, quindi, che non sussiste un obbligo di rinnovazione della prova dichiarativa, è tuttavia richiesta al giudice d'appello una strutturazione "rigorosa" della motivazione della decisione assolutoria «dando puntuale ragione delle difformi conclusioni assunte», essendo necessario scardinare l'impianto argomentativo-dimostrativo di una decisione adottata dal giudice di primo grado che ha avuto diretto contatto con le fonti di prova. Non è sufficiente, dunque, dissentire dalle argomentazioni della sentenza di primo grado, ma occorre riesaminare, «sia pure in sintesi, il materiale probatorio vagliato dal primo giudice e quello eventualmente acquisito in seguito, per offrire una nuova e compiuta struttura motivazionale che dia adeguata ragione delle difformi conclusioni assunte». 3.2. Nel caso in esame, la sentenza impugnata non ha fatto buon governo di tali principi. Va rilevato, in primo luogo, infatti, che la Corte territoriale non ha adeguatamente motivato in ordine alla circostanza ritenuta di particolare rilievo dal Tribunale, ossia la contestualità temporale tra la dazione di denaro e l'affidamento diretto del servizio pubblico alla società di MO. Sul punto, il Giudice di primo grado aveva sottolineato che QU, nel corso del suo esame, aveva riferito che la richiesta di RA di emettere la fattura gli era stata formulata circa un mese e mezzo prima dell'emissione della stessa e, quindi, nello stesso contesto temporale in cui RA aveva presentato la disdetta alla società Comieco, preliminare all'affidamento del servizio pubblico all'imputato. Né il Collegio di appello ha argomentato in ordine agli altri elementi posti dal Tribunale a fondamento dell'epilogo decisorio di condanna, quali l'illegittimità dell'affidamento diretto del servizio pubblico alla società di MO;
il rapporto di amicizia intercorrente tra quest'ultimo e RA;
la carenza di documentazione relativa alle operazioni fatturate;
l'annotazione manuale "comm. RA", apposta sull'estratto conto della società di MO in corrispondenza della disposizione di pagamento della fattura emessa da QU;
il rinvenimento nella chiavetta USB, sequestrata a RA, della fattura emessa da QU alla società MO. 6 Tale obbligo motivazionale si imponeva proprio in ragione della necessità di scardinare l'impianto argomentativo-dimostrativo della decisione di condanna di primo grado e di dare una puntuale spiegazione delle difformi conclusioni assunte. 3.3. Va poi aggiunto, fermo il superiore dirimente rilievo, che la tesi difensiva, condivisa dalla Corte di appello, fa perno sulla circostanza che la triangolazione delle fatture era stato un espediente ideato da RA per vincere la resistenza di MO, che non voleva pagare somme aggiuntive ripetto a quelle già corrisposte per lavori effettuati in suo favore dallo stesso RA. Sul punto, la Corte territoriale ha evidenziato che il teste QU aveva affermato che RA gli aveva detto che MA MO non voleva corrispondere i 6.000 euro di cui alle fatture incriminate;
circostanza confermata da ES NG e dal teste GL, il quale aveva ricordato le difficoltà di RA ad ottenere il pagamento da parte di MO. Così argomentando, però, il Collegio di appello non pare confrontarsi adeguatamente con le trascrizioni delle deposizioni testimoniali, allegate al ricorso, da cui, come dedotto dalla Parte pubblica ricorrente, risulta che il teste QU aveva affermato che RA gli aveva detto che MO non voleva corrispondere soldi «direttamente» allo stesso RA (e non che non volesse corrispondere soldi a RA. Va sottolineato sul punto che QU è stato ritenuto credibile dalla stessa Corte di appello, che, però, ha effettuato una lettura parziale delle dichiarazioni del teste. Dalle anzidette trascrizioni risulta, inoltre, che dalla deposizione di NG non emerge con chiarezza che MO non volesse far fronte alla richiesta di pagamento di prestazioni aggiuntive da parte di RA;
il teste GL non ha riferito che RA aveva difficoltà a ottenere il pagamento. 3.4. Alla luce di quanto precede, la sentenza impugnata deve essere annullata con rinvio ad altra Sezione della Corte di appello di Milano per nuovo giudizio.
P.Q.M.
Annulla la sentenza impugnata con rinvio per nuovo giudizio ad altra ‹,- u ezione della Corte di appello di Milano. Così deciso il 18 settembre 2025. RIA R
udita la relazione svolta dal Consigliere Giuseppina Anna Rosaria Pacilli;
udito il Sostituto Procuratore Generale Flavia Alemi, che ha concluso chiedendo di accogliere il ricorso;
uditi gli Avv.ti Giusi Campo e Salvatore Lorenzo Campo, difensori di MA MO, che hanno chiesto di rigettare il ricorso. RITENUTO IN FATTO 1. Con sentenza del 9 gennaio 2025 la Corte di appello di Milano, in riforma della pronuncia emessa il 6 dicembre 2023 dal Tribunale di Busto Arsizio, ha Penale Sent. Sez. 6 Num. 37728 Anno 2025 Presidente: CRISCUOLO ANNA Relatore: PACILLI GIUSEPPINA ANNA ROSARIA Data Udienza: 18/09/2025 assolto MA MO dal reato di cui all'art. 2 D.Ivo n. 74/2000, perché il fatto non costituisce reato, e dal reato di cui agli artt. 319, 320 e 321 cod. pen., perché il fatto non sussiste. 2. Avverso la sentenza di appello ha proposto ricorso per cassazione il Sostituto Procuratore generale presso la Corte di appello di Milano, che dedotto i motivi di seguito indicati. 2.1. Motivazione illogica e contraddittoria per travisamento della prova dichiarativa. La Corte di appello ha ritenuto che il teste assistito AN QU avrebbe affermato che MA MO non aveva alcuna intenzione di corrispondere a RA i 6000 euro di cui alle fatture incriminate. Ciò non sarebbe vero perché QU avrebbe riferito che MO non voleva pagare NI RA direttamente. Ciò perché doveva mascherare la retribuzione della sua attività contraria ai doveri d'ufficio. Secondo la Corte territoriale, la circostanza che MO non volesse pagare RA sarebbe stata confermata dal teste ES NG, genero e dipendente dell'imputato e amico di RA, come da lui dichiarato, ma, leggendo la deposizione di NG, non emergerebbe tale conferma. Secondo la Corte di appello, anche il teste AN GL avrebbe dichiarato che RA aveva difficoltà a ottenere il pagamento delle sue spettanze da MO, ma si tratterebbe di una pura invenzione della Corte, come si evince dalla lettura della relativa trascrizione. Gli ulteriori elementi fattuali valorizzati per affermare che MO fosse all'oscuro della fittizietà della fattura emessa da QU sarebbero travolti dalla dimostrata inesistenza degli elementi presupposti. In definitiva, la Corte d'appello avrebbe ritenuto non inverosimile la ricostruzione fattuale proposta dalla difesa sulla scorta di prove dichiarative la cui dimostrata inesistenza lascerebbe intatto l'impianto motivazionale ineccepibile della sentenza di primo grado. 2.2. Motivazione illogica e contraddittoria per violazione del più rigoroso obbligo di motivazione in caso di ribaltamento di sentenza di condanna. La Corte territoriale non avrebbe speso una parola: - sulla contestualità temporale tra la dazione e il recesso della società MO, prodromico all'illegittimo affidamento diretto del servizio alla società MO;
- sulla contestualità temporale e la sostanziale identità di importo tra la fattura rilasciata da QUa alla società MO e da quest'ultimo ad NI RA;
- sull'assoluta carenza di documentazione relativa alle operazioni fatturate;
- sulla annotazione manuale "comm. RA", apposta sull'estratto conto della società MO in corrispondenza della disposizione di pagamento della fattura emessa da QU, interpretabile solo come commessa RA. In ogni 2 caso, se il pagamento verso RA fosse stato lecito, non vi sarebbe stata alcuna ragione per interporre un soggetto terzo, in modo da occultare la destinazione finale a RA del denaro in questione, anche a fronte della falsità della fattura emessa da RA a favore dello studio tecnico QU;
- sul rinvenimento nella chiavetta USB, sequestrata a RA, della fattura emessa da QU alla società MO: anomalia spiegabile solo nella prospettiva accusatoria;
sull'esplicita dichiarazione di QU che la fattura era stata da lui ricevuta al solo fine di giustificare la trasmissione del denaro a RA, con conseguente esclusione dell'inconsapevolezza dell'imputato MO. 3. Sono pervenute memorie depositate nell'interesse di MA MO con cui si è chiesto il rigetto del ricorso. CONSIDERATO IN DIRITTO 1. Il ricorso è fondato. 2. Secondo l'ipotesi accusatoria, ritenuta provata dal Giudice di primo grado, NI RA, amministratore unico della società in house SIECO s.r.I., della quale il comune di Cassano Magnago è socio di maggioranza, aveva ricevuto utilità da MA MO in cambio di lavori affidati alla società di quest'ultimo. Tali utilità erano state elargite tramite una triangolazione di fatture per prestazioni inesistenti: AN QU, titolare dello studio tecnico QU, aveva emesso nei confronti della società di MO una fattura per euro 6.412,80, ricevendone il relativo pagamento. Subito dopo, QU aveva ricevuto e pagato a RA una fattura dello stesso importo, anch'essa relativa a prestazioni inesistenti. Secondo il Giudice di primo grado, l'emissione della fattura da parte di RA a QU era stata solo un modo per veicolare, nascondendolo, il pagamento della tangente da parte di MO in favore di RA, a retribuzione sinallagmatica dell'illegittimo affidamento del servizio pubblico di raccolta della carta. Deponeva in tal senso, innanzitutto, «la contestualità temporale fra i due atti esecutivi, ossia tra la dazione, l'utilità percepita e l'atto contrario». QU, nel corso del suo esame, aveva riferito che la richiesta di RA di emettere la fattura gli era stata formulata circa un mese e mezzo prima dell'emissione della stessa e, quindi, nello stesso contesto temporale in cui RA aveva presentato la disdetta a Comieco, preliminare all'affidamento del 3 servizio pubblico all'imputato. Era, dunque, «evidente la contiguità temporale tra l'atto contrario e la predisposizione delle modalità di acquisizione della relativa utilità». Tale lettura era confermata dalla dicitura "comm. RA", apposta in corrispondenza del bonifico risultante dall'estratto conto della società di MO, «che non poteva che essere interpretata come "commessa RA"», essendo smentita «la tesi della difesa sul fatto che la dicitura indicasse lavori commissionati da RA (nessuna documentazione relativa ai lavori effettivamente svolti da QU per conto della società MO tramite RA è mai stata rinvenuta)». Ad ogni modo, «qualora il pagamento verso RA fosse stato lecito, non vi sarebbe stata alcuna ragione di interporre un soggetto terzo in modo da occultare la destinazione finale a RA del denaro in questione, anche a fronte della falsità della fattura emessa da RA in favore dello studio tecnico QU». La Corte territoriale ha ribaltato la decisione, avendo ritenuto che fosse insufficiente la prova dell'accordo sinallagmatico tra la presunta dazione e l'atto contrario ai doveri d'ufficio, posto, peraltro, che «la stessa sentenza, in primo grado, afferma che l'accordo e la dazione illeciti sarebbero dimostrati solo da elementi indiziari». Secondo la menzionata Corte, tra la versione della difesa, «lineare e piana, e quella farraginosa dell'accusa» doveva privilegiarsi la prima e, quindi, ritenere che MA MO «non sapesse che AN QU non aveva prestato alcuna attività in suo favore e, fidandosi di quanto riferito da RA e, comunque, dopo varie resistenze, si risolse a pagare la fattura falsa emessa dall'ingegnere, non essendosi affatto avveduto della sua falsità, avendo creduto a quanto rappresentato da RA, senza sapere che i denari sarebbero ritornati a costui e, comunque, non certo per pagargli una tangente per le commesse ricevute da SIECO». In particolare, la Corte di appello ha osservato che il teste assistito QU aveva affermato, come confermato anche da ES NG, genero dell'imputato, che, in realtà, MO «non aveva alcuna intenzione di corrispondere a RA i 6.000 euro di cui alle fatture incriminate»; proprio per tale motivo — e, cioè, per la difficoltà di RA di ottenere da MO quelle che il primo riteneva essere proprie legittime spettanze, ulteriori rispetto ai 16.000 euro già pagatigli in dipendenza dell'incarico di direttore dei lavori che gli era stato affidato presso un cantiere edile della società MO (circostanza quest'ultima confermata dal teste arch. GL, direttore tecnico della ditta Bianchi, appaltatrice dei lavori presso la MO) — «RA si indusse a 4 fingere con MO di aver affidato all'ing. QU un incarico relativo ad una non meglio specificata valutazione immobiliare (effettuata empiricamente quanto inattendibilmente con un mero sopralluogo esterno) e, inoltre, convinse QU a fargli il favore di fingere anch'egli di aver lavorato per lui e, dunque, di aver svolto attività nell'interesse della ditta MO». QU aveva aggiunto di avere per tale motivo, ossia per fare il predetto favore a RA, emesso la fattura incriminata verso la ditta MO (fattura certamente falsa perché non riferibile ad alcuna attività effettiva) e, subito dopo averne ottenuto il pagamento da MO, di aver girato i danari a RA, meno alcune centinaia di euro trattenute a proprio compenso dietro emissione di altra fattura verso lo stesso QU, sempre falsa per operazioni inesistenti. La Corte territoriale ha osservato come la farraginosità e la tracciabilità del meccanismo (doppia fattura, bonifici bancari) mal si conciliassero con l'intento di occultare una tangente di importo modesto, specie a fronte di rapporti professionali pregressi che avrebbero consentito modalità di pagamento più semplici e meno rischiose. 3. Siffatte argomentazioni della sentenza impugnata non resistono ai rilievi critici della Parte pubblica ricorrente. 3.1. Va ricordato che le Sezioni Unite di questa Corte hanno affermato che il giudice di appello, che riformi in senso assolutorio la sentenza di condanna di primo grado, non ha l'obbligo di rinnovare l'istruzione dibattimentale mediante l'esame dei soggetti che hanno reso dichiarazioni ritenute decisive, ma deve offrire una motivazione puntuale e adeguata, che fornisca una razionale giustificazione della difforme conclusione adottata, anche riassumendo, se necessario, la prova dichiarativa decisiva. (Sez. U. n. 14800 del 21/12/2017, dep.2018, PG. in proc. Troise, Rv. 272430; da ultimo Sez. 4 n. 24439 del 16/06/2021, Frigerio c. Vollero, Rv. 281404 - 01; Sez. 5, n. 7815 del 08/01/2025, N., Rv. 287634 - 01). La sentenza delle Sezioni Unite Troise, premesso che per la condanna è richiesta la certezza della colpevolezza mentre per l'assoluzione è sufficiente il plausibile dubbio processuale, ha chiarito che l'obbligo motivazionale gravante sul giudice, in caso di totale riforma in grado di appello, si atteggia diversamente a seconda che si verta nell'ipotesi di sovvertimento della sentenza assolutoria ovvero in quella della totale riforma di una sentenza di condanna. Mentre nel «primo caso, infatti, al giudice d'appello si impone l'obbligo di argomentare circa la plausibilità del diverso apprezzamento come l'unico ricostruibile al di là di ogni ragionevole dubbio, in ragione di evidenti vizi logici o inadeguatezze probatorie che abbiano inficiato la permanente sostenibilità del primo giudizio, per il 5 ribaltamento della sentenza di condanna, al contrario, il giudice d'appello può limitarsi a giustificare la perdurante sostenibilità di ricostruzioni alternative del fatto, sulla base di un'operazione di tipo essenzialmente demolitivo. Per potere sostenere ricostruzioni alternative del fatto a fondamento di un ribaltamento in senso assolutorio, tuttavia, è necessario che le stesse siano rigorosamente ancorate «alle risultanze processuali, assunte nella loro oggettiva consistenza». Se è vero, quindi, che non sussiste un obbligo di rinnovazione della prova dichiarativa, è tuttavia richiesta al giudice d'appello una strutturazione "rigorosa" della motivazione della decisione assolutoria «dando puntuale ragione delle difformi conclusioni assunte», essendo necessario scardinare l'impianto argomentativo-dimostrativo di una decisione adottata dal giudice di primo grado che ha avuto diretto contatto con le fonti di prova. Non è sufficiente, dunque, dissentire dalle argomentazioni della sentenza di primo grado, ma occorre riesaminare, «sia pure in sintesi, il materiale probatorio vagliato dal primo giudice e quello eventualmente acquisito in seguito, per offrire una nuova e compiuta struttura motivazionale che dia adeguata ragione delle difformi conclusioni assunte». 3.2. Nel caso in esame, la sentenza impugnata non ha fatto buon governo di tali principi. Va rilevato, in primo luogo, infatti, che la Corte territoriale non ha adeguatamente motivato in ordine alla circostanza ritenuta di particolare rilievo dal Tribunale, ossia la contestualità temporale tra la dazione di denaro e l'affidamento diretto del servizio pubblico alla società di MO. Sul punto, il Giudice di primo grado aveva sottolineato che QU, nel corso del suo esame, aveva riferito che la richiesta di RA di emettere la fattura gli era stata formulata circa un mese e mezzo prima dell'emissione della stessa e, quindi, nello stesso contesto temporale in cui RA aveva presentato la disdetta alla società Comieco, preliminare all'affidamento del servizio pubblico all'imputato. Né il Collegio di appello ha argomentato in ordine agli altri elementi posti dal Tribunale a fondamento dell'epilogo decisorio di condanna, quali l'illegittimità dell'affidamento diretto del servizio pubblico alla società di MO;
il rapporto di amicizia intercorrente tra quest'ultimo e RA;
la carenza di documentazione relativa alle operazioni fatturate;
l'annotazione manuale "comm. RA", apposta sull'estratto conto della società di MO in corrispondenza della disposizione di pagamento della fattura emessa da QU;
il rinvenimento nella chiavetta USB, sequestrata a RA, della fattura emessa da QU alla società MO. 6 Tale obbligo motivazionale si imponeva proprio in ragione della necessità di scardinare l'impianto argomentativo-dimostrativo della decisione di condanna di primo grado e di dare una puntuale spiegazione delle difformi conclusioni assunte. 3.3. Va poi aggiunto, fermo il superiore dirimente rilievo, che la tesi difensiva, condivisa dalla Corte di appello, fa perno sulla circostanza che la triangolazione delle fatture era stato un espediente ideato da RA per vincere la resistenza di MO, che non voleva pagare somme aggiuntive ripetto a quelle già corrisposte per lavori effettuati in suo favore dallo stesso RA. Sul punto, la Corte territoriale ha evidenziato che il teste QU aveva affermato che RA gli aveva detto che MA MO non voleva corrispondere i 6.000 euro di cui alle fatture incriminate;
circostanza confermata da ES NG e dal teste GL, il quale aveva ricordato le difficoltà di RA ad ottenere il pagamento da parte di MO. Così argomentando, però, il Collegio di appello non pare confrontarsi adeguatamente con le trascrizioni delle deposizioni testimoniali, allegate al ricorso, da cui, come dedotto dalla Parte pubblica ricorrente, risulta che il teste QU aveva affermato che RA gli aveva detto che MO non voleva corrispondere soldi «direttamente» allo stesso RA (e non che non volesse corrispondere soldi a RA. Va sottolineato sul punto che QU è stato ritenuto credibile dalla stessa Corte di appello, che, però, ha effettuato una lettura parziale delle dichiarazioni del teste. Dalle anzidette trascrizioni risulta, inoltre, che dalla deposizione di NG non emerge con chiarezza che MO non volesse far fronte alla richiesta di pagamento di prestazioni aggiuntive da parte di RA;
il teste GL non ha riferito che RA aveva difficoltà a ottenere il pagamento. 3.4. Alla luce di quanto precede, la sentenza impugnata deve essere annullata con rinvio ad altra Sezione della Corte di appello di Milano per nuovo giudizio.
P.Q.M.
Annulla la sentenza impugnata con rinvio per nuovo giudizio ad altra ‹,- u ezione della Corte di appello di Milano. Così deciso il 18 settembre 2025. RIA R